Il profumo del Natale passato

Il profumo del Natale passato
IO

È di nuovo dicembre, il mese del Natale, dei desideri, della magia. Un buon momento per annusare i profumi del nostro passato. Proverò a elencarli, in ordine sparso, seguendo naso e cuore.

Profumo di caldarroste calde, dure fuori, morbide dentro.

Profumo di incenso e umidità, come nei vecchi oratori che frequentavamo da piccoli, durante le prove del coro o per i preparativi delle recite natalizie.

Profumo di clementine e di arance, quello che poi ti resta sulle mani anche dopo averle lavate.

Il profumo del Natale passatoProfumo di impasto per le scacciate e del suo ripieno (Broccoli, salsiccia, olive nere, tuma…).

Profumo di dolci appena sfornati e di biscotti caldi.

Profumo di salmone da adagiare sui crostini con il burro.

Profumo degli addobbi natalizi, che escono dalla scatola dopo un anno di letargo.

Profumo di camino e di legna bruciata.

Profumo dei cappotti delle anziane signore, quando ti costringevano ad andare a messa la notte di Natale.

Profumo delle guance morbide dei tuoi nonni, quando ti riempivano di baci.

Profumo di noci e noccioline.

Profumo di pandoro e panettone.

Profumo di lenticchie e cotechino.

Profumo di carte da gioco e cartelle della tombola.

Profumo di casa dei tuoi genitori, dei tuoi nonni, di tua zia, dove fatichi a tornare perché quel salto temporale fa troppo male.

Profumo di vento dopo che ha accarezzato la neve e il mare.

Profumo di presepi (viventi e non), di muschio verde e casette di legno.

Profumo di vin brulé

Profumo della carta che nasconde la sorpresa.

Profumo di fiori, quando approfitti delle feste per portarne qualcuno a chi non c’è più.

E infine profumo di nostalgia. Quello che cambia, che non è uguale per tutti e che azzera lo spazio e il tempo facendoci sentire a volte meno soli, a volte invece di più.

Il profumo del Natale passato
Il mio regalo da parte di Babbo Natale.
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Una gloriosa figura di merda

Non ricordo con esattezza l’anno, ma ci aggiriamo intorno al 1995/1996. Il lido Aquarius, come ogni estate, era in fermento. A quei tempi, in fondo sulla destra, c’era la Zona Giovani – non potrei mai dimenticarlo, visto che proprio lì ho perso la verginità, un paio di anni dopo – e la percentuale di carne fresca era altissima. Con il passare del tempo la situazione si è invertita… e infeltrita. Fu un’estate gloriosa, e vi spiego perché. Tra le varie iniziative messe a disposizione dei clienti, quell’anno saltò fuori un concorso per eleggere Miss e Mr Aquarius. Quale fulmine mi attraversò la mente, bruciando l’unico neurone in essere, ancora non lo so; e non lo saprò mai. Fatto sta che decisi di iscrivermi, con coraggio, convinzione e soprattutto insensatezza.

Quell’estate avevo, per la prima volta in vita mia, i capelli cortissimi. Ho impiegato anni per capire sotto quale lunghezza non devo mai scendere, in base alla conformazione del mio viso. In quel caso però, essendo – come vi ho già detto – il primo esperimento, avevo esagerato, superando la linea rossa di confine. Il risultato fu il solo possibile; il mio ovale con quei capelli trovava similitudine con un uovo di Pasqua. Ricordo quando tornai a casa e mio padre aprì la porta. Si limitò a fissarmi e a dire ” Fai schifo”. Lo ricordo come se fosse ieri; da un lato lo capisco, era abituato alla mia folta chioma color rame e si era ritrovato con una sfera arrugginita che diceva di essere sua figlia.

Come se la testa a uovo non fosse sufficiente, decisi di ascoltare i consigli di mia madre per quanto riguardava l’acquisto del costume da indossare durante la sfilata. Ricordo anche quello come se fosse ieri. Pezzo intero, di un tessuto compreso tra la lycra e la flanella; sfondo color carta da zucchero, tempestato di fiorellini variopinti. Una tale merda che solo al pensiero mi sanguinano gli occhi. Tanti anni dopo ci sono cascata di nuovo. Ero incinta, larga bene o male quanto una mongolfiera bifamiliare, dovevo comprare il costume e volevo categoricamente un due pezzi. La mia idea era di prendere un semplice e normalissimo bikini nero, dove lo slip sarebbe rimasto sotto la pancia. Mia madre però si era messa subito sul piede di guerra, perché “No, a mare con me, con quel costume, non ci vieni!”. Visto che ero lì in ferie e non volevo rovinarmele litigando, alla fine ho ceduto, assecondando i suoi consigli. Mi ha fatto comprare un due pezzi premaman rosso con dei profilini color latte scaduto; il Gabibbo accanto a me? Scansati proprio!

Una gloriosa figura di merda
Una mia foto, scattata anni dopo al Lido Aquarius. Guardando in fondo si nota quella che, una volta, era la “Zona Giovani”.

Ma torniamo alla sfilata di quella lontana estate. Per completare il quadro e avere la certezza di raccattare una figuraccia immensa, ho abbinato al costume un paio di zeppe color sabbia. Non ci sarebbe niente di male, se non fosse per un particolare; io non so camminare sulle scarpe alte. Ancora oggi devo avere ai piedi calzature relativamente basse, e anche con quelle faccio fatica a coordinare i passi. Credo che sia una questione di timidezza, o di psicosi, non saprei. Se per esempio, mentre cammino, mi concentro sui miei passi, perdo subito la capacità di muoverne di nuovi. Le gambe si irrigidiscono, il ritmo saltella e rischio di sbandare in maniera troppo evidente. La soluzione è solo una; quando sono in giro devo pensare a tutto, tranne al fatto che sto camminando. Lo stesso mi succede se ho l’impressione che qualcuno mi stia fissando, o se ho altre persone alle spalle; la paralisi è pronta a tendermi la trappola. Ero così già allora, e sarete d’accordo con me sul fatto che la sfilata no, non era una buona idea.

Io però volevo essere figa come le altre; belle, agili, brave a ballare e a camminare. Volevo vincere quella gara per far breccia nel cuore del tipo palestrato che mi piaceva – solo oggi mi rendo conto che era un cubo mal rifinito – e farlo innamorare di me. La sfilata ebbe luogo, e io mi lanciai su quella passerella arrangiata, appena l’altoparlante sputò fuori il mio nome. Era stato veloce e indolore; ce l’avevo fatta! E non era stato nemmeno così difficile. Almeno… questo è quello che ho pensato fino all’attimo prima di ammirare le riprese video di quell’inglorioso momento. Sembravo un bastone. Un bastone al quale era stata data la carica. La rotazione per girarmi e tornare indietro ricordava tanto un palo della luce quasi sdradicato, che oscilla per il forte vento. E poi quei capelli, quel costume, quelle scarpe; che connubio osceno! Come potete immaginare, nessuno quell’anno si innamorò di me. Gli anni dopo sì, ma quelle  storie le ho già raccontate nel mio libro.

Sapete qual è la cosa bella? È che ho fatto tutto quello per sembrare figa; ma io, figa, lo ero già… e non lo sapevo. Lo ero per il mio modo naturale di essere totalmente scoordinata, per le mie scarpe comode, per le mie risate spontanee, per la freschezza che irradiavo da ogni poro… e non lo sapevo. Ero bella senza bisogno di emulare le altre, e nel mio essere diversa stava la mia unicità… ma non lo capivo. Sono successe tante cose tra quelle tavole di legno che profumavano di mare e di vita; ancora adesso, se chiudo gli occhi, posso distinguere ogni odore, ogni sapore. E… se mi concentro bene… posso sentire ancora la voce al microfono che chiama a sfilare la concorrente Roberta Castelli. È stata una figura di merda, ma non una qualsiasi… era e sarà per sempre una gloriosa figura di merda!

L’estate doveva essere libertà e giovinezza e nessuna scuola e la possibilità, l’avventura e l’esplorazione. L’estate era un libro pieno di speranza. Ecco perché ho amato e odiato le estati. Perché mi hanno fatto venire voglia di crederci. 

(Benjamin Alire Sáenz)

Ora tocca a voi raccontare… 😉

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Ho riscoperto le persone


Possiamo avere tutti i mezzi di comunicazione del mondo, ma niente, assolutamente niente, sostituisce lo sguardo dell’essere umano. (Paulo Coelho)


Come molti di voi già sapranno, questo fine settimana sono stata in Italia (in provincia di Verona) per partecipare a un matrimonio. Prima di partire avevo previsto del grasso divertimento, ma non avevo invece previsto le tante rivelazioni che mi si sono prospettate.

Ho conosciuto tanta gente nuova, ho rivisto chi avevo incontrato una sola volta in passato e ho finalmente abbracciato chi conoscevo da tempo, ma non di persona. Sarà che noi emigranti a volte soffriamo tremendamente la nostalgia, sarà che un contesto familiare stimola i rapporti, sarà che erano presenti molte belle persone, ma è stato decisamente un tuffo nella felicità.

Queste situazioni inoltre, secondo il mio modesto parere, aiutano a capire che no, non sei tu ad essere diventato un orso rognoso, è che all’estero (spesso ma non sempre) gli italiani son proprio dei gran coglioni. Per stringere rapporti con la gente del posto serve molto tempo quindi, se due più due fa ancora quattro, in occasioni come questa ti ritrovi assetato di semplici, veri, genuini rapporti umani.

Questo però non è l’unico aspetto che voglio sottolineare, perché la cosa che mi ha davvero stupito è un’altra. Tra le varie persone ho avuto modo di incontrarne alcune che non vedevo da tanto tempo, che non mi avevano lasciato nemmeno un bel ricordo perché l’ultima volta che le avevo incrociate stavamo per fare a cazzotti. Le ho trovate diverse, senza rancori, pronte a un abbraccio. Non l’avrei mai immaginato, giuro. Forse il cambiamento è reciproco, forse in questi anni sono cambiata anche io e quelle vecchie liti mi sembrano così inutili. È bello scoprire che la gente cambia, che migliora, che non sempre gli errori sono inutili se riusciamo a imparare qualcosa. Certo, ascoltando alcune storie ho anche scoperto che c’è gente che non cambia mai, alcuni addirittura peggiorano, e mi dispiace perché si perdono il bello di questa vita, che pare non avere senso quando invece ne ha tanto. Diamo troppa importanza alle cose, agli oggetti che possediamo, però ci stiamo dimenticando la cosa più importante…le persone. Le vedete le persone quando camminate per strada? A parte le vetrine, il cellulare, i vostri piedi perché siete in ritardo e andate di fretta, a parte tutto questo, le vedete?


La voce della vita in me non può raggiungere l’orecchio della vita in te; parliamoci, tuttavia:

per non sentirci soli. (Khalil Gibran)


 

Questo essere tutti social asociali non mi piace più, perché l’unica sensazione che si prova spegnendo pc e cellulare è una voragine infinita di solitudine. Sono stanca di gente che mi scrive Ci dobbiamo vedere 20 volte all’anno ma poi si propone una volta ogni 20 anni. Ho riapprezzato il sapore dei rapporti veri…e mò sò cazzi!

Ho riscoperto le persone
Torri del Benaco

 

Per tutto questo vorrei ringraziare Guido e Marco, perché con il loro amore, la loro unione, hanno trasmesso a tutti noi invitati un senso di appartenenza a qualcosa, la voglia di volersi bene nonostante le differenze e le difficoltà, la bellezza di coltivare ancora dei sogni e la certezza che tutti noi possiamo essere migliori di come eravamo.

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La noiosità dei social

Chi mi conosce sa che passo parecchio tempo sui social, sempre alla ricerca di qualcosa di interessante da leggere, pubblicando i miei articoli oppure, semplicemente, condividendo i miei scatti e cercando di trasmettere con immagini quello che a parole sarebbe difficile da descrivere.

Ultimamente però ho le sacre sfere che mi strisciano per terra. Che noia, cazspiterina!

Fb è invaso da tuttologi che non mangiano, non dormono, non lavorano, non vanno nemmeno in bagno per essere sempre lì, sul pezzo, pronti a commentare ogni post, ogni articolo, ogni nuova notizia. Commentare, commentare, commentare e, se non si sa un’emerita ceppa sull’argomento…ancora meglio. Troviamo anche una vasta gamma di indignati speciali, quelli cioè che si scandalizzano per tutto, tutto, tuttissimo.

Poi c’è la figura del troll, che commenta ad cazzum e trova sempre qualche pirla che lo prende sul serio e apre un dibattito infinito che si trasforma in una rissa via etere con minacce di morte e santi tirati giù dal paradiso.

Come se tutto questo non bastasse ci sono le coccinelle che ti portano fortuna solo se condividi, altrimenti devi morì in malo modo. E la gente condivide, ca**o. Ti invade la home di coccinelle e non puoi nemmeno mandarli aff… perché li conosci e ti sembra brutto dirgli che è un’enorme stronzata. E i “Condividi se hai un cuore”? Ma dileguati e fai 100 volte un giro su te stesso, per esser sicuro che non ti orienti, tante le volte ti venisse voglia di tornare.

I bufalari invece meritano la coppa, perché davvero, non è possibile credere ancora a certe sòle, evidenti sòle, stratosferiche sòle, son sòle che si firmano con frasi del tipo “QUELLO CHE NESSUNO VI DIRÀ MAI” o “CONDIVIDETE PRIMA CHE VENGA ELIMINATO DA FB”… e voi ci cascate!

Vogliamo parlare di Instagram? Sembrava un bel posto fino a quando non avete iniziato con i commenti del tipo “Awesome” “Nice” “Top”, ma top un paio di balle, se lo scrivete sotto la foto di una che ha appena perso il gatto. Ma ci siete o ci fate? E il “segui” che mettete con lo scopo di toglierlo una volta ricambiati? Patetici. Non è rimasto un briciolo di spontaneità, un reale interesse verso una foto, una persona, un articolo, un storia personale, un percorso di vita senza grosse pretese. Tutto viene fatto solo se si ha un riscontro in termini di gradimento.

E poi ci sono quelli che ti danno consigli su tutto, cercando bene troverete sicuramente i 10 conigli su come fare la cacca senza sforzo. Ma anche no, voglio imparare da sola guarda, a costo di farmi venire le emorroidi.

E quelle sempre felici? Sì, di solito sono donne. Non può essere, non è naturale, non esiste da nessuna parte una tipa che sorride sempre, che ci dorme con il sorriso e non ha le palle girate nemmeno durante il pre-ciclo. Questa ostentazione di ottimismo (che poi a me pare incoscienza) denota un disagio, sappiatelo. Non ci crede nessuno…cosa? Ci credono in tante? Annamo bene! Però, quelle che si svegliano alle cinque ogni mattina, truccate e pettinate, che alle sei hanno già corso per un trilione di km, hanno fatto la doccia e sono sul divano sorseggiando una tisana calda beh…sono “Top” davvero. Ma solo io mi sveglio con l’alito pesante, i capelli stravolti da una nottata agitata, le ossa rotte e le palle girate?

La noiosità dei social
Immagine presa da internet

E quelle che no, ai figli non urlano mai, potrebbero rimanere traumatizzati a vita. Anche se li trovano con un grande pennello in mano a disegnare piselli sul muro della sala, non si scompongono, e non devi farlo nemmeno tu. Li devi guardare, gli devi sorridere e non devi gridare. E sappi che, se per caso ti scappa un vocalizzo, sei un pessimo genitore perché non si fa, no no no.

Non possono mancare le condivisioni compulsive di aforismi e perle di saggezza, anche se poi, quando leggi chi le condivide, devi correre a comprare il maalox.

La gente non sta bene, non c’è altra spiegazione. Nemmeno io sto bene, lo so. A leggere tutte queste stronzate mi è venuta l’orticaria.

Comunque ve lo dico…questi social iniziano ad annoiarmi davvero tanto, e le poche persone interessanti a poco a poco si ritirano, inermi di fronte al potere distruttivo della massa. Della serie…anche le pulci hanno la tosse, ma almeno prima tossivano in casa loro e non le sentivamo!

 

 

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Verona? Una città da amare.

Vi ho parlato della mia non bellissima esperienza milanese (a parte l’incontro con due persone che è stato più che piacevole), trovate il fattaccio qui Milano, 10 anni dopo…il degrado. Oggi invece vi  voglio parlare della tappa successiva, Verona. Per raggiungerla abbiamo preso un regionale alle 20.25 e, nonostante le condizioni penose dei vagoni, siamo riuscite ad arrivare alla meta senza intoppi. Eravamo solo un po’ stanche, come potete notare dalla foto.

Verona? Una città da amare.

Ci siamo fermate in città due giorni ma sono bastati per capire che Verona è ancora bella come la ricordavo. Il centro è un tripudio di meraviglie da vedere e fotografare, le strade sono pulite e i servizi eccellenti. Persino il parcheggio sotterraneo è riuscito a stupirmi, con le lucine verdi che segnalano i posti ancora liberi (in ogni singolo posto auto) e quelle rosse i posti già occupati. Sembrerà una fesseria ma evita alla gente di girare come trottole alla ricerca di un buco libero. Spostandosi dalla città lo scenario cambia ma l’ordine resta. I paesi limitrofi sono circondati dal verde (curatissimo), non ho visto spazzatura per strada e tutto sembra  funzionare senza troppi intoppi. Potreste dire che è solo l’impressione di chi vive Verona (o provincia) da turista ma conosco molte persone che abitano lì e mi hanno  confermato che si sta bene. Logicamente non sto qui a elencarvi le cose da vedere che ho trovato in centro, ci sarebbe da scrivere un libro. A proposito di libri, avete letto il mio? 🙂 L’estate è un’ottima occasione per dedicarsi alla lettura sfrenata!

Nonostante  il poco tempo a disposizione abbiamo avuto anche il piacere di visitare Gardaland, dove ho creduto di morire facendo il Raptor. Dovevo capire che non faceva per me quando ho tenuto gli occhi chiusi durante il giro nell’Albero di Prezzemolo, attrazione concepita per i bambini. Tanto tempo fa ero decisamente più impavida! Sono riuscita a divertirmi (quasi) senza ansia solo nella giostra di Kung Fu Panda.

Verona? Una città da amare.

Eravamo tutti molto curiosi di scoprire se anche in Italia, come a Vienna, avrei trovato il Wi-Fi pubblico (Sì, fatevela sta risata!). Mi aspettavo di trovarlo a Milano, quasi lo pretendevo da una città così, invece è stata una delusione. In teoria è disponibile, in pratica la registrazione per accedere è una palla infinita e alla fine abbiamo rinunciato. A Verona non c’era, ho trovato un accesso solo il giorno della partenza all’aeroporto, lì per accedere serviva il permesso del Papa, abbiamo rinunciato anche stavolta. Catania; Wi-Fi gratuito chè???

Per le tante persone che mi seguono da Verona e provincia vi lascio il nome del mio parrucchiere preferito. Dopo un intero anno all’estero, avere la mia testa tra le sue mani è stata una goduria! Il negozio è bellissimo e lui è il top, non per niente è mio cugino! 😉 Eccolo>>> Hairfashion Guido (uomo/donna), si trova in via Vertua 5/d Dossobuono (Verona). Se andate, ditegli che vi mando io! 😉

Verona? Una città da amare.

Al momento mi trovo in Sicilia, ma di questa terra ho già abbondantemente parlato. Intanto mi godo la famiglia, il cibo e il mare, quando è pulito. Rientrerò a Vienna il 24 agosto e, sinceramente, mi manca. Sì, ho lasciato lì il babbo e cane pazzo, mi mancherà di più per  questo, però è la prima volta che sto così bene in una città e percepirne la mancanza mi stupisce, in positivo si intende. Alla prossima, ho qualche chicca in mente per voi, devo solo decidere se parlarne o depositare tutto nei cassettini delle esperienze archiviate. 😉

 

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Milano, 10 anni dopo…il degrado.

Non mettevo piede a Milano da dieci anni, dopo averne vissuti lì altri 10. Ero emozionata e curiosa, non sapevo che sensazioni avrei provato dopo così tanto tempo.

Milano, 10 anni dopo...il degrado.

 

Siamo partite da Vienna alle 17.00 con il bus della Hellö, viaggio molto tranquillo, diverse  soste, Wi-Fi, prese elettriche, bagno funzionante a bordo e aria condizionata. Tutto tranquillo fino alle 03.00 del mattino, quando ci siamo accorte che eravamo decisamente in anticipo. Saremmo dovute arrivare a Milano Lampugnano alle sei del mattino, invece l’autista ha confermato che ci avrebbe lasciate in città alle cinque, quindi un’ora prima. Attimo di panico, perché eravamo rimaste senza telefoni (dopo il confine la linea è sparita) e perché non ricordavo come fosse organizzata la fermata di Lampugnano. Il bus avrebbe proseguito per Genova, quindi ci avrebbe lasciate lì da sole. Usando il Wi-Fi della compagnia cerco la mèta e mi rendo conto che è una fermata per bus turistici con il nulla cosmico attorno, inoltre la metropolitana a quell’ora sarebbe stata ancora chiusa. Spero lo stesso in un bel movimento di gente che va e gente che arriva, immagino di trovare una lunga fila di taxi ad aspettare i turisti e un bar aperto per chi, come noi, giunge presto in città, dopo una notte di viaggio. La realtà si è rivelata peggiore di quello che immaginavo.

Arrivati a destinazione il bus rallenta, varca un ingresso sulla destra completamente avvolto dal buio. Dal finestrino noto sulla sinistra della gente che dorme sulle panchine, le perdo di vista, continuo a fissare il buio davanti a noi. Finalmente giungiamo nel piazzale, lo sgomento. Una sorta di campo profughi con gente che bivacca, fuma, beve birra, fissa il nostro bus. L’autista ci fa scendere e riparte. Mi guardo velocemente intorno e c’eravamo solo noi, circondati da una moltitudine di gente che tutto aveva, tranne che un aspetto rassicurante. Non ci sono luci, non ci sono bar, non ci sono taxi, non mi funziona il telefono, sono fottuta. Due donne sole scaricate in un contesto pericolosissimo. Chiedo ai genitori dell’unica ragazza che è scesa con noi di farmi compagnia cinque minuti, mentre lo faccio intravedo un taxi in lontananza. Lascio con loro mia figlia, inizio a correre come se non ci fosse un domani, attraverso il piazzale mentre si era scatenata una rissa tra immigrati e l’autista di un altro bus stava per essere aggredito. Raggiungo l’auto tra urla e spintoni, supplico il ragazzo del taxi (c’erano altre due ragazze, di lingua inglese, nella mia situazione). Ci carica, lascia lì le altre due ragazze dopo aver chiamato un altro taxi (non so perché non ha voluto caricarle con noi), ci allontaniamo e finalmente mi sento in salvo ma turbata, molto turbata. Ci porta in Piazzale Cadorna, zona decisamente più tranquilla anche a quell’ora. Riprendiamo fiato, mia figlia mi chiede se Milano è tutta così. Le dico di no…almeno, lo spero.

Milano, 10 anni dopo...il degrado.
Io e mia figlia in Piazzale Cadorna, dopo la paura iniziale.

Credo che quello che è successo a noi e che, a questo punto, succede a tutti gli sventurati che hanno Lampugnano come destinazione, sia una cosa gravissima. Non so cosa sarebbe potuto accadere se non avessi trovato l’unico taxi disponibile, non so come facciano i turisti stranieri a venire fuori da una situazione alla quale non sono sicuramente abituati. Un benvenuto in Italia traumatico, e fidatevi se vi dico che vivere dal vivo quei momenti è più terribile che leggerli in un blog, come state facendo adesso.

E il resto? Come hai trovato la città?

Beh, Milano è sempre bella, però ci siamo fermate un giorno e abbiamo potuto visitare solo il centro, che mi è sembrato più scarno, ma abbastanza in ordine. La cosa che ho trovato in pessime condizioni invece è stata la metropolitana. Stazioni semi fatiscenti, treni vecchi e rumorosissimi. Per parlare dovevamo urlare. Non li ricordavo così e il servizio non si avvicina minimamente a quello viennese. Ho incrociato anche qualche tram e ho notato che i mezzi più nuovi avevano tutti i sedili arrugginiti.

Alla fine ci siamo dirette alla stazione centrale per  prendere un treno  e andare a Verona, anche lì  sgomento. La zona esterna alla stazione è un campo profughi di gente che bivacca e spesso importuna i viaggiatori. Una situazione vergognosa, pericolosa e inaccettabile per una città come Milano. Completamente un’altra esperienza quella che abbiamo vissuto a Verona, ve la racconterò nel prossimo post.

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Non so che dire!


 

Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere.
(Emily Dickinson)


 

Ho così tante cose da dire che non so che dire.

Pensavo a quanto si sia persa l’abitudine al sano confronto, allo scambio di opinioni che porta in seno l’intento di venirsi incontro. Ma sono troppe le parole che mi servirebbero per dirvelo, e non so cosa dire.

Pensavo alla gente che ormai si attacca alla gola del prossimo, per azzannarlo appena quello osa proferire una parola che non aggrada l’interlocutore. Quanti modi potrei utilizzare per descrivervi questo? Tanti, forse troppi e mi ci perdo, non sapendo cosa dire.

Mi è venuta in mente la generazione dei nostri nonni, gente che ha dato mani, culo e vita per regalarci la libertà che abbiamo oggi di sparare cazzate continuamente. Potrei approfondire questo aspetto, è interessante ma difficile, così difficile che non so che dire.

libri
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Pensavo anche alla generazione dei nostri genitori. Per uno di quelli che si è spaccato la schiena davvero, ce ne sono almeno altri 100 che hanno mangiato il loro, quello dei figli, dei nipoti e avanti così per almeno due secoli a venire. Hanno rubato il nostro futuro e stanno lì a farci la paternale. Come potrei esprimere bene un tale concetto? Io…non so cosa dire.

Penso alla tanta gente dal dente avvelenato, pronta a puntare il dito agitandolo davanti al naso. Sapete dove andrebbe messo quel dito? Vorrei trovare le parole giuste, ma non so come dirlo. Non è facile dire a qualcuno dove mettere il dito.

Per finire mi vengono in mente i leoni da tastiera, codardi nella vita, conigli tra i conigli, pecore tra pecore, monete false tra monete false. A loro vorrei dire che certe cose andrebbero dette in viso, sarebbe interessante vedere se la bocca è splendida quanto l’indice. Lo penso ma poi, non so cosa dire.

Quanto sarebbe bello se ognuno iniziasse ad ascoltare, spogliandosi da ogni pregiudizio. Quanto cambierebbe la nostra vita se ognuno iniziasse a pensare che cazzo…forse l’altro ha ragione, o comunque non ha completamente torto!? Come sarebbe tutto più semplice se A non si sentisse sempre, e anche inutilmente, minacciato da B e insieme camminassero verso il punto C. Sarebbe bello sì, così bello che non so che dire…


Riuscirai sempre a trovarmi nelle tue parole, è là che vivrò. (Dal film Storia di una ladra di libri)


 

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Meno 11 al ri-espatrio #Diariodibordo


Le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita.
(Jack Kerouac)


 

Catania 25.02.2016 h18.30

Ci siamo quasi, mancano pochi giorni (esattamente 11) alla partenza. Nel primo espatrio avevamo già la casa, quindi siamo potuti partire tutti insieme. Io, maritino, figlia e cane pazzo al seguito. Stavolta è diverso, il rientro in Italia ci ha fatto bruciare molte (troppe) risorse quindi la strategia deve essere rivista.

Partirà per primo maritino, in solitaria. Io resterò qui con figlia e cane pazzo finché non sarà finita la scuola. Intanto lui avrà il tempo per organizzare con calma il nostro arrivo.

Non abbiamo (come la prima volta) l’ostacolo della lingua, che abbiamo avuto modo di esercitare in Germania per due anni. Gli agganci lavorativi non mancano, ma bisogna trovarsi in loco per essere presi in considerazione. Per quanto riguarda il dormire, abbiamo trovato una condivisione, soluzione ideale per chi inizia a muovere i primi passi in una città nuova.

Immagine presa da internet
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Come ci sentiamo?

Euforici, pieni di entusiasmo ma anche un po’ tristi. Non siamo mai rimasti separati per così tanto tempo, ci piace condividere ogni cosa e questa lontananza è la parte meno piacevole di questo nuovo espatrio. Però sappiamo che è un passo necessario da compiere, fondamentalmente stiamo per espiare il terribile errore di essere rientrati in Italia. Per fortuna la tecnologia corre in nostro aiuto e Skype diventerà un fedele amico. Grazie a maritino expat potrò iniziare presto a raccontarvi Vienna e le risorse che questa città ha da offrire!

In tanti mi chiedono come ha preso questo nuovo cambiamento nostra figlia. Devo dire…bene! Lei si trovava a suo agio in Germania, non voleva rientrare, quindi l’idea di tornare in un contesto simile le permette di affrontare con serenità anche questo cambiamento. Cane expat invece non è molto convinto, ama i suoi spazi e i suoi riferimenti (palline, pupazzetti sonanti, angolini sul divano e giardino), per lui non sarà semplice lasciarli, soprattutto non sarà semplice andare a vivere in un posto che non ha ancora come riferimento le sue puzzine.

Però si sa, nessun grande traguardo è stato raggiunto senza grandi sacrifici…noi siamo pronti (quasi…)…

Raccontate qui, nei commenti, se anche per voi è stata necessaria un’iniziale separazione! 🙂


A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco.
(Michel de Montaigne)


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Taglio il cordone ombelicale con l’Italia!


La presunzione di onniscienza sorta con internet ha generato l’errata e arrogante convinzione secondo cui lo sforzo fisico del viaggio è diventato superfluo.
(Paul Theroux)


Questo è il nostro secondo espatrio. La prima volta la nostra avventura estera è durata due anni. Non sapevamo cosa avremmo trovato, forse non eravamo emotivamente pronti ad affrontare nella maniera giusta così tanti cambiamenti. Nonostante fossimo lontani, abbiamo sempre tenuto mentalmente un piede in Germania e un piede in Italia.

Non potevamo fare a meno di seguire con esagerato trasporto la politica italiana, eravamo sempre impegnati a coltivare l’illusoria speranza che le cose prima o poi sarebbero cambiate nel nostro “Bel Paese”. Il desiderio di “integrarci” in terra teutonica veniva quotidianamente sopraffatto dalla sensazione di “appartenere” all’Italia, da una melodia mediterranea che faceva da sottofondo ad ogni singola giornata. Nonostante gli sforzi eravamo indissolubilmente legati (troppo) a un Paese e ai ricordi che in esso avevamo accumulato negli anni.

keep-calm-and-ciao-ciao-29Questa volta sarà diverso, ora che abbiamo pagato a caro prezzo la dedizione e la passione che ci legavano alla nostra terra di origine. Il nostro non sarà solamente un espatrio, sarà il taglio (netto) del nostro cordone ombelicale con l’Italia. Il nostro obiettivo è quello di immergerci completamente nel Paese che ci ospiterà. Non permetteremo a nostalgie, ricordi, emozioni fugaci di ledere in alcun modo la nostra nuova avventura.

Vienna è una città che ha molto da offrire, noi vogliamo essere come un foglio bianco sul quale tutto è ancora da scrivere. La scoperta di quella nuova realtà sarà per noi lo stimolo che ci permetterà di superare tutte le difficoltà, perché siamo consapevoli del fatto che ci saranno.

Quindi spero vivamente di riuscire a trasmettervi tutta la gioia che una scoperta quotidiana è in grado di regalare. Pensare che a breve sarò oltre confine, mi fa stare meglio, vedo anche io la luce in fondo al tunnel. Un grande in bocca al lupo a chi rimane, a tutti gli amici che continuano a lottare affinché qualcosa cambi. Mi auguro per loro che accada, per quanto mi riguarda credo di non avere il tempo né la voglia di aspettare che il miracolo avvenga! E a tutti quelli che dicono che “scappare” è la via più facile dico…beh…provateci voi! 😉


Non c’è niente come tornare in un luogo che non è cambiato, per rendersi conto di quanto sei cambiato.
(Nelson Mandela)


Immagine presa da internet
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50 sfumature di munnizza! #Diariodibordo

Più di una volta mi sono sentita dire…”Sei rientrata dalla Germania perché non ti piaceva, ora rompi i coglioni perché non ti piace come viviamo in Sicilia!” oppure “Con tutti i problemi seri che ci sono, ti attacchi alla spazzatura o alle auto in terza fila?”. E così ogni problema non è il problema principale, io sono una che non si adatta e la Sicilia è il posto migliore del mondo.

Devo essere sincera, ho sempre evitato di mettervi al corrente di certe situazioni di degrado (un po’ per vergogna), fino a stamattina, quando uscendo ho ammirato il solito spettacolo…

Munnizza
Non è il terzo mondo ma un paese in provincia di Catania.

In questo paese non esistono bidoni per la spazzatura, né in strada né all’interno dei condominii. L’unico posto dove si può buttare è per terra, come nella foto (scattata oggi). In altre località i bidoni ci sono, ma la gente “deve” lanciare la spazzatura dall’auto in corsa (per pigrizia) quindi il risultato è simile. Avete idea di come sia in estate con le temperature che raggiungono e superano i 40 gradi? Per non parlare dei gatti che aprono i sacchetti, facendo finire tutto il contenuto sull’asfalto, che non viene mai disinfettato!

Ho provato a chiedere, pare che ci siano secolari riunioni in corso tra sindaco e luminari, che a fatica dovranno trovare il modo di mettere dei contenitori per strada.

Il resto del mondo è nel 2016…qui? Le gente vive come se non vedesse quello che vedo io, come se tutto questo fosse normale!!!

L’ho detto e lo ripeto…mai avrei pensato che la mia Sicilia mi avrebbe fatto rimpiangere così tanto la Germania. Detto questo, la prossima meta è decisa! Alla prossima!

Roberta

 

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