Annamaria da Zanzibar: una volta che si parte e’ difficile tornare indietro…

Eccoci con un altro appuntamento nato dalla collaborazione con il sito web DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO. Abbiamo intervistato per voi Annamaria da Zanzibar. Se siete tra quelli che si trovano già “dall’altra parte” o tra quelli che stanno valutando se partire o meno…beh…sicuramente troverete, in ogni caso, qualche affinità. La ringrazio per il tempo che ci ha dedicato e vi lascio in compagnia della sua storia! Roberta
Ciao Annamaria, parlaci un pò di te…

spice e town 244Mi chiamo Pozzobon Annamaria e sono originaria della provincia di Treviso. Son nata in un piccolo paesino di 2000 abitanti circa con le galline, nella piatta e grigia provincia della Pianura Padana. Dopo una felice e spensierata infanzia, mi son data agli studi classici ed ho pure conseguito un Diploma Universitario in Tecnico di Logopedia. Per parecchi anni ho lavorato coi disabili, in Veneto e Toscana dove mi ero trasferita per amore. L’amore non e’ durato ma io son rimasta a vivere li’, laddove l’italiano e’ nato. Come si suol dire “Ho lavato i miei panni in Arno”.

Quando e’ nata in te la voglia di espatriare e perche’?

Ma il viaggio e’ sempre stato nel mio DNA ed un tarlo si e’ pian piano insinuato in me: il desiderio di partire, di scoprire nuovi mondi, di conoscere altre culture. Inoltre, odiando io l’inverno, cercavo un posto caldo in cui svernare. Avevo ormai raggiunto la veneranda eta’ di 40 anni e mi dicevo: se non ora quando? Una barca non e’ fatta per stare ferma in un porto ma per veleggiare e prendere il largo. Si sa che la fortuna aiuta gli audaci, ma mai avrei pensato di riuscire a partire per le Isole Maldive  e  fare un lavoro di cui non avevo nessuna idea: Capo Ricevimento di un Villaggio Turistico. Mi son lanciata nell’impresa pronta a ritornarmene a casa se le cose fossero andate male. In fin dei conti non avevo nulla da perdere! Nonostante le difficolta’ incontrate non mi sono arresa e l’esperienza e’ stata piu’ che positiva, ridandomi fiducia in me stessa e lasciandomi col desiderio di ripartire. Cosi’ una volta tornata in patria ho mandato curricola a destra e a manca. Il solito colpo di fortuna e mi chiama un famoso tour operator italiano proponendomi di lavorare in Africa: i miei sogni di bambina diventavano realta’. Devo dire di aver pregato tanto perche’ succedesse. Ho passato positivamente il colloquio e son partita alla volta del Kenia. Ho toccato il cielo con un dito  ed ho passato i mesi piu’ belli della mia vita, mesi di scoperta di una terra tanto bella quanto piena di contrasti e contraddizioni. Da li’ ho poi lavorato ancora alle Maldive e poi a Zanzibar, l’isola delle spezie che mi ha stregata ed ha anche rapito il mio cuore. Mi sono infatti innamorata e sposata con un ragazzo di qui, dal quale ho in seguito divorziato, ma questa e’ un’altra storia.

Solitamente si tende ad espatriare in zone più “note”. Come mai la tua scelta è ricaduta su Zanzibar?

Zanzibar mi e’ entrata subito nel cuore dalla prima volta e sentivo che dovevo ritornare, non sapevo come, ma lo volevo fortemente. Cosi’ a forza di dai e dai son stata premiata. I  primi anni qui son stati bellissimi: anni di scoperta, di conoscenza, di arrichimento, di innamoramento.

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Parlaci di Zanzibar. Come si vive? Qual’è la lingua predominante ed è necessario conoscerla bene prima di partire? In che settore si può trovare lavoro? Mi chiedevo anche quanto massiccia sia la presenza di italiani.

Zanzibar e’ un’isola dell’Oceano indiano facente parte della Tanzania, anche se con un proprio governo. E’ un’isola con un mare bellissimo dalle mille sfumature, che vive principalmente di pesca, anche se in questi ultimi anni molti si son dati al turismo, che senza dubbio e’ piu’ redditizio. La popolazione e’composta da neri, arabi ed indiani. A questa negli ultimi 20 anni si e’ unita una cospicua comunita’ di espatriati di tutto il mondo, anche se la fetta piu’ grossa e’ rappresentata dagli italiani. La maggior parte degli expat si occupa di turismo o di attivita’ ad esso correlate, ma non mancano persone che lavorano per NGO, associazioni di volontariato, enti governativi, ospedali, e negli ultimi anni anche fashion business. Si perche’ il fashion business si sta facendo strada anche qui e ci son tanti fermenti che merita tener d’occhio. La lingua parlata e’ lo Swahili, ma l’inglese e’ un must se si vuole lavorare qui soprattutto nel turismo. Molti abitanti locali conoscono l’italiano, che dopo Swahili e inglese e’ la lingua piu’ parlata. Oltre alla nutrita comunita’ italiana, anche moltiDSC_0066 locali parlano la nostra lingua, perche’ tanti sono i turisti italiani, che solitamente non parlano inglese, e  poi perche’ gli italiani sono dei gran caciaroni e amiconi che legano con tutti. Pensate che molti zanzibarini qui parlano con accento milanese o romano. Direi che se si vuol lavorare qui almeno l’inglese bisogna parlarlo. Se si conosce un po’ di Swahili la gente del posto e’ sempre molto contenta perche’ sente che fai un passo nella loro direzione. La cultura Swahili e’ molto diversa dalla nostra; molti sono gli influssi del mondo arabo, a partire dalla religione: qui il 95% della popolazione e’ musulmano. Gli Omaniti han dominato Zanzibar per piu’ di due secoli ed il legame tra i due paesi e’ molto forte. Esiste anche una piccola comunita’ di Indiani, che pero’ e’ molto piu’ chiusa e difficilmente si mescola con il resto della popolazione. In generale il popolo zanzibarino e’ tranquillo e molto amichevole e non e’ difficile che ti aprano le porte di casa loro.

E’ difficile stringere dei rapporti con la gente del posto? 

kendwa 243Per quanto riguarda le amicizie con la gente locale a parer mio, e questa e’ solo la mia opinione, e’ difficile avere delle amicizie profonde, per come intendo io l’amicizia. Diverso e’ il background culturale e questo fa si che la maggior degli espatriati frequenti altri stranieri. Lo stesso discorso vale anche per l’amore, perche’ la nostra idea di coppia e’ completamente diversa dalla loro ed e’ quasi impossibile che l’amore duri nel tempo.

Cosa hai imparato da quest’espatrio?

Che cosa ho imparato dal mio essere espatriata? L’espatrio mi ha insegnato tanto: ad essere forte e a camminare  sulle mie gambe, perche’ so che me la devo cavare da sola in qualsiasi situazione. Vivere in una cultura diversa dalla propria e’ un’esperienza che consiglio a tutti perche’ ti porta a guardare il mondo da una prospettiva diversa, a mettere in discussione i propri valori, ad apprezzare le cose che diamo per scontate come  il cibo, l’acqua, la sanita’, ma che in tante parti del mondo non lo sono. Inoltre come donna ho capito di essere fortunata perche’ nel terzo mondo spesso le donne valgon meno delle mucche, buone solo a far figli e a sgobbare come mule. Hanno minore accesso all’istruzione ed alla sanita’ e poche o nulle liberta’. Ringrazio il cielo di esser nata in occidente, di aver potuto studiare, lavorare, viaggiare e di scegliere di esser libera, autonoma e indipendente.

Scrivi per il sito web DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO. Raccontaci per quale motivo hai scelto di farlo.

Per quanto riguarda la collaborazione con il sito web Donne cheDSC_0127 emigrano all’estero” son stata contattata da Katia, la persona che ha ideato la pagina, che cercava collaboratrici in varie parti del mondo che raccontassero di se’ e del proprio essere espatriate, con gioie e dolori che ci accompagnano. Mi e’ piaciuta l’idea di raccontarmi e di confrontarmi con altre donne che vivono problemi simili ai miei. Inoltre le nostre storie possono essere fonte di ispirazione per altre donne che vogliono espatriare ma non sanno come fare, oppure che stanno per farlo ma vogliono consigli sul paese che le ospitera’. Mettere nero su bianco aiuta poi a dipanare la trama della nostra vita e a mettere l’espatrio sotto una luce diversa, facendoci capire che in fondo non siam sole e che non siamo al centro dell’universo, ma solo una parte del tutto. La storia di ognuna di noi, pur nella sua peculiarita’, e’ una storia universale di espatrio al femminile. Ho riflettuto molto sui motivi che ci portano ad espatriare e sul lasciare il proprio paese di origine: c’e’ chi emigra per amore, chi per seguire il proprio compagno, chi per lavoro, nella ricerca di una vita migliore o di quel lavoro che in patria non trova, chi cerca se stesso e chi invece si perde. Lasciare il proprio paese e la propria famiglia e’ sempre doloroso, perche’ li’ son le proprie radici e gli affetti, e capita che alle volte I familiari non capiscano le ragioni della nostra scelta. Io me ne son andata perche’ sono una inquieta di natura, perche’ volevo scoprire il mondo ed il mio paese mi stava stretto.

Torneresti in Italia e cosa provi nei confronti del nostro “Bel Paese”?

Ci son delle cose che proprio non sopporto dell’Italia: l’Italia e’ un paese vecchio, governato male e che lascia poco spazio ai  giovani. Inoltre non esiste meritocrazia e viene premiato il piu’ furbo o chi ha piu’ conoscenze. Queste son le cose che mi indignano. Io poi, alla mia eta’, avrei poche o nulle probabilita’ di trovar lavoro, mentre qui, pur essendo un paese del terzo mondo, posso sempre trovare un lavoro nel campo del turismo. L’Italia mi manca, eccome: mi mancano l’arte, la cultura, le chiacchiere in dialetto con le amiche, mi mancano  la nostra lingua, il cibo, la famiglia. Ma non credo che tornerei a viverci perche’ penso che  non ci sarebbe posto per me. E poi vivendo da tanto all’estero  faticherei a riadattarmi. Mi sento cittadina del mondo ed amo il contatto con gente di altre culture, non potrei vivere solo con italiani.

C’è qualcosa che vorresti dire, prima di salutarci, e che non ti ho chiesto?

DSC_0225Una volta che si parte e’ difficile tornare indietro, perche’ si cambia, perche’ cambia il nostro modo di vedere noi stessi ed il mondo, o comunque la persona che ritorna indietro non e’ piu’ la stessa di quando e’ partita. Io personalmente mi sento arricchita da questa eperienza, che almeno una volta nella vita consiglierei a tutti.

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Cristina, una pianista a Madrid: “…io sono la mia casa.”

Eccoci ancora una volta con l’appuntamento bisettimanale nato dalla collaborazione con il sito web DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO. Oggi a raccontarsi è Cristina da Madrid che, oltre a scrivere per “Donne che emigrano…” si occupa anche del suo blog Cristina Cavalli (guarda qui). La ringrazio per aver condiviso con noi la sua storia e le lascio la parola. Roberta

Ciao Cristina, raccontaci un po’ di te………

Sono nata a Piacenza, in Emilia Romagna, e prima di trasferirmi a Madrid ho vissuto quasi otto anni a Roma. Ho iniziato a studiare pianoforte alle scuole elementari, ma solo dopo parecchio tempo ho capito che volevo che fosse la mia strada per la vita. Ricordo ancora che quando mia madre mi portò alla scuola di musica del paesino dove vivevo l’allora direttore le disse che il pianoforte non era adatto alla figlia di un operaio (ebbene, sì!!). Mia madre non è mai stata una che molla e allora andammo alla scuola del paese vicino. Già prima di diplomarmi al Conservatorio della mia città sentivo l’esigenza di spaziare, di cercare contemporaneamente altre vie… così ho incontrato il primo Maestro importante, Sergio Fiorentino, grandissimo pianista napoletano, e dopo di lui Pier Narciso Masi, con cui mi sono diplomata anche in Musica da Camera all’Accademia “Incontri col Maestro” di Imola.

Dal momento in cui ho iniziato a lavorare ho sempre portato avanti parallelamente i concerti e l’attività didattica come docente, ma il contesto della provincia piacentina non mi permetteva la partecipazione al mondo musicale che avrei voluto e il panorama lavorativo come docente non era certamente dei migliori… così ho deciso di spostarmi a Roma, dove le possibilità si sono allargate parecchio. Lì è nata anche la mia collaborazione con il Teatro, ho avuto occasione di lavorare con attori e registi conosciuti e meno conosciuti, che hanno tutti arricchito lo spettro delle mie esperienze artistiche. Concertisticamente parlando, ho ripreso oltre all’attività cameristica anche il repertorio come solista, che avevo tralasciato per un periodo e che ora è diventato preponderante.

Quando è nata in te la voglia di espatriare e perchè?

La voglia di espatriare è nata poco a poco e in realtà abbastanza tardi, credo meno di una decina di anni fa. Le ragioni sono essenzialmente due: prima di tutto la mia voglia di conoscere altre culture, altri sistemi di vita, altre lingue, e anche l’esigenza di affrontare tutto questo da sola, la sfida di sapersi creare una vita autonoma partendo da niente e in un luogo dove non hai nessun appiglio, amici, storia o agevolazione. Dall’altro lato ero arcistufa della situazione italiana: clientelismo accolto ormai come sistema di vita, eterne discussioni che non si trasformano mai in fatti concreti, riforme rimandate in eterno, con miglioramenti ridicoli quando non peggioramenti rispetto alla situazione precedente, attuate senza creare i presupposti perché possano funzionare… educazione sempre più carente, aria stantìa… eravamo il Paese dell’Arte e della Musica e adesso quelli che ancora osiamo sbandierare come i nostri valori aggiunti vengono vilipesi ogni giorno di più, in alto ma anche in basso. Potrei continuare a lungo ma già fin qui è più che sufficiente, e sono certa che se mezzi come internet avessero avuto una diffusione di massa prima di quando è stato, la mia partenza sarebbe avvenuta con molto anticipo.

Parlaci di Madrid. Come si vive? Quanto e’ necessario conoscere bene la lingua prima? E’ semplice trovare lavoro (servono referenze particolari) e stringere rapporti con la gente del posto?

Madrid è una città che offre ai suoi abitanti una qualità della vita molto, ma molto più alta rispetto a quella della capitale italiana. E’ una città moderna e funzionante, con una rete di mezzi di trasporto che copre capillarmente città e dintorni a qualsiasi ora del giorno e della notte, a un prezzo abbordabilissimo. Una città in cui car e bike sharing sono pratica consolidata e in cui puoi arrivare in aeroporto in metro o autobus anche in piena notte (per me questo è fondamentale muovendomi spesso per andare a suonare o tornare a casa). La burocrazia è snella e semplice – non ho mai perso più di 10 minuti per fare un documento e buona parte delle pratiche si può fare online.
I musei oltre ad un prezzo popolare ordinario hanno orari quotidiani di entrata libera e il servizio sanitario è completamente gratuito (non esiste alcun ticket per visite ed analisi e i farmaci costano decisamente meno che in Italia).
La sicurezza è buona, la polizia efficiente ma non prepotente, le stazioni metro sempre vigilate, non ho mai provato una sensazione di pericolo.

Se è necessario conoscere la lingua? Se volete lavorare certo che sì; il livello di competenza richiesto è direttamente proporzionale a quello del lavoro ambito.  Ovviamente è diverso se volete fare i professori o scaricare camion, ma tenete conto che in genere noi italiani tendiamo ad essere troppo ottimisti circa il nostro livello linguistico: quella che normalmente si definisce  conoscenza “scolastica” significa non sapere interagire in maniera accettabile e non va bene. Altro aspetto da non sottovalutare è che in Spagnolo è molto semplice arrivare a una comunicazione base… ma nonostante ci sia una certa assonanza con la nostra lingua, la sintassi è completamente diversa, quasi opposta in molti casi, il che rende più difficile arrivare a parlare davvero bene.

Si trova lavoro facilmente? Direi di no, ma il mio lavoro è atipico, per cui non ho gli strumenti per valutare più di tanto la situazione.

Stringere rapporti con la gente del posto non è difficile: lo stile di vita è piuttosto orientatoconcertopraga all’outdoor, si esce spesso e volentieri, anche perché la scelta di localini in cui fare tapas o bere una copa è davvero invitante (nonché pericolosa per la linea!). Lo sport è molto praticato, e incentivato intelligentemente dall’ayuntamiento (comune): Madrid è costellata di centri sportivi, solo quelli municipali sono una quarantina e i privati molti di più, i parchi dove godersi il bel clima sono ovunque.
Insomma, se dovessi sintetizzare in una frase direi che Madrid è una città in cui c’è un bell’equilibrio tra efficienza europea a animo latino, alla gente piace lavorare sì, e bene, ma contemporaneamente quel che qui si chiama “disfrutar”, il corrispondente spagnolo di “enjoy”, godersi la vita, vivere bene… sarà un caso che in italiano non c’è un verbo equivalente, che esprima questo semplice concetto in una sola parola?

Cosa hai imparato da quest’espatrio?

Ho imparato una cosa importante su me stessa: posso trovare la maniera di vivere bene ovunque, la mia qualità di vita dipende dai miei pensieri… io sono la mia casa.

Scrivi per il sito web DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO. Raccontaci per quale motivo hai scelto di farlo.

Ho scelto di condividere i miei pensieri per il puro piacere di farlo… da piccola tenevo un diario, poi ho smesso e mi manca un po’ mettere su carta quel che mi passa per la testa, e spesso è un ottimo modo per chiarire e formalizzare con se stessi idee che altrimenti si perderebbero. Poi trovo interessante leggere a mia volta le impressioni altrui, e quelle femminili sono quasi sempre più sfaccettate, articolate, meno banali.

Torneresti in Italia e cosa provi nei confronti del nostro “Bel Paese”?

Cristina-Cavalli--(9)Non tornerei in Italia per nessun motivo. Mi dispiace dirlo… amo il mio Paese ma non ritengo giusto diventare l’ennesima vittima dell’attuale situazione; sacrificarsi e lottare ha senso quando esistono possibilità di cambiamento, e io lì non le vedo. Non posso far finta di non vedere i continui peggioramenti… l’Italia è un Paese vecchio, ipocrita e soggiogato dal peggio del peggio, ogni cambiamento viene ostacolato a oltranza, la qualità di vita si riduce sempre di più e tanta gente o non se ne accorge o lo nega di fronte a se stessa. Io il famoso santo in paradiso non ce l’ho né l’ho mai cercato, e tutto quel che ho fatto finora lo ho fatto da sola, senza compromessi, e continuerà ad essere così. Senza piangersi addosso, realizzare le proprie idee, just do it, no?

Cosa mi manca? Ovvio: le persone care e il cibo, ma ci sono i voli economici, le video chiamate e la mia curiosità… Io sono una che si stanca a stare troppo tempo nello  stesso posto, i prossimi mesi mi aspettano Belgrado, Helsinki, Londra e la Cina, e io non vedo l’ora di conoscere Paesi nuovi.

La pizza e il gelato? Li mangerò in vacanza!

www.cristinacavalli.com

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Agata: per vivere in Cina serve una dose inquantificabile di sticazzi!

Oggi torniamo con un altro appuntamento nato dalla collaborazione con il sito web DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO. Abbiamo il piacere di proporvi l’intervista fatta ad Agata che ci scrive da Shanghai. La ringrazio e vi auguro buona lettura! Roberta

Il momento in cui ho deciso di trasferirmi a Shanghai non me lo ricordo. Non me lo ricordo perchè ero annebbiata dalla confusione, dall’indeterminatezza, dai dubbi.

Mi stavo cagando addosso, ecco. Scusate il francesismo.

Più precisamente, prima di andarci a vivere, la Cina occupava nella mia classifica dei posti da visitare…vediamo, probabilmente il posto numero 167, dopo l’Islanda forse. Di sicuro prima dell’Afghanistan però. Che sono scema, sì, ma non completamente fuori di testa.

Insomma, è stata più che altro una scelta dettata da fattori esterni e non lavorativi: quelli che credono all’amore hanno capito. Quelli che non ci credono (illuminati!) anche. Insomma, le cose vanno come vanno, ci sono arrivata in un modo e ci sono rimasta in un altro, però ho imparato un sacco di cose.

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Per esempio, che la Cina non fa paura. Che anche i Cinesi sorridono. E che io sono più forte di quanto pensassi. Che non è poco, credetemi.

Vivere in Cina non è facilissimo, serve apertura mentale (tanta), spirito di adattamento (molto) e una dose inquantificabile di sticazzi, che è il fattore determinante per viverci senza perdere completamente il senno. Perchè è un paese molto diverso dal nostro, una cultura in cui è difficile entrare, si parla una lingua che spesso ho definito “favella del demonio” e se si vuole capire, imparare, sviscerare tutto e subito, si è destinati al fallimento.

Shanghai è una città dinamica, sempre in movimento, piena di visi, tratti, culture diverse. Fondamentalmente la vetrina della Cina, e forse per questo, una realtà un po’ falsata. Diciamo che Shanghai è Shanghai, la Cina è troppo altro per poterne parlare in generale. In una semplice passeggiata di mezz’ora si possono esplorare centinaia di mondi e modi di vivere differenti. La città delle contraddizioni, credo. Grattacieli, vialoni alberati, negozi di lusso, grandi marchi occidentali, Ferrari e Porsche ad ogni incrocio. Eppure basta addentrarsi di pochi metri in uno dei vicoli che partono dalla bright side e si apre l’universo della Shanghai popolare, vera e verace, umana, misera, sincera. Che poi è quella che ti racconta di una nazione complessa, stratificata, ancora arroccata a quel che resta della tradizione millenaria di un popolo che è stato tirato su a riso e Mao, e che adesso fa i conti con un capitalismo che la sta forse decomponendo nei suoi tratti peculiari.

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Ma sarebbe un discorso troppo lungo e articolato, questo. Meglio tornare allo scopo di questo post, ovvero: si può vivere in Cina per più di qualche ora senza impazzire? Si, eccome.

La vita di un occidentale può essere dolce, tutto sommato. A patto che ci si impegni ad accettare stili di vita e abitudini un po’ bizzarre, senza concentrarsi troppo sulle differenze: coltivare la curiosità è l’arma vincente. State camminando per strada e qualcuno sputa a un centimetro dai vostri piedi? Sticazzi. Avete appena finito di cenare con i colleghi d’ufficio e parte la sonata N°9 per archi e rutti? Sticazzi. Volete fare un giro in un negozio e la commessa vi si appiccica alle chiappe senza mollarvi un secondo e vi si appollaia sulla spalla come un gufo? Sticazzi. Ripetete con me, come un mantra: sti-caz-zi. Fa tutto parte del gioco. La Cina non va capita troppo. Va amata.

Certo, imparare la lingua, almeno un po’, vi renderà il gioco più piacevole. Se i caratteri sono un ostacolo spesso insormontabile, specie per chi come me è partito senza aver mai studiato il cinese, anche solo imparare a parlarla vi schiuderà mondi di umanità altrimenti celati: attenzione però, perchè per quanto potrete impegnarvi, per quanto bene parlerete mandarino, per quanti santi avrete tirato giù dal cielo per imparare i toni, non sarete mai cinesi. Sarete sempre dei (più o meno) simpatici outsiders. Ma verrete apprezzati sempre. I cinesi sanno quanto sia complicata la loro lingua e vi ringalluzziranno di complimenti e lodi sperticate anche se, dopo interi minuti di sforzi e sudori freddi, sarete riusciti a mettere insieme una frase di senso compiuto, “Oggi fa freddo”, tipo. Chiaramente vi stanno prendendo per il culo, ma quello è secondario. L’importante è l’autostima, giusto?

Di tutto questo e di molto altro scrivo un po’ in giro per il web, soprattutto sul sito web Donne che emigrano all’estero, con cui collaboro da qualche mese, e che si focalizza sul punto di vista femminile del vivere in un altro paese, e sul mio blog, che potete trovare all’indirizzo www.abbattetela.it – il blog di cui non sentivate l’esigenza, dove libero tutto il mio profondo disagio mentale, che spesso prescinde dai confini geografici (qui trovate la pagina Fb)

 

Rifarei questa scelta? Se tornassi indietro a 4 anni fa, mollerei la Sicilia un’altra volta per lanciarmi nell’ignoto? Dico di si. Si. Ho avuto momenti di malinconia, tristezze profondissime, lontananza da un mondo in cui la mia dimensione era determinata, certa. Ma ho imparato, ho pianto sulla spalla del mio migliore amico giallo, ho riso, ho mangiato, ho cantato nei peggio ktv di Shanghai, ho lottato contro le mie insicurezze. Alcune le ho battute, altre me le porterò dietro sempre. Però  mi sento più consapevole del fatto che c’è così tanto altro, in giro per il mondo, fuori dal mio paese, che non conosco e che voglio conoscere. Non rimarrò in Cina per sempre, sono sicura che la vita mi porterà ancora in tanti posti. E starò bene, anche grazie al banco di prova cinese.

E Shanghai rimarrà impressa nella mia anima a caratteri cubitali. E’ proprio il caso di dire così.

Aggiungo l’intervista che Agata ha rilasciato ad Aldo di Italiansinfuga (leggi qui), credo ci siano informazioni molto importanti rivolte a chi ha intenzione di espatriare da quelle parti. Roberta

 

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Paola dalla Svezia: le tante sfumature di un espatrio

Bentornati con un altro appuntamento bisettimanale nato dalla collaborazione con il sito web DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO. Oggi abbiamo con noi Paola dalla Svezia che ci spiega cos’è secondo lei un espatrio e che sensazioni ci regala…in che modo ci cambia per sempre. La ringrazio e le lascio la parola. Roberta

Ciao a tutti, sono Paola e vivo in Svezia da 14 anni.

Queste che scrivo sono mie riflessioni sul perché della pagina Donne che emigrano all’estero di cui faccio parte. Rimando la mia storia personale alla prossima occasione.

Emigrare

Se guardiamo sul vocabolario alla voce EMIGRARE troviamo “Lasciare il territorio di origine, per andare a vivere, temporaneamente o stabilmente, altrove”.

É sempre una necessitá che ci spinge a lasciare il NOSTRO paese, sia pure soltanto la necessitá di rispondere ad una curiositá che crea un vuoto dentro di noi. Emigrare é entusiasmo, desiderio, volontá di fare di piú, di andare oltre, ma é anche sacrificio. Chiunque abbia affrontato questa esperienza lo sa, il sacrificio é grande. Lasciare qualcosa di conosciuto per un qualcosa di in gran parte sconosciuto. Lasciare il conforto dell’ambiente famiglia-amici-lingua per l’avventura. Nuove persone, possibili ma anche difficili amicizie, ostacoli da superare, cose da scoprire e fare proprie e una nuova lingua che spesso fai fatica a capire. Quando finalmente comunichi con quella nuova lingua arriva il momento piú difficile di iniziare a capire veramente la gente del posto e la loro cultura. Perchè purtroppo, ad eccezione forse del grosso melting pot Stati Uniti, non è sufficiente imparare la lingua di un paese per sentirsi integrati in una società straniera.

“Perché appartenere attivamente al gruppo Donne che emigrano all estero?”

Il sito web Donne che emigrano all’estero sta compiendo un grosso lavoro con la collaborazione di molte donne che vivono in giro per il mondo. Noi donne emigrate ci confrontiamo e parliamo nella nostra lingua al resto del mondo in Italia e fuori raccontando la nostra storia, parlando della condizione di emigrate, del paese che ci ospita e della cultura che ci circonda, delle difficoltà incontrate, delle singolarità e delle bellezze della nostra vita quotidiana.

Da parte mia sento che quello che c’é tra me e il paese che mi ospita da tanti anni, la Svezia, può essere raccontato in brevi episodi e può dare a molte persone una dimensione più reale ai loro sogni di fuga dall’Italia.

L’altro aspetto, magari più banale ma non meno importante, è che questa pagina ci fa sentire appartenenti ad un gruppo familiare. Spesso vivendo all’estero si perde in parte la propria identità e non si riesce ad acquistare del tutto quella del paese. Viviamo spesso costruendo intorno a noi una realtà nuova per fusione di esperienze culturali e di vita diverse. Ci adattiamo ad abitudini anche molto diverse da quelle del nostro paese di origine e accettiamo compromessi per essere “accettati” e non “discriminati”. Quando si é stanchi, arrabbiati, felici, delusi, depressi, demotivati, entusiasti… c’é un gruppo di donne come te che legge volentieri e con affetto le tue parole, i tuoi racconti, le tue riflessioni e in gran parte le condivide.

 Ma cosa vuol dire emigrare per una donna?

Spesso la condizione di donna é di per sè più difficile, le relazioni all’interno della società meno ovvie, con un ruolo in molti paesi meno emancipato. Di conseguenza emigrare per una donna può significare spesso un problema di integrazione più accentuato.

Ogni donna peró ha più risorse di quante pensi.

Io credo molto nel genere femminile, pur non essendo assolutamente femminista. Uomo e donna, una realtà biologica li posiziona in due ruoli diversi all’interno della societá, ma la donna, per una serie di ragioni, sono convinta abbia una marcia in più.

 Infine: Chi sono? Cosa ci faccio qui?  Quale sarà il mio futuro? Dove voglio trascorrere la mia vecchiaia?

Sono le domande che prima o poi ognuna di noi si pone.

Avete visto il film “La grande bellezza”? La vita, una ricerca, una ricerca a volte forzata e frenetica, e poi…alla fine é la vecchiaia e la ricerca delle radici…il richiamo alle origini, da dove siamo venuti.

Arriviamo dunque all’ultima domanda: Tornerei in Italia?

La mia risposta è SI. Sono certa che in tal caso tenterei con tutte le mie forze di vivere la Mia Vita italiana con quelle abitudini e quello stile che ho conosciuto e accolto vivendo in Svezia. So per certo che questo mi potrebbe portare ad entrare in conflitto con il sistema Italia e con molti connazionali. Sarei considerata per molti aspetti una straniera nel mio paese. Questo perché vivere all’estero ci fa cambiare. Ci fa capire che non esiste il popolo perfetto, che c’é sempre da imparare. Ci insegna a pensare in maniera piú flessibile, ad essere tolleranti verso il diverso e verso lo straniero. Ci fa pensare infine guardando il nostro paese quale grande bellezza possiede e con quale semplicità questa bellezza viene imbruttita al punto tale che molti italiani non la vedono o non la vogliono vedere più.

E’ un paradosso, ma forse é piú facile dimenticare le proprie radici per gli italiani che vivono in Italia che per quelli che sono all’ estero.

Si può pensare che la storia e le tradizioni degli italiani acquistino spessore nel tempo anche grazie al contributo di coloro che con il loro sacrificio di espatriati hanno portato sempre con sé quelle origini lontane continuando a restarne abbarbicati e a considerarle “la grande bellezza”. Ed é quasi piú bello raccontare il proprio paese dalla prospettiva dell’emigrato.

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Avete un sogno americano? Ecco la storia di Anna dalla California!

Rieccoci con l’appuntamento bisettimanale nato dalla collaborazione con il sito web DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO. Ritroviamo Anna, avevamo già letto un suo articolo ma oggi si racconta partendo dalle origini e dal momento in cui ha deciso di espatriare. La ringrazio nuovamente e vi auguro buona lettura! Roberta

“Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde”. A. Baricco

Ad essere sincera, come io sia finita in California, rimane un mistero. A volte penso che sia stata solo una serie di coincidenze a portarmi qui. Peccato però, che io alle coincidenze creda poco o niente.

Ho sempre amato l’America e fin da piccola avevo la terribile abitudine di tormentare la gente con i miei “un giorno quando andrò a New York…un giorno quando vivrò a Los Angeles….un giorno quando visiterò il Gran Canyon….”, ma c’è da dire pure che avevo le idee abbastanza confuse, visto che la mia casa si sarebbe trovata da qualche parte nelle highland scozzesi! Quel che a tutti era sicuramente chiaro è che io, avrei viaggiato. E tanto.

Los Angeles è la città in cui approdai due anni fa. E questa, può essere definita la mia prima vera e propria esperienza di vita all’estero: infatti, pur avendo viaggiato parecchio, non mi sono mai fermata così a lungo in un posto da potergli attribuire l’appellativo di “casa”.

Qui mi ci ha portata l’amore e mi ci hanno portata i miei studi. In Italia, ho studiato relazioni internazionali, con indirizzo diplomatico, ed ammetto che in quegli anni spesi sui libri cresceva dentro di me, insieme alla fame di conoscenza, un certo senso di fastidio. Alla fine sono diventata dottoressa, ma precisamente di cosa? Di inchiostro e di carta. Perchè purtroppo la diplomazia non la si impara sul divano di casa, al riparo da qualsiasi inverno, armati di evidenziatori fluo.  Certo è che al riparo ho imparato a sviluppare un certo senso critico che mi ha dato radici solide e, allo stesso tempo, ali sufficientemente ampie per volare. Ed è stando al riparo che ho imparato ad amare e ad odiare tutte le politiche del mondo, a destrutturare i paradigmi del male e del bene, a pormi domande. La mia storia d’amore e di odio con l’America, a quel punto, aveva raggiunto un picco tale da non permettere altra soluzione se non quella di toccare con mano la realtà e di andare al cuore di quella “democrazia esportatrice di democrazia” (si, leggeteci anche le accezioni negative, perché è anche a quelle che mi riferisco). Illudendomi.  Non sapevo, infatti, che partendo mi sarei seminata dietro mille nuove domande e che avrei trovato ben poche risposte. Cose che nulla avrebbero avuto a che fare con la diplomazia. Uno di quegli errori così sottili e banali da non credere di non averci pensato: dimenticarsi del caso e della sua capacità di intervenire e rimescolarti le carte con silenzi, mancanze, odori e sensazioni.

A questo punto, posso affermare che non credo di aver trovato quel che cercavo e che probabilmente la resa dei conti non è ancora arrivata. Sono nel vivo di un percorso personale che mi sta portando a riconoscere me stessa non più nelle vesti di una ragazza, ma di una donna. Sto prendendo confidenza con la mia nuova dimensione e la mia nuova consapevolezza, che fa di me una persona eclettica, aperta ai cambiamenti e al “diverso”. Ed ho capito che le identificazioni e le definizioni mi vanno strette, perchè io sono una, ma sono anche mille cose diverse.

Fra le altre cose, in questo periodo di prese di coscienza e di scommesse, sono approdata fra le scrittrici di “Donne che emigrano all’estero”. Ho amato fin dal primo momento quella pagina, così come ogni singola donna che si raccontava. Entrare a far parte di quel mondo per me, significava trovare delle sorelle. Significava trovare una dimensione stabile. Virtuale, e paradossalmente, stabile. Non ho assolutamente preso coscienza del fatto che scrivere significasse, per effetto diretto, essere poi lette. Va da sè che ne sono derivate una serie di conseguenze. Come spiegare, a chi ti scrive e chiede consigli, che non sai spiegarti nemmeno tu quando e come è partito tutto? Chi e perchè abbia messo in moto quel meccanismo che ti ha portata a chiedere un visto per andare a vivere fuori dal tuo paese, lontana dalla tua famiglia e dalla tua realtà? Per me è stato talmente naturale che non saprei davvero spiegarlo. Non è stata una questione di coraggio. E non è stata nemmeno una questione di incoscienza o di necessità. E’ stato. E’ semplicemente stato. Quel che per certo so, è che non è facile. Ci si immagina la vita all’estero come una soluzione a tutti i mali, ma questo non è vero. Va smentito. Porta a cose nuove, diverse. E porta, come ho già detto,  a fare i conti con se stessi, con le proprie solitudini e con i propri fantasmi.

Ad ogni luce, la propria ombra.

Tornando all’America, va detto che non è più un paese che allarga le braccia ai nuovi arrivati. Servono visti specifici, difficili da ottenere e molto restrittivi. L’unico possibile da ottenere con una procedura “normale” è un visto da studente. Ma a quel punto, non puoi lavorare. Vuoi tornare a casa? La scuola deve rilasciarti documenti specifici, non puoi semplicemente lasciare il paese. Hai troppi stampi sul tuo passaporto? Alla dogana preparatevi a domande da terzo grado “Perchè vai e vieni da questo paese? Chi conosci, e che rapporti hai?”. Devi dimostrare di esserti lasciato dietro una vita (madri, padri, fratelli, mogli, mariti, nonni, figli, zii, cugini, pronipoti, un lavoro stabile, case e denaro…quel che ti pare insomma) e che prima o poi tu, te la vai a riprendere, quella vita lì. In quei momenti, pensi che non sei nient’altro che un numero. Quello del tuo passaporto. E che probabilmente non passerai coi i tuoi neanche questo Natale.

Nonostante tutto, quel che consiglio io è, ovviamente, di viaggiare. Tanto. Spesso. Andate ovunque vi pare, se è quel che sentite di dover fare. Ma non date mai nulla per scontato. Io sto faticando per guadagnare in esperienza, ma non chiedetemi dove e come vedo il mio futuro.  Al mio terzo anno, questa vita mi va già stretta e so che prima o poi cambierò. Non so se tornerò in Italia, ma vorrei avvicinarmici. Mi concederò il tempo necessario, seguirò il ritmo naturale degli eventi, senza forzare le cose, e poi prenderò le mie decisioni. Se nel mio futuro ci sarà  il mio piccolo paesino calabrese, la campagna inglese o un posto che adesso nemmeno immagino, io non lo so.

Quel che è certo, è che sono aperta alle possibilità e che quella persona che è partita quasi tre anni fa ha cambiato pelle; ha visto spuntare i primi capelli bianchi a sè stessa ed al suo compagno; ha sparso dietro di sè vestiti e promesse, e trascina bagagli sempre più pesanti. Di quelli che, non possono essere pesati, catalogati, controllati, o peggio ancora, persi.

Anna Caserta, Los Angeles.

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Tiziana dice: a San Paolo sono cresciuta come persona

Ecco un nuovo appuntamento nato dalla collaborazione con il sito web  DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO ed ecco un’altra meravigliosa storia da leggere. Oggi a raccontarsi è Tiziana da San Paolo. Dalle sue parole si può evincere quanta ricchezza d’animo ci sia in alcune parti del mondo e quanto sia facile e naturale assorbirne l’essenza. La ringrazio per aver condiviso con noi una parte della sua vita. Buona lettura e buon lunedi a tutti. Roberta

Ciao a tutti!
Mi chiamo Tiziana, la mia storia di emigrante è un po’ particolare….nel senso che io non ho proprio nemmeno mai sognato di andare a vivere all’estero! Per me, nata a Genova e trasferita per “amore” a Milano, era già abbastanza! A dicembre 2013, “l’amore” che già mi aveva fatto fare un saltino da Genova a Milano, mi comunica che a breve si sarebbe trasferito per lavoro in Brasile, a San Paolo….doccia fredda (anche se allora non andavano ancora di moda)… “Cioè? Non ho capito? Solo tu? Tutti? Per quanto tempo?” “No! Io non posso! Come facciamo! Le bambine!”

……Io, concentrata su bisogni, ritmi e quotidianità conquistati a fatica tra lavoro e famiglia! Dopo un mese di “isteria”, ho deciso che avrei sondato, per un breve periodo, San Paolo. La curiosità e la preoccupazione mi hanno portato a cercare in rete, a catturare informazioni che non dovevano essere da turista! Che importava a me se il Brasile nelle guide turistiche era descritto come meraviglioso! Io stavo andando a vivere a San Paolo…..
Cercando su Facebook ho incontrato una pagina: “DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO” ….“Il bello delle donne è che hanno paura, ma alla fine hanno il coraggio di fare tutto….”

Paura ne avevo tanta, anche perché provate a dire: “Dovrei andare a vivere a San Paolo”….. Ho iniziato a leggere i racconti di queste donne e ho trovato molte similitudini con la mia paura, ma molta energia e coraggio che le ha portate a fare esperienze meravigliose. Le ho contattate: “Sto per andare a vivere a San Paolo, c’è forse qualcuna di voi che può consigliarmi?”. Fantastica la risposta di Catia: “No, ma se stai per partire potresti essere tu la nostra inviata!”. A giugno siamo partite, io e le mie due bambine, e abbiamo iniziato la nostra esperienza in Brasile con il desiderio di conoscerlo davvero senza farci spaventare da racconti apocalittici e con l’entusiasmo di trasmettere le mie emozioni da “inviata speciale”!


Dovevo pensare a come fare esperienze di vita che mi permettessero di decidere se valesse o meno la pena trasferirsi…..Io ero sempre la stessa ligure “chiusa” che da Genova si era trasferita a fatica a Milano….ma “loro” erano i brasiliani! Popolo stupendo, disponibile ad aiutarti, a venire incontro alle tue difficoltà, a consigliarti….impossibile non chiacchierare, non entrare in relazione….impossibile rimanere diffidenti e chiusi di fronte a tanta cordialità! Un esempio per tutti. Ci siamo iscritte ad un corso di capoeira in una palestra di quartiere perché volevo che le mie figlie conoscessero un po’ di costume e cultura brasiliana e socializzassero in un contesto ludico/sportivo.

Una delle mie figlie ha una disabilità e, come sempre mi succede, ho iniziato a spiegare al maestro le sue difficoltà, ma lui mi ha fermata. Non mi ha chiesto una quota extra per un insegnante individuale per lei…mi ha risposto che non c’erano problemi. Ed è stato così! Nessun problema a ripetere 3, 4 volte un movimento, a mettersi a fianco a lei a spiegarle gli esercizi.  Nessun ragazzino ha sbuffato quando lei ha rallentato l’attività e tutti hanno sempre voluto giocare con lei, incoraggiandola sempre. A voi sembrerà poco, ma in Italia spesso ci nascondiamo dietro la parola disabile per far credere che chi ha un problema è speciale, “diversamente abile”, in realtà nemmeno gli diamo la possibilità di provare ad esserlo…..
Le mie “paure iniziali”, che forse ora avrete capito, sono crollate di fronte all’empatia e alla disponibilità di queste persone.

Non posso affermare che San Paolo sia una città sicura e tranquilla, ma con una buona dose di positività e umiltà si possono vivere esperienze meravigliose! Io all’estero non ho fatto esperienze lavorative, non sono cresciuta professionalmente o economicamente….sono cresciuta come persona. Le mie figlie non hanno fatto esperienze didattiche che le avvantaggeranno in Italia (nemmeno le abbiamo cercate, sono bambine e avranno tempo per fare le loro esperienze…), ma hanno un grande bagaglio di autostima e allegria da portare in Italia.


Grazie per l’attenzione che mi avete dedicato, Obrigada!
Tiziana

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Silvia dal Congo: non vivete nell’insoddisfazione, tutto è possibile!

Eccoci ad un altro appuntamento con DONNE CHE MIGRANO ALL’ESTERO! A parlare oggi è Silvia che ci scrive dal Congo. Trovo molto interessanti le sue parole, imparare a rischiare mettendo in conto anche un fallimento è l’unico modo che abbiamo per provare a raggiungere i nostri veri obiettivi. Vi lascio in compagnia delle sue parole. Roberta

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“Mi piace il titolo di questo blog, “a saperlo prima”, un ponte fra chi c’è già passato e avrebbe voluto prendere prima questa decisione e chi ancora si chiede se iniziare a preparare la valigia o meno.

Io sono sempre stata alla ricerca dello stare bene: per me stare bene significa fare quello che mi sento di fare, e questo viene prima di tutto il resto. Se avessi ascoltato quello che mi dicevano gli altri di fare, oggi sarei chiusa nella stanzetta a casa dei miei genitori a leggere sui libri la vita di cui avrei finito per privarmi.

Quello che consiglio a tutti è di non vivere nell’insoddisfazione, tutto è possibile. Gli altri non possono renderti infelice, sei tu da sola a farlo con le costrizioni che ti imponi.

La mia strada mi ha portato a vivere in paesi lontani, ma questo non significa che la felicità non possa essere nella casa di fronte: ognuno in fondo in fondo, sotto a quintali di cazzate, sa che cosa è giusto per sè. E non si può sperare di mettere d’accordo tutti seguendo le proprie ispirazioni, tanto vale farsene una ragione.

Anni fa sono partita per la Cambogia, atterrata in Asia sapevo tutto su quel paese. Sapevo che sarei stata bene perché ormai avevo fatto mia la storia, avevo negli occhi tante immagini e racconti. Avevo un progetto che ho portato avanti fino alla fine ed è lì che sono cresciuta come persona.

Leggo in questo blog ed in altri quanto sia importante partire preparati ed è vero. Se state puntando tutto sulla partenza, è indispensabile sapere quali sono i propri obiettivi e trovare tutti gli strumenti per raggiungerli.

Ma io oggi vi parlo del mio salto nel vuoto nel cuore dell’Africa Nera.

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Sono partita a maggio con due settimane di preavviso, nessuna conoscenza del continente a parte le storie dei miei ex studenti del corso di italiano nel quale insegnavo.

Per cinque anni ho contribuito a costruire un progetto importante di accoglienza per il mio territorio, ma poi qualcosa dentro di me si è rotto e piano piano ho capito che il mio futuro era da un’altra parte.

Non stavo più bene e stavo perdendo il sorriso.

Ho deciso di partire all’avventura, con un contratto di lavoro con un’organizzazione che mi aveva molto colpita, ma con l’idea “la va o la spacca”. Ero pronta a tutto, mi dicevo, io parto, poi si vedrà. Se non è la mia strada tornerò a casa: Se stare lontana mi farà capire che dovevo restare, tornerò’ indietro e chiederò’ scusa a tutti.

Questa volta ero pronta al fallimento.

A trentanni ho capito che il fallimento fa parte della vita. Non significa che siamo sbagliati dalla testa ai piedi, solo a volte le cose non vanno come vorremmo e VA BENE.

Alla fine non è andata male e sono a mio agio in questa nuova situazione. E’ dura, perché anche le poche certezze che mi ero portata in valigia sono state spazzate via, ma è bello, perché mi lascio stupire dal mondo.

Così’ partecipo al sito “Donne che emigrano all’estero” perché siamo un coro di donne che si racconta senza pretendere di avere le risposte in tasca. Siamo tante, siamo diverse, abbiamo ogni età e ogni motivazione. Spesso non mi trovo d’accordo con quello che viene scritto, più spesso mi sento tanto vicina a donne di cui non conosco nemmeno il viso. Donne che emigrano è democratica, è uno spaccato dell’Italia che si muove e non è un caso che abbia un grande seguito”.

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Anna: “La mia italianità io non la vendo”

Ieri mentre mi trovavo sulla pagina Fb “Donne che Emigrano all’Estero” ho letto il racconto di Anna da Los Angeles e ne sono rimasta molto colpita. Colpita perchè rispecchia il mio pensiero, colpita perchè anche io ho imparato ad apprezzare il mio essere italiana una volta arrivata in Germania, colpita perchè anch’io non venderò mai la mia italianità nè farò finta di essere tedesca. E anch’io ho provato i primi periodi a mescolarmi, a sembrare una di “loro” per non mettere in risalto il mio essere italiana…mi è bastato poco però a capire che non ho nessuna intenzione di diventare come loro! Voglio ringraziare Anna per avermi autorizzata ad inserire nel mio Blog questo racconto. A lei la parola. Roberta

anna

Ultimi due giorni di vacanza in Italia e come al solito mi trovo a dover fare i conti con il momento del distacco. Vorrei poter portare la mia famiglia con me, non dover scegliere fra il “dove” ed il “con chi”. Ma so che non è possibile e che fra poche ore, non solo dovrò chiudere le valigie, ma dovrò anche metter via il mio ruolo di figlia e trasformarmi ancora una volta in quella “donna che deve farcela da sola”.

Perché, senza tanti giri di parole, quando si va via, bisogna spogliarsi l’anima. E’ di questo che si tratta: spogliarsi delle proprie abitudini, dei propri vizi, dei propri affetti, delle proprie paure e dei propri limiti mentali. Ed una volta “nudi” bisogna saper vivere con la propria pelle, nella propria pelle, prima di poter indossare abiti nuovi.
E diventa poi inutile chiedersi se e quanto si è cambiati, perché non sarà possibile quantificarlo e comunque non saremo noi a farlo. Saranno gli altri a stabilirlo, saranno le amicizie che si perdono e quelle che nascono, saranno i risultati di somme e di sottrazioni e di conti improbabili che ci troveremo a fare ogni giorno con la vita.
Io non ho scelto un paese così diverso dal mio: non mi sono dovuta adattare a religioni lontane dal mio sentire, non ho dovuto cambiare vestiti, non ho dovuto far grandi sacrifici alimentari. Ma LA mi ha esposto ed immerso alle responsabilità e mi ha dato nuove consapevolezze. Mi ha insegnato che da viaggi così, non si può proprio tornare indietro. Lo ammetto: quando sono arrivata a Los Angeles volevo sembrare il meno italiana possibile. Volevo imparare l’americano bene e subito. Volevo avere una pronuncia perfetta. E sopratutto volevo evitare quella fastidiosa domanda “where are you from?”, che ti etichetta immediatamente come turista, o ancora peggio, come immigrata.

….Volevo tante cose, in realtà. Ma sopratutto, volevo cose che non conoscevo. Perché l’America, quella che noi immaginiamo, è semplicemente quella che Loro vogliono farci conoscere. Ma le “due Americhe”, spesso e volentieri, non coincidono. E quando ci vivi, questa scoperta fa male.
Questi mesi, questi anni, sono quindi stati un infinito viaggio dentro me stessa.
I posti che ho visitato e le persone che ho conosciuto hanno riscritto le mie idee ed hanno tracciato mappe che, da sola, non avrei mai potuto disegnare. Nonostante l’impegno che ci ho sempre messo.
E’ stata una risalita faticosa lungo un crinale roccioso. E’ stata una partita coi Lego: sono stata smontata e rimontata fino all’ultimo mattoncino. Ma il risultato ottenuto da questo tornado, devo ammetterlo, mi piace. Quando sono arrivata a Los Angeles, ciò che volevo era confondermi, eguagliarmi, disperdermi. Ero arrabbiata. Non con l’America che non mi considerava sua cittadina, ma con il mio paese, che mi aveva tradita e mi aveva mentito, negandomi la possibilità di costruire un futuro. Ed invece, grazie a questo, posso dire di essermi riscoperta fieramente italiana. Ho capito che la diversità culturale va difesa con i denti. Che è proprio quella diversità che rende il mondo così speciale. Ho capito che l’inglese ti permette di non avere barriere….ma volete mettere l’espressività dei nostri dialetti?! E che si, nonostante l’Italia stia annaspando, io, noi, apparteniamo ad una gran bella Nazione.

Ho sentito dire, proprio qui in America, che “tutti, almeno una volta nella vita, vorrebbero essere italiani”, ma questa, davvero, non è una cosa che si compra.

Allontanarmi (non per codardia ma come scelta più difficile che potessi prendere), mi ha dato la possibilità di amare, attraverso gli occhi degli altri, culture che mai avrei sfiorato. Mi ha dato la possibilità di aprire le braccia alle differenze ed insieme sorprendermi di quanto a volte queste, invece, siano nulle. Ma sopratutto, mi ha dato la possibilità di osservare il mio Bel Paese da lontano, di cambiare prospettiva e di riscrivere la mia identità: non ho più una sola casa e non ho più una sola bandiera. Ma ho imparato, più che mai, ad amare chi sono e da dove vengo.
La mia italianità quindi, io non la vendo. E mi tengo stretta la mia lingua e la mia storia, ché nessuna Storia è incredibile come la nostra.

Vi abbraccio ovunque voi siate…
Anna, LA.

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Daina dal Messico: “Si vende, si regala o si butta via tutto quello che abbiamo accumulato in una vita e che in realtà non ci serve a niente se non a essere prigionieri”.

Rieccoci con un altro appuntamento nato dalla collaborazione con il sito web DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO. A raccontarsi è Daina dal Messico! Ci spiega come ha trovato il coraggio di lasciarsi tutto alle spalle cambiando totalmente vita…insieme alla mamma di “appena” 85 anni. La ringrazio e vi lascio in compagnia delle sue parole…buona lettura…Roberta
Noche Buena
Ciao!

Sono Daina, vivo in Messico – a San Miguel de Allende – la “migliore città del mondo” secondo la rivista Traveller – Condè Nast… Mi sono trasferita qui un anno e mezzo fa, con mia mamma di 85 anni! Con il Messico è stato amore a prima “visita”, un Paese che ha infinite ricchezze naturali e culturali di storia, arte, flora, fauna, panorami mozzafiato e cieli limpidi, come dice la canzone “Cielito Lindo”. Ma è sopratutto la sua gente ad avermi colpito: sempre sorridente, generosa, anche se hanno solo tortillas e fagioli per cena, te ne offrono la metà…

In Italia vivevo a Milano, città dove sono nata e cresciuta che ho anche amato, ma da 10 anni a questa parte è un inferno. Non c’è lavoro (soprattutto per chi come me ha passato gli “anta” da un pezzo…) non c’è futuro, non c’è calore umano, sono tutti perennemente incazzati , di corsa e stressati. Prima di emigrare in Messico ho abitato 2 anni a Verona con mia madre. Bellissima città, ma anche lì… freddo e freddezza, poco lavoro, tristezza… Non ne potevo più. Mia madre quasi non usciva dal letto, passava le giornate tra il letto e la televisione o ascoltava “radio Maria”… Io dovevo lavorare anche 10 / 12 ore al giorno per sbarcare il lunario, l’affitto alle stelle, la pensione di mia madre non le bastava per pagare affitto e spese…. figuriamoci una badante! Da 15 anni il Messico era il mio sogno, mettevo da parte i soldi per potermi permettere almeno una vacanza all’anno, ma quando dovevo tornare in Italia mi si spezzava il cuore. Così ho deciso: si vende, si regala o si butta via tutto quello che abbiamo accumulato in una vita e che in realtà non ci serve a niente se non a essere prigionieri.

Tutto quello che era necessario sono riuscita a farlo stare in 2 valigie. A San Miguel ci aspettava una casetta già arredata e corredata, che grazie a Dio un’amica di un’amica aveva appena lasciato e mi aveva proposto. Solo 250 euro al mese, 2 camere con servizi, sala, cucina giardinetto e terrazzo! Mia mamma da quando è qui è sempre fuori al sole, canta è allegra, mangia di continuo… anche se ha la memoria di un pesce rosso e non sa dove si trova, pazienza! Almeno sta bene. Io mi sono inventata un lavoro che non avrei mai e poi mai pensato di fare in vita mia…. insegno lingua e cucina Italiana… i Messicani la adorano, ed anche gli Statunitensi che vivono qui.
San Miguel è una città coloniale nel centro del Messico, sull’altipiano della Sierra Madre, in zona semidesertica. E’ piuttosto lontano dal mare, ma in compenso ci sono sorgenti di acqua termale a 36°. Il clima è fantastico, primavera tutto l’anno… a parte adesso che siamo nella stagione delle piogge… Ma non fa mai freddo e la pioggia non dura mai più di un giorno o 2. Da un anno e mezzo che sono qui ho già moltissimi amici e sento di aver trovato una famiglia in una Comunità Cristiana di Missionari che aiutano i poveri ed emarginati, davvero con i fatti e non a parole! Spesso andiamo a organizzare delle feste nei villagi di Indios qui vicino o in Chiapas e portiamo vestiti e giochi per i bambini, è una gioia vedere i loro sorrisi!
janice

 

Ora devo scappare perchè vado a mangiare al ristorante Indiano con una amica tedesca! San Miguel è un miscuglio di razze e culture diverse… si parla principalmente spagnolo ma tutti parlano bene inglese e qualcuno parla italiano o lo vuole imparare! Ho un blog dove racconto le nostre avventure www.portolamammainmessico.com ed un sito dove metto le ricette di cucina regionale italiana che insegno www.rico-sma.com

La mia vita è davvero cambiata, più qualità meno quantità, si vive con poco ma si ha tempo per se stessi e per gli altri. C’è molto da imparare da questo popolo la cui “slow-life” è davvero un toccasano per chi non ne può più dello stress!

Scrivo ogni tanto sul sito web “Donne che Emigrano all’Estero” perchè è proprio vero che alla fine siamo noi donne che abbiamo il coraggio e la forza per cambiare la vita! Propria e dei propri cari…

Daina Jasmine Ventura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Katia dalle Seychelles: Il Bello delle Donne è che hanno paura ma alla fine trovano il coraggio di fare tutto!

Oggi a raccontarsi e’ Katia dalle Seychelles. Mi piace molto il modo in cui scrive e lo spirito che trapela dalle sue parole. Vi invito tutti (uomini compresi) a visitare la sua pagina FB DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO. Noterete come, nei vari racconti arrivati da ogni parte del mondo, nonostante le difficolta’, ci sia sempre la voglia di riuscire. Storie di donne coraggiose, intelligenti, avventurose e passionali!!! Perche’ bisogna essere vivi dentro per affrontare un’espatrio! Ringrazio Katia per aver condiviso con noi la sua storia e vi lascio in compagnia delle sue parole…Roberta

ECCO CHI SONO Italiana, toscanaccia, ho studiato a Perugia per un Master in Economia e Tecnica del Turismo. All’età di 42 anni leggo su di un sito Web specializzato che cercano un Front Office Manager alle Seychelles. Sarà stata la pioggia di quel giorno o il mare smeraldo della fotografia che accompagnava l’annuncio …fatto sta che in un momento di follia ho cliccato “invia CV” e mi sono candidata alla posizione pensando che non mi avrebbero neppure notata. 6 mesi dopo ero alle Seychelles.

Sono partita per cambiare, per allontanarmi da tutto, per scoprire nuove geografie. Ma 42 anni è l’età del cambiamento: il nostro Saturno Natale viene attraversato dal passaggio del Saturno Cosmico ed enormi giri di boa, esteriori od interiori, vengono intrapresi a quell’età. Ho sempre pensato di stare qualche mese e poi di tornare in Italia. E così ho fatto, per diversi anni, un gran andirivieni di viaggi che si sono sempre conclusi con il ritornare. Adesso sono più serena di quando sono partita anche perché finalmente ho coronato il mio sogno professionale: ricoprire il ruolo di Direttrice d’Albergo.

Facile? Forse più facile qui che in Italia ma posso dirlo solo adesso…me lo avessero proposto 10 anni fa avrei pensato “impossibile!” Sono sola, navigo sola, vivo sola. Mi piace molto questa solitudine che mi permette di vedere le cose senza influenza alcuna. La considero un “privilegio”. Conosco molta gente qui e mi sento decisamente a casa ma non posso affermare di aver fatto amicizia con dei “locali”. Le differenze esistono, soprattutto di tipo culturale, e sebbene possiamo frequentarci e passare dei bei momenti insieme restiamo etnie e culture lontane. All’inizio ho anche avuto problemi con la lingua: parlavo meglio il tedesco che non l’inglese o il francese e c’è voluto un bel po’ di tempo per ri-padroneggiarle decentemente tutte e due … a scapito ovviamente del tedesco che ho quasi dimenticato!

Consiglierei le Seychelles a chi desidera lavorare nel turismo e nell’hotellerie: ancora per qualche anno qui avranno bisogno di espatriati per ricoprire i ruoli chiave. Ma attenzione: queste Isole si stanno svegliando dal torpore coloniale e fra non molto saranno i Seychellesi a dirigere gli alberghi!

Ecco perche’ e’ nata la pagina FB DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO

Ho sempre considerato FB un eccellente mezzo di comunicazione, più adatto a persone mature che non a ragazzini privi di senno. Da quando sono fuori Italia poi è diventato il luogo virtuale dove incontro tutti, parenti ed amici. Perché non incontrare altre donne che vivono all’estero mi sono detta, perché non raccontare le proprie storie e far si che anche chi è ancora in Italia possa condividerle e partecipare alle conversazioni? Ecco come è nata la mia pagina DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO.

L’ho creata in un giorno di fine febbraio 2014, in un periodo carico di incertezze e di speranze allo stesso tempo. Stavo infatti per trasferirmi su di un’isola remota dell’Oceano Indiano, un puntino invisibile su Google Map dove non c’era copertura di telefonia mobile. Ho iniziato a pubblicare da sola, parlando al vuoto, come le sonde inviate nello spazio cercano vite aliene io cercavo donne interessate al mio progetto. E sono arrivate, lentamente una ad una, portando con sé un carico di entusiasmo incredibile- Desideravo la voce di Donne Italiane che vivessero all’estero e che volessero condividere su di uno spazio virtuale le loro storie ed loro pensieri. Adesso, dopo circa 4 mesi di attività, siamo circa 20 amministratrici da tutto il mondo a parlare di noi e dei paesi che ci ospitano. Da sempre ho in mente un progetto editoriale e sto valutando la possibilità di creare un Sito Web.

Nel frattempo siamo su Twitter e Pinterest . Il prossimo step è creare un canale YT… anche se devo dire che io sono l’unica a produrre video ed a pubblicarli! Dimenticavo: una Radio Italiana dovrebbe intervistarci prossimamente per creare una programma dedicato alle DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO! La pagina non fornisce consigli pratici per cercare lavoro (perché il lavoro non si trova su FB!). E’ però uno strumento prezioso per chi vuole addentrarsi nei meandri femminili dell’emigrazione, per capire in anticipo cosa significa trasferirsi, quali sono gli stati d’animo ed i pensieri che attraversano la mente delle donne una volta che decidono di migrare. Avrei potuto scegliere di creare l’ennesimo gruppo degli emigrati all’estero, un gruppo di “italians” di cui FB pullula… ma ho deciso di scegliere le DONNE.

Perché le donne portano dentro di sé un universo di emozioni indescrivibile e dietro le loro faccine innocue hanno una carica di energia insospettabile! Sulla pagina scrivono Imprenditrici, Bloggers, Cantanti … sono donne di successo e a me piacerebbe che potessero essere di esempio a tutte le nostre connazionali. Vorrei che le donne non si abbattessero, non rinunciassero ai loro sogni, vorrei che attraverso le nostre storie avvenisse una sorta di iniezione di coraggio e speranza capace di cambiare i destini. Mentre a fine febbraio partorivo mentalmente l’idea della pagina ho visto una frase che è diventata il motto stampato sull’immagine di copertina. Con questa frase – che è il condensato della “mission” della pagina – finisco il mio intervento e vi invito tutte sulla pagina di DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO per fare il pieno di positività e di tanta energia creativa! “Il Bello delle Donne è che hanno paura ma alla fine trovano il coraggio di fare tutto”

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