Avete un sogno americano? Ecco la storia di Anna dalla California!

Rieccoci con l’appuntamento bisettimanale nato dalla collaborazione con il sito web DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO. Ritroviamo Anna, avevamo già letto un suo articolo ma oggi si racconta partendo dalle origini e dal momento in cui ha deciso di espatriare. La ringrazio nuovamente e vi auguro buona lettura! Roberta

“Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde”. A. Baricco

Ad essere sincera, come io sia finita in California, rimane un mistero. A volte penso che sia stata solo una serie di coincidenze a portarmi qui. Peccato però, che io alle coincidenze creda poco o niente.

Ho sempre amato l’America e fin da piccola avevo la terribile abitudine di tormentare la gente con i miei “un giorno quando andrò a New York…un giorno quando vivrò a Los Angeles….un giorno quando visiterò il Gran Canyon….”, ma c’è da dire pure che avevo le idee abbastanza confuse, visto che la mia casa si sarebbe trovata da qualche parte nelle highland scozzesi! Quel che a tutti era sicuramente chiaro è che io, avrei viaggiato. E tanto.

Los Angeles è la città in cui approdai due anni fa. E questa, può essere definita la mia prima vera e propria esperienza di vita all’estero: infatti, pur avendo viaggiato parecchio, non mi sono mai fermata così a lungo in un posto da potergli attribuire l’appellativo di “casa”.

Qui mi ci ha portata l’amore e mi ci hanno portata i miei studi. In Italia, ho studiato relazioni internazionali, con indirizzo diplomatico, ed ammetto che in quegli anni spesi sui libri cresceva dentro di me, insieme alla fame di conoscenza, un certo senso di fastidio. Alla fine sono diventata dottoressa, ma precisamente di cosa? Di inchiostro e di carta. Perchè purtroppo la diplomazia non la si impara sul divano di casa, al riparo da qualsiasi inverno, armati di evidenziatori fluo.  Certo è che al riparo ho imparato a sviluppare un certo senso critico che mi ha dato radici solide e, allo stesso tempo, ali sufficientemente ampie per volare. Ed è stando al riparo che ho imparato ad amare e ad odiare tutte le politiche del mondo, a destrutturare i paradigmi del male e del bene, a pormi domande. La mia storia d’amore e di odio con l’America, a quel punto, aveva raggiunto un picco tale da non permettere altra soluzione se non quella di toccare con mano la realtà e di andare al cuore di quella “democrazia esportatrice di democrazia” (si, leggeteci anche le accezioni negative, perché è anche a quelle che mi riferisco). Illudendomi.  Non sapevo, infatti, che partendo mi sarei seminata dietro mille nuove domande e che avrei trovato ben poche risposte. Cose che nulla avrebbero avuto a che fare con la diplomazia. Uno di quegli errori così sottili e banali da non credere di non averci pensato: dimenticarsi del caso e della sua capacità di intervenire e rimescolarti le carte con silenzi, mancanze, odori e sensazioni.

A questo punto, posso affermare che non credo di aver trovato quel che cercavo e che probabilmente la resa dei conti non è ancora arrivata. Sono nel vivo di un percorso personale che mi sta portando a riconoscere me stessa non più nelle vesti di una ragazza, ma di una donna. Sto prendendo confidenza con la mia nuova dimensione e la mia nuova consapevolezza, che fa di me una persona eclettica, aperta ai cambiamenti e al “diverso”. Ed ho capito che le identificazioni e le definizioni mi vanno strette, perchè io sono una, ma sono anche mille cose diverse.

Fra le altre cose, in questo periodo di prese di coscienza e di scommesse, sono approdata fra le scrittrici di “Donne che emigrano all’estero”. Ho amato fin dal primo momento quella pagina, così come ogni singola donna che si raccontava. Entrare a far parte di quel mondo per me, significava trovare delle sorelle. Significava trovare una dimensione stabile. Virtuale, e paradossalmente, stabile. Non ho assolutamente preso coscienza del fatto che scrivere significasse, per effetto diretto, essere poi lette. Va da sè che ne sono derivate una serie di conseguenze. Come spiegare, a chi ti scrive e chiede consigli, che non sai spiegarti nemmeno tu quando e come è partito tutto? Chi e perchè abbia messo in moto quel meccanismo che ti ha portata a chiedere un visto per andare a vivere fuori dal tuo paese, lontana dalla tua famiglia e dalla tua realtà? Per me è stato talmente naturale che non saprei davvero spiegarlo. Non è stata una questione di coraggio. E non è stata nemmeno una questione di incoscienza o di necessità. E’ stato. E’ semplicemente stato. Quel che per certo so, è che non è facile. Ci si immagina la vita all’estero come una soluzione a tutti i mali, ma questo non è vero. Va smentito. Porta a cose nuove, diverse. E porta, come ho già detto,  a fare i conti con se stessi, con le proprie solitudini e con i propri fantasmi.

Ad ogni luce, la propria ombra.

Tornando all’America, va detto che non è più un paese che allarga le braccia ai nuovi arrivati. Servono visti specifici, difficili da ottenere e molto restrittivi. L’unico possibile da ottenere con una procedura “normale” è un visto da studente. Ma a quel punto, non puoi lavorare. Vuoi tornare a casa? La scuola deve rilasciarti documenti specifici, non puoi semplicemente lasciare il paese. Hai troppi stampi sul tuo passaporto? Alla dogana preparatevi a domande da terzo grado “Perchè vai e vieni da questo paese? Chi conosci, e che rapporti hai?”. Devi dimostrare di esserti lasciato dietro una vita (madri, padri, fratelli, mogli, mariti, nonni, figli, zii, cugini, pronipoti, un lavoro stabile, case e denaro…quel che ti pare insomma) e che prima o poi tu, te la vai a riprendere, quella vita lì. In quei momenti, pensi che non sei nient’altro che un numero. Quello del tuo passaporto. E che probabilmente non passerai coi i tuoi neanche questo Natale.

Nonostante tutto, quel che consiglio io è, ovviamente, di viaggiare. Tanto. Spesso. Andate ovunque vi pare, se è quel che sentite di dover fare. Ma non date mai nulla per scontato. Io sto faticando per guadagnare in esperienza, ma non chiedetemi dove e come vedo il mio futuro.  Al mio terzo anno, questa vita mi va già stretta e so che prima o poi cambierò. Non so se tornerò in Italia, ma vorrei avvicinarmici. Mi concederò il tempo necessario, seguirò il ritmo naturale degli eventi, senza forzare le cose, e poi prenderò le mie decisioni. Se nel mio futuro ci sarà  il mio piccolo paesino calabrese, la campagna inglese o un posto che adesso nemmeno immagino, io non lo so.

Quel che è certo, è che sono aperta alle possibilità e che quella persona che è partita quasi tre anni fa ha cambiato pelle; ha visto spuntare i primi capelli bianchi a sè stessa ed al suo compagno; ha sparso dietro di sè vestiti e promesse, e trascina bagagli sempre più pesanti. Di quelli che, non possono essere pesati, catalogati, controllati, o peggio ancora, persi.

Anna Caserta, Los Angeles.

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