Ripartire da zero in un posto dove non sei nessuno #MaryJane #Londra

Oggi la collaborazione con il sito web “Donne che Emigrano all’Estero” ci porta a Londra con Mary Jane. Vorrei approfittarne per ringraziare lei e tutte le donne che decidono di mettersi in gioco, facendosi intervistare. Non è da tutti raccontare pubblicamente dettagli privati della propria vita, io ammiro davvero tanto chi riesce a farlo. Buona lettura. Roberta

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Ciao Mary Jane! Grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta e grazie a voi per questa intervista!

Io nasco partenopea ma da subito, neanche compiuti 3 anni, sono stata  catapultata in una realtà multinazionale. Ho infatti avuto la fortuna di frequentare una scuola americana che è stata per me un’esperienza fondamentale. Sono stata a contatto con persone che venivano da diverse parti del mondo e che si portavano dietro la bellezza della loro cultura e la ricchezza della differenza. Mi ha insegnato tanto quel periodo e penso che il connubio tra le mie radici mediterranee e l’internazionalità dei miei primi anni scolastici abbiano significato molto per me, nel bene e nel male. In seguito ho frequentato un liceo linguistico e poi mi sono avviata agli studi universitari. Dopo qualche anno mi sono trasferita a Roma e lì mi sono laureata in legge ma già da tempo in me c’era un’irrequietezza rispetto alle scelte della vita. Da piccola, infatti, sono sempre stata legata alla musica. In famiglia ci sono diversi musicisti amatoriali, primo fra tutti mio padre che suona la chitarra e con cui mi divertivo e tutt’ora mi diverto a cantare. Per molti anni ho studiato pianoforte classico ma ho interrotto spesso gli studi per motivi ogni volta diversi. Poi mi sono accorta che la mia vera passione era il canto e lì è cambiato tutto. Ho cominciato a prendere lezioni verso i 20 anni e poi mi sono iscritta ad un’accademia di musica a Roma, ed è in questa città che la mia passione ha pian piano preso una nuova direzione ed è diventata una professione.

Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata a Londra?

unnamedCome ti dicevo prima, credo che l’ambiente multiculturale in cui ho vissuto da ragazzina abbia modellato molto il mio carattere ed il mio approccio alla vita, sia in positivo sia in negativo. Ti dico questo perché da sempre quell’apertura mentale mi ha fatto sognare in grande e mi ha spinto verso i viaggi e la conoscenza, ma mi ha anche fatto sentire fuori posto. Ho sempre avuto la sensazione di non avere delle vere radici, di mancare di un’identità di appartenenza precisa perché tutto intorno a me cambiava di continuo. Ci ho messo tantissimo tempo a riconciliarmi con la mia terra e con me stessa. Partire era essenziale per capire dove appartenessi nel mondo. L’occasione di espatriare ha tardato a presentarsi ma poi, quando finalmente è arrivata, l’ho colta al volo. Così ho unito la mia esigenza di muovermi e di sperimentare un mondo nuovo con la mia attività di cantante. Sono qui perché voglio vedere quanto riuscirò a rendere grande questa mia passione e per farlo devo imparare quanto più possibile. Londra ti offre l’occasione di vedere la musica sotto un’altra luce, di capirla fino in fondo. Qui c’è il meglio del meglio come negli States e se ti ci metti di buona lena e con tenacia questo è un posto che ti può dare tanto. Di musicisti ce ne sono a frotte ma nessuno pensa che tu sia un perditempo se vuoi vivere di musica. Certo, facile non lo è e non lo sarà mai, ma questo forse è il bello della vita! Devi mettere tutto l’impegno che puoi e fallire un milione di volte per vedere dove arriverai e una volta arrivato devi ripartire, non ci si può fermare mai!

Descrivi le emozioni che hai provato il giorno della partenza.

Devo essere sincera: di emozioni ne ho provate tantissime e ne provo tutt’ora diverse. Non dimentichiamoci che sono un’espatriata novella! Il giorno della partenza tuttavia credo di non aver realizzato cosa stesse accadendo. Un po’ perché la mia famiglia è a Napoli ed io vivevo già  Roma da 7 anni, quindi il distacco è stato graduale. Comunque quel giorno se c’è una cosa che ho sentito chiaramente, questa è stata la sensazione che da quel momento sulle mie spalle cadeva una responsabilità enorme. Ero già psicologicamente e mentalmente preparata alle difficoltà che comporta trasferirsi in un paese nuovo e ricominciare tutto da zero (o quasi!), ma essere sull’aereo mi ha dato la chiara percezione che stava realmente accadendo. Era una cosa che desideravo da anni e anni e quando è arrivata la testa mi si è inondata di dubbi! Ce la farò? Non ce la farò? E se poi voglio tornare indietro?! Insomma, sono una che si pone un sacco di domande ma alla fine va e ci prova. Credo che solo provandoci si possano ottenere delle risposte

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?2

Per prima cosa, la burocrazia e le difficoltà pratiche legate al trasferimento. Questa città ha un sistema di organizzazione molto preciso ma per entrarci devi rispondere a diversi requisiti. Per aprire un conto in banca ti serve un domicilio fisso e una prova che tu abiti in quel posto, per avere una  casa ti serve un conto in banca o una busta paga, per trovare lavoro devi almeno avere un tetto sulla testa e via così. È un cane che si morde la coda e quando sei un freelance è un caos! In secondo luogo, trovare una sistemazione adatta: io mi sono trasferita qui con il mio compagno ed entrambi abbiamo dovuto far conciliare le nostre esigenze di vita con le difficoltà iniziali che ti si pongono davanti in nuova una città appena ci metti piede. Cercavamo un’abitazione indipendente dal momento che entrambi lavoriamo con la musica e molte opzioni di condivisione per noi erano impensabili. Però, allo stesso tempo i costi di una casa qui sono proibitivi e inizialmente devi adattarti. Insomma, alla fine siamo passati da un Airbnb, a uno studio flat ad un appartamentino trovato grazie ad un’amica. Infine, una difficoltà iniziale è sicuramente dover ripartire da zero in un posto dove non sei nessuno. Devi ricostruire tutto: amici, conoscenze, la tua vita professionale e personale. Per poter fare quello che vuoi devi prima inserirti in un contesto nuovo che ti chiede di metterti alla prova e di dimostrare di potercela fare. Non è una passeggiata.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

Io ed il mio compagno abbiamo messo da parte dei soldi per arrivare qui e non dover essere subito travolti da tedi economici mentre ci organizzavamo. Il nostro campo è un po’ particolare e, nonostante io lavori anche come scrittrice e traduttrice freelance, volevamo stare tranquilli per i primi mesi e disbrigare tutte le formalità burocratiche del caso che spesso molti immigrati lasciano irrisolte a lungo o addirittura a tempo indefinito. Purtroppo il cambio con il pound ci ha sconvolto i piani perché ci siamo mossi in un periodo estremamente sfavorevole all’euro. Adesso le cose gradualmente migliorano ma il nostro è un caso particolare. Siamo venuti qui con un’idea precisa e quindi abbiamo dovuto calibrare il tutto alle nostre esigenze. Chi si trasferisce per cercare un lavoro in un qualunque altro campo, può anche venire qui con una disponibilità limitata e trovare da subito una stanza ed un una prima occupazione per avere un’entrata fissa. Io comunque consiglio di arrivare qui con almeno €2.000, per essere sicuri di avere le spalle coperte per i primi periodi di assestamento.

Ho sentito gente raccontare Londra come una città magica, altri invece ne hanno parlato descrivendola come caotica e pericolosa. Tu che impressione hai avuto?

Personalmente credo sia una città dai mille volti! È magica e allo stesso tempo caotica, viva ma comunque spersonalizzante. Londra secondo me è quello che tu vuoi che sia e che riesci a tirarne fuori. Questa città offre di tutto: musica, cultura, eventi di vario genere. Non puoi mai annoiarti! Certo, è anche un posto immenso dove tutto è veloce e si rischia di vivere in una realtà dentro la realtà, isolandosi dal mondo esterno. Il mio lato estroverso e , legato al campo della musica, è attratto fatalmente dalla metropoli ma il mio animo solitario ed intimista ci fa a botte! Per il momento però, credo sia il posto che mi serve per imparare e crescere professionalmente, quindi la vedo come un punto di partenza.

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Hai ricevuto il supporto della tua famiglia riguardo questa scelta?

La mia famiglia è abituata al mio vagare perpetuo oramai! Tuttavia, in questo caso, ho sentito chiaramente il loro desiderio di starmi vicino e il loro dispiacere nel fatto che stessi andando a vivere in un altro Paese. Ma credo che sia più preoccupazione nel vedere una figlia che nella vita ha fatto scelte non troppo lineari ed ordinarie! Comunque, anche se non sempre la comunicazione è facile, non mi ostacolano e sono sempre presenti, cose che apprezzo moltissimo.

Avresti potuto fare le stesse cose rimanendo in Italia?

Forse si, forse no. Di certo qui tutto quello che si affronta è facilitato da un’organizzazione impareggiabile. Inoltre questo è il paese delle possibilità: se qualcosa la vuoi fare davvero puoi provare anche a creartela e, a prescindere dal risultato finale, sicuramente ci sarà qualcuno che ti ascolterà e ti sosterrà nel percorso. In Italia sotto quest’aspetto siamo abbastanza indietro e lo dico a malincuore. Al di là di questo però, credo sia una questione molto personale. Io sono qui perché volevo provare ad inseguire un sogno, perché volevo fare un’esperienza di vita all’estero e perché sono fondamentalmente una viaggiatrice compulsiva. Sarei partita comunque, presto o tardi.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci anche quest’esperienza.

Questa storia rientra nel capitolo: “Le opportunità generate dall’azione”! Cominciamo col dire che io sono una persona che ha fatto molte, forse troppe cose nella sua vita, ma le mie vere passioni sono la musica e la scrittura. Ho sempre scritto e, sin dai tempi del liceo, assillavo le mie compagne di classe con lettere chilometriche e vagamente filosofiche e di nascosto scrivevo poesie durante le lezioni di scienze e matematica! Purtroppo, tranne in sporadici casi in cui ho scritto per qualche testata locale, non ho dato seguito pratico a questa urgenza creativa, rilegandola piuttosto ad una sfera privata e personale. Da quando mi sono proiettata verso Londra però, ho preso coraggio e mi sono proposta come blogger e copywriter, facendo un po’ di esperienze, e ad un certo punto mi si è parato davanti il sito di DCEE. Ci ho curiosato qualche tempo, leggendo le storie delle fantastiche donne che ci scrivono, poi mi sono detta: “Ma perché non provarci?” e così ho scritto a Katia (fondatrice del progetto) dicendole che ero una nuova expat a Londra, legata al mondo della musica. L’ha presa abbastanza bene a quanto pare! 🙂

Pensi di tornare a vivere in Italia? Che emozioni provi nei confronti del nostro Paese?

Non lo so sinceramente. Non lo escludo come non escludo la possibilità di trasferirmi anche in un altro Paese. Il mio sogno sarebbe quello di girare il modo e vivere in diversi luoghi per poter conoscere più culture e modi di vivere possibili. Forse in futuro mi vedo nuovamente a Napoli. Ho un rapporto di odio e amore con questa città, come molti miei concittadini, ma oggi non posso negare il legame viscerale che ci unisce. Ci ho messo davvero un’eternità ad accettarlo e adesso è una parte essenziale della mia persona. Nei confronti dell’Italia provo una grande malinconia. È un Paese meraviglioso e dall’immensa ricchezza storica e artistica. Secondo me su certi fronti è anche estremamente all’avanguardia ed è fucina di idee creative ed uniche. In Italia nascono alcune delle migliori menti artistiche, scientifiche ed imprenditoriali ma tutto si perde in un fumo denso di lassismo, inedia e noncuranza. Manca di organizzazione e di quel tot di regole che servirebbero per renderlo il paese perfetto. Fortuna che ci sono italiani, alcuni li conosco personalmente, che nel limite delle loro possibilità lottano per cambiare le cose. Credo che senza una sovrastruttura adeguata serva comunque a ben poco ma lo spirito è quello giusto. Forse, in qualche modo, il mio desiderio nascosto è quello di fare la mia parte da fuori e magari tornare un giorno a portare lì quello che ho imparato stando all’estero. Non sono certo la sola a pensarla così ma la realtà dei fatti è che intanto la vita va avanti e non si possono fare progetti troppo distanti nel tempo.

Cosa consiglieresti a tutte le persone che vorrebbero partire ma non hanno i mezzi per farlo?

1Credo che se una persona lo desideri davvero, deve farlo a tutti i costi. Tuttavia, io non posso dare consigli in merito a questa situazione perché la mia è stata una scelta ragionata ed organizzata. Se dovessi dare un parere personale sarebbe quello di risparmiare un po’ prima di partire. Londra non è una città facile e non aspetta nessuno, ma se ci si arma di pazienza e buona volontà è una città che dà occasioni e possibilità e sicuramente dà lavoro a chi lo cerca. Consiglio inoltre a tutti di integrarsi subito, una volta arrivati qui, e di risolvere tutte le questioni burocratiche e legali dal giorno uno (NIN, iscrizione all’Aire, conto in banca ecc.), senza cadere nella trappola dell’arrangiarsi. Fare le cose secondo criterio significa ricevere una valanga di servizi di rimando, dall’assistenza sanitaria gratuita, al job placement, ai servizi della comunità. Tenete sempre presente che Londra è una città cara per quanto riguarda alloggi e trasporti, ma tutto il resto è abbordabile e si trova qualunque cosa per qualunque tasca. Bisogna soltanto avere un po’ di coraggio e tanta tenacia senza perdersi mai d’animo!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

In realtà credo di essermi dilungata fin troppo: ho la chiacchiera facile anche per iscritto! Ti ringrazio per quest’intervista e per avermi dato l’opportunità di raccontare la mia esperienza. Non sono una veterana dell’espatrio ma è certamente una situazione che ho dovuto analizzare, organizzare e preparare. Adesso sono qui e mi farà piacere condividere le mie impressioni e le mie vicissitudini con chi vorrà saperne di più. Seguiteci su “Donne che Emigrano all’Estero” se vi interessano le storie di donne che sono espatriate e volete conoscerne i dettagli. Potrete così leggere, oltre che della mia, anche di esperienze diverse in vari ambiti e Paesi. A presto!

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Qui si prende la giusta velocità #Francesca #Senegal

Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia.
(Ernest Hemingway)


Oggi la collaborazione con il sito web “Donne che emigrano all’estero” ci fa volare in Africa, con Francesca. La ringrazio per la sua disponibilità e vi auguro come sempre…buona lettura! Roberta
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Ciao Francesca e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Buongiorno Roberta, innanzi tutto grazie mille per il tuo interesse verso la mia storia. Sono Francesca, nata e cresciuta nella provincia di Bergamo. Ho 27 anni, e sono un’infermiera. Poco dopo la laurea ho risposto a un annuncio di un grosso tour operator francese che cercava infermiere per i suoi villaggi vacanza. Per quattro anni ho viaggiato con loro, prima in Italia poi in Grecia e in fine in Senegal. Unendo l’utile al dilettevole, viaggiavo, conoscevo nuove persone, imparavo le lingue e mi divertivo tutto questo facendo il mio lavoro e imparandolo a fare in contesti non sempre facili, spesso in urgenza con persone straniere lontane da casa che invece di svagarsi in vacanza si erano ammalate o ferite. Quando ho lasciato la Grecia l’ho fatto con le lacrime agli occhi ma sapevo che pochi giorni dopo sarei arrivata in Senegal, ed era dall’inizio dei miei studi che sognavo l’Africa, forse anche da prima.

Prima di espatriare hai provato a realizzarti in Italia?

Dopo la Laurea ho mandato per qualche mese curriculum a destra e sinistra, mi aveva contattato solo una casa di riposo per un contratto da 10 ore a settimana in libera professione, ho iniziato subito a cercare proposte all’estero, purtroppo la professione di infermiera è ancora poco riconosciuta in Italia, molti non sanno neppure che siamo laureati.

Raccontaci come sei arrivata a optare per il Senegal.

IMG_1934Come spiegavo prima, lavorare in Africa era il mio sogno, sapevo che arrivando con l’azienda per la quale lavoravo avrei avuto più possibilità di trovare un aggancio locale a fine contratto, e cosi è stato. Nel frattempo come in ogni bella storia ho conosciuto il mio fidanzato, Victor, un colpo di fulmine nel cielo caldo e afoso del Senegal. Cosa che mi ha dato la spinta finale per fare il grande salto e scegliere di restare. A decisione presa un amico studente ingegnere francese, che stava lavorando al progetto di costruzione di un dispensario, mi ha parlato dell’associazione con la quale collaborava (Casamasanté.org) mi è piaciuta la loro filosofia e il loro progetto. Ho cosi iniziato a collaborare con loro prima a tempo perso e da qualche mese full time. Ci occupiamo di medicina scolastica, per i circa 1500 bambini delle scuole materne e elementari del villaggio in cui vivo e della costruzione del dispensario che iniziata da qualche mese.

Quale è stata la difficoltà maggiore da superare?

La difficoltà maggiore da superare è stata l’integrazione. La relazione con Victor è stata mal vista da molti, moltissimi. Io sono ed ero una europea giovane e squattrinata che stava inseguendo un sogno e compiendo una scelta che pochi fanno. Lui ha 27 anni, viene da una famiglia rispettata, ha un lavoro, con un contratto a tempo indeterminato , una condizione rarissima in Senegal. Gli anziani, ma anche i giovani hanno cercato di dissuaderlo, come se si potesse dissuadere qualcuno dall’amare una persona. Avrebbero preferito che frequentasse una donna bianca adulta e ricca, o che sposasse una ragazza del villaggio. Le ragazze e le donne per un buon periodo quindi non mi salutavano neppure, considerandomi una nemica da combattere. Attualmente la situazione è migliorata, complice il lavoro che svolgo, in un luogo in cui l’accesso alle cure sanitarie è complesso e costoso, l’infermiera è una persona rispettata, l’infermiera che lavora con i bambini del villaggio lo è ancora di più.

Quale è la reale percezione della vita quando si arriva in quei luoghi?

La percezione della vita cambia totalmente, rianalizzi le necessità e dai una nuova scala alle priorità. Svaniscono la frenesia, la pressione, la fretta. Il tempo scorre in un altro modo, come se prima avessi sempre vissuto con il tasto “fast forward” premuto durante il film della mia vita. Questo non vuol dire che qui si va al rallentatore, vuol dire che si prende la giusta velocità; una velocità che ti lascia il tempo di dire buongiorno a tutti quelli che ti incontrano, e di fare un sorriso a tutti i bambini che gridano il tuo nome dall’altro lato della strada. Mi chiedo 3 volte se è veramente necessaria una cosa prima di comprarla. Prendo un taxi solo per compiere lunghe distanze, altrimenti cammino a piedi. Guardo il paesaggio, e mi stupisco ogni giorno nel notare qualcosa di nuovo.

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Quale è stata la cosa che maggiormente ti ha colpita?

La cosa che mi ha maggiormente colpita e affascinata è il rapporto con la fede. Il Senegal è a maggioranza di fede Islamica, la zona della Casamance in cui vivo ha un’alta concentrazione Cattolica. Le religioni convivono senza problemi. Le scuole sono chiuse a tutte le feste cattoliche e mussulmane per non far torto a nessuno. La chiesa e la moschea sono a 100 metri di distanza. Quando ci sono eventi importanti per i quali moschea e chiesa sono troppo piccoli si va nel campo di calcio per far spazio a tutti. Tanti sono animisti, o ancor meglio feticisti, alla base. Ognuno ha il suo talismano protettore intorno alla vita, che sia un feticcio o un gris-gris o entrambi (e più di uno). Tutti si rispettano , tutti convivono insieme. Il giorno di Natale i cattolici invitano i mussulmani a casa per pranzo, e alla Tabaski i mussulmani invitano i cattolici. È talmente semplice che è stupefacente.

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

L’espatrio in Senegal mi ha rivoluzionata, sono diventata meno impulsiva e piùDSC02773 riflessiva. Sono più attaccata alla mia famiglia rispetto a prima, cerco di scrivergli un messaggio quasi ogni giorno cosa che prima facevo una volta ogni due settimane, li rendo partecipi della mia nuova vita, aspettano con ansia le mie foto e si commuovono con i video dei miei studenti che cantano e ballano.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci anche quest’esperienza.

“Donne che emigrano all’estero” è stato il raggio di sole nella tempesta delle mie paure post espatrio. Trovare questo gruppo di donne che hanno compiuto una scelta simile alla mia e che si ritrovano di fronte ai miei stessi problemi, è stato qualcosa di incredibile, non mi sentivo più sola.

Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Ho scritto un post qualche giorno fa su “Donne che emigrano all’estero” su questo tema, mentirei rispondendo che mi manca e mentirei dicendo che non mi manca. Sicuramente un giorno tornerò in Italia, se sarà per sempre però non posso ancora dirlo.

Cosa ti aspetti da questo 2016?

Io e Victor abbiamo grandi progetti per questo 2016, ma per ora non diciamo niente. Mi piacerebbe che il 2016 inoltre porti le mie amiche e la mia famiglia qui in Casamance, vorrei che vedessero con il loro occhi perché ho scelto di restare qui.

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Qui c’è della luce, in fondo al tunnel! #Minie #Sydney

Il 2015 è stato un anno pieno di interviste e di donne che, coraggiosamente, hanno deciso di lasciare tutto per cercare “altrove” una realizzazione personale, oltre che un modo dignitoso di poter vivere la propria vita. Ringrazio per questa possibilità Katia, ideatrice del sito web “Donne che emigrano all’estero”, e tutte le viaggiatrici che hanno deciso di condividere con noi la loro esperienza. Il 2016 è appena iniziato, lo inauguriamo con l’intervista fatta a Minie da Sydney, un’artista che ha deciso di non rinunciare al suo sogno. Che sia un anno meraviglioso per tutti! Vi auguro di trovare il coraggio di lasciare le poche certezze che avete se non appagano la vostra sete di vita! Buona lettura…Roberta

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Ciao Minie e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta, grazie a te dell’intervista! Originariamente ferrarese e Antonella (ho dovuto adottare il nome d’arte “Minie” quando mi sono accorta che in Australia nessuno azzeccava mai il mio vero nome!), sono la classica artista che una ne fa e cento ne pensa! Attrice, cantante, da poco scrittrice (a fine ottobre è uscito il mio libro “Stella in Australia”), in Italia ero anche insegnante di dizione neutra. Ho la fortuna di essere sposata (da quasi 10 anni!) con un uomo che capisce e condivide i miei sogni: mio marito ed io suoniamo in duo musica jazz e classica da parecchio tempo e devo dire che vivere questo lavoro/passione insieme lo rende ancora più piacevole.

Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata in Australia?

In Italia Ermanno ed io abbiamo provato, per alcuni anni, a far diventare l’arte il nostro mestiere principale. Indovinate com’è andata. Arrivavano dei risultati, cominciavamo a vedere dei riscontri a tutti i nostri sforzi, ma il tutto con dei tempi pachidermici e senza mai corrispondere appieno alle nostre aspettative. “Sai che c’è?” ci siamo detti, “noi ce ne andiamo!”. Abbiamo scelto l’Australia un po’ per alcuni parametri che ci eravamo prefissati (lingua, cultura, clima…) e un po’ perché lui sognava l’Australia da tanti anni!

Hai trovato quello che cercavi? 

Christmas CMMSì. I fatti parlano chiaro: in questi 30 mesi australiani abbiamo già avuto più di 50 concerti e suonato in tutta l’area urbana di Sydney, in Central Coast, Canberra, Melbourne, Adelaide. Senza parlare della cultura: qui le regole funzionano, la burocrazia è rapida ed efficiente, la gente è cordiale e il clima è fantastico (matto, ma piacevole!). Chiaramente, per ora, abbiamo anche altri lavori che ci consentano di pagare le bollette, ma questo accadeva anche in Italia. La cosa fantastica è che qui se vali te ne danno merito: qui c’è della luce, in fondo al tunnel!

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?

Il primo è certamente il visto; noi siamo riusciti ad ottenere la residenza permanente (miraggio per chiunque approdi su suolo aussie!) grazie al titolo di studio di mio marito. Non la chiamerei solo “fortuna”, perché abbiamo comunque dovuto affrontare molti mesi di duro lavoro e di preparazione, per riuscire ad ottenere tale traguardo. Ma è certamente vero che per molti il visto permanente è un cammino lunghissimo e molto complicato.

Il secondo ostacolo è stato la lingua: che si abbiano solo alcuni rudimenti di inglese, o che si sia fluenti, la comunicazione della quotidianità è comunque a rilento e necessita di tanta buona volontà e determinazione. Se poi ci si vuole addentrare nello slang australiano, allora sono dolori! Ci vuole uno studio costante, un po’ di intraprendenza e, sì, anche una notevole dose di pazienza in quei rari casi in cui qualcuno rimarca il tuo accento straniero.

Il terzo è la solitudine. Tanta solitudine. E non mi riferisco agli australiani, ma all’Italia: alle volte il tuo e il loro mondo diventano universi talmente differenti che sembra di parlare due lingue diverse. Lì capisci che qualche affetto andrà inevitabilmente perduto.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

La mia storia è particolare per due ragioni: sono venuta con un visto studente (hoIMG_4910 preso un Diploma di Business della durata di un anno) ed ho dovuto pagare il corso e l’assicurazione sanitaria (obbligatoria per tale visto); la seconda ragione è che ci siamo portati dietro i nostri due cani dall’Italia e quella è stata una spesa molto onerosa: intorno ai 5000 euro tutta la procedura burocratica per i cani (quarantena, documenti, volo…). Se si emigra con dei figli, la spesa può diventare ancora superiore. Se siete giovani, single e senza pretese, magari con un budget di 3000 dollari ce la fate. Ma bisogna documentarsi molto bene, perché le spese possono variare. Un esempio? Le regole (e i costi) per i visti cambiano ogni 6 mesi, quindi è bene non basarsi troppo su esperienze fatte da altri, anni prima.

Sei riuscita a stringere qualche amicizia?

Certo! Gli australiani sono persone amichevoli, gioviali; avrei aneddoti molto divertenti su come certe volte ho dovuto inventare balle per non ammettere che non mi piace la birra: sarebbe stato un ostacolo troppo grande alla mia integrazione…ma quanto bevono! La comunità italiana è stata un buon punto d’appoggio iniziale, ma qui è stupendo poter allacciare amicizie con persone di tutte le età, razze, culture e religioni. È un’adorabile boccata di aria fresca!

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Più che cambiarmi, l’espatrio mi ha fatta sbocciare. Ho scrollato di dosso tanta amarezza, tanti pregiudizi, tante frasi fatte stantie che per troppo tempo hanno intorpidito la mia determinazione e la mia voglia di assaporare nuove esperienze. Sono ancora me stessa, solo più schietta, paziente, dinamica, determinata. Ho finalmente capito quanto sia prezioso il tempo a nostra disposizione. O forse sono solo invecchiata!

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci quest’esperienza.

Ho letto i primi articoli di Donne che emigrano all’estero grazie a Facebook; spesso, quando sei un emigrato, cerchi informazioni, persone, esperienze simili alla tua. Ed ecco che ho scoperto una realtà assolutamente interessante ed arricchente, dove ognuna di noi può aggiungere colori e sapori al concetto di “espatrio”. È un sito ricco di informazioni, ricette, consigli, spunti per chiunque, che viva all’estero e non!

Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Assolutamente no. Nel 2016 torneremo per un tour italiano di musica (classica e jazz) e per presentare il mio libro; quattro settimane di lavoro in varie regioni italiane e stop. Devo essere obiettiva? Farò rifornimento di calze velate italiane: sono qualitativamente migliori e a prezzi più bassi.

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Cosa consiglieresti a tutte le persone che vorrebbero partire ma non hanno i mezzi per farlo?

Preferite un’esperienza in UK, piuttosto. Per imparare l’inglese non serve andare dall’altra parte del mondo: il Regno Unito è meno complicato dal punto di vista dei visti di lavoro e di lontananza da casa. Se invece avete proprio l’Australia in testa e sapete che nient’altro vi renderebbe ugualmente felici, allora non mollate mai! La terra dei canguri non è una realtà impossibile, ma richiede una determinazione incrollabile.

Cosa ti aspetti da questo 2016?

IMG_4793Tantissime nuove esperienze! Ho molti progetti dal punto di vista artistico e non; vorrei anche poter visitare nuovi posti: l’Australia, oltre ad una flora e una fauna uniche, offre panorami mozzafiato che meritano di essere vissuti e goduti! Se poi, durante il tour italiano, riuscissi a viaggiare per l’Italia senza arrabbiarmi con Trenitalia, sarebbe il non plus ultra!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Posso fare propaganda? Sul mio sito personale si trovano tutte le informazioni e i link alla nostra musica e ai miei lavori artistici. Mi piace ricevere nuovi pareri e opinioni: aspetto i vostri!

Ultimo consiglio: non smettete mai di vivere i vostri sogni perché a volte si avverano! Se anche non si avverano, rimane comunque una gioia immensa averci provato!

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L’Italia è solo un tassello, il mondo è grande! #Ines #Auckland

Salutiamo il 2015 con l’articolo di Ines dalla Nuova Zelanda. La ringrazio molto per la disponibilità, ringrazio anche Katia che mi ha dato la possibilità di collaborare con il sito web “Donne che emigrano all’estero”. Un’esperienza costruttiva e decisamente illuminante! Vi auguro buona lettura, torneremo con le nuove interviste provenienti da ogni parte del mondo nel 2016! Buone Feste a tutti. Roberta

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Ciao Ines e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao è un piacere scrivere per il mitico Ragionier Ugo! Sono arrivata in NZ due anni fa, partita da Genova, dove avevo lavoro a tempo indeterminato e mutuo da pagare. Prima ancora sono “emigrata internamente “ da Domodossola, città che mi ha visto nascere e crescere, ma poi sono partita alla volta di Zena per studiare. L’esperienza dell’Università è stato un flop, perché dovendo lavorare e mantenermi fuori casa non avevo abbastanza tempo da dedicare allo studio, così ho mollato. Questa storia però non l’ho ancora digerita e prima o poi mi rimetterò sui libri, a costo di farlo a 60 anni! Nel tempo libero cerco di stare il più possibile all’aria aperta (sono amante della spiaggia e qua ce ne sono a bizzeffe), scrivo sul mio blog menteviaggi.blogspot.com e scrivo per il sito “Donne che emigrano all’estero”.

20151215_171150Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata in Nuova Zelanda?

Ho lavorato per 10 anni nello stesso posto, in una sala Bingo, e negli ultimi anni mi sono resa conto di non essere contenta, che non mi sarei vista a lavorare lì per tutta la vita. Avevo voglia di cambiare, di viaggiare, di imparare bene l’inglese e di cambiare professione perché il mondo del gioco e i turni di notte non facevano più per me. Credo che mi stessi annoiando e mi serviva un po’ di adrenalina. Così un giorno ho deciso di licenziarmi e di partire. La meta in realtà era l’Australia, la NZ doveva essere solo una parentesi di qualche mese, per fare un po’ di pratica con l’inglese. Avevo il Working Holiday Visa pronto per entrambi i paesi, ma alla fine ho rinunciato all’Australia perché ho avuto l’opportunità di rimanere qua in Nuova Zelanda.

Quali erano i tuoi obiettivi e di cosa ti occupi attualmente?

L’obiettivo principale era imparare bene l’inglese. Ho già fatto tanta strada, ma non posso dire di essere arrivata! Bisognerebbe studiare per imparare una lingua come si deve, non basta parlarla tutti i giorni. Inoltre per via del mio lavoro frequento molti italiani, quindi si può dire che parlo italiano per l’80% della giornata, altro che inglese! A livello lavorativo, già in Italia, appena mi sono licenziata, non avevo idea di quello che avrei voluto fare in futuro. Insomma ho fatto un solo lavoro per tutta la vita, non avevo altra esperienza e a 30 anni il mio curriculum mi sembrava vuoto. Quando arrivi in NZ con un WHV, senza una laurea e senza particolari esperienze, senza un ottimo inglese, non hai molta scelta. O lavori nell’hospitality, o vai a raccogliere la frutta, o vai a fare la babysitter. Se sei un ragazzo hai invece la possibilità di andare a fare il manovale. Anche io sono finita a fare un lavoro da uomo, sono diventata una pizzaiola!

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?

L’inglese prima di tutto, a volte è un ostacolo anche adesso, perché a volte non hai i mezzi per esprimerti come vorresti e a volte ti trovi davanti delle persone che non fanno il minimo sforzo per venirti incontro. E’ una cosa frustrante. Ti fanno sentire stupida, in realtà se parli almeno due lingue non sei tu lo stupido, sei semplicemente nato in un altro paese e parli fluentemente un’altra lingua. All’inizio era proprio difficile, credo di averci messo 6 mesi a capire abbastanza bene quello che diceva la gente. E dire che ho fatto il liceo linguistico e avevo alle spalle 8 anni di inglese studiato a scuola. Qua hanno una pronuncia particolare e parlano con un sacco di slang, ci vuole un po’ per abituarsi.

Il secondo ostacolo, che non credo ancora di aver superato: integrarsi tra i locali. E’20150824_170625 una cosa che vorrei fare veramente, poter vivere le mie giornate interamente coi kiwi e non sentirmi ancora in Italia perché sono circondata da italiani. Non so se è colpa mia, o se è colpa loro che non mi vogliono, fatto sta che ho ben pochi contatti coi kiwi. Frequento principalmente italiani o altre persone straniere come me, principalmente europee. Auckland è una città al 100% multiculturale.

Il terzo ostacolo credo sia stato l’adattarsi a vivere con un budget limitato. In Nuova Zelanda difficilmente si diventa ricchi lavorando nell’hospitality e la vita è molto cara. Così mi sono ritrovata a dover scendere a compromessi per poter risparmiare qualche soldino. Non ho mai abitato in case veramente belle, ho diviso la casa anche con 5-9 persone, quando vado a fare la spesa difficilmente compro prodotti italiani perché costano troppo. Però nonostante le difficoltà sono contenta, sto bene. Questo paese mi sta dando tanto, se non fosse così non ci rimarrei, in fondo non mi obbliga nessuno.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

Biglietto aereo di sola andata, io ho trovato un’offerta a meno di 500 euro, ma normalmente costa sui 700-900 euro. Ho fatto un corso di inglese il primo mese, mi costava circa 200$ a settimana, l’ostello 150$ a settimana. Per mangiare e uscire diciamo che sono altri 150$ a settimana. Ho trovato lavoro dopo due mesi (ma perché cercavo male!), la maggior parte delle persone che conosco invece ha lavorato fin da subito. Diciamo che in un mese servono 800 euro per vivere senza grandi rinunce o grandi pretese, aggiungiamo 500 euro se volete fare un mese di scuola. Comunque per legge, se si parte con un WHV, bisogna poter dimostrare di avere un minimo di 4200$ e i soldi per comprare il biglietto di ritorno nel caso non lo si possieda già.

20151215_171713Sei riuscita a stringere qualche amicizia?

Qualche amicizia, tante conoscenze. La cosa più brutta è che la maggior parte della gente che conosci qua è solo di passaggio. Ci passi un pezzo di vita e poi loro partono o tu parti. Le amicizie vere e durature sono una specie di miraggio. Ma ho capito che questo è abbastanza un problema comune per noi expat. Forse vivendo in un posto più piccolo sarebbe più semplice stringere amicizie, ma ad Auckland coi suoi 1.4 milioni di abitanti, gente che va e gente che viene, è un po’ un problema.

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Sono una persona semi nuova! Sono cambiata tanto e sto ancora cambiando. Ho un approccio diverso alla vita, più kiwi e meno italiano, più positivo e rilassato. Affronto i problemi “senza fasciarmi la testa prima di rompermela”, continuo a buttare un occhio sul futuro ma mi godo di più il presente, ho scoperto che mi piace stare a contatto con la natura, sono diventata ancora più curiosa, meno viziata, mi adatto più facilmente alle situazioni, non impazzisco più davanti al guardaroba il sabato sera, perché non è importante “cosa mi metto”, quello che metto, metto, va sempre bene! Mi sono anche liberata di quell’orgoglio italiano che, quando andiamo all’estero, ci fa dire che l’Italia è il paese più bello, ha il cibo più buono, la cultura più importante. Ho capito che l’Italia è solo un tassello, che il mondo è grande, che il mondo è stupendo, che la diversità è da apprezzare.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci quest’esperienza.

Quest’avventura è iniziata un anno fa sulla pagina Facebook ed è diventato un progetto sempre più grosso. E’ aumentato il numero delle autrici, siamo sempre più sparpagliate per tutto il mondo. E’ nato un sito Web e abbiamo anche pubblicato un EBook, acquistabile online. Far parte del gruppo delle Donne Che Emigrano è molto gratificante perché mi dà l’opportunità di scrivere per un pubblico abbastanza vasto, far sentire la mia storia ad altre persone che vorrebbero partire ma che magari hanno paura. E’ anche confortante quando si parla dei problemi che si affrontano nella vita da expat, le storie delle altre ragazze e i commenti del pubblico, ti fanno capire che non sei la sola a incontrare certe difficoltà, ti danno la forza per andare avanti nei momenti “no”! Inoltre è molto bello leggere storie di vita quotidiana da ogni angolo del mondo, scoprire le abitudini dei diversi paesi.

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Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Mi mancano a volte delle piccole cose, ma non abbastanza da dire “torno a vivere in Italia”! L’Italia è un paese vecchio, immobile. Il malcontento generale della gente si respira nell’aria. Io voglio respirare positività! Auckland è ai vertici nelle classifiche delle città con la migliore qualità della vita e vi assicuro che non si tratta solo di statistiche. Se non potrò rimanere in Nuova Zelanda, comunque continuerò col mio viaggio. In Italia? Solo in vacanza!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Certo! Concludo dicendo a quelli che vorrebbero partire: fatelo!! Non serve essere coraggiosi. Basta organizzarsi! Se l’ho fatto io, potete farlo anche voi! 🙂

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Insegnate ai vostri figli a lottare! #Viviana #Francia

Oggi la collaborazione con il sito “Donne che emigrano all’estero” ci porta a La Rochelle con Viviana. I punti trattati sono vari e possono diventare uno spunto interessante per chi ha intenzione di andare a vivere in Francia. Buona lettura. Roberta

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Ciao Viviana e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei…

Ciao Roberta, grazie a te per l’opportunità che mi dai.

Sono una quarantacinquenne in periodo post adolescenziale. In pratica sono confusa, a tratti euforica e a volte isterica o depressa. Per fortuna ogni tanto, felice.

Sono nata a Torino da genitori commercianti e sono cresciuta con un grande senso del dovere e del sacrificio, purtroppo.

Ho fatto studi che non amavo (ragioneria invece del liceo artistico) sotto la pressione molto forte dei miei genitori che vedevano nell’impiegata la possibilità di un posto sicuro (quindi zero spazio alla passione e ai sogni). Sono sposata con un uomo francese, conosciuto durante la gita scolastica a Parigi di V° superiore. Ho due figlie di 14 e 12 anni e un cane di nome Angel.

Con il mio lavoro “grigio”, che a tratti e per lunghi periodi ho abbandonato per fare altro, ho sempre coltivato alcune passioni, in particolare la pittura e i cani. Entrambe cose che mi erano state in qualche modo “vietate” dai miei. Pitturo qualunque oggetto mi capiti a tiro (questa mattina sono andata a fare razzia di pietre in spiaggia, con il mio trolley) e per 15 anni ho allevato una razza canina pressoché sconosciuta: l’Hovawart.

Negli anni altre passioni si sono aggiunte alle due già esistenti: la scrittura e il taekwondo. Ho scritto per riviste cinofile, pubblicato due libri e vinto qualche concorso letterario. Con il taekwondo, iniziato due anni fa, ho da poco ottenuto la cintura verde superiore, qui in terra francese.

So che sei da poco in Francia a la Rochelle, come mai hai deciso di espatriare e cosa ti ha spinta da quelle parti?

ile 8.11 3La situazione in Italia si delineava sempre più negativa, sia per il nostro avvenire, sia per quello delle nostre figlie. Da cinque anni ho un contratto a progetto con una piccola azienda torinese dove sono pagata poco (ma si sa, in Italia tutto è permesso) senza alcuna garanzia di continuità e che comunque scadrà alla fine di quest’anno. Mio marito, cuoco, nei vent’anni che è stato in Italia, non ha mai trovato un datore di lavoro che non pagasse, in parte o nella totalità, lo stipendio in nero.

La scuola lasciamo perdere, una vergogna, totale affossamento della cultura unito a un generale menefreghismo di professori e genitori.

La scelta dunque è nata piuttosto spontaneamente. Un giorno ho semplicemente detto a mio marito: “andiamo via da qui” e ho scoperto che anche lui non aspettava altro.

Le condizioni fondamentali per l’espatrio erano comunque la presenza del mare, un clima mite, una città a misura d’uomo dove poter vivere in serenità, con meno criminalità possibile.

Dopo aver scartato i paesi di lingua inglese e spagnola (soprattutto per non destabilizzare ulteriormente due adolescenti!!) abbiamo optato per la Francia, dove comunque vive la famiglia di mio marito, anche se a qualche centinaia di chilometri da noi.

Di cosa ti occupi?

Da cinque anni sono una commerciale BtoB (business to business) e mi occupo incolazione particolare di sviluppare i mercati esteri (francofoni principalmente) per aziende italiane nei settori della meccanica, automotive e industria in generale. Un lavoro che non amo molto. Come potete immaginare anche qui zero creatività! Ho l’unico vantaggio di poterlo svolgere da casa, per questo sto continuando a farlo anche qui.

Quali sono stati gli ostacoli più difficili da superare durante i primi periodi?

Beh… in realtà per me questi sono ancora i primi periodi. Sono a La Rochelle da quasi cinque mesi, ma quello che posso dire è che i “Rochelais” sono molto accoglienti. A scuola le ragazze hanno 4 ore a settimana in più con un’insegnante loro dedicata per l’apprendimento del francese (per fortuna loro lo parlavano già, anche se non benissimo, ma hanno ancora problemi con la scrittura) e nel I° trimestre non verranno valutate con voti veri e propri ma solo per le loro capacità e potenzialità.

Sicuramente, per me e per loro, l’assenza degli amici e della mia famiglia (mia madre è sempre stata molto presente, mia zia, che è poi sua sorella, anche. Purtroppo mio padre non c’è più) pesa molto. Mia madre ha imparato a usare whatsApp a 70 anni, lei che al massimo riusciva a telefonare!!!

Servono referenze particolari o è possibile lavorare anche senza?

Per lavorare qui non c’è bisogno di documenti particolari o referenze, ma il mercato è piuttosto contratto e settoriale, oltre che stagionale. La maggiori opportunità si hanno nei settori del turismo, della ristorazione, dell’immobiliare e nel commerciale. Sto pensando infatti di riconvertirmi a un altro tipo di lavoro, passando attraverso alcune formazioni, ma sono ancora in alto mare da questo punto di vista.

Avevo già vissuto a Parigi per un anno e mezzo nei primi anni 90, fresca di diploma e non avevo mai avuto problemi nel trovare lavoro, anzi! Ora sicuramente i tempi sono cambiati, qui non è Parigi e la mia esperienza da contabile ha subito molte interruzioni, per cui non ho un vero “mestiere” in mano, ma tante esperienze in campi diversi.

Il problema casa e affitto è davvero enorme come si dice?

la rochelleQui, come in altre città della Francia, il problema della casa è veramente enorme. La Rochelle è una zona ancora ricca, benestante, e gli affitti sono altissimi, così come anche l’acquisto di un immobile richiede un apporto di capitali ingente. La città è molto giovane e ci sono circa 13.000 studenti su una popolazione di 80.000 persone. Gli studenti arrivano da ogni parte del mondo, c’è un intero quartiere dedicato alle università. Moltissimi appartamenti vengono affittati solo annualmente e solo a studenti, a prezzi esorbitanti.

Per avere una casa in affitto devi avere necessariamente un lavoro e deve essere in CDI (contratto a durata indeterminata) e se si è in coppia, per almeno uno dei due è d’obbligo, altrimenti vengono richiesti uno o più garanti.

E’ necessario avere uno stipendio pari ad almeno tre volte l’importo del canone mensile di affitto e quando si ottiene l’appartamento si paga un mese di anticipo e una commissione all’agenzia (che equivale circa a una mensilità).

Che capitale serve per poter affrontare la vita in Francia durante la ricerca del lavoro?

Noi non facciamo testo, abbiamo svenduto la casa dove abitavamo in Italia per poter chiudere il mutuo e qualche debito legato a un’attività commerciale che avevamo aperto in Italia (e chiuso per disperazione, con tanto di Equitalia da pagare anche da qui) e siamo partiti con i soldi giusti per pagare il trasloco e i primi affitti e ci siamo buttati. Peggio non poteva andare.

Arrivati in Francia avevamo non più di tremila euro, ma mio marito per fortuna aveva già un lavoro in un ristorante e io (avevo e ho) il mio, ormai in scadenza!

La Francia resta comunque un paese assistenzialista. Qualora dovessi rimanere senza lavoro per un po’ di tempo, avrò diritto a un’immunità di disoccupazione e probabilmente un aiuto per pagare l’affitto di casa. Per i ragazzi che vanno a scuola, fino ai 18 anni, le famiglie a settembre ricevono, in base al loro reddito, un assegno per gli acquisti scolastici che può arrivare fino a 380  euro per figlio. I libri alle scuole dell’obbligo sono in prestito d’uso e a partire dai tre figli, ci sono molti sussidi (i Francesi infatti hanno sempre ALMENO tre figli!!).

Scrivi per il sito “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci anche quest’esperienza.

La mia collaborazione con “Donne che emigrano all’estero” è iniziata subito dopo il mio trasferimento in Francia. Anzi… a dir la verità, avevo già preso contatti con Katia, che gestisce la pagina Facebook e il sito, già in Italia.

Ho scoperto la pagina su Fb per puro caso, non so nemmeno più come, ma è stata una vera fortuna!

Aver letto alcune storie di donne che avevano già fatto il “grande passo” mi ha aiutata a gestire un po’ le mie ansie, soprattutto sotto l’aspetto dell’integrazione per le mie ragazze. Leggevo di bambini ma anche di ragazzi più grandi che avevano vissuto questo cambiamento con molta naturalezza e questo mi ha dato ulteriore spinta.

Una volta arrivata e soprattutto ambientata, in Francia, ho ricontattato Katia e le ho spedito il primo articolo in cui mi presentavo e da subito c’è stata una buona intesa, tanto che mi parlò del progetto sito (ormai attivissimo) e della possibilità di diventare autrice per la Francia, da La Rochelle, dove ora vivo.

Ancora oggi non perdo un solo scritto di donne che, come me, hanno abbandonato una vita per ricominciarne un’altra, in altri posti.

Tra l’altro vorrei consigliare l’E-Book scritto da alcune donne di “Donne che emigrano all’estero”, libro che ho letto che mi ha emozionata, commossa e invogliata a… cambiare di nuovo Paese!!!

Proprio così. Non so se è una cosa che sento solo io, ma ho l’impressione che una volta fatto il salto, non ci si possa più fermare. Vedremo cosa mi riserverà il futuro!

Che sentimenti provi nei confronti del Bel Paese?

Chiamarlo Bel Paese è una presa in giro. Forse ai tempi di Fellini e La Dolce Vita, ma09_08_15 3 ora vedo solo tristezza, rassegnazione, delinquenza, in poche parole, no futuro.

Sono molto arrabbiata per come il mio Paese mi ha trattata e ha trattato molti come me. Gente sfruttata, soprusi a non finire soprattutto in campo lavorativo, tasse, tasse e ancora tasse. Diseguaglianze. La politica ormai è una barzelletta, la sanità va a rotoli, l’istruzione è una catastrofe. Negli ultimi anni il degrado ambientale si è amplificato. Avevo paura a uscire la sera, avevo paura per le mie ragazze anche solo quando uscivano di pomeriggio con le amiche ai giardinetti. L’Italia non mi manca, per niente. Non mi mancano nemmeno le persone (a parte ovviamente i miei affetti più vicini). Ormai mi sembravano tutti automi, mai un sorriso per le strade, nei negozi, negli uffici. Per carità, qui non è il Paradiso, ma la gente ha ancora fiducia, ha voglia di conoscerti, parlare. Sorride ed è serena.

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Si, qualcosa c’è. Non lamentatevi, non rimuginate, non rimanete nel vostro angolo, non state immobili! Fate qualcosa per cambiare la vostra vita e quella dei vostri figli. Non c’è un’età per ricominciare, per essere felici o semplicemente per vivere più sereni e circondati da positività. La vita è bella! Vivetevela, insegnate ai vostri figli a lottare, a credere nei sogni, a credere che tutto è possibile se lo si vuole. Mostrate col vostro esempio che cambiare si può. E come diceva il grande Gandhi: “Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo”.

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Non esiste brutto tempo, esistono solo cattivi vestiti. #Tatiana #Oslo

Oggi l’appuntamento con “Donne che emigrano all’estero” ci porta a Oslo, in Norvegia. Molto interessante l’intervista che mi ha rilasciato Tatiana, la nostra finestrella su un mondo completamente differente dal nostro. Buona lettura. Roberta

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Ciao Tatiana e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei…

Mi chiamo Tatiana ho 43 anni e sono italo-norvegese, mamma era originaria di Oslo e papà di Roma. Sono cresciuta in provincia di Novara dove ho studiato al liceo linguistico con scarsi risultati, per questo sono stata mandata in Norvegia a studiare in una scuola d’arte, possiamo definirla una “punizione alternativa” che mia madre mi ha imposto-offerto, sperando che mi piacesse vivere nel suo paese d’origine, cosa che ho assolutamente fatto. Sono poi tornata a studiare in Italia dove mi sono diplomata segretaria d’albergo all’istituto alberghiero. Sono una appassionata di turisti e di tutto quello che gira intorno al turismo, alberghi, musei, escursioni, sono felice di aver reso la mia passione un lavoro. Quando non lavoro come receptionist-portiere d’albergo mi sfogo con i miei due cani e con la fotografia, oltre che con internet, il mio spazio sul mondo del quale non potrei più fare a meno.

Perché hai deciso di espatriare?

Negli anni ho vissuto in Norvegia, come ho detto, una prima volta  per studio, una seconda appena dopo il diploma e l’ultima due anni fa. Credo che mi fermero’ qui se non ci saranno ribaltoni nella mia vita. Ho anche vissuto in Svizzera e Germania, mi sono sempre spostata seguendo il mio istinto, l’occasione del momento, un’offerta di lavoro, e per quanto riguarda i miei sette anni in Baviera, per seguire il mio ex marito che viveva li. La Norvegia ovviamente è nel mio sangue e la amo fortemente, e Oslo la conosco molto bene, la vivo giorno per giorno scoprendone gli angolini più interessanti.

11828693_10153152497636696_3421816115091767266_nDi cosa ti occupi?

Lavoro come receptionist-portiere di notte in un hotel molto particolare gestito da un’azienda che collabora con l’equivalente dell’ufficio di collocamento italiano. L’obiettivo è quello di far avvicinare o riavvicinare al lavoro persone che per un motivo o per l’altro ne sono uscite. Possono essere persone che hanno situazioni difficili in famiglia, violenza domestica, che sono in cura per malesseri psichici, che hanno avuto problemi di droga. Durante la giornata hanno la possibilita’ di imparare a lavorare in hotel nei vari dipartimenti: reception, housekeeping e ristorante/cucina, sotto la supervisione dei capi settore, di notte intervengo io che a settimane alterne lavoro con un altro collega per “sistemare” i vari errori che si sono venuti a creare, contabilità sbagliata, piuttosto che le prenotazioni. E’ un lavoro duro perché è solo di notte ma mi piace molto l’idea, qui si parla di welfare puro, si vede dove vanno a finire i soldi dei contribuenti.

Quali sono stati gli ostacoli più difficili da superare? Immagino che ai primi posti ci sia il clima!

Ci sono due ostacoli che ho dovuto affrontare da quando sono ritornata a Oslo due anni fa, il primo è stato la ricerca del lavoro, nonostante parli benissimo il norvegese più altre quattro lingue ho faticato molto a trovare un impiego fisso. Alla fine, per agevolare la situazione, ho seguito il consiglio di una consulente dell’ufficio di collocamento, ho aggiunto il nome norvegese di mia madre e ho iniziato ad omettere il cognome italiano, solo così ho avuto qualche riscontro e sono stata chiamata a colloquio. Il secondo ostacolo è stato trovare un appartamento dove accettassero i miei due cagnolini, mi trasferirò tra un paio di settimane, ho impiegato un paio di mesi a trovare una nuova sistemazione. Il clima non mi ha mai disturbato, un detto molto conosciuto qui è questo: non esiste brutto tempo, esistono solo cattivi vestiti.

Che referenze servono per avere successo nell’ambito lavorativo?10614252_10152555962531696_5269570994824171758_n

Sempre di più, in Norvegia vige la regola del passaparola e delle referenze personali, una ditta sceglierà sempre di chiamare a colloquio  qualcuno che conosce, prima di uno che invia un cv per mail. Si dice che circa la metà delle posizioni vacanti non vengano neanche a conoscenza del grande pubblico tramite i siti come Adecco o Manpower, si fa domanda per una posizione perché si è sentito dire che la ditta cerca qualcuno. In questo momento storico di crisi petrolifera, quelli che erano i fortunati per eccellenza, ossia gli ingegneri, cominciano ad avere problemi, si sente sempre più spesso che i posti di lavoro persi sono decine di migliaia , venivano da tutta Europa e non avevano neanche bisogno di imparare il norvegese per lavorare, cosa che ad oggi è un requisito fondamentale per trovare lavoro in tutti gli ambiti. Ad oggi i lavori più abbordabili per gli stranieri sono quelli con competenze molto particolari, ad esempio nella sanità, le infermiere e i tecnici di laboratorio su tutti.

Come sono i rapporti con i locali?

I norvegesi non sono proprio i più espansivi del mondo, si fa fatica ad entrare in contatto con la gente. Adesso è più facile nelle grandi città perché ci sono tante possibilità ricreative che fanno uscire la gente, penso alle palestre, ai corsi di ballo, ai concerti ,alle attività sportive all’aperto, primo tra tutti lo sci per cui tutti qui vanno matti.

Come si vive nella città più grande della Norvegia?

Oslo è un paesone o una cittadina, ha poco più di 500.000 abitanti. Abbiamo i mezzi di trasporto pubblico che coprono tutte le zone, metropolitana, bus, tram e traghetti, questo fa si che non ci sia bisogno di avere la macchina, la mia l’ho venduta poco tempo dopo il mio arrivo. Io faccio la spesa nei supermercati di fascia bassa e mi fornisco di frutta e verdura nei negozi degli immigrati medio orientali che sono convenientissimi e dove si trovano cose molto sfiziose rispetto ai supermercati. Oslo è una città giovane, non si sente il profumo di storia, lo paragonerei ad una ragazza di trent’anni vestita sportiva che in alcune occasioni si mette in tiro per qualche uscita importante. Gli abitanti di Oslo viaggiano molto e sono abituati ad avere a che fare con gli stranieri, devono solo imparare ad essere un po’ più aperti nei modi di fare. In totale mi trovo benissimo, tutto funziona come deve funzionare, io non mi sono imbattuta in grossi problemi.

Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Dell’Italia mi manca il cibo a prezzi decenti, qui si trovano parecchi prodotti importati ma costano tantissimo. Mi manca possibilità di andare ad un concerto di Jovanotti, di poter andare a visitare un borgo sperduto in montagna, mi mancano gli amici e i parenti più stretti, ma penso che l’Italia per me non vada più bene. Quando sono partita erano troppe le cose che mi rendevano l’aria irrespirabile, forse sono cambiata io e non accettavo più i compromessi ai quali ero messa  di fronte ogni giorno. Non credo di volere tornare a viverci, me la gusto solo in vacanza, a piccolissime dosi.

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Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci di quest’esperienza.

Non mi ricordo neanche come sono venuta in contatto con questo gruppo, giornalmente leggevo di queste donne fantastiche che scrivevano da ogni angolo della terra le loro storie favolose. Io a confronto mi sento anonima, leggo di storie africane di povertà, di ragazze occidentali che entrano nel tessuto sociale con una facilità affascinante, non credo ne sarei capace, io mi sono spostata in realtà che non erano troppo distanti dalla mia di origine.

In che misura ti ha cambiata quest’espatrio?

Quando sono partita mi sentivo soffocare dalla crisi italiana, avevo un’attività che ho dovuto chiudere ed ero sempre  sotto pressione per il fatto di non avere una sicurezza economica. Anche qui non ho certezze ma almeno mi sono scrollata dalle spalle quel senso di frustrazione costante. Mi sento più rilassata e ho ritrovato un ottimismo che avevo perso per strada.

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Solo in un posto in cui non sei nessuno puoi scoprire davvero chi sei. #Elena #Vancouver

Ciao e grazie per averci dedicato un po’ del tuo tempo. Inizierei con il chiederti…chi è Elena?

Ciao a tutti! Ciao Roberta. Io sono nata a Roma 35 anni fa, a 18 anni sono andata a studiare in un’altra città dove ho vissuto per 15 anni, la meravigliosa Napoli. Lì mi sono laureata e conseguito un dottorato in Storia Contemporanea, ho sposato l’uomo della mia vita, conosciuto i miei più cari amici e cresciuto i miei due bambini.

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Quando è nata in te la voglia di espatriare e perché hai scelto il Canada?

Posso dire con certezza che prima dell’estate del 2013 questa idea non mi aveva mai nemmeno sfiorato. Credo sia stato un insieme di fattori concreti e lo zampino del caso ad avermi portata in Canada. La crisi economica, le condizioni di lavoro non più gratificanti, la città divenuta più ostile del solito, le difficoltà di trovare spazi, tempi e speranze per il futuro mio e dei miei figli. Poi un amico, ex collega, con il quale avevo sempre mantenuto i contatti, già emigrato a Londra anni prima, si spostò a Vancouver e me ne raccontava meraviglie. Io e mio marito eravamo pronti a spiccare il salto. Ed eccoci qui.

Vancouver è una meta ambita da tanti, so però che sono necessarie particolari referenze. Che percorso suggeriresti a chi fosse intenzionato a trasferirsi da quelle parti?

E’ vero, le politiche migratorie del Canada in questi ultimi anni in particolare stannophoto 1 diventando sempre più restrittive. Per noi italiani i modi per arrivare qui con un permesso lavorativo sono pochi. Uno è il classico WHV Working Holiday Visa, un permesso che l’ambasciata canadese rilascia a mille italiani l’anno, di età compresa tra i 18 e i 35 anni con fedina penale immacolata e di sana costituzione. Sei mesi di lavoro e sei mesi di soggiorno da turista. Questo è il tempo che hai per trovare uno sponsor, ovvero un datore di lavoro che che ti assuma con contratto a tempo indeterminato, con una paga medio alta e si faccia carico di fronte al governo canadese dell’onere di dimostrare che come te non esiste un cittadino residente in grado di fare il tuo stesso lavoro. Impresa piuttosto ardua. Poi esiste la chiamata diretta, ovvero un’azienda canadese si innamora di te (non importa quanti anni tu abbia o che nazionalità) e ti chiama per assumerti. Per rinnovare il tuo permesso dovrai comunque prima o poi passare per le temute Express Entry, LMO o altre procedure che prevedono esami medici, di conoscenza della lingua, verifiche burocratiche e quant’altro. Procedimenti che diventano più lunghi, costosi e selettivi di anno in anno.

Quali sono le sostanziali differenze tra il Canada e l’Italia?

photo 2Sono moltissime, difficile elencarle tutte. Questo è un altro mondo. Un altro modo di vedere le cose, di farle, di percepirle. E’ un paese molto giovane, innanzitutto (Vancouver ha poco più di 130 anni) è multietnico, multiculturale. C’è un grande senso del rispetto delle regole per una civile vita in comune. Un fortissimo senso si responsabilità per il bene pubblico, per la natura.

Scrivi per il sito “Donne che emigrano all’estero”, è da poco uscito il primo e atteso E-Book che raccoglie le vostre storie. Parlaci di quest’esperienza.

E’ stata la nostra Katia per la verità ad occuparsi di tutto. Io le ho dato una mano nella correzione di bozze di alcuni articoli. E’ stato bello soprattutto poter conoscere meglio le altre autrici attraverso questa esperienza.

Come sono i rapporti con la gente del posto?

I canadesi sono molto amichevoli e aperti. Vancouver è una città con una stragrande maggioranza di immigrati di prima e seconda generazione, quindi quando parlo di Canadesi intendo Libanesi, Scozzesi, Portoghesi, Argentini, Cinesi, Armeni… Sarà per il fatto che siamo tutti “appena” arrivati che si respira una bella aria di solidarietà. Attraverso la scuola dei miei bambini abbiamo poi fatto subito amicizia con tanti genitori, viviamo nello stesso quartiere e siamo buoni vicini. Ci regaliamo prodotti dell’orto, abbiamo delle serate per noi mamme, festeggiamo insieme il Canada Day, mio marito ha una piccola compagnia di papà appassionati di birra come lui e con cui va al Pub di tanto in tanto.

Ti manca l’Italia e torneresti a viverci?

Mi manca l’Italia? Forse, ogni tanto. Rimpiango alcuni luoghi soprattutto in certiphoto 3 periodi dell’anno. Le vacanze estive nel paesino di sempre con la mia famiglia, la Pasqua in campagna. Mi manca non essere lì quando accadono eventi importanti alle persone a cui voglio bene. Ma no, non ci tornerei a vivere, certamente non nell’immediato futuro.

Per concludere…c’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti dire?

Sì. Tenete a mente una grande verità che ho sperimentato sulla mia pelle e che molti expat potranno confermare. Solo in un posto in cui non sei nessuno puoi scoprire davvero chi sei.

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Vivere è più importante! #Katia #donnechemigranoallestero

Oggi ho il piacere di intervistare ancora una volta Katia, ideatrice del sito “Donne che emigrano all’estero” con la quale, parecchi mesi fa, è nata una splendida collaborazione. Ha molte novità da raccontarci, quindi evito di dilungarmi e vi lascio con questa bellissima intervista. Roberta

Katia seychelles wedding on the beach
Katia Seychelles wedding on the beach

Ciao Katia. La tua è stata la prima intervista nata dalla collaborazione con la pagina Fb che tu hai creato, “Donne che emigrano all’estero”. Per me è un piacere intervistarti nuovamente. So che ci sono novità in arrivo, puoi parlarcene?

Anche per me è un vero piacere essere di nuovo qui! Ricordo la mia prima intervista con te: luglio 2014, Seychelles, veranda di casa…vista oceano! Adesso sono circa otto mesi che sono rientrata in Italia per ragioni di salute e fortunatamente mi sto rimettendo alla grande! In questo frangente ho approfittato per portare avanti due progetti che mi stavano a cuore: il primo è la realizzazione di un LIBRO con le storie anche inedite  delle DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO; è disponibile formato E-BOOK  in  tutte le librerie on-line da una settimana e ne abbiamo già vendute decine di copie in pochi giorni. Il libro  contiene 34 capitoli di donne che raccontano il loro espatrio ai quattro angoli della Terra. Lo analizzano da una prospettiva molto femminile e spesso intimista: famiglia, figli, affetti vicini e lontani, pensieri, riflessioni, solitudini. Lo scopo è quello di far conoscere a quante più donne possibile cosa significa davvero espatriare. Andare a vivere in un altro paese ci può cambiare profondamente,  ci fa scoprire nuovi aspetti di noi stesse. E’ un’esperienza ricca e rivelatrice ma occorre una mente aperta ed una solida fiducia in sé stesse per non crollare di fronte alle inevitabile difficoltà che, proprio per il fatto di essere  vissute in terra straniera e fuori dalla nostra zona di comfort, possono venire percepite in maniera molto acuta a provocare feroci frustrazioni.

Il libro NON ha scopo di lucro: abbiamo deciso di devolvere gli introiti in beneficienza alla ONG AiBi, dove lavora Silvia, la nostra corrispondente dal Nepal. L’Aibi si occupa di sostegno all’infanzia e supporto alle adozioni internazionali http://www.aibi.it/ita/

Così siamo riuscite ad unire la soddisfazione di una pubblicazione editoriale con l’intento di perseguire una buona causa. Io sono più che fiduciosa del successo del libro, tanto più che una Casa Editrice  ha mostrato un certo interesse per il nostro e-book ed è possibile che, in futuro,  si riesca a produrne un’edizione cartacea!

Ecco il link per acquistarlo subito! http://goo.gl/gE6LZK

Copertina E-book
Copertina E-book

In questa occasione Roberta desidero ringraziarti per aver accettato di scrivere una delle tre prefazioni che precedono il corpo del libro stesso.

L’altro progetto è il SITO WEB www.donnecheemigranoallestero.com  on-line da pochissimi giorni!  Il sito è la logica conseguenza del successo della pagina FB: abbiamo raggiunto in un anno di attività più di  11.000 fans!  Al di là della ricca interazione tra scrittrici  e pubblico, che rappresenta sicuramente motivo  di arricchimento e di soddisfazione per chi partecipa al progetto,  sempre più spesso ricevo ringraziamenti dalle autrici stesse dei post. Dicono che hanno trovato, nello scrivere le proprie esperienze e nel renderle pubbliche, un efficace strumento per esternare pensieri, sentimenti ed emozioni, scoprendo al contempo quanto terapeutica questa attività possa essere!  Io ne sono felicissima! E’ questa la ragione  del  sito web: creare  uno spazio più ampio dove raccogliere tutto il mondo interiore delle  EXPATS attraverso aree monografiche, fotografie, post  e video.

Anzi, se mi permetti vorrei approfittare di questa intervista  per lanciare un appello del tipo AAA CERCASI : il sito web è aperto a tutte le donne espatriate. Se qualcuna ha delle idee, se si sente creativa, se vuole realizzare video (vlogging di qualità) , se aspira a raccontare storie attraverso fotografie, disegni,  fumetti, o altro…si faccia avanti!  Io sono aperta a tutte le forme espressive! Inoltre mi rivolgo anche a chi si occupa di crescita personale, coaching online, pensiero positivo…ho in mente un progetto interessante quindi SCRIVETEMI a [email protected]  oppure direttamente alla mail del sito web.

Dopo una lunga permanenza alle Seychelles, dove hai ricoperto il ruolo di direttrice d’albergo, sei da poco rientrata in Italia. Quali sono state a caldo le tue prime emozioni?

Ho vissuto uno shock culturale.

Non riuscivo a credere di aver dovuto abbandonare le Seychelles. Per qualche mese, subito dopo il rientro,  ho continuato a fare un sogno-incubo  ricorrente: tornavo sull’Isola e venivo accolta prima da un senso di calore e di benevolenza , poi compariva una figura femminile che mi invitava  ad abbandonare quel luogo. Adesso quella fase è superata, tuttavia risvegliarsi alla realtà italiana non è proprio un bel risveglio…

Secondo te, avendo vissuto con un raggio visivo decisamente ampio, questa crisi è frutto solo della cattiva gestione da parte dei politici o molto dipende anche dalle scelte personali di ogni singolo cittadino?

E’ un argomento delicato sul quale non passa giorno senza che io mi interroghi al riguardo.

La sfera pubblica e la sfera privata dovrebbero costantemente incrociarsi al fine  di perseguire il benessere generale della comunità di riferimento. In realtà nel mondo moderno sono diventate entità che non dialogano. Il luogo del potere – oggi  succube dell’economia –  è lontano dal cittadino. Non esiste dialogo.

Io credo che i nostri politici non abbiano  più lo spessore culturale e morale degli statisti di un tempo. Inoltre sono privi di passione politica, oltre ad aver perso il gusto di una dialettica colta, capace di vere argomentazioni.

Cornelius Castoriadis (personaggio che ho scoperto da poco) dice: la caratteristica evidente della politica contemporanea è la sua insignificanza. Il politico, qualsiasi sia la fazione di appartenenza, è impotente, mira solo a restare in carica ed i suoi programmi sono deboli  (da un dialogo di Cornelius Castoriadis a Daniel Mermet nel novembre 1996) .

Ai  tempi dell’antica Grecia le decisioni per la Polis venivano prese nell’Agorà, luogo dove il pubblico ed il privato si incontravano. Oggi manca uno spazio vitale che assolva questa funzione. Ma, più di ogni altra cosa, al cittadino mancano  le motivazioni necessarie per  occuparsi in prima persona di politica; ha perso il legame con uno  dei doveri-privilegi  della comunità democratica e non sa più, o non si permette più, di esercitare l’unica  funzione sociale che gli consentirebbe di dare un peso politico, concreto, al suo pensiero ed alle sue azioni.

La mossa rivoluzionaria di questi tempi dovrebbe essere tornare a fare politica dal basso in “massa”, con decenza e  con responsabilità, sviluppando un  senso  etico anche nelle scelte dei propri consumi. Mossa che prevedrebbe una vera presa di coscienza generale per poter essere messa in atto.

Osservo in giro molti tentativi di scrollarsi di dosso l’imperante dominio del consumismo  globale – la crescita del numero dei vegani attivisti, la nascita di orti bio autogestiti, la riscoperta di produzioni locali a km 0 e così via. Tuttavia si tratta di micro fenomeni, multiformi  ma ininfluenti  sul piano economico perché in gran parte sconnessi dal tessuto politico.

Infine, per tornare alle  dinamiche  di malgoverno, credo che esse  dominino le  scene politiche mondiali, e non siano prerogativa esclusiva dell’Italia. Tutti i governi del mondo adottano strategie scorrette, abusano spesso delle loro poltrone, tentano di manipolare la volontà dei cittadini, soprattutto in fase di elezione politica.

I miei ex colleghi indiani mi hanno raccontato in svariate occasioni  di quanto il governo e tutto l’apparato amministrativo  fosse corrotto nel loro paese.

Alle Seychelles ogni qualvolta che si avvicinavano le presidenziali  venivano  regalate casse di birre ed organizzate feste in tutti i quartieri al fine di prendere voti.

Per concludere, anche se il discorso potrebbe continuare all’infinito, penso che la questione della crisi abbracci ben più della sola questione italiana: la crisi è strutturale alla nostra società mondiale sovrappopolata, dominata dalla filosofia del liberismo e della crescita infinita, realtà che stanno mostrando i loro lati deboli senza che  nessuno sia capace di fornire soluzioni alternative valide. Almeno, non finora.

Katia preparazione wedding on the beach
Katia preparazione wedding on the beach

Cos’hai ritrovato di bello in Italia e di cosa invece avresti volentieri fatto a meno?

Sono  arrivata a fine gennaio con un freddo polare. Ho dormito tantissimo. A Marzo sono tornata alle Seychelles per un breve periodo ed al mio ritorno in Italia è arrivata la primavera. Magnifica! Ora siamo in autunno  e vedo le giornate accorciarsi: l’inverno è palpabile,  già nell’aria! Ecco, quando vivi all’Equatore questi passaggi te li perdi tutti.

Di deplorabile – ed è la cosa che di primo acchito mi ha colpita –  ho trovato il CUSTOMER CARE! Essendomi relazionata  con la clientela per anni, sono sbalordita dal trattamento che viene riservato ai clienti  qui in Italia. Qui sembra che nessuno  abbia le basi di un buon customer care, non le commesse nei negozi, non le receptionist negli studi dentistici, e neppure gli addetti agli sportelli informazioni. In pochi ti ascoltano, in pochissimi prestano attenzione ai tuoi veri desideri. Così succede che i lavori vengono svolti male, non in conformità con quello che ci si aspetta. Tempi lunghissimi, una pericolosa tendenza a “non spendersi”. Personalmente  quando incontro un cliente “mi illumino” e mi concentro esclusivamente sull’ascolto dei suoi bisogni. Qui invece sembra che i clienti portino solo “noie”. Mi sono chiesta se il problema fosse circoscritto alla  mia sonnolenta e provinciale cittadina toscana ma, parlando  con amici che abitano a Roma e a Milano, pare che il fenomeno sia di tipo trasversale ed investa la penisola su tutti i fronti. Trovo curioso che, in un paese in decadenza come l’Italia, con forti problemi di tipo occupazionale, nel campo dei servizi e del commercio non si provi  lo stimolo a migliorarsi partendo proprio da sé stessi, con azioni correttive molto semplici, come l’ascolto del cliente.

So che al momento non stai lavorando, pensi di ripartire?

Sarebbe un opzione più che desiderabile…sto cercando ma, come tutte sappiamo bene, l’operazione di ricerca a volte richiede tempi lunghi.

Tuttavia, se non dovesse capitare, dovrò temporaneamente  adattarmi alla realtà lavorativa italiana.

Mi sono stati proposti dei progetti professionali abbastanza interessanti anche qui in Italia, sebbene in un campo diverso da quello alberghiero. Li sto prendendo in considerazione.  L’aspetto scoraggiante del lavoro in ambito italiano è che si rischia di non essere pagati – abitudine che sta prendendo sempre più piede – o di lavorare a fronte di contratti che prevedono remunerazioni ridicole. I progetti che mi sono stati proposti sono di ordine imprenditoriale, ma anche in quel campo si rischia, in questo paese, di non trarne un reale beneficio in termini di reddito a causa della pressione fiscale altissima.

Tuttavia io sono errante per natura e so che chiudermi la possibilità di viaggiare e di scoprire nuovi mondi equivarrebbe per me a vivere in prigione; per cui continuo a guardare in direzione dei paesi esteri.

In che misura la vita all’estero ti ha cambiata e come viene percepita la vita in Italia da chi rientra?

Curiosamente io mi sento sempre la stessa a livello interiore, forse perché spaccare la crosta che mi teneva impigliata nella routine locale ha solo rivelato all’esterno quello che già ero interiormente prima di partire! Ma la realtà intorno a me è cambiata tanto. Sono spesso sola, molti degli amici (ma erano davvero amici, mi domando oggi) che frequentavo prima di partire sono quasi spariti e/o  non sono più disponibili a fare vita sociale. Le uscite sono sporadiche ed anche la mentalità non la trovo più a me vicina come la percepivo anni fa. Questo mi fa pensare che “forse” sono io ad essere cambiata senza averne la consapevolezza. Chissà.

Come percepisco la vita in Italia? Lenta!

Almeno, questa è la mia impressione. La provavo  anche quando, ai tempi in cui studiavo a Perugia, rientrando a casa, avevo l’impressione che tutti andassero più piano rispetto al capoluogo umbro (perdendo così un sacco di tempo!). In realtà vedo dei cambiamenti:  molti più stranieri per le strade rispetto a prima, molta gente nervosa che sgomma e si inquieta per un nonnulla – in questo caso  per lo più italiani. A volte qui percepisco una sorta di lentezza mentale che è davvero lontana dal mio tipo di energia.

Con l’ultima domanda ti lascio libera di dire quello che preferisci, qual è il messaggio che vuoi lasciare ai nostri lettori?

Quando ero sull’ultima isola dove ho lavorato alle Seychelles, una sera ho cenato

Seychellesi collaboratrici
Seychellesi collaboratrici

con una ospite di nazionalità  francese. Eravamo sulla spiaggia, parlavamo dell’esistenza  e delle cose importanti da  fare durante il tempo della nostra  vita.

Io le raccontai di  quante volte, per ragioni che non sto qui a menzionare, ma tutte legate a motivi professionali, ho dovuto rinunciare a fare ciò che desideravo veramente.  Lei abbandonò le posate sul piatto e molto seriamente mi disse di non rinunciare MAI, per nessuna ragione al mondo, ai miei desideri e di non posticiparli senza una ragione  più che valida. Non importa che essi siano un viaggio esotico  o la semplice voglia di passeggiare una sera a piedi nudi sul lungomare.

Dai  suoi settantacinque  anni di età mi stava dicendo che la vita scorre in un soffio e che troppa parsimonia nel preservare  le  nostre risorse personali non è cosa saggia: siamo esseri umani e  siamo deperibili,  e prima che ce ne possiamo rendere conto diventiamo  polvere cosmica.

Per cui, quando si desidera qualcosa, si deve cercare di ottenerla e di goderne.

Ecco perché questa estate italiana 2015 me la sono goduta al mare, in piscina, all’orto (ebbene sì: con tutta la mia famiglia coltiviamo zucchine, fagiolini e pomodori!).

Il lavoro?  Rimandato all’inverno per il momento. Vivere è più importante.

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Passando dall’Inghilterra, Australia, Svizzera…fino ad Hong Kong #Stefania

Dopo una lunga pausa eccoci con una nuova intervista nata dalla collaborazione con il sito web “Donne che emigrano all’estero”. Oggi vi racconteremo di Stefania (che ringrazio) e del suo percorso fino ad Hong Kong! Buona lettura…Roberta

IMG-20150425-WA0006Ciao Stefania e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei…

Salve, mi chiamo Stefania. Sono nata a Cagliari e lì ho vissuto per i primi 19 anni della mia vita. Sono cresciuta pensando che non mi sarei mai mossa dalla Sardegna perché, come spiegavo da bambina, in che altro posto non ci sono terremoti, serpenti e ragni velenosi? Ed invece nell’anno della maturità i miei genitori hanno deciso che volevano cambiare la loro vita (e la nostra) e volevano trasferirsi in continente (noi sardi chiamiamo così l’Italia). Detto francamente è stato un dramma, ma il trasferimento dalla Sardegna mi ha aiutato prima di tutto a capire che gli affetti veri sopravvivono alla distanza e poi che si possono avere radici in un posto senza viverci. La seconda esperienza che mi ha preparata alla vita dell’expat è stato l’Erasmus in Inghilterra. L’Erasmus mi ha infatti insegnato che non ci sono confini se non quelli che ci mettiamo noi. Dopo la laurea ho detto ai miei genitori che mi avrebbero visto solo durante le vacanze e sono partita prima per l’Australia per fare un mini-master in un’università di Melbourne e poi per l’Inghilterra dove questa volta era il mio fidanzato a fare un Master.

Ovviamente non sarei dovuta essere così categorica nel dire che non avrei più vissuto in Italia perché nel 1999 mio marito ha trovato lavoro in Italia e vi siamo rimasti per 5 anni.  Alla fine è stato un bene perché mio marito, che e` un Indiano Malesiano (cittadinanza Malesiana ma origini Indiane – purtroppo in Malesia ci sono le leggi razziali e l’etnia viene registrata sul certificato di nascita), ha imparato l’italiano ed io mi ho potuto smettere di essere un’interprete quando voleva comunicare con la mia famiglia o viceversa. Mio figlio è nato in Italia e poco più di un anno dopo, nel 2005,  l’azienda di mio marito lo ha mandato in Svizzera. Tra le montagne della Svizzera tedesca è cominciata la nostra avventura di expats e ormai sono passati 10 anni. Dopo la Svizzera siamo stati  ad Hong Kong, nella Corea del Sud, in Malesia e poi di nuovo ad Hong Kong dove speriamo di fermarci almeno finché mio figlio non finirà la scuola superiore.

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Perché hai deciso di espatriare?

Potrei semplificarmi la vita e dire che la scelta di lasciare l’Italia è legata a mio marito che non è italiano, ma non sarebbe del tutto vero. Sono stata cresciuta da una madre con la vena della viaggiatrice che mi ha sempre spinta a vedere il mondo e a viverlo. Questo è il motivo che mi ha spinta a fare l’Erasmus. Ho conosciuto mio marito durante quest’esperienza.

Di cosa ti occupi?

Ad Hong Kong sono un’insegnante di supporto in una scuola internazionale. Lavoro con bambini che hanno bisogno di supporto per stare in classe. La scuola dove lavoro crede nell’Inclusion, ovvero in classi dove ci sono bambini di di tutti i tipi e di tutte le nazionalità (nella mia classe l’anno scorso le nazionalità rappresentate erano: danese, svedese, malesiana, tedesca, americana, britannica, giapponese, cinese, taiwanese, filippina, spagnola, pachistana, olandese e australiana) . Le classi sono di 22 studenti con 2 insegnanti fissi e se c’è uno studente che ha bisogno di un supporto continuo (come qualche volta i bambini autistici) allora ci sono 3 insegnanti fisse.

Quali sono stati gli ostacoli più difficili da superare?

Penso che l’ostacolo più difficile da superare in assoluto sia la distanza dall’ItaliaDSC_2477 quando un familiare è malato. Mio padre e` stato malato per parecchi anni prima di morire e il doverlo salutare ogni anno, alla fine dell’estate, senza sapere se lo avrei rivisto, è stata davvero dura. Inoltre la mia lontananza mi impediva di essere di aiuto a mia madre ed a mio fratello durante quegli anni difficili. Per essere di supporto almeno morale sono ricorsa a quello che so fare meglio, scrivere lettere… nel caso specifico e-mail…

Per quanto riguarda il lavoro, ad Hong Kong non ho avuto grossi problemi perchè conosco bene la lingua inglese (cosa necessaria per lavorare qui) e le persone con la Dependent Visa (io sono registrata sotto il visto di lavoro di mio marito) possono lavorare senza bisogno di un permesso di lavoro personale. Comunque molte scuole internazionali forniscono il visto per gli insegnanti.

Che referenze servono per avere successo nell’ambito lavorativo?

Le mie referenze per questo lavoro erano principalmente il preside e la responsabile del programma “Special Needs” della scuola dove ho fatto il mio stage. Quando ci siamo trasferiti a Seoul, non potevo più lavorare perché la dependent visa (il visto delle mogli e dei figli delle persone con il permesso di lavoro) non me lo permetteva ed è difficile trovare un posto di lavoro che faccia domanda per te. Ad Hong Kong ero un’insegnante di Italiano, ma in Corea non molti sanno l’inglese, quindi, se proprio volevano studiare una lingua straniera, preferivano studiare l’Inglese. Non potendo lavorare mi sono rimessa a studiare per lavorare come insegnante di supporto ed ho fatto uno stage nella scuola di mio figlio che e` una rinomata scuola internazionale britannica.

Come sono i rapporti con i locali?

IMG-20150626-WA0008Hong Kong è un posto molto peculiare. Fa ormai parte della Cina, ma ha un suo governo e usa ancora il sistema della Common Law, che usava quando era sotto il dominio Britannico. I locali di Hong Kong sono cinesi, ma si distinguono dai cinesi della madre patria (qui chiamati: mailand o mainland chinese). La maggior parte dei cinesi di Hong Kong parlano inglese (oltre al cantonese, dialetto usato dalla popolazione di Hong Kong, ed il mandarino, lingua ufficiale della Cina), mentre la maggior parte dei cinesi della madre patria parla solo il mandarino. Se, come me, non riuscite a capire la differenza fra le due lingue, potete semplicemente osservarne il comportamento. Se sono gentili, educati e pazienti (rispettano religiosamente le file), sono senza alcun dubbio cinesi di Hong Kong. Non ho mai avuto problemi con la popolazione, anzi li ammiro molto. Sono stata fortunata perché 7 anni fa, quando sono arrivata qui la prima volta, sono diventata amica di una delle mamme dell’asilo di mio figlio e grazie a lei, che è di qui, ho capito meglio la popolazione locale.

Come si conciliano le nostre abitudini con quelle di una società tanto diversa?

Noi non abbiamo grossi problemi a vivere in Hong Kong. Questa città è un posto ideale per gli expats perchè è molto internazionale ed aperta ed è possibile costruirsi la vita che si desidera. L’unico problema che abbiamo è collegato all’educazione di nostro figlio. Noi siamo dei genitori più severi di molti altri genitori expats e, alle volte, questo lo fa sentire diverso dai suoi compagni e quindi ha difficoltà a farsi amici (problema che non ha quando torna in Italia per le vacanze perché dove vive mia madre i bambini devono più o meno seguire le sue stesse regole).

Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

L’Italia mi manca, ma, nonostante mi piaccia tornare per le vacanze (ogni anno perIMG-20150408-WA0014 almeno un mese e mezzo), non ho voglia di tornare a viverci.  Ho lottato buona parte della mia vita contro l’inutile burocrazia italiana e, vivendo all’estero, ci si rende conto di quanto meno tasse si possono pagare con risultati molto migliori di efficienza e buon governo. Quando andremo in pensione desidero tornare in Europa, ma non sono sicura di voler tornare in Italia.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci di quest’esperienza.

Alcune delle socie dell’ADI (Associazione Donne Italiane) di Hong Kong, leggono la pagina Fb “Donne che emigrano all’estero” e cosi` ho cominciato a leggerla anche io. Ne fanno parte tante donne simpatiche ed intelligenti e mi piace che ognuna di noi possa esprimere il suo punto di vista senza essere attaccata o giudicata. Mi è sempre piaciuto scrivere e questa città mi ha accolta a braccia aperte per ben due volte, per questo ho scritto a Katia chiedendole se potevo farne parte. Certe volte è difficile trovare il tempo con il lavoro e la famiglia, ma e` sempre divertente!

IMG-20150509-WA0029Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Questa primavera ho scritto un racconto per il Premio Letterario Galtelli` in onore di Grazia Deledda. Il racconto, di pura fantasia, è basato su una ragazza italiana che vive in Australia e colgo l’occasione di ringraziare tutte le donne che scrivono sulla pagina Fb “Donne che emigrano all’estero”, perché le loro storie e le emozioni raccontate mi hanno ispirato per descrivere la protagonista. Non ho vinto, ma non mi arrendo!

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Ciò che siamo è dettato da nostro io interiore, non dall’esterno. #Lara #Agadir #Marocco

Oggi la collaborazione con il sito web “Donne che emigrano all’estero” ci fa volare fino in Marocco. Ringrazio Lara per aver deciso di raccontarci la sua storia…buona lettura…Roberta

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Ciao Lara e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei…

Ciao, sono Lara, sono nata 34 anni fa in un piccolo paesino di mare vicino alle 5 terre, laureata in Traduttori ed Interpreti e da 9 anni adottata dalla meravigliosa città di Genova, punto di riferimento importante per i miei spostamenti lavorativi. Adoro ballare, cucinare, creare ad uncinetto, cantare, visitare e ridere…puntualmente, pero’, mi ritrovo sul divano con il telecomando in mano, mentre mio padre mi manda periodicamente messaggi da ogni parte del mondo… mi chiedo chi sia vecchio.. io a 34 anni o lui a 70!…

Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata in Marocco?

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Da due anni e mezzo mi trovo in Marocco, ad Agadir, per gestire un cantiere di demolizione, cantiere che mi sta togliendo pelle e anima e per il quale ho deciso di parcheggiare la mia vita privata per un solo scopo: comprare un mattoncino!…in realtà la vita privata la ho e continuo ad averla anche se a  distanza  è tremendamente difficile! Io italiana in Marocco con un compagno Senegalese in Italia…che casino! La trasferta però è l’unico modo, oggi, non per guadagnare soldi ma per risparmiarne un pò e cercare di comprare casa. Erano due anni che io e il mio capo davamo la caccia a questo cantiere ed abbiamo vinto la gara d’appalto… unico particolare: sarebbe dovuto durare solo 12 mesi… ne sono passati 30 e sono ancora qui…

Di cosa ti occupi?

Gestisco cantieri di demolizione e sono responsabile della filiale marocchina.

Quali sono stati gli ostacoli più difficili da superare?

Il Marocco è un Paese dalle forti potenzialità, è un Paese che potrebbe essere molto, molto più sviluppato rispetto ad ora, se solo la popolazione si impegnasse un pochino di più: quando le persone non sfruttano al 100% le proprie capacità e la propria intelligenza i risultati arrivano zoppi. E’ un popolo mentalmente disordinato e questo caos si riflette sul modo di lavorare: disorganizzazione totale (non in tutti i campi), mancato rispetto dei tempi e soprattutto della parola data (questo anche nella vita non solo sul lavoro). La più grossa difficoltà è quella di adattarsi al loro modo di lavorare (o di non lavorare) e dico sempre che fino a quando questo popolo complesso si giustificherà dicendo che tutto viene da Dio, andrà poco lontano (non puoi mettere la tua vita nelle mani di Dio, sei tu che decidi di essere ciò che vuoi essere!)

agadrQuali sono le principali risorse del posto?

Sicuramente il turismo. Il Marocco è un Paese meraviglioso, con un ventaglio di paesaggi che va dal mare, alla montagna al deserto. Ovviamente di questo tris naturale ne beneficia anche l’agricoltura, la pesca e l’allevamento, fonte di sostentamento e di esportazione di alcuni prodotti.

Come sono i rapporti con i locali?

Purtroppo la mia vita sociale è ridotta ai minimi termini: dalle 6h30 alle 18h30 in cantiere…immagina in che condizioni arrivo a casa: mangio e vado a letto. In più abito in appartamento e devo pulire, fare da mangiare e fare la spesa. Le persone sono gentili, ma è quella gentilezza un pò falsa, pronta a trasformarsi in “fregatura” appena giri l’angolo. Come se non bastasse sono donna straniera e sola…pane per i locali, esca per i pesciolini…in pratica ti si attaccano come cozze e se per caso sorridi e contraccambi il saluto per educazione sei finita: è come se dicessi “sì, invitami a uscire che ci sto”…quando ho capito il meccanismo ho cominciato ad uscire con occhiali da sole, non sorridere, non salutare e non dare numeri di telefono (anche se non serve perché basta che tizio chiede a sempronio e il gioco è fatto!). Insomma è come se fossi sempre osservata e tutto questo con il passar del tempo pesa…. semplicemente perchè non mi sento libera di esprimermi

In ogni caso con qualche accortezza si sopravvive!

Parlaci di Agadir e degli aspetti sia positivi che negativi.cantiere visto dal mare

Agadir è una bellissima città,  vivibile, tranquilla (soprattutto d’inverno) e baciata dal sole quasi tutto l’anno (in due anni e mezzo ho visto due temporali e qualche pioggia, niente di più). Il paradiso a portata di mano per rilassarsi direi. Mi chiedo ancora come non esista un collegamento  aereo diretto, Agadir – Italia. Almeno una volta a settimana…. che diamine, siamo nel 2015!

Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

L’Italia mi manca, mi manca il mio paesino (Deiva Marina) mi mancano i vicoli di Genova, il profumo di focaccia alle 7 di mattina e la  mia quotidianità, seppur non troppo movimentata. L’avere deciso di comprare casa a Genova è stato un passo importante, segno di un ritorno alle origini…credo sia l’ora di dedicare un pò di tempo a me stessa, ai miei progetti, al mio compagno e vedere se si può salire un altro gradino assieme…dopo tanti sacrifici me lo devo. Mi manca anche la leggerezza di una serata senza pensieri, di una giornata senza le responsabilità e i problemi di una ditta che non è tua ma è come se lo fosse; la mia parte allegra, solare e bambina è stanca di stare seduta in un angolo per lasciare spazio alla “donna di cantiere” forte che deve controllare tutto…

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci di quest’esperienza.

Ho scoperto questa pagina per caso. Leggevo i post delle DONNE all’estero ma non avevo mai la spinta per scrivere di me…non per pigrizia ma era come mettersi allo specchio e guardarsi, per arrivare alla conclusione che non è questa la vita che voglio. Un giorno però mi sono detta “ora ti siedi e scrivi…hai 30 e passa anni e ti prendi le responsabilità della tua scelta”. Così ho fatto. Ho inviato la mail con la mia storia e continuo tutt’ora a  scrivere piccoli aneddoti della mia vita da espatriata… direi che è terapeutico!

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Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Questa esperienza mi ha segnata in molte cose, mi ha fatto fare un balzo in avanti professionalmente ma tre cento balzi indietro per quanto riguarda me stessa: ho imparato tanto e continuo ad imparare: ho avuto modo di conoscere usi e costumi di questo popolo, di leggere parti del Corano, di vedere l’Islam sotto altri punti di vista, di arricchire quindi il mio bagaglio culturale ma, per quanto mi riguarda il prezzo, è stato ed è tuttora alto. Forse non ero pronta a fare un passo del genere o forse il rinunciare ai miei bisogni per così tanto tempo mi ha portata ad un punto in cui la stanchezza mentale ha la meglio su tutto…probabilmente fossi stata in Francia sarebbe stata la stessa cosa…alla fine ciò che siamo è dettato da nostro io interiore non dall’esterno. Dovessi tornare indietro sinceramente non so se lo farei… ma ora sono qui e quindi è inutile porsi domande…si va avanti si finisce il cantiere e poi si sparisce di scena per un bel pò.  In ogni modo il Marocco è un bellissimo Paese… per le vacanze!

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