Nel mezzo del cammin di nostro espatrio… #Barbara #Provenza

Oggi ho l’immenso piacere di proporvi l’intervista di Barbara, una blogger simpaticissima ed expat navigata. Buona lettura!!! Roberta

Ciao Barbara! Grazie per aver trovato il tempo (e la voglia) di concedere quest’intervista. Nel tuo blog ti definisci traduttrice, scrittrice e mamma. Raccontaci un po’ di te.

12442873_1570957303230440_10866854_nCiao Roberta, grazie a te innanzitutto, è un piacere farmi intervistare da una blogger simpatica e alla mano come te! Come tantissime altre donne – la maggior parte, direi – cerco di far coesistere più ruoli e attività sotto lo stesso tetto (pardon, testa). Non so se ci riesco, di sicuro ci provo nonostante i risultati siano a volte sul confuso-surreale. Un esempio: l’altro giorno ho scritto una e-mail alla scuola dei miei figli in cui mi sono firmata Barbara Impat (pseudonimo da blogger/scrittrice) e la segretaria, scambiandomi per un’altra, mi ha chiesto se volessi informazioni per le iscrizioni del prossimo anno. Per la cronaca: i miei figli sono iscritti nello stesso istituto dai tempi dell’asilo. Non ho avuto il coraggio di rispondere che ero l’altra Barbara, quella mamma (e traduttrice). Insomma, i ruoli si intrecciano e a volte formano nodi difficili da districare – soprattutto quando si è un po’ con la testa tra le nuvole come me.

Attualmente vivi in Provenza, ma hai girato tanto prima di giungere a questa destinazione. Cosa ti ha fatto decidere di lasciare l’Italia e quali sono i luoghi in cui hai vissuto?

Sì, prima di approdare in Provenza – nel 2004 – ho lavorato in Inghilterra (1998), poi di nuovo in Francia (Tolosa 1999), quindi sono rientrata in Italia (Torino 2000) per poi ripartire di nuovo in Germania (Monaco 2001). La Provenza ci è caduta in testa come una mela matura da un albero: in modo inaspettato e (pericolosamente) definitivo 12 anni fa.

Cosa mi ha spinto a lasciare l’Italia? Innanzitutto la voglia di scoprire il mondo e fare esperienze lavorative all’estero – io faccio parte della generazione fortunata che sarebbe potuta restare e farsi una “posizione” nello Stivale -, unita alla totale mancanza di consapevolezza di quel che stavo facendo: ergo, un viaggio di sola andata. A 20 anni guardi al futuro in modo fluido e ottimista, a 40 inizi a renderti conto che il treno per il ritorno potrebbe esserti sfuggito sotto il naso, proprio mentre eri preso a viaggiare… nella direzione opposta.

Molti giovani (e meno giovani) hanno la valigia pronta e molti sogni nel cuore. Cosa consiglieresti loro?

Consiglierei senz’altro di partire, ma senza disprezzare ciò che lasciano. Lo so che è12787046_1570957323230438_664094346_o difficile, quando si è giovani e italiani si tende a idealizzare molto l’estero e denigrare l’Italia – ce lo insegnano sin da bambini, l’autodenigrazione fa parte della nostra cultura – dando per scontato che “tanto è sempre meglio altrove”. In realtà,  chi vive all’estero da qualche anno fa una duplice scoperta: il nuovo Paese (meglio per alcuni aspetti, peggio per altri) e l’Italia (la patria che si fa amare intensamente e struggentemente… a distanza).

Poi consiglierei una cosa cui noi expat non pensiamo, tutti slanciati verso il futuro e l’entusiasmo dei primi passi da expat: rimanere con un piede in Italia. Ma che dico piede, basta anche un alluce! Cosa intendo? Beh, innanzitutto mantenere i legami di amicizia, buttare uno sguardo una tantum al mercato del lavoro, magari – l’ideale – cercando già all’estero una professione che consenta di restare “connessi” con i Belpaese. Ho una mia teoria sugli expat di oggi, e prima o poi ci scriverò un post. Oh mamma cosa ho detto: adesso non ci dormirai la notte, dì la verità (hihihi).

Quali sono secondo te le caratteristiche che assolutamente si devono possedere affinché un espatrio non diventi un fallimento?

Le caratteristiche essenziali per trasformare l’espatrio in un’esperienza riuscita sono secondo me 3:

1) conoscenza della lingua – almeno avere della basi, mi sembra il minimo anche se alcuni dissentiranno. In alternativa, si può arrivare con un gruzzoletto da parte e iscriversi (di corsa) a un corso di lingua. Aggiungo che, per un espatrio riuscito, ciò che fa la differenza è la padronanza della lingua orale E scritta. Ne sono convinta, anche se suona… pedante.

2) crearsi un network prima di partire – basta anche un “amico dell’amico dell’amico”: io quando arrivai a Londra nel lontanissimo 1998 non conoscevo nessuno a parte la cugina di una conoscente. Ebbene, questa persona mi aiutò tantissimo. Insomma: bisogna vincere la timidezza e organizzarsi già prima di fare il salto. Oggi, poi, è tutto molto più facile grazie a Internet; quando emigrai io persino i telefoni cellulari erano una rarità…

3) non aspettarsi tutto e subito – alcuni giovani emigrano e tornano delusi dopo solo 3 mesi. Tre mesi non sono niente: bisogna insistere, perseverare, studiare il mercato del lavoro, sperimentare, osservare. E anche avere un pizzico di fortuna, che non guasta mai.

Curi con passione e una buona dose di ironia il tuo blog “Via da Qui”, come è nata l’idea?

Il blog è nato in periodo di crisi mistico-identitaria. Non che mi siano apparse immagini sacre in pieno giorno, ma poco ci è mancato. Insomma:  nel 2011 ero nel “mezzo del cammin di nostro espatrio” oltre che pronta a levare le tende, ma nella direzione opposta. Per fortuna mio marito – molto pragmatico, nonché tedesco – mi ha bloccato con uno dei suoi soliti schemi all’americana “pros & cons”. Manco a dirlo: la casella dei “cons” esplodeva, mentre quella dei “pro”… beh, ti lascio immaginare.

Il blog è stato una terapia anti-rimpatrio isterico, ecco come lo definirei. La prova che l’(auto) ironia può curare molti mali, anche se la nostalgia resta lì, al suo posto. Ma l’ho messa a cuccia. Sono una inguaribile idealista e l’idea di tornare non mi abbandona, anzi – si affina pericolosamente alimentando progetti tra il creativo e l’improvvisato (mentre mio marito continua a preparare schemi, giusto a titolo preventivo).

Ho letto con molto piacere il tuo libro “Via da Qui”, raccontaci tu di cosa tratta.

12784202_1570957239897113_634910728_n

È una raccolta di racconti brevissimi (4 pagine in media), tutti diversi ma simili perché incentrati sul desiderio di andarsene – all’estero, in Italia, in un’altra città, altrove insomma. Il tono che ho voluto usare è ironico (una lettrice li ha definiti in modo azzeccato sketch comedies); ciò non toglie che alcune storie sono drammatiche, ma sempre con quel pizzico di (auto)derisione che – spero – non mi abbandona mai. O quasi. Certo, quando si affrontano tematiche serie come il tempo di cottura della pasta non c’è ironia che tenga!

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Molto. E sia in meglio che in peggio. Ecco, vorrei infrangere questo tabù dell’estero “che ti migliora sempre”. Perlomeno, per me non è stato così. L’estero mi ha reso sì più metodica, precisa e affidabile – persino le mie migliori amiche dai tempi del liceo hanno notato che non arrivo più con i soliti 13 minuti di ritardo agli appuntamenti! – oltre ad avermi arricchito intellettualmente – come tutti, sono migliorata nelle lingue e nella conoscenza delle altre culture, il che è scontato -; ma mi ha reso anche più intransigente, inflessibile, sola e solitaria. Già: sola e solitaria. Perché emigrando si passa molto tempo in solitudine – non tanto fisica quanto esistenziale -, senza nessuno che possa capirci al volo, qualcuno con cui scherzare e fare battute se non nelle varie occasioni di ritrovo tra italiani. E si finisce per prenderci gusto. Anzi, direi che ci si adatta.

12752239_1570957389897098_833484866_oC’è da dire, però, che appena torno in Italia tolgo la corazza e ridivento la Barbara caciarona e spontanea di sempre. Ecco, la corazza. Noi expat ci fabbrichiamo una corazzina su misura, in modo del tutto inconscio naturalmente, per mimetizzarci meglio e reprimere quel tanto di italianità che “stona” con la cultura del Paese d’adozione. Del resto, non posso mica salutare un amico francese o tedesco con un pizzicotto strizzaguancia come faccio con gli amici di vecchia data, eh! Ecco, volendo raffigurare questa seconda pelle d’expat direi che si diventa un po’ come il Dottor Spock – professionisti nel dominare le emozioni, fino a entrare pericolosamente nella parte e…

Che sentimenti provi nei confronti dell’Italia?

Bellissima domanda. Urca, difficile però! Sicuramente più compassione che rabbia. Ma il motivo è uno solo: io me ne sono andata per scelta (senza sapere che non sarei tornata, beata gioventù!) mentre chi emigra oggi – spesso con rabbia – è quasi costretto a farlo, soprattutto i giovani. Compassione per un Paese sempre più vecchio, politicamente sempre uguale a se stesso e con un divario tra Nord e Sud che rischia di diventare incolmabile.

Ma – bando al nichilismo! – provo anche fiducia. Sì, sento che l’Italia rinascerà. E potrà farlo anche… lontano dall’Italia. L’Italia, con tutti i suoi emigranti qualificati e consapevoli potrebbe rinascere altrove come cultura, stile di vita – diffusione, insomma, dei valori legati all’inimitabile lifestyle nostrano. Questo potrebbe avvenire ovunque si trovino italiani integrati sì, ma ancora profondamente legati alle proprie origini (lingua, moda, gastronomia, arte, ecc.) e, soprattutto, connessi.

Internet e intelligenza: questi due ingredienti potrebbero essere la chiave di una rinascita italiana. Pensa pure che sto delirando, ma negli ultimi anni mi sto convincendo sempre più che è possibile. Basta fare un giro nei vari gruppi di italiani all’estero su Facebook – comunità che passano in pochi clic dal virtuale al reale, creando occasioni di scambio, incontro, idee e creatività. Con una immediatezza unicamente, squisitamente italica.

Cosa hai in programma per il tuo futuro?

Un romanzo che sto scrivendo da molti mesi, altri corsi di formazione come prevede12751989_1570957383230432_291328167_o il mio lavoro ufficiale (traduttore) e, forse, un progetto legato a internet ma ancora in fase “elucubrativa”. Tutte cose molto in progress, ma che mi danno la forza di vivere questa vita da expat, senz’altro più stabile economicamente rispetto a quella che avrei (avuto) in Italia, ma anche difficile perché ogni mia molecola ha sete di Italia, italianità e italiano. E io devo zittirle in qualche modo, queste molecole ribelli.

Ti ringrazio ancora e…c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Vorrei augurare in bocca al lupo a tutti gli italiani che vivono all’estero, a quelli che stanno tornando in Italia e a tutti coloro che, come te, stanno per iniziare una nuova avventura oltreconfine…

Un abbraccio dalla Provenza e grazie ancora per l’intervista!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*