Nostalgia? No, grazie!

Quando penso ai miei due anni trascorsi in Germania e alla motivazione che mi ha spinta a rientrare in Italia, mi schiaffeggerei da sola.

Vedo una persona che un bel giorno ha trovato il coraggio di compiere l’ennesimo salto. Vedo i gradini che faticosamente ha dovuto salire, anche perché erano alti e lei è bassa. Vedo un grande traguardo che stava per raggiungere, l’ultimo gradino della prima lunga scala, e poi…poi niente, ha fatto dietro front e ha iniziato a scendere. Lo spettacolo è più o meno questo.

“Ho troppa nostalgia di casa, uffiii”, con voce frignante e piedi sbattuti per terra. No, non ce la faccio, mi manca la famiglia, mi manca il mare, mi mancano Biagio Antonacci e Il Volo. Mi manca la gente allegra, mi manca la gente allegra che parla la mia lingua, mi manca la gente allegra che parla la mia lingua e mangia cose buone. Mi mancano i bar, gli aperitivi con gli amici, la cena alle dieci di sera e le sagre di paese.

Nostalgia? No, grazie!

 

E così, quella donna coraggiosa torna a casa e si accorge che i due anni l’hanno cambiata, che quella non è più casa, perché casa è il posto nel mondo che ti fa stare bene, e lei lì non stava più bene. Non bastavano i bar, gli aperitivi, non bastava il mare per cacciare via dalla mente il pensiero fisso di aver fatto un errore madornale. Sentiva solo la mancanza di quello che avrebbe potuto essere e non era stato. Fregata dalla nostalgia, come si frega una bambina quando la si vuole comprare in cambio di un gelato.

Quella donna però, superata la fase terrore del “Mó cosa faccio?”, ha deciso di ritentare il salto, e ce l’ha fatta, oggi ha raggiunto l’ultimo gradino della prima scala. La salita è ancora lunga, forse è giusto dire che la salita è infinita. Avete mai sentito parlare di una vita in discesa? Chiaro, le pendenze che agevolano il percorso ci sono, ma solitamente hanno una lunghezza ridotta.

Volete sapere se soffro ancora di nostalgia? Certo che no! Conservo nel cuore i ricordi, li sogno, li scrivo, a volte mi faccio cullare dal passato, specialmente quando scende la notte. La mattina però mi rivesto di coraggio e lascio a letto le ombre di quell’alito di nostalgia.

Sono arrivata alle ultime pagine del libro “Stagioni diverse” di Stephen King e c’è un passo che mi ha fatto pensare a voi, perché lo so che in tanti state ancora combattendo la vostra battaglia personale contro la nostalgia canaglia. Ve lo riporto, così, per avere uno spunto di riflessione.

“La nostalgia di casa non è sempre un’emozione vaga, sentimentale, quasi piacevole, anche se è così che quasi sempre ce la figuriamo noi. Può essere tagliente come una lama, una malattia non solo metaforica ma anche reale. Può cambiare il modo di guardare il mondo; le facce che si vedono per la strada non sembrano solo indifferenti, ma brutte…forse persino maligne. La nostalgia è una malattia vera…la sofferenza di una pianta sradicata.”

Nostalgia? No, grazie!

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Piccola pausa, ma torno presto!

Eccomi! Alcuni mi hanno chiesto perché non scrivo più. In realtà ho avuto un “piccolo” problema con il laptop (vedi foto) e appena possibile lo comprerò nuovo. Quindi, tornerò presto! Intanto potete continuare a seguirmi sulla mia pagina Fb Se anche il ragionier Ugo espatria. 🙂

 

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Se mi banni non vale!

Ciao a tutti!!!

Devo per forza raccontarvi questa storia che per me ha del surreale e non mi si leva dalla testa. Almeno saprete dirmi se sembra allucinante anche a voi.

Quando sono arrivata a Vienna ho conosciuto tramite Fb una ragazza che si è presentata dicendomi che aveva vissuto qui per dieci anni e si era appena trasferita a Dublino. Ha detto che mi seguiva con piacere ed io ho iniziato a fare lo stesso, visto che ha una pagina Fb. Sapete quei rapporti che nascono bene? Subito pregni di un’intesa familiare anche se ci si conosce da poco. Tanti messaggi scambiati, informazioni di vario tipo e la promessa che alla prima occasione ci saremmo viste.

Manda un messaggio prima di Natale, deve venire a Vienna per le feste. Avrà poco tempo ma spera di trovarlo per un incontro veloce. Alla fine non viene. Peccato, sarà per la prossima volta dai. Ci scambiamo auguri di Natale, auguri di buon anno, auguri per tutto!

Continuiamo a sentirci ogni tanto e i toni sono sempre molto amichevoli. Il 5 febbraio pubblica uno scatto dove dice di aver fermato un signore per strada chiedendogli se poteva farle una foto. Cosa c’è di strano direte? Questo…si trovava a Vienna! Allora le ho scritto un commento dicendole “Caspita, ma sei qui? Potevi dirmelo, sarei venuta volentieri io a scattarti la foto, almeno ci saremmo viste!”. Risponde che non aveva tempo, che i parenti la tenevano sempre occupata. Ok le dico, ma la prossima volta ci tengo eh, mi accontento anche di un caffè al volo! Certo risponde con annessi baci, baci, baci!

Questa è l’ultima volta in cui l’ho sentita. Qualche giorno fa mi scrive una persona per chiedermi informazioni riguardanti un negozio. Visto che non ne avevo ho deciso di contattare la mia amica a Dublino perché sicuramente, dopo dieci anni a Vienna, avrebbe saputo darmi qualche notizia utile. Qui arriva il bello…

Se mi banni non vale!
Immagine presa da internet

Vedo la pagina ma non posso commentare, mandare messaggi privati né condividere. Mi ha bloccata? Penso subito…ma no dai, sarebbe assurdo. Vado a cercarla tramite profilo privato e anche lì è sparita dalle mie amicizie e non mi è più possibile mandare messaggi.

Contatto una signora che la segue e che segue anche me, le chiedo di vedere se riesce a scriverle e se è successo qualcosa. La contatta senza problemi e lei risponde che forse avrà toccato qualcosa per sbaglio, che mi avrebbe scritto subito. L’avete sentita? No! Scrivo ad un suo amico e gli chiedo lo stesso favore, la contatta e risponde con la stessa frase…”Adesso la contatto”…l’avete sentita? No!

Ho raccontato l’accaduto ad un paio di amiche e logicamente mi hanno chiesto…”Avete discusso? Le hai detto qualcosa di offensivo? Hai usato toni sgarbati? NO! NO! NO! Siamo passati da amore e baci al và a morì ammazzata, senza un apparente motivo. E allora ragazzi volevo sapere se è capitato anche a voi e se anche voi avete provato questo fastidio terribile. Non è che senza quel contatto io non possa vivere, è però una questione di principio.

Vedete, è inutile che la gente si riempia la bocca con la parola espatrio, che ostenti foto riguardanti i tanti posti che ha girato se poi non è in grado di fare una cosa vera, reale, come il rapportarsi con le persone. Mi è capitato di eliminare qualche contatto ma c’è stato sempre un motivo di fondo e una discussione prima (a parte i contatti fantasma, dei quali ogni tanto mi libero per fare spazio). Girare il mondo senza imparare questo è solo uno spostarsi da un posto a un altro, come prendere un soprammobile dalla sala spostandolo in camera da letto.

E poi diciamolo…nessuno crede alla storia del blocco per errore… 🙂

 

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Expat, vuoi aiuto? Dileguati!!!

Il titolo di questo articolo non è casuale ed è il pensiero che accomuna molti italiani che vivono all’estero. Difficilmente si trova qualcuno disposto ad aiutare un connazionale che chiede aiuto e le motivazioni sono, bene o male, sempre le stesse. La paura di essere presi in giro, ancora una volta. Sì, perché spesso chi non vuole più aiutare è proprio chi lo ha fatto in precedenza e ha preso una bella fregatura!

Un paio di giorni fa ho condiviso un video sul mio canale YouTube dove intervistavo un ragazzo che aveva disperato bisogno di aiuto. Era rimasto in mezzo alla strada, viveva alla stazione e non aveva più un soldo. Ho raccolto la sua richiesta insieme ad altre persone, per chi non lo avesse visto ecco intanto il video. Guardatelo e poi leggete (c’è parecchio da leggere quindi niente pigrizia) l’epilogo di questa storia.

Adesso torniamo indietro di un giorno e andiamo alla sera precedente.

Venerdì sera

Mentre sono su facebook leggo l’ennesimo grido di aiuto di questo ragazzo. Inizialmente i suoi post chiedevano solo una mano per trovare subito un lavoro, poi pian piano la richiesta è diventata estrema e il post di quella sera lo vedeva alla stazione, senza soldi e speranzoso che qualcuno di noi potesse raggiungerlo per tirarlo fuori da quella situazione. Avrei potuto fare finta di niente e tornare a fare quello che stavo facendo prima di imbattermi in lui, ma poi la stretta allo stomaco che ha accompagnato la lettura delle sue parole ha preso il sopravvento Sono entrata nel suo profilo per cercare qualche informazione e ho trovato una diretta fatta poco tempo prima. Anche lì chiedeva aiuto e quasi in lacrime diceva che aveva nostalgia dell’Italia e che non era giusto che fosse costretto a fare il clandestino all’estero. Ci tengo a precisare che è sembrato subito chiaro che l’unico problema di questo ragazzo non fosse il lavoro, che doveva esserci un disagio ben più profondo e proprio per questo ho deciso di aiutarlo.

La sua diretta era stata commentata da poche persone (4) e ho deciso di contattarle subito. Visto che era già passata la mezzanotte non mi aspettavo una risposta immediata, considerando anche che non li avevo tra i contatti quindi c’erano poche possibilità che il mio messaggio venisse visualizzato. Ho contattato anche il diretto interessato. Era ancora alla stazione, non sapeva cosa fare. Gli ho mandato un paio di indirizzi (Compresa la Caritas) per avere almeno un letto sul quale dormire. Non era interessato perché “Lì puzzano” ha detto. Ok, allora passa la notte dove ti pare e ci vediamo domani. Tra un messaggio e un altro si erano fatte le due di notte, mica potevo uscire io, per portarlo dove poi? Nel frattempo ero in contatto anche con una signora che vive qui, una donna di gran cuore, che era preoccupata quanto me per questo povero cristo in mezzo alla strada.

Mattina seguente

  • Mi risponde uno degli amici che avevo contattato. Preoccupato per la situazione si rende disponibile a contattare i familiari del ragazzo.
  • Mi contatta una ragazza che vive a Vienna, anche lei preoccupata per la situazione. Decidiamo di andare insieme.
  • Mi contatta la signora che avevo sentito la sera prima, dispiaciuta perché non può essere presente ci ringrazia per la disponibilità e spera in un esito positivo.
  • Riceviamo una moltitudine di messaggi e chiamate dal ragazzo…”Allora, ci siete?”

Ore 14.00 (Sabato)

Raggiungo l’altra ragazza, prendiamo l’autobus e ci rechiamo in stazione. Lo troviamo. Trolley, borsone e il sorriso di uno che sta per andare in vacanza. Ci guardiamo perplesse…ok…meglio riderci sopra. Ci sediamo e iniziamo a parlare, lui vuole assolutamente farsi intervistare, lo accontentiamo (da qui il video che avete visto). Avevamo già messo il suo trolley più il borsone nel deposito bagagli (si paga in anticipo) dove sarebbero potuti rimanere per massimo 24h. Quindi, con le mani libere, lo abbiamo portato al supermercato acquistando un panino con la cotoletta, una confezione di cracker, una tavoletta di cioccolato, delle salviettine umidificate, un succo e una bottiglia di tea. Poi abbiamo fatto una ricarica da 10 euro al suo cellulare. Almeno eravamo più tranquille sapendo che per le prossime ore avrebbe avuto da mangiare e la possibilità di comunicare. La nostra speranza era che la famiglia ci desse una mano, ma lui ha detto che si erano stancati di aiutare uno che era capace solo di viaggiare senza biglietto e fare arrivare le multe a casa loro. “Li ho chiamati ma non mi vogliono aiutare”…ha detto. Presi dalla confusione mentale e dai dubbi amletici decidiamo di fare così.

  • Lunedì mattina andiamo al consolato e proviamo a chiedere se ti possono fare il biglietto per tornare in Italia (anche se l’altra ragazza aveva già chiesto e le notizie non erano positive).
  • Nel caso dicessero di no mettiamo un annuncio sul gruppo fb e facciamo una colletta per comprarti il biglietto.
  • Intanto contatta parenti e amici e cerca di trovare almeno una persona che ti possa ospitare mentre cerchi lavoro in Italia.

Tutto chiaro? Tutto chiaro!!!

Lo salutiamo, torniamo a casa e appena arrivata mi accorgo che la signora che era in pensiero per lui, ma non poteva essere presente, mi aveva mandato un messaggio. Chiedeva se eravamo ancora lì perché un’altra persona stava raggiungendo la stazione. “No, mi spiace, siamo andate via”. Mi ricontatta poco dopo dicendomi che l’uomo che lo aveva raggiunto gli aveva dato 20 euro e si era offerto di fargli il biglietto. Il ragazzo però aveva accettato i soldi ma non il biglietto perché…”Eh, lunedì devo andare al consolato”, omettendo inoltre il fatto che io e l’altra ragazza fossimo state lì fino a qualche minuto prima.

Un attimo…ma noi dovevamo andare al consolato per vedere se potessero farti loro il biglietto, se ti è stato offerto la sera stessa perché hai rifiutato? Gli scrivo subito…”So che questa persona è stata da te dopo di noi” e lui “Sì, grazie ragazzi, siete fantastici”…”Dove sei adesso?”…”Sono a fare la sauna”…Cosa? La sauna? Così aveva un posto dove dormire con pochi soldi, ha detto. In realtà a Vienna puoi dormire anche con meno, ho pensato.

Nel frattempo mi ricontatta l’amico dall’Italia, quello che si era speso per trovare un appoggio da parte della famiglia di questo ragazzo. Mi dice che lo ha contattato ma che lui nega, dicendo di stare bene. Dice anche che lo ha videochiamato da dentro la sauna. Inizia a dubitare di me, per fortuna ho le prove e alla fine mi crede. Dice che la famiglia si sta muovendo, che anche lui è disposto a trovargli un lavoro in Italia. Quindi tutto risolto direte voi. Pensavo la stessa cosa anche io.

Immagine presa da internet.
  • Sabato sera, mentre era dentro la sauna, mi chiama per dire “Eh, ma io cosa mangio domani?”…”Vatti a comprare un panino” gli dico e chiudo la discussione lì.

Domenica mattina

Siamo in tre a cercarlo per dirgli che entro le 15.00 deve ritirare i bagagli parcheggiati nel deposito e poi, visto che quella persona è ancora disponibile a fare il biglietto, sarebbe potuto partire subito per l’Italia.

  • Non risponde. Poi risponde. Poi inventa cose. Poi dice che 18h di viaggio con il bus sono troppe (Che volevi l’aereo in prima classe?)…poi ci “concede” di essere lì ad un determinato orario…poi sparisce, riappare, sparisce, riappare sino a quando eccola, una sua diretta su fb.
  • Guardiamo la diretta. Rimaniamo attoniti. Inizia mandando a f***ulo amici e parenti perché inventano le cose. Lui a Vienna sta benissimo, è grande e vaccinato e non ha bisogno dell’aiuto di nessuno. Prosegue con idiozie che non è il caso di riportare.
  • Perdiamo ovviamente l’aiuto di amici e parenti.
  • Una piccola pausa di silenzio, nella quale io e le altre due persone avevamo deciso di mettere un punto) e riparte con le richieste di aiuto. Fame, soldi, mi fate il biglietto? Non lo prendiamo più sul serio…arrangiati.
  • Inizia a pubblicare di nuovo post nel gruppo fb. Qualcuno scrive di fare attenzione perché questa persona ha diversi profili. Viene fuori che in tanti erano pronti per raggiungerlo alla stazione. Tanti altri invece si divertivano a deriderlo.
  • Parte una serie infinita di commenti, lui smascherato cancella il post.
  • Viene inserito un altro post (non da lui) con i suoi vari profili e l’avviso di fare attenzione.
  • Fine della storia.

Devo ammettere che ho ancora l’amaro in bocca ma vorrei dire che non mi pento assolutamente di avere aiutato questo ragazzo. Sono convinta che non sia un truffatore seriale ma una persona che non ha un contatto saldo con la realtà. Sorvolo per il momento sulle idee di gloria che ha in testa perché a Barbara D’Urso (una delle cause di questa situazione) vorrei dedicare un capitolo a parte. Fare spettacolo sfruttando fragilità mentali sarebbe da annoverare tra i reati penali. Anche ai famosi leoni da tastiera che commentano dicendo “Non posso credere che qualcuno ci sia cascato” voglio dedicare un capitolo a parte. E poi, non siamo cascati in nessun trabocchetto, semplicemente abbiamo raccolto una richiesta di aiuto e percepito un disagio. Quando poi abbiamo visto che ogni sforzo sarebbe stato vano abbiamo lasciato perdere.

Questo però non mi impedirà di aiutare altra gente, non mi renderà una persona più cinica, perché il rischio nell’aiutare gli altri è anche questo, di vedere i propri sforzi cadere nel vuoto. Che aiuto sarebbe altrimenti? Esistono forme di aiuto con garanzia? Se sì, mettete al corrente anche me. Tornando al nostro protagonista, che dire? Questa è proprio una storia triste, come ce ne sono tante, ma chi chiede e poi riceve un aiuto deve avere anche la voglia di essere aiutato, altrimenti è tutto inutile. E su una cosa lui ha ragione, la colpa è del sistema italiano, ma non perché lui non ha trovato lavoro bensì perché lo Stato dovrebbe assistere le persone che hanno carenze simili, perché i più deboli sono una mina vagante per loro stessi e per gli altri!

Come ho già detto in precedenza nel gruppo, la cosa che mi dispiace veramente è che questa persona sicuramente non si rende conto degli errori che ha commesso. Lui si sente vittima del sistema ma è solo vittima di se stesso.

La nota positiva in tutta questa amara situazione è che tramite lui ho avuto modo di conoscere e scoprire persone meravigliose ed è bello sapere che al mondo c’è ancora tanta gente che ha il cuore grande e aiuta il prossimo senza aspettarsi niente in cambio. 🙂

 

 

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La mamma degli expat è sempre in…..cucina!


Da noi si mangiava alla carta. Chi sceglieva l’asso, mangiava.
(Woody Allen)


Per molti il rientro a casa durante le vacanze ha diversi punti in comune. Uno di questi è la mamma, o la nonna, o la zia in cucina per voi, solo per voi, per poter recuperare tutto ciò che non avete potuto mangiare durante la permanenza in terra straniera. Sorvoliamo (per ora) sul fatto che dall’estero, secondo loro, non si torna mai in buona salute. La prima esclamazione appena scendi dall’aereo solitamente è questa…“Uhhhhh, come sei magrooo, ma non mangi?” mentre rare volte succede che ti venga detto questo…“Ma sei ingrassato! E certo, con tutta la spazzatura che mangi all’estero!”.

Ma rimaniamo per un attimo al giorno dell’arrivo, l’attimo in cui ti vengono a recuperare.

Avrai fame!

No, ho mangiato un panino prima di partire.

Ma io ho preparato due cosine, la tavola è già apparecchiata.

Grazie, magari mangiamo tutto stasera, adesso non ho fame.

Ma devi mangiare, ho preparato tutto per te, assaggi qualcosa lo stesso. (Qui si conclude il dibattito, già perso in partenza).

Siete quasi arrivati, il profumo della parmigiana si sente già dalla via adiacente a quella di casa tua, man mano che vi avvicinate aumenta e, quando siete davanti alla porta, è la stessa parmigiana che vi viene ad aprire. Per l’occasione la tavola apparecchiata è in sala, non in cucina. Imbandita come se dovesse arrivare da un momento all’altro la sposa, sopra ogni sorta di ben di dio. Ovviamente la parmigiana, un polpettone di dieci chili farcito con formaggio e spinaci, delle patate fatte al forno che profumano di rosmarino, qualche pescetto fritto pescato ieri, olive, carciofini, pane fatto in casa, formaggi vari tagliati a dadini, insalata russa (anche la maionese fatta in casa), peperonata e verdurine di stagione saltate in padella con il pomodoro.

Immagine presa da internet

Ma avevi detto due cose!

E queste sono due cose!

Io però non ho molta fame.

Sono stata tutta la mattina a cucinare per te, devi mangiare! (Scatenato il solito senso di colpa non hai armi per difenderti).

E così, un po’ per golosità un po’ per evitare incidenti diplomatici proprio il giorno del rientro, mangi e assaggi quasi tutto quello che si trova a tavola. Però, è proprio quando pensi di esserne uscito vivo che vieni colto da un sussulto di terrore appena vedi arrivare la macedonia e tre tipi di dolce! Ti guardi intorno cercando una via di fuga ma riesci solamente a incrociare lo sguardo di tuo padre che ti dice, senza parlare, “Mangia o so’ ..zzi tua”…quindi fai scivolare giù la macedonia e prendi un piccolo pezzo di dolce che terrai in bocca per quindici minuti, masticando con lentezza e pregando il cielo che non rimanga incastrato nell’esofago. Solitamente sono il caffè e l’ammazza caffè a salvarti la vita.

La cena non va meglio perché è la volta di tutti gli altri parenti, ognuno di loro ti trova magro (o grasso, ma sempre perché il cibo all’estero è spazzatura) e ti porta qualcosa da mangiare, oltre alla solita quintalata di roba che si materializza sulla solita tavola nella solita sala. Stavolta dopo cena fuggi. Esci con degli amici a bere qualcosa (non mi parlate di mangiare) e poi ne approfitti per fare un lungo giro notturno. La tua città è così bella la notte che non sembra neanche lei. Cammini, osservi, fotografi ma soprattutto digerisci!!!

È quasi l’alba quando rincasi, fai piano, hai paura di svegliare qualcuno. Giri lentamente la chiave nella toppa, entri, richiudi la porta senza respirare, con il passo di un giaguaro ti dirigi in cucina in cerca di acqua e bicarbonato (ti si ripropone ancora la peperonata). Noti una luce accesa, intimorito osservi da lontano, ti fai coraggio fissandoti nello specchio del corridoio, entri nella stanza e…….

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Mamma, ancora sveglia? Non vai a dormire?

Ma io ho già dormito, mi sono alzata mezz’oretta fa, ho finito di pulire la cucina e adesso sto cucinando perché a pranzo viene tua sorella.

E così, con un velo di sgomento che ti lascia attonito, le dai un bacio e sparisci tra quelle lenzuola che hanno sempre lo stesso buon profumo, quello della tua infanzia.

Eppure, nonostante la nausea e il bicarbonato, queste tavolate sono tra le cose che più ci mancano e tra i ricordi più belli che abbiamo.

E voi? Raccontatemi nei commenti del blog se il vostro rientro è simile al mio… 🙂

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Me devi cercà tu, caro amico expat!


Fateci caso. Certe amicizie danno il meglio di sé al telefono. A quattr’occhi il contatto è disturbato. (Dino Basili)


Tempo fa parlavo, con una donna che vive qui a Vienna, di come siano strani gli amici che lasciamo in Italia. In realtà è sufficiente spostarsi dal sud Italia al nord per assistere alla metamorfosi della quale vorrei parlare oggi. Ho sempre pensato che fosse un problema limitato alla mia cerchia di conoscenze, invece ho scoperto, parlando di qua e di là, che è un fenomeno molto diffuso. Di cosa sto parlando? Della sindrome “Me devi cercà tu!”

Fin quando vi trovate a vivere nella stessa città, il rapporto bene o male è equilibrato. Una volta ti cerco io, una volta mi cerchi tu, una volta invento un impegno io, l’altra lo inventi tu. Però le amicizie riescono così a trascinarsi, tra ipocrisie e falsi slanci, senza subire grossi scossoni. Poi improvvisamente uno dei due decide di partire, che sia un’altra regione italiana o un’altra nazione poco importa, il concetto non cambia e tra i due amici si insidia l’ombra della lontananza e dell’abbandono.

Immagine presa da internet

Te ne sei andato? Come farò senza di te? Dobbiamo sentirci ogni giorno, va bene dai, ogni settimana! Ti voglio qui tutte le estati e tutti i Natali, e non prendere impegni perché devi stare con me! Posso scriverti delle lettere? Mi lasci il tuo indirizzo nuovo? E così via con lunghi e interminabili buoni propositi, propositi che vanno spesso a morire in un dolce, elegante, ipocrita “Scusamiii ma proprio stavolta non ho nemmeno un’ora da dedicarti!”

Come? Ho sentito bene? Fatemi capire…

Mi hai martellato le sacre sfere per due mesi prima della mia partenza, hai persino versato una lacrima il giorno dei saluti, mi hai sepolto con promesse che farebbero morire di invidia anche un marinaio…e ora che sono rientrato in vacanza TU NON HAI TEMPO???

Sorvoliamo sulle telefonate che non hai fatto, sulle lettere che non hai scritto, sui messaggi che non hai mandato, ma per sorvolare su questa carognata servirebbe un Mig-31!!!

Voi ridete, ma la situazione è davvero amltetica.

Facendo un’attenta analisi possiamo notare che, solitamente, gli “amici” che lasciamo in patria soffrono sia di sindrome da abbandono che di rosicamento acuto, quindi il loro pensiero si può riassumere con “Te ne sei voluto andare? Adesso, se vuoi vedermi, mi devi cercare tu!”. Inizialmente non presti molta attenzione a questi comportamenti patologici, armato di buona volontà prendi in mano la rubrica e inizi a telefonare.

“Ciao Ciccio sono qui, quando ci vediamo? Ah, capisco, domani non puoi, e dopodomani? Nemmeno. Martedì prossimo? Neanche. Ok dai, chiama tu appena hai un secondo.”

Riagganci, chiami un altro amico.

“Ciao sono io, sono atterrato oggi, che ne dici se ci vediamo domani sera per una birra e due chiacchiere? Come? Devi studiare perché hai un esame? E quando? Tra due mesi? Capisco. Allora dimmi tu, quando possiamo vederci? Non lo sai? Ok, allora attendo la tua chiamata.”

Immagine presa da internet

E di numero in numero le conversazioni proseguono con lo stesso tono e la stessa voglia matta di spappolare il telefono contro il muro. Gente che durante l’anno non ha una cippa da fare, si ritrova improvvisamente piena zeppa di impegni e, alla fine, il risultato è questo. Se hai fortuna riesci a vedere giusto un paio di quegli “amici”, se sei proprio tra quelli baciati dalla dea bendata andrete a cena fuori e trascorrerete insieme qualche ora altrimenti, nella maggior parte dei casi, dovrete accontentarvi di un piccolo ritaglio di tempo tra un piano di studio e l’appuntamento dall’estetista per togliere i punti neri.

Trascorsi i primi periodi lontano da casa però anche tu subisci una trasformazione e inizi a pensare che la storia del “Sei partito, adesso mi cerchi tu” proprio non regge.

Caro amico, è vero che sono partito io ma è anche vero che, per poterlo fare, me sò fatto un mazzo così. La lontananza che ci divide è la stessa, sia per te che per me. Mentre in estate tu pubblichi foto che immortalano il tuo sedere a bagnomaria su una spiaggia, io sono tra quelli che il mare lo possono vedere solo in cartolina, fino al giorno delle meritate, beate, strasudate vacanze!!! Vacanze che non voglio trascorrere inseguendo te e quelli come te!

Quindi sai che ti dico? Io me sò rotto li **glio** e non ti cerco più, se avrai voglia di vedermi il mio indirizzo è sempre lo stesso, passa sotto casa, citofona, se mi trovi sali a bere qualcosa altrimenti torna a casa tua e prova a vedere se la prossima volta sarai più fortunato!

Ecco come si concludono tante amicizie dopo le partenze. Alcuni riescono a mantenere saldo il legame perché la volontà di farlo appartiene a entrambi. Un po’ come il matrimonio…si deve essere in due a volerlo. Per quanto riguarda me, visto che appartengo alla categoria di persone che ci restano sempre malissimo, ho man mano iniziato a non cercare più nessuno. Chi vuole (davvero) sa dove trovarmi!

Racconta la tua esperienza nei commenti all’interno del blog! 😉

 

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E mandala questa cartolina!


“Riconoscere la scrittura di un amico su di una busta solleva il cuore, anche nel giorno più grigio”. Charlotte Gray


Poco tempo fa leggevo un post su Amiche di Fuso riguardante il ricevere una cartolina e ho subito pensato “Grazie al cielo non sono l’unica che ne spedisce ancora!”. Ho commentato scrivendo quanto sia bello poter toccare e annusare un pensiero…a voi non manca?

Purtroppo i miei amici, meravigliosamente sparsi per l’Italia e per il mondo, non sono dei grandi patiti di cartoline e, se lo sono, amano solo riceverle ma non hanno voglia di spedirle a loro volta. Se ci penso bene anche io ne spedisco poche, il più delle volte ai parenti stretti, ma ho intenzione di recuperare e distribuire cartoline a più gente possibile. In fondo, il costo è minimo e la gioia nel riceverle è tantissima. Per quanto mi riguarda, mi è capitato diverse volte di chiedere esplicitamente una cartolina ad amici che si trovavano in viaggio, alcuni hanno accolto la mia richiesta, altri pure ma la cartolina non è mai arrivata! Cerchiamo di approfondire questo discorso che sembrerebbe banale in un’epoca in cui tutto è digitale.

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Punto uno, io sono una sniffatrice seriale! Adoro il profumo della carta, mi piace toccarla, annusarla, vederla invecchiare e ingiallire. La carta porta i segni del tempo che è trascorso e regala una dimensione reale agli oggetti che fanno da cornice alle nostre vite.

Punto secondo, il bello di una cartolina è il timbro del luogo sul francobollo, quindi per favore smettetela di consegnare a mano le cartoline comprate a Parigi se di Parigi c’è solo il nome sullo scontrino! Inoltre (è scandaloso lo so) c’è anche chi consegna a mano cartoline non scritte. Ma vi pare? Vi piacerebbe ricevere una cartolina senza dedica, senza francobollo, senza la minima traccia dell’anima di chi ve l’ha comprata? Io dico di no, a nessuno piacerebbe, quindi fate uno sforzo e mettete un po’ di voi in quel piccolo ma grande pensiero.

Punto terzo, le cartoline azzerano le distanze perché nell’attimo in cui prendete tra le mani quel pezzo di cartoncino scritto da un’amico lontano avete, anche se per breve tempo, la sensazione di avere quella persona accanto, è come ricevere un caldo abbraccio in una fredda giornata invernale. Logicamente l’effetto dura poco ma potrete rivivere quel momento tutte le volte che dal cassetto tirerete fuori la cartolina, o tutte le volte che la vedrete appesa al vostro frigorifero, o quando aprirete la vostra agenda e vi capiterà per caso tra le mani. La tecnologia è bellissima ma non regala assolutamente queste emozioni.

Punto quarto, la sorpresa! Quanto è bello andare a prende la posta aspettandosi le solite cose da pagare e trovare invece una cartolina? Io adoro questo tipo di emozione e non credo che sia possibile ottenere lo stesso risultato con un messaggio sul cellulare.

Lo stesso discorso vale per le lettere, ricordate le vecchie, amate lettere? In Italia ho uno scatolone in cui ne ho conservate tante. Vecchi amici, mio cugino, mia sorella, ogni lettera con la propria anima. Che si tratti di un disegno, di qualche goccia di profumo spruzzata tra le pagine o di ghirigori che fanno da cornice alle parole, ognuna di quelle lettere contiene l’essenza della persona che l’ha scritta.

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Quindi amici concordo con voi sul fatto evidente che, nella vita quotidiana, l’uso della tecnologia alleggerisca di molto le nostre vite ma attenzione che non le alleggerisca anche della vera essenza dell’uomo che si chiama ancora anima. Che ne dite se, almeno una volta all’anno, dedicassimo tutti un giorno ai pensieri da imprimere su carta e da regalare a chi vogliamo bene? Una sorta di “Cartolina day”. Io ci sto!

Lascia un commento all’interno del blog con il tuo pensiero a riguardo! 🙂

 

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Ci vuole un fisico bestiale…anche per espatriare!

Eccoci arrivati alla fine di questo 2016! Un anno che ci ha regalato un nuovo espatrio ma, di conseguenza, anche nuovi distacchi, nuovi inizi, nuove strade in salita. Non ho voglia di salutare il 2016 parlandovi ancora di quanto sia bella Vienna, di quanto sia buona la torta Sacher o di come sappiano fare bene la Schnitzel, voglio invece lanciare un piccolo monito a chi ha intenzione di espatriare, a chi lo sta per fare non avendo grandi esperienze di viaggi alle spalle e a chi ha selezionato le informazioni prese online in base a ciò che avrebbe voluto leggere. Troppo incasinato come discorso? Andiamo nel dettaglio…

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Internet è un grande calderone, potete togliere il coperchio e infilare un grande mestolo prendendo solo quello che vi piace davvero. I blog che parlano di viaggi ed espatrio sono tantissimi, una grande percentuale di questi riporta notizie davvero interessanti ma, non dimenticatelo mai, sono esperienze al 100% soggettive e personali (oltre che personalizzate). Cosa significa? Significa che ognuno ridipinge su un post la propria esperienza non solo in base al reale vissuto, ma soprattutto in base alla percezione che vuole regalarvi di quella stessa esperienza.

Insomma, giusto per scriverlo in parole povere, se io pesto una cacca posso sempre scrivere che ho pestato una tavoletta di cioccolato. Il risultato è simile ma la puzza no!

Immagine presa da internet.
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Una delle cose che ho notato in questi anni è che la tendenza di chi si accinge a espatriare sia quella di selezionare i blog da leggere seguendo con smodata passione le varie Pollon dell’etere (Che ben vengano eh, per mettere l’Allegriaaa) e depennando subito (perché scoraggia) chi invece prova a raccontare la realtà inserendo anche le note più stonate. Non c’è errore più grande che possiate fare, non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire (ah, è già stato detto? 🙂 ), non c’è peggiore expat di chi arriva all’estero completamente impreparato! Volete qualche esempio pratico? Ok dai, ci provo…

Escludiamo da questi esempi chi parte già con un ottimo contratto di lavoro in tasca e agevolazioni varie, mi riferisco quindi a chi parte da zero…o quasi.

Arrivato a destinazione troverò in poco tempo la casa dei miei sogni, con giardino o balcone, una bella sala e la camera degli ospiti per quando verranno a trovarmi i miei genitori. Ma anche no! La verità è un’altra, più passa il tempo più è complicato trovare casa, ma che dico casa, un buco, una stanza, un pavimento con quattro pareti attorno e un divano che funge anche da letto. I prezzi continuano a lievitare, le richieste di appartamenti ad aumentare e le offerte a diminuire. Se sarete fortunati troverete entro sei mesi dal vostro arrivo un piccolo piccolo nido che vi dovrete fare bastare per almeno tre/quattro anni, fino a quando non avrete messo da parte soldi (e referenze) che vi serviranno per avere una casa appena più grande.

Immagine presa da internet.
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Sto partendo ma verrò a trovarvi almeno due volte al mese. Ehhh? Se riuscirete a tornare a casa due volte all’anno sarete già tra i miracolati. Non è necessario andare a vivere in Australia per avere questo problema, in realtà per chiunque è spesso difficile tornare in patria durante le vacanze di Natale, Pasqua o in estate. Nel caso vi fosse sfuggito, per viaggiare servono soldi, per viaggiare quando avete figli ne servono ancora di più. Non sempre il vostro nuovo datore di lavoro vi darà le ferie che volevate e non sempre avrete la possibilità economica di affrontare un viaggio. Quindi partite con l’idea che inizialmente, almeno per un anno, non vedrete casa, parenti e amici (A proposito…le amicizie all’estero scarseggiano).

Leggendo i commenti qua e là ho trovato spesso le lamentele di chi ha fatto il salto e poi si ritrova a scrivere “Ma l’estero fa schifo” oppure “Non venite, non è vero che è tutto bello” o ancora “Ma dove sono gli stipendi da 3000 euro?”.

Sono convinta che questo sia il risultato della vostra selezione accurata nel momento in cui avete preso informazioni sul luogo scelto. Eliminare a priori i post meno piacevoli, limitandovi a seguire chi ha soldi e tempo per potersi permettere una vita da turista (per merito o per culo), implica un’idea sbagliata su ciò che realmente troverete al vostro arrivo. I lati positivi all’estero ci sono, e sono tantissimi, ma i sacrifici da fare sono altrettanti e costano fatica, a volte lacrime, il più delle volte rinunce.

Quindi cosa posso augurarvi per il 2017 se non un espatrio consapevole? Valutate tutto a 360 gradi!

Ah…e se qualcuno si è “depresso” anche con quest’articolo…beh…forse l’espatrio non fa per voi! 😉

Buon capodanno a tutti!!! 🙂

Roberta

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Espatriare sì, ma dove? Paese o città?

Come molti di voi già sanno, il nostro è il secondo espatrio. Questa doppia esperienza ci ha regalato la possibilità di vivere due contesti completamente opposti. In Germania abbiamo vissuto per due anni a Bamenohl (Nordrhein-Westfalen), un piccolissimo paese immerso tra le foreste con circa 2900 abitanti, mentre oggi viviamo a Vienna, capitale d’Austria con quasi due milioni di abitanti. Una bella differenza direte, e non irrilevante aggiungerei. Andiamo a vedere da vicino, per quanto il mio parere possa essere del tutto soggettivo, le differenze che ci sono tra un espatrio in un paesino e uno invece in una grande città.

Il piccolo paesino

I primi giorni dopo l’arrivo sembrano surreali, quasi fatati. Ti ritrovi a vivere in un contesto da cartolina, in un paese così ordinato, pulito, schematico da sembrare finto. Gli abitanti del luogo sono precisi, ordinati, silenziosi, ogni cosa è esattamente come vorresti che fosse. Dopo un paio di mesi, nonostante ai tuoi occhi sembri ancora tutto bello, inizia però a bussare alla porta qualche perplessità. Ciò che prima ti sembrava precisione adesso inizia a somigliare a ottusità mentale. Gli stranieri sono pochi (in tanti preferiscono le grandi città), la gente del luogo è quindi meno abituata ai forestieri e continua a lanciarti battutine molto fastidiose ogni volta che si presenta un’occasione. La loro apertura mentale è pari a quella di un compasso con la rotellina bloccata, vivono di luoghi comuni sull’Italia, vanno in vacanza sempre e solo in Turchia perché costa poco (chiusi due settimane in un villaggio a bere) e, non importa che tu sia veneto o siciliano, sei comunque un mafioso (perché italiano). Inizi a sentire, in tutto il suo peso schiacciante, l’esser straniero in casa loro. Però il posto è bello, non intendi rinunciare a questo paradiso solo perché qualcuno ti ha offeso, prosegui dritto per la tua strada ignorando le “involontarie” provocazioni.

Iniziano a trascorrere i mesi, festeggi un anno dal tuo arrivo, per qualcuno è bello come il primo giorno, per altri però meno.

Dalla mia finestra in Germania.
Dalla mia finestra in Germania.

La quiete che inizialmente ci era sembrata meravigliosa adesso si chiama noia. Sempre lo stesso pub (Kneipe), le stesse quattro persone che incontri ogni giorno, che ti ripetono sempre la stessa cosa, con la stessa espressione, le stesse parole, lo stesso sorriso sintetico. Loro che mangiano tutti i giorni alla stessa ora, le stesse cose chimiche, nello stesso punto del divano, che vanno a letto con il sole e si svegliano quando il gallo ancora dorme. Loro che ti vietano di usare l’aspirapolvere la domenica mattina (fa troppo rumore) ma poi ti fanno saltare dal letto in piena notte il sabato, perché stanno facendo baldoria e sono completamente ubriachi. Vogliamo parlare della movida? Una pizzeria, un pub, dieci kebab. Se ti viene voglia di andare a bere una birra nel giorno di chiusura è finita. O ti tieni la voglia o guidi per circa 100 km fino a Colonia, poi però puoi dormire lì perché se hai bevuto e ti fermano ti stracciano la patente. L’unica cosa che abbiamo trovato in paese quando cercavamo una birra verso le 23.oo è stato un distributore di wurstel. Capite? Non di merendine e coca cola, di wurstel! E come potevo mangiarne uno senza poi berci sopra una dannata birra? Le tanto amate passeggiate nei boschi perdono man mano il fascino, piove spesso e non ti va di rotolarti come un maiale nel fango ogni fine settimana. Fare 100/200 km in auto per raggiungere le città più vicine non è sempre possibile perché o hai i soldi (ma quelli veri eh) oppure devi risparmiare e la benzina, il mangiare fuori e i parcheggi costano. Dove abitavo io in Germania costava tanto anche spostarsi in treno. Quindi ti limiti a fare delle gite circa una volta al mese, forse anche ogni due mesi, mentre nel resto del tempo guardi fuori dalla tua finestra e ti illumini, ricevi la folgorazione e capisci perché la gente del luogo beve così tanto.

Dopo un paio di anni le alternative sono due. Iniziare a integrarsi o andare via, come abbiamo fatto noi.

La città

L’arrivo in città è stato per noi affascinante. Vienna è ricca di meraviglie, in ogni angolo ci sono locali, negozi, supermercati. I mezzi di trasporto funzionano benissimo, non è necessario avere un’auto anzi, spesso è necessario doverla vendere perché risulta essere un oggetto inutile e costoso. La capitale austriaca è un connubio di culture e tradizioni, ognuno mangia quando gli pare, quello che gli pare e le differenze nei gusti sono così tante da risultare alla fine quasi armoniche. Non ti senti uno straniero, nessuno ti fissa se parli la tua lingua in mezzo alla gente, in realtà nessuno ti fissa anche se esci da casa in pigiama.

Foto scattata durante il Gay Pride 2016 a Vienna.
Foto scattata durante il Gay Pride 2016 a Vienna.

Ecco, per alcuni questa potrebbe essere la nota dolente. Vienna, come tutte le grandi città, non dorme mai, ti offre quello che vuoi anche di notte, però, alla stessa maniera, può risultare frenetica e veloce. Tutti corrono come se dovessero andare a prendere la bandierina in un punto prestabilito, spesso corrono anche senza motivo, persino i turisti a volte corrono…ma dove andate tutti così di fretta? Questo implica un grande disinteresse per il prossimo. Per la signora che ha bisogno di aiuto perché il passeggino non è semplice da portare nelle scale. Per la turista cinese che ha due valigie e non sa come arrivare all’ultimo gradino portandole entrambe. Per la signora alla quale si è rotta la busta della spesa mandando in frantumi la bottiglia di vino che aveva appena comprato. Per chi inciampa, chi cade, per chi ha la pressione bassa e sta per svenire, per chi vomita in strada per colpa di un virus ma viene ignorato perché ritenuto ubriaco. Questi sono i lati negativi di tutte le grandi città e per alcuni di voi potrebbero avere un grande peso a livello psicologico nel vostro espatrio. Tutto può essere riassunto in un aforisma…

Una città è una grande comunità dove le persone si sentono sole tutte insieme. (Herbert V. Prochnow)

Tirando le somme, per quanto riguarda me, preferisco di gran lunga la città, almeno…per adesso. Ho 38 anni e un gran bisogno di stimoli, di sentirmi immersa in culture diverse, di sentirmi parte di un tutto variegato. La scelta di Vienna è stata per me quella giusta, amo questa città e, per la prima volta in vita mia, non ho voglia di spostarmi altrove. Però potrebbe essere la scelta sbagliata per chi ha bisogno di sentirsi un po’ “al centro dell’attenzione”. Diciamo che è la solita vecchia storia del pesce grande in uno stagno piccolo..o viceversa.

Quindi ponderate bene la vostra scelta, oltre a valutare la lingua (in primis), le offerte di lavoro e il costo della vita, valutate anche l’impatto psicologico che il luogo scelto avrà su di voi.

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Ma che ne sai tu, bambino straniero!!!

elasticiOggi ho visto su Fb un post divertente, con la foto degli elastici per capelli che usavano le nostre mamme quando eravamo piccole. Carini a vedersi, con diverse applicazioni colorate, ma che avevano la capacità di strappare il 10% dei capelli ogni volta che bisognava toglierli.

La fatica, oltre al codino incastrato e con poche possibilità di fuga, era anche ripulire il pericoloso arnese dalle ciocche rimaste incastrate, annodate, fuse con la trama stessa dell’elastico. Questa meravigliosa visione mi ha dato lo spunto per scrivere alcune cose riguardo le nostre mamme italiane…ma cosa ne possono sapere i bambini stranieri dei privilegi che hanno allietato (e allietano) l’infanzia dei bambini italiani?

Portiamo qualche esempio.

  • Coprirsi bene quando fa freddo. Non importa che tu viva nel nord Italia o in Sicilia, se la temperatura scende sotto i 20 gradi inizia a fare freddo, se arriva a 10 gradi c’è in corso un’era glaciale. E mentre i poveri bambini all’estero vanno a giocare nei parchi in magliettina e pantaloncini corti con 5 gradi al sole, tu sei lì che guardi l’altalena ma non riesci a salire, perché sei vestito a strati e somigli tanto all’omino Michelin. Canottiera della salute, magliettina, felpa, giubbotto, sciarpa, cappello e guanti. E guai a dire “Mamma, ho caldo”…la risposta sarà sicuramente “Se togli la sciarpa e poi ti raffreddi ti metto in punizione per un mese!”.
Immagine presa da internet.
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  • Influenza. Puntualmente, come una catastrofe annunciata, arriva l’influenza…e non perché hai tolto la sciarpa ma perché non l’hai tolta. Una, due, tre ricadute, e più ti ammali più ti coprono, con il risultato che 3/4 del tuo inverno lo passi a letto con febbre e tosse. Questo ha anche dei vantaggi, perché quando un bambino in Italia sta male viene curato e trattato alla stessa maniera di un malato terminale, come se non ci fosse più un domani. Senti madri urlare “Ma come è potuto succedere?”…e nonne inveire contro il tempo, perché non esistono più le mezze stagioni. “U figghiu…era accussì beddu”…(Traduzione – Povero figlio, era così bello)…ok ma…è ancora vivo eh!!! “Mamma devo andare in bagno a far pipì”…”Aspetta che chiudo la corrente prima che ti rovini”…c’era una sola finestra aperta e 15 gradi fuori. La storia della corrente mi fa sempre ridere, ogni volta che vado dai miei in casa c’è l’Africa, io apro la finestra in sala per far girare l’aria e loro chiudono sempre quella in cucina perché…FA CORRENTEEE!!!
  • Anche le scuole in Italia non esulano da questo contesto. In inverno se piove (4 gocce) non si esce in cortile a giocare, “altrimenti vi ammalate”. Ma dai? Allora qui in Austria son matti quando li portano fuori a prescindere dal tempo per stare a contatto con la natura? Che ci sia neve, pioggia o sole si esce, è un obbligo, anche in Germania era così. Durante la ricreazione non si sta in classe e durante l’anno scolastico ci sono spesso gite all’aperto. Non aspettano che faccia caldo in inverno come Gigi D’Alessio aspettava la neve ad agosto!
  • Per quanto riguarda la fase autunno/inverno vorrei porgere un affettuoso pensiero vintage ai pantaloni in pura lana con le api dentro. Li avranno messi anche a voi, ne sono certa. A parte il lato estetico, di un classico che portava via (Mamma, io avrei 10 anni non 100), quei maledetti pantaloni pungevano all’inverosimile. “Mamma pungonooo!”…”Ma sono caldi e ti stanno bene, li devi mettere, punto!”. Vorrei averne un paio tra le mani per incendiarlo, in onore dei bei vecchi tempi.
  • L’argomento cibo è troppo delicato e ancora oggi, nonostante si siano evolute anche le mamme, in Italia senti dire “Mangiaaa, mangia che devi crescere! Tutta salute è!”…frasi rivolte spesso a bambini che non somigliano più ai nostri pargoli ma a immense palle rotanti! Il grasso fa male signore mie, il grasso non è tutta salute ma è l’anticamera di tante malattie. Io sono terrorizzata quando mia figlia prende troppo peso (è un’ottima forchetta)…le devo strappare via le cosce di pollo dalle mani e le patatine nascoste nelle tasche dei pantaloni. Evitiamo quindi di associare il grasso al bello e sano, perché non è così. Ho notato una cosa strana, molto diffusa in questo periodo. Per combattere l’anoressia si elogia la ciccia. Ora, un po’ di ciccia non ha mai ammazzato nessuno ma elogiare 100 kg di morbidezza a me personalmente pare una follia (specialmente se i 100 kg sono associati ad una persona alta 1,60) pari a quella dell’elogiare le ragazze troppo magre. Come in tutte le cose è necessaria una sorta di mezza misura.
  • E sempre in argomento cibo, cosa ne sanno i bambini stranieri delle panzate di pasta al forno che ci facciamo in spiaggia? E dei panini con la cotoletta? Poi però quei bambini, che posizionati accanto al tuo ombrellone ti hanno fissato mentre ingurgitavi il mostro, sono gli stessi che poco dopo ti fanno ciao quando si rituffano in acqua e tu devi aspettare ottanta ore (e categoricamente all’ombra) prima che la digestione sia finita e tu possa tornare a toccare l’acqua.
Immagine presa da internet.
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  • Argomento intimo. Cosa ne sanno i bambini stranieri del meraviglioso rapporto che abbiamo avuto, grazie alle nostre mamme, con mutande e calzini (sarà ancora così?)?! Mai, e quando dico mai è mai, potevi uscire da casa con un buco nel calzino o la mutanda strappata perché…perché…perché? “Perché se poi ti investono per strada e ti portano in ospedale che figura facciamo???” Anni e anni di questi discorsi mi hanno plasmato la mente e ancora oggi, quando esco e ho il calzino bucato (cioè sempre), cerco di stare attenta perché se mi schiacciano il principale problema è l’immensa figura de merda e non l’eventuale ferita!!!
  • Se ti sporchi ti ammazzo. Come non ricordare queste meravigliose e soavi parole. Che si tratti di una scampagnata, di un campo estivo con la scuola, di un paio d’ore trascorse in cortile con gli amici…non te devi sporcà!!! Gioca ma non giocare, tocca ma non toccare, suda ma non sudare. Ma cosa ne sanno i bambini stranieri, abituati a rotolarsi nel fango e a saltare dentro le pozze?! Lo fanno anche da adulti, ho visto qui a Vienna un addetto alla sicurezza saltare di proposito dentro una pozza mentre pioveva. I bambini devono fare i bambini, devono sporcarsi, grattuggiarsi le ginocchia, andare sui pattini (con il casco ok, ma senza l’armatura dei Cavalieri dello Zodiaco addosso a proteggerli!).
  • Quando i figli italiani crescono però tutto cambia, sì, crediamoci. Se dopo i 18 anni qualcuno si sventura a dire “Mamma, io parto e vado a scoprire il mondo” o “Vi voglio bene ma ho deciso di andare a vivere per conto mio” si scatena l’inferno. “Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te. Perché ci vuoi così male? Che bisogno c’è? Guarda i tuoi amici tranquilli e sistemati a casa con i loro genitori, perché tu non sei come loro? E la frase che regala un senso a tutte le altre è questa…“Ma sei ancora piccolo/a!”. Ora ditemi, cosa ne possono sapere i bambini stranieri di questo rapporto indissolubile con la propria famiglia, loro che a quattro anni iniziano ad uscire da soli e a 18 sono già grandi?
  • Aiutare in casa. Fortunatamente si stanno facendo dei passi in avanti e sono sempre meno le mamme che crescono i loro figli maschi con il concetto che in casa non devo fare una cippa. Generazioni di donne hanno sposato soprammobili da sofà. Per quanto sia un fenomeno in continuo calo devo constatare che è ancora molto diffuso, specialmente nel meridione.

Potremmo stare qui ore a parlarne ma voglio concludere citando l’apice delle contraddizioni.

  • 40 anni, figlio ancora in casa, cresciuto seguendo la corrente di pensiero appena citata. Genitori invecchiati e stanchi, che non hanno altro da dire se non…”Ma perché non ti sposi e te ne vai per la tua strada?”…Come un bambino straniero dite? mmm…interessante…

Spero che nessuna mamma si senta offesa, in fondo si scherza. Però dobbiamo ammettere che i tempi sono cambiati, la società è frenetica e non accenna a rallentare i ritmi. La nostra responsabilità di genitori è di crescere questi ragazzi rendendoli forti e soprattutto autonomi. Abituarli all’indipendenza non significa che li amiamo di meno, anzi, è un’ulteriore dimostrazione d’amore, perché spesso è per il nostro egoismo e la nostra paura di perderli che li teniamo a tutti i costi sotto la nostra gonna.

Immagine presa da internet.
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