Le difficoltà ci sono ovunque ma è come si reagisce a queste che fa la differenza! #Silvia #Olanda

Oggi vi propongo la storia di Silvia, che da Amsterdam sta per trasferirsi in Germania. Una simpatica e solare estetista tra i mulini, una donna che con tenacia affronta l’espatrio e i continui cambiamenti che ne seguono. Le auguro buona fortuna per tutto! Roberta


Chi viaggia ha scelto come mestiere quello del vento. (Fabrizio Caramagna)


Ciao Silvia (per tutti Kami), raccontaci un po’ chi sei e da dove nasce il nome Kami.

Ciao Roberta, il nome Kami è semplicemente un nickname che ho scelto con mia sorella, lei da sempre utilizza in nome Kiki e dato che abbiamo un blog (Kitchen Konfusion con relativa pagina Fb) insieme abbiamo cercato un nome simile al suo.

Attualmente vivi ad Amsterdam, cosa ti ha portata in Olanda?

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Sì, vivo in Olanda da quasi cinque anni… Chi mi ha portato qui? Il mio compagno o meglio il suo lavoro.

Quali sono le sostanziali differenze che hai riscontrato tra Olanda e Italia?

Ovviamente il discorso sarebbe molto lungo, quindi inizio a dirti solo le cose che saltano all’occhio di chiunque venga anche solo per una vacanza. L’Olanda è più pulita e curata, gli olandesi rispettano molto gli spazi comuni. Ci sono poche regole (ma rispettate) e poca burocrazia. Il costo della vita è alto (affitti sono folli). La sanità è privata e in generale la salute è gestita in maniera molto differente. Per finire, cibo e clima sono la parte peggiore, come tutti possono immaginare, ma si ci si abitua a tutto.

La lingua è stata un problema?

L’olandese non è per nulla semplice e sinceramente il corso che ho fatto il primo anno mi ha aiutata, ma posso ancora dirti che non saprei reggere un discorso, anche se ora capisco molte cose. Per fortuna qui parlano tutti l’inglese e questo rende le cose più semplici. Non che io sia un mostro in inglese (per farti capire i bambini lo parlano meglio di me! Nascono che parlano perfettamente l’inglese!)

Che rapporti hai con la gente del posto?

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Gli olandesi mi piacciono. Sono “presi bene”, non scocciano il prossimo, sono sempre sereni e festaioli ma nello stesso tempo rispettosi e non invadenti. I vicini sono sempre disponibili ma mai indiscreti e devo dire di aver trovato anche delle persone molto gentili. Hanno una strana simpatia per gli italiani e le solite credenze pizza, pasta ecc…

Gestisci il Blog “Un’estetista tra i Mulini”, come è nata la voglia di raccontarti e perché un blog?

In realtà non mi racconto…il blog è nato in Olanda ma parla di bellezza e benessere. Successivamente ho notato che le persone erano anche interessate al paese in cui vivo così ho deciso di creare la categoria “Amsterdam & Olanda” dove ho raccolto le foto dei bellissimi posti che ho visitato in questi anni.

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La nuova dicitura nel tuo blog ci fa capire che presto toglierai le ancore per trasferirti in Germania. Sei pronta ad affrontare questo nuovo cambiamento?

No ahahah! Tutti i cambiamenti spaventano, è normale. Iniziare sempre tutto da capo non è semplice. Purtroppo il lavoro del mio compagno non ci permette una vita fissa in un posto, da un lato è emozionante ma c’è sempre il rovescio della medaglia.

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Mi ha fatto apprezzare culture diverse dalla mia, e non parlo solo di olandesi ma di indiani, arabi, ….. ecc…perché Amsterdam è davvero una città aperta a tutti. Dove tutti hanno uno spazio per essere se stessi.

Ti manca l’Italia e torneresti a viverci?

L’Italia mi manca. Mi mancano alcuni sapori come la focaccia genovese, il pesto, il caffè e il sole in inverno ma sinceramente non so risponderti, magari un giorno tornerò, non si sa mai nella vita, così come non avrei immaginato di trasferirmi in Olanda.

C’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti dire? 

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Voglio solo dire alle persone che pensano che l’estero è la terra dei balocchi che non è così. Le difficoltà ci sono ovunque ma è come si reagisce a queste che fa la differenza!

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Nel mezzo del cammin di nostro espatrio… #Barbara #Provenza

Oggi ho l’immenso piacere di proporvi l’intervista di Barbara, una blogger simpaticissima ed expat navigata. Buona lettura!!! Roberta

Ciao Barbara! Grazie per aver trovato il tempo (e la voglia) di concedere quest’intervista. Nel tuo blog ti definisci traduttrice, scrittrice e mamma. Raccontaci un po’ di te.

12442873_1570957303230440_10866854_nCiao Roberta, grazie a te innanzitutto, è un piacere farmi intervistare da una blogger simpatica e alla mano come te! Come tantissime altre donne – la maggior parte, direi – cerco di far coesistere più ruoli e attività sotto lo stesso tetto (pardon, testa). Non so se ci riesco, di sicuro ci provo nonostante i risultati siano a volte sul confuso-surreale. Un esempio: l’altro giorno ho scritto una e-mail alla scuola dei miei figli in cui mi sono firmata Barbara Impat (pseudonimo da blogger/scrittrice) e la segretaria, scambiandomi per un’altra, mi ha chiesto se volessi informazioni per le iscrizioni del prossimo anno. Per la cronaca: i miei figli sono iscritti nello stesso istituto dai tempi dell’asilo. Non ho avuto il coraggio di rispondere che ero l’altra Barbara, quella mamma (e traduttrice). Insomma, i ruoli si intrecciano e a volte formano nodi difficili da districare – soprattutto quando si è un po’ con la testa tra le nuvole come me.

Attualmente vivi in Provenza, ma hai girato tanto prima di giungere a questa destinazione. Cosa ti ha fatto decidere di lasciare l’Italia e quali sono i luoghi in cui hai vissuto?

Sì, prima di approdare in Provenza – nel 2004 – ho lavorato in Inghilterra (1998), poi di nuovo in Francia (Tolosa 1999), quindi sono rientrata in Italia (Torino 2000) per poi ripartire di nuovo in Germania (Monaco 2001). La Provenza ci è caduta in testa come una mela matura da un albero: in modo inaspettato e (pericolosamente) definitivo 12 anni fa.

Cosa mi ha spinto a lasciare l’Italia? Innanzitutto la voglia di scoprire il mondo e fare esperienze lavorative all’estero – io faccio parte della generazione fortunata che sarebbe potuta restare e farsi una “posizione” nello Stivale -, unita alla totale mancanza di consapevolezza di quel che stavo facendo: ergo, un viaggio di sola andata. A 20 anni guardi al futuro in modo fluido e ottimista, a 40 inizi a renderti conto che il treno per il ritorno potrebbe esserti sfuggito sotto il naso, proprio mentre eri preso a viaggiare… nella direzione opposta.

Molti giovani (e meno giovani) hanno la valigia pronta e molti sogni nel cuore. Cosa consiglieresti loro?

Consiglierei senz’altro di partire, ma senza disprezzare ciò che lasciano. Lo so che è12787046_1570957323230438_664094346_o difficile, quando si è giovani e italiani si tende a idealizzare molto l’estero e denigrare l’Italia – ce lo insegnano sin da bambini, l’autodenigrazione fa parte della nostra cultura – dando per scontato che “tanto è sempre meglio altrove”. In realtà,  chi vive all’estero da qualche anno fa una duplice scoperta: il nuovo Paese (meglio per alcuni aspetti, peggio per altri) e l’Italia (la patria che si fa amare intensamente e struggentemente… a distanza).

Poi consiglierei una cosa cui noi expat non pensiamo, tutti slanciati verso il futuro e l’entusiasmo dei primi passi da expat: rimanere con un piede in Italia. Ma che dico piede, basta anche un alluce! Cosa intendo? Beh, innanzitutto mantenere i legami di amicizia, buttare uno sguardo una tantum al mercato del lavoro, magari – l’ideale – cercando già all’estero una professione che consenta di restare “connessi” con i Belpaese. Ho una mia teoria sugli expat di oggi, e prima o poi ci scriverò un post. Oh mamma cosa ho detto: adesso non ci dormirai la notte, dì la verità (hihihi).

Quali sono secondo te le caratteristiche che assolutamente si devono possedere affinché un espatrio non diventi un fallimento?

Le caratteristiche essenziali per trasformare l’espatrio in un’esperienza riuscita sono secondo me 3:

1) conoscenza della lingua – almeno avere della basi, mi sembra il minimo anche se alcuni dissentiranno. In alternativa, si può arrivare con un gruzzoletto da parte e iscriversi (di corsa) a un corso di lingua. Aggiungo che, per un espatrio riuscito, ciò che fa la differenza è la padronanza della lingua orale E scritta. Ne sono convinta, anche se suona… pedante.

2) crearsi un network prima di partire – basta anche un “amico dell’amico dell’amico”: io quando arrivai a Londra nel lontanissimo 1998 non conoscevo nessuno a parte la cugina di una conoscente. Ebbene, questa persona mi aiutò tantissimo. Insomma: bisogna vincere la timidezza e organizzarsi già prima di fare il salto. Oggi, poi, è tutto molto più facile grazie a Internet; quando emigrai io persino i telefoni cellulari erano una rarità…

3) non aspettarsi tutto e subito – alcuni giovani emigrano e tornano delusi dopo solo 3 mesi. Tre mesi non sono niente: bisogna insistere, perseverare, studiare il mercato del lavoro, sperimentare, osservare. E anche avere un pizzico di fortuna, che non guasta mai.

Curi con passione e una buona dose di ironia il tuo blog “Via da Qui”, come è nata l’idea?

Il blog è nato in periodo di crisi mistico-identitaria. Non che mi siano apparse immagini sacre in pieno giorno, ma poco ci è mancato. Insomma:  nel 2011 ero nel “mezzo del cammin di nostro espatrio” oltre che pronta a levare le tende, ma nella direzione opposta. Per fortuna mio marito – molto pragmatico, nonché tedesco – mi ha bloccato con uno dei suoi soliti schemi all’americana “pros & cons”. Manco a dirlo: la casella dei “cons” esplodeva, mentre quella dei “pro”… beh, ti lascio immaginare.

Il blog è stato una terapia anti-rimpatrio isterico, ecco come lo definirei. La prova che l’(auto) ironia può curare molti mali, anche se la nostalgia resta lì, al suo posto. Ma l’ho messa a cuccia. Sono una inguaribile idealista e l’idea di tornare non mi abbandona, anzi – si affina pericolosamente alimentando progetti tra il creativo e l’improvvisato (mentre mio marito continua a preparare schemi, giusto a titolo preventivo).

Ho letto con molto piacere il tuo libro “Via da Qui”, raccontaci tu di cosa tratta.

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È una raccolta di racconti brevissimi (4 pagine in media), tutti diversi ma simili perché incentrati sul desiderio di andarsene – all’estero, in Italia, in un’altra città, altrove insomma. Il tono che ho voluto usare è ironico (una lettrice li ha definiti in modo azzeccato sketch comedies); ciò non toglie che alcune storie sono drammatiche, ma sempre con quel pizzico di (auto)derisione che – spero – non mi abbandona mai. O quasi. Certo, quando si affrontano tematiche serie come il tempo di cottura della pasta non c’è ironia che tenga!

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Molto. E sia in meglio che in peggio. Ecco, vorrei infrangere questo tabù dell’estero “che ti migliora sempre”. Perlomeno, per me non è stato così. L’estero mi ha reso sì più metodica, precisa e affidabile – persino le mie migliori amiche dai tempi del liceo hanno notato che non arrivo più con i soliti 13 minuti di ritardo agli appuntamenti! – oltre ad avermi arricchito intellettualmente – come tutti, sono migliorata nelle lingue e nella conoscenza delle altre culture, il che è scontato -; ma mi ha reso anche più intransigente, inflessibile, sola e solitaria. Già: sola e solitaria. Perché emigrando si passa molto tempo in solitudine – non tanto fisica quanto esistenziale -, senza nessuno che possa capirci al volo, qualcuno con cui scherzare e fare battute se non nelle varie occasioni di ritrovo tra italiani. E si finisce per prenderci gusto. Anzi, direi che ci si adatta.

12752239_1570957389897098_833484866_oC’è da dire, però, che appena torno in Italia tolgo la corazza e ridivento la Barbara caciarona e spontanea di sempre. Ecco, la corazza. Noi expat ci fabbrichiamo una corazzina su misura, in modo del tutto inconscio naturalmente, per mimetizzarci meglio e reprimere quel tanto di italianità che “stona” con la cultura del Paese d’adozione. Del resto, non posso mica salutare un amico francese o tedesco con un pizzicotto strizzaguancia come faccio con gli amici di vecchia data, eh! Ecco, volendo raffigurare questa seconda pelle d’expat direi che si diventa un po’ come il Dottor Spock – professionisti nel dominare le emozioni, fino a entrare pericolosamente nella parte e…

Che sentimenti provi nei confronti dell’Italia?

Bellissima domanda. Urca, difficile però! Sicuramente più compassione che rabbia. Ma il motivo è uno solo: io me ne sono andata per scelta (senza sapere che non sarei tornata, beata gioventù!) mentre chi emigra oggi – spesso con rabbia – è quasi costretto a farlo, soprattutto i giovani. Compassione per un Paese sempre più vecchio, politicamente sempre uguale a se stesso e con un divario tra Nord e Sud che rischia di diventare incolmabile.

Ma – bando al nichilismo! – provo anche fiducia. Sì, sento che l’Italia rinascerà. E potrà farlo anche… lontano dall’Italia. L’Italia, con tutti i suoi emigranti qualificati e consapevoli potrebbe rinascere altrove come cultura, stile di vita – diffusione, insomma, dei valori legati all’inimitabile lifestyle nostrano. Questo potrebbe avvenire ovunque si trovino italiani integrati sì, ma ancora profondamente legati alle proprie origini (lingua, moda, gastronomia, arte, ecc.) e, soprattutto, connessi.

Internet e intelligenza: questi due ingredienti potrebbero essere la chiave di una rinascita italiana. Pensa pure che sto delirando, ma negli ultimi anni mi sto convincendo sempre più che è possibile. Basta fare un giro nei vari gruppi di italiani all’estero su Facebook – comunità che passano in pochi clic dal virtuale al reale, creando occasioni di scambio, incontro, idee e creatività. Con una immediatezza unicamente, squisitamente italica.

Cosa hai in programma per il tuo futuro?

Un romanzo che sto scrivendo da molti mesi, altri corsi di formazione come prevede12751989_1570957383230432_291328167_o il mio lavoro ufficiale (traduttore) e, forse, un progetto legato a internet ma ancora in fase “elucubrativa”. Tutte cose molto in progress, ma che mi danno la forza di vivere questa vita da expat, senz’altro più stabile economicamente rispetto a quella che avrei (avuto) in Italia, ma anche difficile perché ogni mia molecola ha sete di Italia, italianità e italiano. E io devo zittirle in qualche modo, queste molecole ribelli.

Ti ringrazio ancora e…c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Vorrei augurare in bocca al lupo a tutti gli italiani che vivono all’estero, a quelli che stanno tornando in Italia e a tutti coloro che, come te, stanno per iniziare una nuova avventura oltreconfine…

Un abbraccio dalla Provenza e grazie ancora per l’intervista!

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Ognuno di noi ha diritto a trovare il proprio posto nel mondo #Claudia #Lisbona

Questa intervista è per me particolarmente significativa, perché traccia una linea tra il passato e il futuro. Molte cose sono state fatte, molte altre sono cambiate, tantissime devono ancora succedere. Ringrazio Claudia per aver voluto condividere con noi la sua storia, senza saccenza e con l’umiltà che si deve sempre mantenere. Invito chiunque ne abbia voglia a raccontarci la propria avventura da expat scrivendo a:

[email protected]

Buona lettura. Roberta

Boca do Inferno
Boca do Inferno

Ciao Claudia e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta, grazie a te per questa intervista.

Ho 32 anni, sono nata e cresciuta a Reggio Calabria, dove sono rimasta fino al 2005, anno in cui ho completato il corso di laurea triennale per traduttori e interpreti dell’Università di Messina. Dicevo sempre che da grande avrei voluto fare l’hostess o l’interprete, perché i viaggi e la mediazione linguistica erano e sono tuttora la mia passione. Alla fine non sono diventata né hostess né interprete, ma sono riuscita a trovare la mia strada, quella giusta.

Qual è il percorso che ti ha portata dal sud Italia a Roma per poi approdare a Lisbona?

Ho sempre avuto fin da piccola un forte desiderio di scoprire cosa c’era oltre i confini dell’Italia. Il primo viaggio all’estero da sola l’ho fatto a 15 anni, quando i miei genitori mi hanno dato la possibilità di fare la classica vacanza studio in Inghilterra. Già allora mi sentivo a mio agio ed ero curiosa di vivere la quotidianità in un Paese diverso dal mio. Questa sensazione è stata ancora più forte quando, all’età di 21 anni sono partita in Erasmus e ho vissuto alcuni mesi in una piccola cittadina tedesca. Ritrovarsi alle prese con le utenze domestiche, l’affitto, la spesa in un Paese dove tutto funziona diversamente e per giunta in una lingua non propriamente facile… beh è stata una bella sfida che mi ha fortificato e preparato ad affrontare la vita fuori casa senza problemi.

Tornata dalla Germania, una volta concluso il corso triennale, mi sono trasferita a Roma per il corso di laurea specialistica e, una volta concluso anche questo, ho iniziato a lavorare. Mi ci sono voluti 9 anni (tra studio e lavoro) per capire che la vita romana non faceva per me, troppo traffico, troppe distanze, troppa gente, troppe attese per fare qualsiasi cosa. Roma è meravigliosa, ma c’erano troppe cose che non mi andavano bene e allora, anziché continuare a lamentarmi come fanno in tanti, ho deciso che era arrivato il momento di cambiare aria!
Perché Lisbona? Inutile dire che il fatto di avere il marito portoghese ha inciso parecchio sulla scelta, ma devo anche riconoscere che, insieme, eravamo pronti ad approdare anche ad altre città europee. Chiaramente la prima occasione di lavoro, per lui, è arrivata dal Portogallo, e allora abbiamo ponderato bene tutto e poi abbiamo deciso di trasferirci. Abbiamo colto l’attimo, anche se in questo caso l’attimo è arrivato in un momento un po’ particolare visto che ero incinta di 5 mesi, ma si sa, le decisioni importanti sono sempre complicate e le novità non vengono mai da sole…

Di cosa ti occupi?

DSCN4374Da un mese ho iniziato a lavorare come traduttrice da tedesco, inglese e spagnolo verso l’italiano. A solo un anno dal mio trasferimento qui e 8 mesi dopo essere diventata mamma, il lavoro ha trovato me! Eh si, è proprio vero che le cose capitano quando meno te lo aspetti, ed in questo caso io tutto mi aspettavo tranne che trovare il lavoro che ho sempre cercato e alle condizioni ideali! Non mi ero ancora messa alla ricerca di un lavoro, ma un’amica portoghese mi ha fatto sapere che stavano cercando un traduttore di madrelingua italiana. Quando sono andata a vedere l’annuncio è stato incredibile, sembrava fatto apposta per me! Sono andata a fare il colloquio con sentimenti contrastanti: da un lato l’entusiasmo di fare il primo colloquio all’estero, per una posizione che mi interessava tantissimo, dall’altro la preoccupazione e il pensiero di dover lasciare la mia piccolina, se avessi ottenuto il posto. Sapevo che probabilmente ero l’unica candidata appetibile visto che, a differenza di altri, mi trovavo già stabile a Lisbona, e allora ho tentato la via della contrattazione: ho chiesto, ed eccezionalmente ottenuto, la possibilità di lavorare part time, per poter dedicare alla mia piccolina il tempo che merita.

Sembra incredibile ma durante il colloquio i referenti delle risorse umane, e poi anche quella che adesso è la mia supervisor, mi hanno chiesto di mia figlia, due o tre domande veramente interessate che mi hanno fatto capire che essere una lavoratrice neomamma qui non è affatto un problema, ma una cosa del tutto normale e ben accetta.

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?

Sinceramente non ricordo di aver dovuto affrontare grandi ostacoli al mio arrivo qui. Sarà che il mio pancione mi ha agevolato nel disbrigo delle pratiche burocratiche nei vari uffici, sarà che gli impiegati qui, quando si trovano dietro a uno sportello, si danno da fare e lo fanno volentieri (o almeno ne danno l’impressione), fatto sta che in poco tempo ho fatto le prime cose come richiedere il codice fiscale, aprire il conto in banca, iscrivermi al centro di salute e trovare un medico di fiducia che seguisse la mia gravidanza. Forse sono stata fortunata, ma è andato tutto bene e non ho riscontrato mai nessun disservizio.

L’unica vera difficoltà è stata a livello emotivo. Per quanto fossi convinta che quella vita mi stava esaurendo, non è stato facile affrontare il trasferimento, non tanto per il fatto che lasciavo l’Italia, ma perché la mia decisione ha inevitabilmente scosso la mia famiglia. Per settimane, forse mesi, mi sono sentita in colpa per aver dato un dispiacere ai miei, pur nella consapevolezza che secondo me quella era la strada giusta da percorrere in quel momento. Adesso comunque va molto meglio, siamo tutti più sereni e paradossalmente sento e vedo (tramite Skype) la mia famiglia molto più adesso di quanto non avessimo mai fatto prima.

Ripensandoci bene, all’inizio sentivo un po’ di solitudine perché non avevo granché da fare e non conoscevo nessuno. Però devo dire che non mi è dispiaciuto avere del tempo solo per me e poi è normale non avere grandi occasioni di socializzazione se non si lavora o studia. E infatti la situazione è migliorata quando ho iniziato a frequentare la palestra e, soprattutto, quando ho iniziato a lavorare.

La crisi ha colpito anche il Portogallo (forse per certi aspetti di più rispetto all’Italia), perché hai preferito rimanere lì e in che misura la vita è meno complicata rispetto al nostro Paese?

Il Portogallo è stato colpito in pieno dall’ondata di crisi economica, nel 2011 eraDSCN4849 vicino alla bancarotta ed è rientrato nel piano di aiuti triennale stabilito dalla comunità europea. Contro ogni aspettativa è uscito a testa alta da questo piano di aiuti, riuscendo ad innestare un lento processo di ripresa, grazie anche ad alcune manovre determinanti da parte del governo. Senza entrare nello specifico di una tematica piuttosto complessa, guardando la realtà con gli occhi di un semplice cittadino, sto notando che in questo Paese, a differenza dell’Italia, c’è una realtà dinamica e positiva nel mercato del lavoro. Soprattutto se sei un minimo qualificato, le imprese ti cercano e ti contattano tramite Linkedin con una frequenza incredibile. I contratti offerti sono regolari, non esistono tutte quelle varianti che si sono inventati nel nostro Paese per “fregare” al meglio i dipendenti. Inoltre qui il contratto comprende sempre l’assicurazione sanitaria che copre tutte le spese mediche, permettendo a tutti di avere accesso a studi medici e cliniche private, rendendo di conseguenza molto più veloci ed efficienti i servizi sanitari offerti dalle strutture pubbliche.

Essendo un Paese piccolo probabilmente è molto più facile apportare innovazione e informatizzazione nei diversi settori del servizio pubblico. Tante cose già funzionano bene online, ma in generale ho l’impressione che qui sia tutto molto più rapido, anche quando ti presenti a uno sportello pubblico, che sia la banca, la posta, o il centro prelievi dell’ospedale, non ho mai dovuto attendere il mio turno per più di dieci minuti, nel peggiore dei casi.

Si sono inventati un sistema fiscale chiaro, semplice ed efficace per cui tutti sono incentivati a richiedere la fattura ad ogni acquisto contribuendo a ridurre drasticamente l’evasione fiscale (avendo le fatture registrate, oltre alla possibilità di detrazioni fiscali c’è in gioco l’estrazione di un’automobile a fine anno!)

Sicuramente c’è ancora molto da fare anche qui per superare gli strascichi della crisi, gli stipendi restano bassi rispetto alla media europea, ma tutto sommato il costo della vita è contenuto, la qualità piuttosto alta e, a mio avviso, i  servizi sono ottimi. A differenza che in Italia, qui mi capita spesso di sentire commenti positivi sull’efficienza e l’accessibilità dei servizi per i cittadini.

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Pensi di tornare a vivere in Italia? Che emozioni provi nei confronti del nostro Paese?

Non escludo di spostarmi in futuro, o di tornare in Italia, ma per il momento mi godo questa serenità che mi mancava e che ho ritrovato qui a Lisbona.

Sarò banale, ma dell’Italia mi manca il cibo. In Portogallo si mangia benissimo, ma la varietà che abbiamo noi non esiste qui. Ogni tanto andiamo al ristorante italiano (uno di quelli veri e non fasulli!) per ritrovare i prodotti tipici, ma si finisce per spendere sempre troppo. Mi manca avere la possibilità di ordinare una pizza a domicilio che sia buona, economica e con prodotti “normali” (possibile che nel menù quasi tutte le pizze abbiano la carne sopra?!).
Un’altra cosa che mi manca dell’Italia è la tv di cui tanti si lamentano. Stando qui ho dato valore a tutti quei programmi di attualità e approfondimento, ma anche di intrattenimento che qui mancano, nonostante i mille canali e la tv a pagamento. Stesso discorso vale per il cinema, mi manca molto andare al cinema e vedere un bel film italiano, qui i film sono quasi tutti di importazione.

Tornerei volentieri in Italia se le cose iniziassero a funzionare meglio, se il mondo del lavoro desse valore ai giovani senza sfruttarli e se, di conseguenza, la gente avesse un atteggiamento più positivo verso il mondo del lavoro, e la vita in generale. Ora come ora, mi sembra di sentire solo tante lamentele e nessuno sembra essere mai soddisfatto.

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

DSCN4859Vorrei solo precisare che non vorrei far passare il messaggio che, per essere felici, bisogna andare all’estero. Assolutamente no. Credo che ognuno di noi abbia necessità differenti e non bisogna accontentarsi o, peggio ancora, rassegnarsi. Ognuno di noi ha diritto a trovare il proprio posto nel mondo, che sia questo in un paesino di montagna o in una grande metropoli, in Italia o all’estero, per un periodo o per sempre. Abbiamo la fortuna di poter scegliere e poterci spostare con una facilità che fino a qualche anno fa non esisteva. Quindi se la vita non vi soddisfa, datevi da fare per migliorarla!

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Non espatriate per scappare! #Eder #Messico

Il nostro gruppo di lavoro.
Il nostro gruppo di lavoro.

Ciao, ti ringrazio subito per la disponibilità. Noi ci siamo già conosciuti ma, per descriverti brevemente ai nostri lettori ti chiedo, chi è Eder?

Una domanda che uccide, non c’è un Eder solo, c’è un Eder per ogni stagione, prima e dopo il matrimonio, oggi ancora working progress. Da giovane cresciuto troppo in fretta, molto responsabile durante il matrimonio, dopo più libero e spensierato. Oggi alla ricerca ancora di qualcosa di nuovo (più nel personale), ansioso e sempre alla ricerca del meglio, che fatica!

Vivi in Messico dal 2010, dove hai aperto un ristorante, Cafe Bistrot Epicuro. Cos’ha da offrire in più questo Paese rispetto all’Italia?

11667976_681821698619624_846604006_nNiente, se non che un cambiamento porta sempre con sé qualcosa di positivo. Inoltre, a parte i luoghi comuni di spiaggie e sole, per noi è più facile fare impresa, in Italia i capaci sono tanti, qui molto meno, per cui senti meno la concorrenza e l’investimento economico è inferiore, gli utili comunque seguono in proporzione. Per il resto, come servizi e infrastrutture siamo ancora indietro, cito ad esempio sanità, strade e comunicazioni.

Gestisci la pagina Fb “L’Italia che c’è” mettendo in evidenza le potenzialità del nostro Paese. Cosa ti spinge a farlo?

Posso dirlo? La stupidità dei tanti che denigrano il nostro Paese! Non si rendono conto che questa è l’Italia che abbiamo fatto noi, il nostro Paese siamo noi, difficile esaurire un argomento così complesso, certo una sintesi ci vuole. Manca un po’ di umiltà e autocritica, dovremmo sentirci un po’ tutti responsabili, tutti secondo le nostre possibilità e i ruoli che abbiamo avuto! Abbiamo approfittato, chi più chi meno, delle circostanze per avere dei vantaggi, qualcuno aveva detto “…scagli la prima pietra”…sappiamo come è finita.

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Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ho appena detto sono working progress, per citare alcuni fatti, far decollare il mio ecommerce. Inoltre, dopo sei anni con Eli, probabilmente è venuto il momento di cambiare…una nuova compagna forse porterà aria nuova. Valuto anche la possibilità di rimanere single, con meno responsabilità, magari vendere il ristorante per alleggerirmi degli impegni, alla mia età la salute è strategica, 66 anni non sono una passeggiata.

Pensi di rientrare in Italia?

Direi di no, se dovesse succedere sarebbe per motivi di salute seri, forse andare in un altro Paese si, la mia mente viaggia, forse Asia? Il tutto però deve combaciare con le attività, come vendere il ristorante, mentre per e-commerce posso trovare altre forme di impresa.

Facce tipiche e attuale governatore dello Stato.
Facce tipiche e attuale governatore dello Stato.

Cosa ti manca del nostro Bel Paese?

Vedo che anche tu lo chiami il Bel Paese, complimenti, cosa mi manca? Tutto e niente, non ho nostalgia, il lavoro mi riempie come la curiosità di fare cose nuove, certo come dimenticare i nostri prodotti alimentari, il vino, le nostre strade, il clima freddo, dettagli, ma è più una mancanza di cose che di sentimenti.

Per concludere quest’intervista voglio chiederti, cosa consigli a chi crede che espatriare (anche senza referenze valide) sia l’unica alternativa rimasta?

Non è l’unica alternativa rimasta, è una possibilità, in un mercato sempre più globalizzato può essere una soluzione, quello che conta è la MENTALITA’Non scappare perché non se ne può più, ma per cercare nuove strade e nuove esperienze si.

Festa della Guelaguetza la principale festa folcloristica di Oaxaca.
Festa della Guelaguetza la principale festa folcloristica di Oaxaca.

Fattori cardini per valutare sono l’età, cosa sai fare e la lingua. Mi piace pensare che se avessi 20 anni andrei in Cina, a fare qualunque lavoro, anche il più umile per imparare il cinese. Poi metterei sul banco di prova le mie capacità e attitudini, questa esperienza varrebbe certo di più di tante lauree! Certo è più facile stare a casa, ma poi? Bisogna ragionare in termini di mercato, non ci sono vincitori o perdenti ideologici, guadagna chi si adegua.

Momenti con clienti e vista del locale.
Momenti con clienti e vista del locale.
Centro storico di Oaxaca de Juarez la capitale dello stato di Oaxaca.
Centro storico di Oaxaca de Juarez la capitale dello stato di Oaxaca.

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Sulle tracce di Ketut Liyer

Lo scorso novembre ho avuto il piacere di intervistare Michela, la solare gallinella del blog “La gallinella in fuga” che potete seguire anche sulla sua pagina Fb. Trovate qui la sua intervista, oggi invece vi propongo un articolo che ha deciso di scrivere per noi, dedicato ad un incontro che non dimenticherà mai! Vi auguro buona lettura, sperando riusciate ad immergervi in questa bellissima e armonica atmosfera. Roberta

Reduce da una lettura attenta (perché in inglese) e curiosa (perché anche io come la protagonista mi ritrovavo all’estero, precisamente in Australia) di “Eat Pray Love”, ovvero “Mangia Prega Ama”, mi ero appassionata alle vicende di Elisabeth Gilbert, soprattutto all’ultimo capitolo a Bali, quando passa gran parte del suo tempo con il “santone” di Ubud che le insegna a sorridere ed amare nuovamente, curandole la tristezza che aveva nel cuore! Anche io come Lei, scelsi Bali come ultima meta della prima parte della mia lunga esperienza estera; avevo voglia di incontrare questo uomo, sebbene fosse diventato una meta turistica, un personaggio famoso al punto tale da far spuntare diversi Ketut fasulli! Desideravo ricevere una sorta di “buona fortuna” balinese, visto che da li poi me ne sarei rientrata in Italia per un mesetto, e visto che l’ansia stava prendendo il sopravvento; ricordo che le notti si facevano via via sempre più agitate, e poi erano mesi che tentavo invano di trovare la nuova famiglia in cui andare a fare la ragazza alla pari, e il tempo stringeva, quindi dovevo rischiare.. e trovare il Ketut giusto, in cerca di una “benedizione”!

Una delle prime domande che rivolsi al Sig. Gusti, il balinese che ci ospitò per qualche giorno nel suo Bed & Breakfast, fu “Can I meet Ketut ?” ma ci impiegai un po’ a farmi capire, perché pronunciavo il nome all’inglese, “KetAt”, invece era semplicemte “KetUt”! “. …the paranormal???” mi chiese Gusti; oddio, se fosse “paranormal” non ne ero al corrente, così gli dissi, come da libro, “the medicine man”, Gusti capì e confermò; ci consigliò di recarci la mattina presto onde evitare lunghe file di attesa; l’indomani io e la mia amica, alle 8 eravamo pronte per farci portare da Ketut Lyier.

Fuori casa era appeso un cartello, ma non bastava a capire se mi ritrovavo nel posto giusto!

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Una volta dentro, i riquadri appesi con le foto di Ketut con la Roberts sul set erano senz’altro la prova schiacciante che ero da quello “originale”!

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“Ok ci siamo!” mi sono detta! Ero emozionatissima ed eccitatissima!
Ci diedero dei numeri e ci fecero aspettare…

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Come previsto eravamo tra le prime, la numero 4 e 5 rispettivamente! Si dice che la fila possa arrivare anche a 30 persone!! Attesi il mio turno facendomi intanto trasportare dall’ambiente circostante, sbirciando le sedute di chi mi precedeva, e sentendomi un po’ la Liz Gilbert della situazione (ma anche un po’ la Julia Roberts :P).
Quando mi sedetti in fronte a Ketut, gambe incrociate e piedi nudi, rimasi impressionata dal suo sorriso sdentato, e dalle sue lunghe sopracciglia! Ero serena di fronte a quell’uomo che mostrava fiero il suo sorriso imperfetto, trasmettendo gioia di vivere… una gioia che per lui è valsa la perdita del conteggio degli anni, visto che nessuno sa a che età sia arrivato… c’è chi dice più di 100!

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Mi prese la mano, che non lasciò per tutto il tempo, e ci presentammo; iniziò a parlare, ma era difficile comprenderlo… un po’ perché il suo inglese non era proprio il massimo, e un po’ perché, poverino, con i due denti rimasti non riusciva a parlare troppo bene. Continuava a ripetermi “I’m pery pery happy to meet you” e “you are pery pery luckyyyyy and pery pery prettyyyyyy” … non so perché allungasse l’ultima vocale delle parole, ma quel modo semplice e armonioso di dire le cose mi rilassò e mi faceva sorridere. Mi confidò anche altre cose personali che non sto qui a riportare. Per quanto sinceramente mi comunicò “tutto e niente”, un po’ come i “fattucchieri” da noi, posso comunque ammettere di aver beneficiato di un karma positivo e di un carisma che solo certe anime profonde riescono trasmettere!

10574358_10203895175115475_3275110146680826917_nAnche la mia amica, inizialmente scettica, che venne da Ketut solo per accompagnare me nella mia missione, alla fine si convinse di provare… uscendone estasiata!
Pertanto, non so se fu il santone o una semplice coincidenza, ma pochi giorni dopo avevo finalmente trovato la famiglia in cui andare a lavorare.. la mia destinazione successiva venne segnata in quella terra mistica ..Olè!

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Francesca, un’altoatesina all’estero! #Israele

A raccontarci la sua esperienza oggi è Francesca da Israele. La ringrazio e vi auguro buona lettura!!! Roberta

Ciao, inizio ringraziandoti per la disponibilità e curiosando, come faccio di solito, sulla persona che si racconta. Quindi chi è Francesca?

Francesca ha 33 anni, ma tutti dicono che “ne dimostra meno” (giudicherai poi tu dalle foto :-). Nata a Milano, ma altoatesina fino alla cima dei capelli in quanto: perfettamente bilingue (italiano e tedesco) e un mix curiosissimo tra Italia e area tedesca: da un lato, la precisione, correttezza, onestà e puntualità quasi maniacali (povero il mio manager israeliano…mi hanno selezionata per il Master Chef israeliano, ma ci sono alcuni punti confliggenti tra il mio contratto con l’agenzia Take 2 e l’agenzia che allestisce il programma Master Chef; perciò, appena ebbi in mano il contratto, filai dal mio agente e dichiarai solennemente “Non firmo nulla prima che lei non analizza questo contratto punto per punto e non si trova un eventuale compromesso con l’altro agente. Voi conoscete la legge israeliana e io mi fido di voi.” Il mio agente rispose “Franci, hai perfettamente ragione. Infatti qui sei nota per la tua costanza, la tua umiltà, la tua voglia di lavorare…e importantissimo, la tua onestà e correttezza, oltre alla tua presenza scenica e l’intensità delle tue interpretazioni. Inoltre, rispetti molto Israele e le sue usanze e questa è un’ottima cosa”. Rifiutai di lavorare ulteriormente con un regista russo, in quanto le condizioni di lavoro erano confliggenti col mio contratto presso la mia agenzia, nonostante un compenso più che buono), dall’altra il calore umano, l’empatia e l’amore per le cose belle (tutte le volte che vado in Italia, povero il mio conto in banca…), la buona cucina…e ahimè, l’impulsività. Ho sempre avuto la passione del teatro e della recitazione, che mi ha portata in Italia a lavorare con Micaela Ramazzotti e Kim Rossi Stuart, Neri Parenti e in Germania con Moritz Bleibtreu (l’attore principale in “Munich” e “Lola corre”). In Israele ho lavorato con Shemin Zerhin (lo Steven Spielberg israeliano), Dror Shaul e molti altri come registi e Moran Atias, Oz Zehavi, Alon Aboutboul, Dovale Glinckmann come attori. Altre mie passioni sono: le lingue straniere, che mi hanno portato a imparare inglese, russo, francese, un po’ di spagnolo…e adesso il mio traballante ebraico :)e…la cucina, che mi ha portata dritta dritta al Master Chef israeliano :). Adoro anche l’astrologia e mi interesso alla medicina alternativa, come ad esempio i fiori di Bach e i fiori australiani.

Come mai hai deciso di vivere all’estero e di cosa ti occupi?

Sono sempre stata una giramondo, in quanto a 11 anni ero già in Inghilterra per imparare l’inglese durante l’estate; anche se il mio accento quando parlo può sembrare un po’ strano (in quanto, una stratificazione di accento italiano e tedesco), poi in Francia. Ho vissuto in Australia, Francia, UK, Russia e adesso Israele. I miei studi di Scienze Politiche (ho tentato due volte l’esame in Farnesina, ma non andò bene, essendo davvero molto, molto difficile) mi hanno portata a viaggiare molto… ma anche l’amore, in quanto vissi anche a San Pietroburgo, città fiabesca, per amore…e adesso Israele, sempre per un uomo di origine russa. Infatti, l’apprendimento dell’ebraico sta andando un po’ al rallentatore per via del mio amore per la lingua e cultura russa…io e la famiglia del mio ragazzo parliamo sempre russo.

Come si vive in Israele e cosa consiglieresti a chi vuole trasferirsi da quelle parti?20140413_103450

In Israele si vive molto bene, per certe cose somiglia tantissimo all’Italia: il clima (a gennaio, 18 gradi a Tel Aviv e 22 a Eilat, fate un po’ voi…), il calore umano delle persone, il loro approccio tranquillo e rilassato con la vita, la buona cucina, il fatto che gli Israeliani siano molto diretti e anche un po’ impulsivi…e anche la burocrazia, che se non sei ebreo ti fa davvero vedere i sorci verdi 🙂 In Israele, si entra SOLO se si è ebrei o si è partner di un cittadino/a israeliano/a. Non si bara in nessun modo: se hai una relazione con un/a cittadino/a israeliano/a, all’appuntamento coi funzionari del Ministero degli Interni ti separano dal tuo partner ed è un fuoco incrociato di domande: dove vi siete conosciuti, come vi siete conosciuti, come si chiamano i genitori, qual è il suo piatto preferito, se avete animali, come si chiama il vostro animale domestico, di che colore è…e via di questo passo. E non basta: i partner devono portare almeno cinque lettere ciascuno di amici e parenti che li conoscono come coppia, debitamente firmate, foto nei luoghi dove sono stati assieme e coi familiari, lettere, biglietto aerei, ricevute dei vari hotel…Quindi, consiglio molta pazienza con la burocrazia israeliana. Inoltre, se si vuole parlare della “situazione” tra Israeliani e Palestinesi, fatelo sono con gente esperta di storia, politica e geopolitica…si tocca un nervo MOLTO scoperto.
20130917_190417Inoltre, Tel Aviv è una città molto sicura, in quanto la polizia è molto presente e se qualcuno “sgarra”, paga, eccome se paga! Ho provato a prendere l’autobus negli immediati dintorni della stazione centrale di Tel Aviv alle undici di sera e non mi e’ mai successo nulla. Provate a fare lo stesso a Roma o Milano nei dintorni delle rispettive stazioni (Termini e Centrale) a quell’ora…Ho provato a camminare sul lungomare di Tel Aviv e a Via Dizengoff (la strada principale di Tel Aviv) e nessuno mi ha mai importunata, neanche gli uomini di origine araba (che in Italia e Francia, trovai un pochino troppo insistenti per i miei gusti…). Durante la campagna militare del luglio 2014 ero qui in Israele e le disposizioni di sicurezza per i cittadini erano semplici e chiare (il governo israeliano mise a punto l’Iron Dome per proteggere le varie città e lanciò un app per sapere dove fosse il rifugio più vicino), quindi riuscii a passare quel periodo senza troppi traumi, nonostante la paura dei razzi e il cuore in gola quando urlava la sirena e dovevamo correre nei bunker. Per il resto, i prodotti italiani si trovano pure qui, gli Israeliani dicono che il loro popolo somiglia molto a quello italiano (un po’ come i greci “Una faccia, una razza”) e Tel Aviv è una città che offre tantissimo ai giovani, che “non dorme mai”, con tanti musei, concerti, ristoranti…non ci si annoia proprio mai 🙂

Ti lascio libera di descrivere, come preferisci, l’essenza di questo tuo espatrio. Cosa ti ha insegnato?

In Israele ho imparato a sorridere di più, a fidarmi delle persone, a rilassarmi, a prendere la vita un po’ così come viene. Gli israeliani sono sempre stati gentilissimi con me, non mi hanno mai e poi mai fatta sentire straniera, nonostante appena arrivata qui non sapessi nemmeno leggere l’ebraico; però con inglese, russo, francese e spagnolo mi sono fatta sempre capire e nessuno, dico nessuno, mi ha mai “etichettata” per via del mio accento. Per questo motivo l’apprendimento dell’ebraico sta andando un po’ al rallentatore: qui c’è tantissima gente dall’ex URSS…tutte le volte che provo a usare il mio pietosissimo ebraico, arriva sempre qualcuno di origine russa a salvarmi 🙂 In Israele poi svolgo un lavoro che adoro…certo, domanda moltissimo dal punto di vista fisico, ma è molto appagante a livello emotivo. I registi israeliani mi hanno sempre messa a mio agio e mi trovo molto bene anche col personale tecnico, in quanto anche loro sono sempre stati gentilissimi con me…quanto abbiamo riso insieme. Una volta che siamo stati sul set per 15 ore di fila, quando il regista disse “Cut! Bene, grazie a tutti!”, sono partiti cori da stadio e ci siamo tutti abbracciati, anche se dormivamo letteralmente in piedi ed abbiamo avuto freddo (le notti, nel deserto, possono essere freschine, specie in gennaio; un maglioncino ci vuole, così come i collant spessi sotto i jeans). Inoltre, gli israeliani vedono molto bene gli italiani, in quanto l’Italia è vista come il paese dell’arte, della buona cucina, dell’amore e del “godersi la vita”. Vi dirò la verità, Israele è uno dei pochi luoghi dove se sentono che sei italiano, non danno la stura ai peggiori luoghi comuni sull’Italia…del tipo “Italiani pigroni, che fanno i galletti con le donne, pressapochisti…e la lista potrebbe continuare”. Mentre in Germania, UK, Belgio e Francia, quando dicevo che ero italiana, nel migliore dei casi, un sorrisetto modello Merkel-Sarkozy nel novembre 2011, alla vigilia dell’insediamento del governo Monti.

Raccontaci un aneddoto simpatico riguardante la tua esperienza da expat.

Un aneddoto simpatico. Ero nella hall del mio Ulpan (il mio corso di ebraico) e stavo chiacchierando in russo con una mia altissima e biondissima amica russa…Lì di fianco ci sono degli americani, non ci faccio troppo caso e continuo a parlare russo. Uno degli americani fa: “Certo che le donne russe sono davvero le più belle del mondo”…e io risposi, forte e chiaro, in ebraico, in modo che sentissero tutti “Sì, specie se nascono in Italia!”. L’americano in questione diventò rosso come un pomodoro e balbettò “You don’t look like Italian” e io risposi “Lo sapevi che gli italiani sono la popolazione più “ethnically diversified” d’Europa?” 🙂

Domandina di rito…ti manca l’Italia? Che sentimenti provi nei confronti del nostro Paese e torneresti a viverci?

Io per le vacanze non torno in Italia, torno in Alto Adige (che vabbè, “de jure” è sì parte dell’Italia, ma “de facto”…ci sarebbe da fare un LUNGHISSIMO discorso in merito). Ho portato il mio ragazzo israeliano anche alle Cinque Terre e a Firenze. Sì, gli sono piaciute, ma ha notato anche la poca cura per il turista, la scortesia negli esercizi commerciali, agli sportelli informativi e postali, l’incuria, il fatto che alcuni dei luoghi più belli del mondo siano letteralmente abbandonati a loro stessi, i mezzi di trasporto (ad esempio, i treni; a parte i Freccia Rossa, quelli locali fanno pietà e a Firenze dissi al mio ragazzo di stare attentissimo agli zingari, che letteralmente infestano la stazione di SMN) la cui qualità lascia parecchio a desiderare. Per questo motivo, preferiamo entrambi l’Alto Adige come meta delle nostre vacanze in Italia: pulizia, cortesia, attenzione al cliente sono i pilastri dell’ospitalità altoatesina, oltre che all’efficienza, l’ottima cucina e alla puntualità dei mezzi di trasporto. Dell’Alto Adige mi mancano la Sachertorte, le Dolomiti color corallo al tramonto e all’alba, i mercatini di Natale, i ristoranti 3 stelle di Michelin, i vari caffè che sono opere d’arte con panna montata, zabaione, ecc, i mercati dei contadini praticamente tutte le settimane, i vari negozi “biologici” a prezzi accessibili (in Israele, i prodotti Weleda e Dr. Hauschka costano moltissimo), i fiori di Bach, australiani e medicinali omeopatici praticamente ovunque (in Israele la medicina alternativa, ahimè, non è così diffusa…quando cercavo i vari tipi di mieli, in quanto ogni miele ha le sue virtù terapeutiche, le commesse israeliane mi guardarono come una marziana), i “Toerggelen” (le feste contadine autunnali), il mio Dirndl, le varie sagre (al mio ragazzo piacque tantissimo quella del Pane e dello Strudel di Bressanone e quella dello Strudel in Val di Funes, ai piedi del massiccio delle Odle…davvero un paesaggio da fiaba), le case calde in inverno e fresche in estate grazie alla tecnologia “KlimaHaus B”. Quando portai il mio ragazzo in Alto Adige, se ne innamorò perdutamente. Quando per quest’anno proposi di visitare Roma o Venezia, il mio ragazzo fu irremovibile; disse soltanto “South Tyrol. Period.” con un tono che non ammetteva repliche 🙂 Un ritorno in Italia, almeno nel breve periodo, non è contemplato, vista la situazione nel Paese…il mio ragazzo mi ha fatto sapere che se il Presidente italiano gli regalasse la cittadinanza italiana, lui sceglierebbe di vivere in Alto Adige, senza se e senza ma. Peccato che dovrebbe mettersi sotto con italiano e tedesco, “conditio sine qua non” per vivere ai piedi delle meravigliose Dolomiti 🙂

Griastenk (arrivederci in dialetto altoatesino 🙂 )
Francesca

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Un nuovo inizio… Laura #Grenoble

Questa settimana abbiamo il piacere di presentarvi Laura da Grenoble…buona lettura……Roberta

Ciao, inizio  ringraziandoti per la disponibilità e curiosando un po’ sulla tua vita. Chi è Laura?

Dietro la firma “Laura, Grenoble”, c’è una donna di 35 anni che risponde al nome di Laura Caroniti.

Sono la lettrice della porta accanto, una addicted delle caramelle gommose e amo i film di Natale che mi ostino a guardare anche in estate, piangendo ogni volta sul lieto fine come se non lo aspettassi.

Quando è nata in te l’idea di espatriare e perché?

Per risponderti devo fare necessariamente un passo indietro.

Nel 2006 lasciai la Sicilia per il Piemonte, decidendo di andar vivere e a lavorare sul confine italo-francese per dare una chance ad una relazione turbolenta che non riuscivo a mettere da parte, né tanto meno a dimenticare.

Una storia comune come accade a molti, nulla di speciale, se non che quando entriamo personalmente in una bolla simile diventa così necessaria da farci sperare che non scoppi.

Scelsi allora un paesino piccolissimo sulle Alpi, che ospitava l’ultimo liceo italiano prima della frontiera con la Francia, dove viveva quella persona che -ironia della sorte- conoscevo da sempre, ma che da meno di un anno era diventata così importante da farmi rivedere scelte, rivalutare posizioni, e a farmi fare un passo che non avrei mai pensato di poter o voler fare. Per me, insegnante, era la sola carta che pensavo di poter giocare, allora, senza espormi in un modo totale.

Restava comunque un rischio, un salto nel buio: non è mai veramente sano, quando ti metti in gioco per qualcuno che non sei tu. Gli errori si pagano a denti meno stretti se siamo noi e solo noi ad averli commessi. Se sul bordo della falesia scivoliamo perché non siamo riusciti a tenere il passo della persona davanti a noi o se questa non si è voltata in tempo per darci una mano e non farci cadere, non abbiamo alcuna scusante: siamo rimaste vittime di noi stesse.

Il trasferimento ad Oulx, comune italianissimo nonostante il nome, è stato già un espatriare. Succede a molti, ma ho avvertito la stessa percezione in altri isolani italiani: quando lasci l’Isola, sia questa Sicilia o Sardegna, e nomino queste solo per una questione di estensione, sei già un migrante. Non importa che tu ti stia spostando in un territorio dove la lingua è la stessa, hai già perso tutto il mondo che ti identificava in un modo speciale.

Trovarmi al confine, protetta da una bandiera nota e l’italiano a farmi da paracadute, non era comunque essere a casa. Viaggiavo per la Francia ogni fine settimana, scontrandomi con verifiche di documenti alla frontiera e una realtà ancora diversa sul territorio, una lingua che non conoscevo e che mi escludeva da quanto vedessi e provassi. Rientravo in Italia la domenica notte, TGV permettendo quando non erano in panne e temperature a due cifre sotto zero neanche fosse il Nord d’Europa.

Ho imparato la solitudine della montagna e a riconoscere il silenzio della neve, ancora prima che si manifesti. Davanti alla finestra della baita in cui vivevo, le montagne così alte che sembravano dare il tu direttamente a dio.

Ci sono restata anni, anche dopo il matrimonio, perché alla fine quella persona divenuta necessaria l’ho pure sposata, ma la mia vita aveva messo nuove radici lì, amavo il mio lavoro e anche sentire il patois negli uffici non era più così straniante.

Quando, però, la tristezza negli addii scadenzati da partenze e ritorni era diventata collera, i saluti sui treni ormai troppi, le mani strette a non volersi slegare e i baci che facevano male più di una coltellata alla carne, ho deciso di scavalcare il confine per restarci.

Un nuovo inizio. Una pagina bianca. Dei silenzi sconosciuti perché erano i miei, quella della mia voce che doveva imparare a parlare di nuovo, le radici nuove nascoste sotto la coltre di neve divelte.

Mi ero ricongiunta a mio marito, ma azzerata come persona. Ero partita, sì, e non era quella la parte difficile, pur avendo lasciato un lavoro che amavo e un’indipendenza economica.

Dovevo ripartire da me.

E sono a Grenoble dalla fine del 2011.

Ho sentito spesso parlare di Grenoble…come si vive da quelle parti e quali sono le differenze con l’Italia?

La situazione è particolare perché Grenoble è stata meta di emigrazione italiana da sempre, il tessuto sociale è per buona parte italiano d’origine. Tra le due Grandi Guerre rappresentavano i 2/3 degli immigrati presenti. Un intero quartiere sul lungofiume, un lato del Quais de l’Isère, era qui l’equivalente di una Little Italy: due paesi italiani, Corato e Sommatino, si erano trasferiti massicciamente. Adesso è tra le zone più suggestive e, riqualificato, è diventato un angolo di Grenoble con unità abitative prese di mira da artisti e architetti.

Molti giovani francesi, nipoti di italiani, rivendicano le loro radici, pur non essendo mai stati in Italia, o essendoci stati in poche occasioni. Questo dato, e la distanza non proibitiva dall’Italia, fa di Grenoble una città a misura di italiano!

La qualità della vita è buona, i servizi sono funzionali e garantiti, i trasporti comuni coprono tutte le distanze, lo stato sociale presente per aiutare chi è in difficoltà.

I prodotti italiani si trovano in qualsiasi supermercato e ne esistono di squisitamente italiani.

La burocrazia è presente, pur essendo meno farraginosa di quella italiana, ma la risposta dell’amministrazione o degli enti è veloce e assicurata.

Il clima non è differente da quello del Nord Italia, la cucina è prevalentemente savoiarda o lionese, abbondante e gustosa. L’attenzione per lo sport e le attività fisiche inizia fin dall’asilo, strutturando la forma mentis e la crescita del bambino che diventerà un adulto non sedentario: provo sempre un moto di invidia bonaria, quando arranco con il respiro traumatizzato in una passeggiata in montagna e vengo facilmente doppiata da coppie di arzilli vecchietti che hanno pure il fiato eccedente per salutarmi e augurarmi una buona giornata!

Credo che la differenza principale con buona parte di città italiane con densità di popolazione simile sia la vivibilità. Grenoble è priva di barriere architettoniche, la disabilità non è invalidante, gli spazi verdi presenti, curati e vissuti, e l’attenzione alle necessità dei bambini costante.

Quanto è importante conoscere la lingua prima di arrivare?

Fondamentale. Puoi apprendere il francese anche dopo, stando in loco, ma è invalidante. Nonostante il carattere cosmopolita della città, la presenza di numerose università che richiamano studenti da ogni parte del mondo, esercizi commerciali e ristoranti di qualsiasi nazionalità, l’inglese non è utilizzato quasi in alcun posto, fatta eccezione per i lavori settoriali e specialistici.

Il francese è la lingua ufficiale e, contemporaneamente, quella veicolare. Se non lo conosci, l’integrazione è compromessa.

E’ semplice creare legami, che vadano oltre il superficiale, con la gente del posto?

Dipende dal contesto in cui ti muovi o finisci per operare, come in ogni posto credo, ma non è difficile, soprattutto se forte è la motivazione del contatto: come può essere tra mamme che hanno figli alla materna o alle elementari o se si condividono sport ampiamente praticati in questa zona, come sci, scialpinismo, deltaplano o parapendio.

Quali sono le professioni che vanno per la maggiore e cosa consiglieresti a chi vuole trasferirsi in Francia?

Grenoble non è la Francia, Paese con richieste diverse per ogni dipartimento. Posso, però, confermare che Grenoble è una città a forte vocazione scientifica e, quindi, è una meta interessante per chi volesse tentare una carriera di ricerca in questo ambito. È il maggior polo europeo per le nanotecnologie, ed è sede dell’ESRF, l’European synchrotron radiation facility, dell’ILL, l’Institut Laue-Langevin, un laboratorio internazionale di ricerca, e del EMBL, l’European Molecular Biology Laboratory.

Un altro settore con un’altissima domanda è quello informatico. Un laureato magistrale, con una conoscenza media dell’inglese e del francese, non ha molti problemi a strappare un contratto a tempo determinato, un CDD, che può essere convertito a tempo indeterminato, un CDI, dopo alcuni mesi di prova.

Importante, inoltre, è l’École de management per chi volesse perfezionarsi in discipline economiche e aziendali.

Se qualcuno stesse preventivando un trasferimento in Francia, consiglierei di guardare il sito http://www.pole-emploi.fr/accueil/ che quotidianamente viene aggiornato su posizioni lavorative aperte in tutto il Paese.

Perché hai deciso di raccontarci la tua storia?

Ho sempre amato filtrare la realtà attraverso le storie. E amo leggere le realtà di altri, se raccontate come storie.

Una buona storia deve poter valere una vita. E il raccontare prevede del tempo in risposta. Viviamo in un’epoca fast-food, centosessanta caratteri di comunicazione, un tweet, un post di appena due righe ed è tutto. Qualcosa che vada oltre questi standard imposti dal gusto dominante viene detto “lezioso”, “presuntuoso”, “auto-celebrativo”. Io non sono d’accordo, mi piace ascoltare, mi piace raccontare, mi piace spendere il tempo per farlo.

Un tweet non mi arricchisce, la storia che una sconosciuta mi regala incrociandomi per caso durante un viaggio vale da sola il viaggio stesso.

Domanda di rito…ti manca l’Italia e…torneresti a viverci? Che sentimenti provi nei confronti del nostro Bel Paese?

Mi manca e non mi manca. Mi manca nella misura in cui ad un tratto ne sento la necessità e devo rientrare anche solo per respirarne l’aria e non mi manca perché non basta questo per poter vivere bene in un posto. Non vivo una sindrome da castrazione a priori che mi fa rimpiangere il Bel Paese sotto tutti gli aspetti, che spesso diventano mitologici perché ingranditi dalla cifra della nostalgia; sono realista e questo mi permette di dire che un rientro definitivo per ora non è contemplato.

Prima di salutarci…c’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti dire?

Sì, c’è. E per fortuna! Perché altrimenti, avrei dovuto rispondere!

Ciao Roberta! A presto e grazie.

Laura, Grenoble

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Dopo anni di contratti come precaria ho pensato “basta, o ora o mai più!” #SimonaUK

Oggi a raccontarsi è Simona dalla Cumbia (Uk) che si occupa anche del sito S. Merlin Chesters. Buona lettura! Roberta

Ciao, intanto grazie per quest’intervista. Inizio  come sempre curiosando un po’ sulla vita di chi si racconta. Quindi, chi è Simona?

Ardveck Castle
Ardveck Castle

Hai fatto una bella domanda… Potrei descrivermi come una persona che è sempre stata in transformazione, sia a livello personale che lavorativo ed ho finalmente trovato la ‘mia’ strada solo di recente. Sono nata in un paesino vicino Firenze nel 1972, da padre operaio tessile e madre casalinga ed ho un fratello più piccolo. La società in cui ero nata era molto patriarcale, avrei voluto proseguire gli studi fin da giovane, divenire astronoma o archeologa o anche studiare il piano. Nessuna di queste cose si è mai avverata (tranne l’archeologia, ma ne parlerò dopo) e al pianoforte sono giunta come hobby ‘da grande’. Dopo la scuola dell’obbligo sono stata mandata a lavorare come operaia tessile, in fondo il mio destino prefabbricato era ‘matrimonio e figli’ e in quel caso istruzione o carriera lavorativa erano inutili. Chiaramente ero nata anche ribelle e ho fatto in modo che il fato che mi era stato predestinato da altri non si avverasse, se non alcune cose e ai miei termini. Negli anni successivi sono poi diventata impiegata commerciale, ma diciamo che nel lavoro ho sempre fatto ciò che ‘trovavo’ ma non quello che desideravo fare.

Quando è nata in te l’idea di espatriare e perché?

Da ciò che mi posso ricordare l’ho sempre avuta, mia mamma adorava la cultura anglosassone e lei dice che sognavo di andare a vivere in America fino da quando avevo 4 anni. Mio nonno, padre di mia madre, era un camionista di professione e mi aveva ‘attaccato’ questo entusiasmo e desiderio per viaggiare e conoscere al di là dei propri confini! Se guardo bene non mi sono mai sentita neppure ‘italiana’, mi sentivo nata una cittadina del mondo. Mentre lavoravo, da ragazzina facevo anche corsi di lingue serali. Il sistema Italia non era mai stato per me, lo detestavo da sempre e sognavo di andarmene…. Mi sentivo ‘diversa’ dagli altri e chiaramente moltissime persone non perdevano occasione per farmi sentire la loro ostilità, i diversi non sono mai piaciuti. Alla fine sono poi emigrata in Francia per circa un anno e un altro negli USA, ma per varie ragioni sono poi rientrata in Italia. Col tempo ho capito che tornare era sempre stato uno sbaglio enorme, ma causa pressioni familiari e del fidanzato mi ero convinta che potevo costruirmi un futuro. Dopo anni di contratti come precaria, alla scadenza dell’ultimo contratto dopo la recessione nel 2008 ho pensato ‘basta, o ora o mai più’. Venduto casa, macchina, vestiti, tutto, mi sono liberata di più di 35 anni di bagaglio in un colpo solo. Sono partita poco dopo, destinazione Nuova Zelanda. Quando ho visto che non riuscivo ad ottenere uno sponsor, la mia ricerca mi ha diretta verso il Regno Unito ed ho trovato lavoro come aiuto domestico in Scozia.

L’Uk è una meta ambita da tanti, immagino ci siano parecchi italiani. Com’è la vita da quelle parti? Le differenze con l’Italia?

Dunrobin
Dunrobin

Dipende da dove si abita, in questa zona di italiani non ce ne sono quasi per niente! Forse Londra è la meta più ambita dagli italiani, ma al di fuori di 4-5 grandi città, italiani ce ne sono ben pochi se messi a confronto con altre nazionalità. La regione dove vivo è la Cumbria, che è perlopiù rurale, quindi attira pochi stranieri. Comunque, fino a metà 2013 io vivevo nelle Highlands scozzesi e anche lassù di italiani ce n’erano pochissimi. Le differenze tra Regno Unito e Italia sono notevoli, non saprei da che parte cominciare per fare un confronto, anche perché… dovrei trovare qualcosa che in Italia mi sembrava positivo ed è un problema! Una delle cose che hanno colpito di più  è che in un certo senso ‘qui non si è mai vecchi’, per qualsiasi cosa… Cambiare carriera, studiare per una laurea, scalare il Ben Nevis… dipende dalla persona, non dall’età anagrafica. Questa sensazione di continua rinascita è ciò che mi ha affascinato di più sino dall’inizio, ed è una cosa che mi mancava da sempre, dato che in Italia il ritornello predominante era che si è sempre vecchi o inadatti praticamente per tutto!

Quanto è importante conoscere la lingua prima di arrivare ed è semplice creare dei rapporti con la gente del posto?

Fondamentale. Mi viene quasi da sorridere quando sento ‘ho un inglese scolastico, posso emigrare?’. Se non parli bene la lingua del posto, non ti integri, non fai amicizia con le persone del luogo, non trovi un lavoro decente, non socializzi, non vai a teatro, non ti metti a chiaccherare con le vecchine alla fermata del bus.. Insomma senza parlare la lingua locale è una vita a metà, ecco. Non avrebbe avuto neppure senso emigrare, sai che tortura lavorare e basta! Ma credo che ciò valga per tutte le nazioni e tutte le lingue. Sono arrivata qui con un livello di inglese che era definito C2 secondo i parametri europei (avevo passato l’esame del Proficiency of Cambridge University) e dopo due emigrazioni in paesi dove si parlava inglese. Mi sembrava di non capire quasi niente all’inizio, spiccicavo solo poche frasi. Certo, c’è chi viene con un inglese non fluente e sta con italiani, ma la mia intenzione non era certo di passare altri 10 anni tra italiani. Per me è stato semplicissimo creare rapporti con i locali, sia inglesi che scozzesi. Non so proprio da dove vengano i pregiudizi su tutta questa freddezza ‘britannica’, io vedo certi tratti caratteriali più relativi alle persone singole che a una nazionalità. Ho incontrato un bel po’ di toscani che mi sembravano freddi e arroganti, ma non tutti sono così, ovviamente! Vale lo stesso per i locali.

Quali sono le professioni che vanno per la maggiore e cosa consiglieresti a chi vuole trasferirsi in Uk?

Muncaster Castle
Muncaster Castle

Non ci sono professioni che vanno per la maggiore. Chiaramente, solo Londra offre opportunità in moltissimi, se non tutti, i campi. Per altre città non è così e prima di trasferirsi, consiglio di informarsi sul tipo di industrie che la città ha, oppure di visitare i luoghi con un mini-viaggio esplorativo. Nella nostra zona cercano continuamente ingegneri di tutti i tipi in campo nucleare, ma la selezione non è aperta a molti stranieri perché si deve rispondere ad alcuni criteri di sicurezza (causa terrorismo) e quindi solo a chi è qui da molti anni o è nato nel Regno Unito viene rilasciato il nulla osta. Da zona a zona, la tipologia di lavoro che viene richiesto di più ovviamente cambia.

Domanda “obbligatoria”…ti manca l’Italia e…torneresti a viverci?

Italian Chapel Orkney
Italian Chapel Orkney

Oh my God, no a tutte e due le domande. Non mi manca l’Italia, né i luoghi, né la gente. Io ero nata persona solare e positiva e dopo 35 anni di ‘tortura’ (perché essere negativi e lamentarsi è d’obbligo tra italiani!), il clima italiano era per me velenoso e letale. Vado a visitare la famiglia una volta l’anno e una settimana mi sembra già troppo! A volte scherzo che prima di tornare in Italia mi faccio incatenare davanti a Buckingham Palace, ma anche se qui non dovesse funzionare, ci sono tanti altri paesi in cui vorrei vivere. Tra l’altro, il resto della mia famiglia vorrebbe emigrare qui, i miei amici italiani si sono ‘dissolti nel nulla’ dopo che mi sono sposata (con un ragazzo scozzese), quindi non ho proprio più niente che mi lega all’Italia anche a livello affettivo. Qui abbiamo una casa nel verde e con due giardini, una splendida gattina (tra un po’ i gattini saranno due!), mio marito ha un buon lavoro e io spero di averne uno buono pure io appena mi laureo. Non potrei sentirmi più felice e fortunata di così.

Prima di salutarci…vuoi dire qualcosa di importante che non ti ho chiesto?

Graduation ceremony
Graduation ceremony

Alla fine qui ho realizzato anche vari sogni personali, non ultimo perché il Regno Unito mi ha permesso di riprendere gli studi. Non essere istruita per me era fonte di immenso rimpianto e anche di depressione. In Italia era sempre stato impossibile, ci ho anche rimesso un lavoro perché andavo alle serali. In Scozia ho passato il corrispettivo italiano dell’esame di maturità per entrare all’università e poi sono anche diventata chef. Nel 2012 mi sono iscritta all’università in storia scozzese e archeologia. Dopo essermi trasferita in Inghilterra, ho proseguito gli studi di Archeologia e Storia all’università di Leicester, come studente distance learning. Al momento sono al secondo anno. Non lavoro, ma onestamente non ne ho nemmeno bisogno. Faccio volontariato, sia nella comunità locale che a livello scavi archeologici durante l’estate. Un consiglio a chi vuole emigrare: se volete essere felici all’estero, lasciate gli stereotipi in Italia e cercate di rimanere positivi e con la mente aperta.

 

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Simona e un viaggio chiamato vita #Bangkok

Oggi vi proponiamo l’intervista fatta a Simona (la trovate anche sulla sua pagina Fb La mia strana vita in Tailandia) da Bangkok. Devo ammettere che ho letto la sua storia tutta d’un fiato, ho riso e mi sono commossa. La ringrazio per aver condiviso con noi esperienze molto personali ma che fanno capire quanto la vita sia imprevedibile. Roberta

SimonaCiao Simona e grazie per quest’intervista. Inizierei con il chiederti “chi è Simona?”…

Ciao Roberta, grazie a te per l’opportunità. Io sono nata in un monotono e triste paesino della bassa padana, Ospedaletto Lodigiano, allora provincia di Milano, oggi di Lodi, il 4 novembre del lontano 1976.  Quando uscì il dottore dalla sala parto, chiese a mio padre se avesse voluto un maschio o una femmina… mio padre senza esitare disse “maschio!!”… Il dottore sorridendo gli disse “Allora complimenti, è femmina!”  Il mio nome avrebbe dovuto essere Chiara, ma ero talmente pelosa e scura di capelli che, mia madre, cambiò in volata e mi chiamarono Simona. Così, da che seppi questa storia, mi impegnai fortemente a far felice mio padre e divenni un maschiaccio!  Ne combinavo una al giorno, peggio di Bertoldo… e così,  quando non cadevo di schiena da un albero, o non correvo dietro le galline, mi sorprendevano a guidare un trattore, un motorino o un camion! Quando divenni “signorina” mutai in una sorta di aliena, con i capelli lunghi neri e la faccia bianca, ascoltavo Iron Maiden, Megadeth e Metallica, per il cui cantante  persi la testa per anni…Mio padre, dovette perfino, tagliarmi i capelli, perché io volevo a tutti i costi farmi la cresta blu. Iniziai a portare l’anello al naso e feci il mio primo tatuaggio, scappando di casa per una notte!!  Intanto scelsi la scuola, quella che meno piaceva a mio padre, il liceo artistico, per il quale ero assolutamente portata, ma non avevo alcuna voglia di studiare. Povero papà… avrebbe voluto vedermi posata e vestita di rosa, studiosa e seria… e invece divenni il suo peggiore incubo, nero! Poi crebbi  e dopo la macchina, a 21 anni, mi comprai un ninja 600 con il quale facevo gare per strada … diciamocela tutta… nessuno mi superava!! Insomma… una disgraziata… fortunata… perché rischiai più volte di vincere un viaggio diretto per l’aldilà! Divenni pure una tatuatrice… proprio per far felice del tutto, mio padre che, non vedeva di buon occhio la mia scelta lavorativa.

Poi un giorno, nel 2001 in settimana bianca, conobbi un tipo che non rientrava certo nei mieiimage (6) canoni di bellezza, il suo nome e’ Michele, dopo tre giorni ero cotta e stracotta, vuoi per i suoi occhi azzurri, vuoi per il suo sorriso, vuoi per il fatto che mi faceva morir dal ridere, più lo guardavo e più non capivo più niente, ne ero certa, lui sarebbe stato il padre dei miei figli! Dopo nemmeno un anno mollai tutto, casa, lavoro, amici e mi trasferii a Lecco, la città più romantica del mondo, la terra di Renzo e Lucia…! Come era bella, con il lago e le montagne…! Va beh, la  gente era un po’ chiusa, molto diversa da i miei amici piacentini, ma per lui sarei andata anche in Scandinavia… Michele, mi spronò a riprendere gli studi e così mi iscrissi a biologia e poi a veterinaria. Il mio sogno impossibile, che rimase tale, infatti,  non ero proprio portata per il pendolarismo, odiavo alzarmi presto per correre tutto il giorno a Milano, tra freddo e smog, per arrivare in facoltà, dove il più delle volte mancava il professore o il riscaldamento o la voglia… insomma mollai la mia tanta sospirata medicina veterinaria e ci trasferimmo a Torino, anzi a Moretta, per il suo primo lavoro dopo la sua laurea. Un sera, sulla rocca di Cavour, in ginocchio, sotto le stelle, finalmente, mi chiese di sposarlo! Indovinate chi chiamai per primo per annunciare la lieta novella…? Mio papà! Che sicuramente pensò “ooooh… finalmente va fuori dalle scatole… !!!” Così dopo un anno esatto, il 24 settembre 2006, mi sposai ad Andora, dove vivevano i miei e come cornice il blu dello splendido mare della Liguria. Quel giorno, mi ricordo mia madre terrorizzata che qualcosa andasse storto, in una sorta di paresi psicologica e mio padre emozionantissimo, vedendo quella signorina vestita di bianco, bellissima e sorridentissima che diventava una donna, una moglie, in mezzo alle gerbere arancioni e all’uva… Da li iniziò un periodo che mi fece crescere molto e prendere coscienza della mia forza, persi tre bimbi, nessuno capì il motivo, ma fu un periodo di esami e di domande. “Perchè tante donne si e io no? Perché il mio corpo rifiuta i miei bimbi e dopo contrazioni fortissime li abortisco? Perché? Forse avevo fatto troppo la pazza da giovane e Dio mi stava punendo!”  Non riuscivo ad imageaccettare la situazione.  Poi mio padre, incominciò repentinamente a dimenticarsi le cose e scoprimmo, proprio davanti alla mia ex-università, dove avevo passato momenti così divertenti, che da lì, a pochi mesi avrei dovuto salutarlo per sempre, il mio papà adorato. Lo guardavo e lo odiavo, perchè mi avrebbe lasciato in quella vita così buia, a soffrire della sua mancanza, quel maledetto tumore l’avrebbe portato via e la mia vita sarebbe finita!!  Ma non sapevo che dentro di me c’era già una speranza! Feci il test di gravidanza l’8 dicembre 2008, quasi non ci credevo, non ero felice però, anzi, ero spaventata e combattuta,  piena di dubbi. Pensavo che intanto da li a qualche mese il mio corpo l’avrebbe rifiutato… che avrei dovuto piangere ancora molto, invece la pancia incominciò a crescere. Mio padre mi chiedeva se ero incinta  ogni giorno e per me era una coltellata nello stomaco, ogni volta! La sua malattia non gli permetteva di amare il suo nipotino, il suo maschio tanto desiderato! Sopravvisse per quasi nove mesi e, verso la fine, anche se mi chiamava mamma e non riconosceva più nessuno, mi fece un regalo grandissimo, si ricordò che sarebbe nato mio figlio da li a poco…  Morì a fine luglio, il 29 e il 16 agosto del 2009 nacque Andrea. Fu l’unica ragione della mia vita.  Colui che senza saperlo, con il suo aver bisogno in tutto e per tutto di me, mi fece rinascere con lui.  Divenni una persona nuova, diversa, immensamente diversa, ero una mamma!!  Guardando mio figlio in faccia, vedevo lui, il suo naso, i suoi occhi e avevo la certezza che mio padre era li accanto a me, ancora una volta!  La vita andò avanti, la felicità era immensa e poco importò aver perso un altro bimbo l’anno successivo, mio padre mi diceva di crederci da lassù, infatti da li a poco nacque Nicolò! Completamente diverso da Andrea, così uguale a mio marito anche di carattere! “Un mammone, tira giù la carne dalle ossa!!”, si dice da noi, ma così dolce e simpatico quando non urla. Ecco io sono tutto questo, tutto messo in una persona, le mie esperienze, le mie sofferenze, le mie mancanze, le  mie immense felicità, le mie fortune, la mia sfiga e la mia forza!

Quando hai deciso di lasciare l’Italia e perché?

Abbiamo deciso di lasciare l’Italia quest’anno. La proposta è arrivata dall’azienda di mio marito.image (2) Destinazione Thailandia.  Era già arrivata una volta, nel 2008, ma io non me la sentii di lasciare mio padre in quelle condizioni. Così, questa volta l’abbiamo presa al volo, come se fosse quel treno che non passa più, e che, sbagliando stazione e si è fermato da noi per la seconda volta. Come potevamo dire di no? Dopo pochi giorni avremmo dovuto dare conferma o disdetta… E conferma fu!!! Così mio marito, fra lo stupore misto invidia di tutti, a maggio partì, lasciandomi assolutamente sola, con i due bimbi da gestire, chiudere la casa, fare il trasloco… Insomma un’avventura!  Finalmente, il 25 agosto, il viaggio con destinazione la nostra nuova vita, Bangkok.

Ti trovi a Bangkok, perché la tua scelta è ricaduta sulla capitale della Thailandia?

Non abbiamo scelto la destinazione, ce l’hanno scelta. Anche perché io non sapevo neanche dove fosse la Thailandia… e tantomeno Bangkok.

Quali sono state le tue prime impressioni?

Questo nome mi faceva sognare, colori, spezie, odori, pensavo di trovare scimmie ed elefanti ad ogni angolo di strada, ma in realtà, l’unico elefante che ho visto fino ad ora, è quello che vive nel mio specchio… Quando ti affacci dalla finestra e guardi questa splendida città, sembra di essere a New York, palazzi super moderni uniti dallo sky train, macchie verdi di parchi curatissimi, il cielo con poche stelle per le luci e il rumore del  traffico… Ma, se guardi giù, in strada, vedi le vecchie case e le bancarelle con signore sdentate che sorridono. Se ascolti, senti ancora strani uccelli che cantano e ci sono scoiattoli dappertutto e anche ratti… grossi come gatti e scarafaggi giganti, nel mio bagno poi… oramai ci salutiamo per nome, mentre io entro, lui esce con il mio asciugamano intorno alla vita e un pò di schiuma da barba sulle antenne… ! L’impressione è sicuramente positiva. Mi piace molto per ora, ma non ho ancora scoperto tutto.

image (5)Descrivici il posto e quali sono le maggiori differenze con l’Italia? Parlaci anche del costo della vita.

Le differenze sono eclatanti, del resto vivo ai tropici dall’altra parte del mondo.  È una terra che è ricca di contraddizioni, di storia, di templi, ma anche di centri commerciali super moderni con tutto ciò che ci si può immaginare. Quando mio marito mi ha portato al palazzo reale, sono rimasta affascinata dall’architettura e dall’arte. I templi sono fatti tutti con la foglia d’oro e di mosaici di vetro che riflettono il sole. Stupendi!  Qui convivono in modo pacifico Thailandia, Giappone, Cina, Vietnam, Filippine, Argentina, Australia, America, Colombia, Italia , India e chi piú ne ha più ne metta. C’è una forte cultura di accettazione nei confronti degli altri, verso la propria cultura, ma anche verso il modo di essere altrui. La gente ride sempre, è felice, anche se non ha nulla, in Italia la gente è sempre incazzosa, non ha mai tempo e non è sorridente, pur avendo molto di più!  Qui, sappiate che, per cambiare un tubo, si presenteranno tre operai, uno lavora, l’altro guarda e il terzo guarda quello che guarda e si scaccola.  In più loro, cascasse il mondo dalle 12 alle 2 dormono, ovunque essi siano, si stendono per strada, si accucciano sulla scrivania o nel bagno, o sulla cassa di un negozio, ma devono fare il pisolo o per tutto il giorno gli cala la palpebra. Del resto lavorano 22 ore su 24 a uno stipendio a dir poco insignificante… lasciate che almeno se la prendano comoda. In più, qui è sempre estate, non aiuta certo a essere reattivi. La media  minima è 20 di gennaio, febbraio e la massima di 35, di aprile, maggio, che è il periodo più caldo, dove si suda solo a guardare fuori, l’umidità è al 99% e, se scendi dalla macchina, ti si appannano gli occhiali!  Il costo della vita, per noi expat è simile all’ Italia, non mettetevi in testa di venire qui e di pescare il pesce nel fiume e mangiare le banane. Se vuoi vivere come in Italia, con la casa e vestiti e cibi di qualità, devi pagarlo a caro prezzo, se vai al ristorante, o peggio… a far la spesa… da sola… e in taxi… il caro vita é simile al nostro. Non pensate poi di comprare la carne che ti chiedono di lasciare il portafoglio alla cassa senza neanche contare … Certo, se mangi dalla signora sdentata, in piedi per strada e senza la pretesa che il cane randagio ti ceda il posto all’ombra, con un euro ti fai il pranzo. Per la moglie di uno che lavora, qui, rimane ben poco da fare, se non farsi fare le unghie, i capelli da un parrucchiere incapace o i massaggi… ma non il tai, perché vi stroncano l’esistenza e la schiena, chiedetelo a quel giapponese che era nella stanza di fianco alla mia, che urlava e piangeva come un bimbo e non per goduria!  I bambini te li cura la nanny, idem la casa, e il mangiare e lo stiro… Non sono più libera neanche di farmi una cavolo di lavatrice… Io poi che odio andare a fare shopping, farmi servire, non parlo inglese, per cui non ho amiche se non una polacca che ha una santa pazienza. L’unica mia passione era l’orto e il giardino.. e mi trovo qui incastonata nel cemento… senza un cane o un gatto da coccolare… sola come Giuda dopo il tradimento… per quello che ho fatto amicizia con lo scarrafone!!! Comunque se uno si “adatta” c’è la possibilità di vivere bene con poco, ci sono un sacco di pensionati che vengono qui a farsi gli ultimi anni della loro vita…basta allontanarsi dal centro ed ecco che tutto diventa più vivibile e più tai!

La lingua è un problema? Come sono stati i primi “rapporti” con la gente del posto?

La lingua non è un problema, basta sapere, sawadee caa che è il saluto, tom pai, saai, qua, iud,image (7) Capun caa, (Pronunce di: vai dritto, sinistra, destra, fermo, grazie) e sorridere sempre, anche se ce li stai mandando… Intanto loro l’inglese non lo sanno, quasi nessuno, tranne nei grossi centri commerciali, ma solo in centro. Se esci un pò nessuno capisce niente e se trovi qualcuno che parla inglese, non è detto che tu lo capisca (io no di sicuro) così, dovrai imparare il tailandese, oppure fare come me che mentre parlo, disegno i miei pensieri nell’aria. Quindi sappiate che expat fa amicizia con l’expat e basta, i rapporti con i tai sarà molto difficile averli!

Cosa consiglieresti a chi vuole trasferirsi da quelle parti? Che referenze sono necessarie?

Per chi vuole venire, consiglio di avere già agganci di italiani che vivono qui e possono offrire un lavoro, oppure di farsi un viaggetto in posti turistici come Pattaya o Phuket o in qualche resort e cercare sul posto dei referenti perché non è così facile. Per chi vuole aprire un attività, sappiate che dovrete obbligatoriamente avere il socio tailandese, oppure non se ne fa niente! I visti durano 90 giorni a meno che hai un lavoro fisso e una casa, così puoi richiedere quello per i lavoratori che dura un anno.

Avete intenzione di rimanere li o c’è già qualche altra meta in previsione?

La nostra intenzione, per ora, è seguire ciò che ci dice l’azienda, non sappiamo per quanti anni staremo qui, ma non penso per pochi. Per ora siamo felici, i bimbi stanno già imparando l’inglese, le scuole sono migliori, specie le internazionali e il futuro promette bene.  Se proprio dovessi buttare li un nome, direi… Sidney, che mi è rimasta nel cuore dal viaggio di nozze. Ma per ora è solo un sogno!

Cosa ti sta regalando quest’esperienza da expat?

image (8)È la prima esperienza da expat, per me e la mia famiglia,  mai avrei immaginato di venire qui e invece la vita è imprevedibile e, se si ha il coraggio di fare il primo passo nel vuoto, ti regala mille cose. Io l’ho fatto per il futuro dei miei bambini, spero di avergli regalato qualcosa in più, un’apertura mentale più ampia per lo meno. Per ora questa terra mi ha insegnato a sorridere, a vedere le cose belle quando ci sono, a godermi la vita e i miei bambini, ma anche di non chiudere gli occhi su quelle brutte e di cercare di dare il mio contributo per migliorare questa stanca terra maltrattata che ci ospita, di avere rispetto di tutto, persone, animali e cose.

Perché hai deciso di raccontarti nella tua pagina Fb?

Lo faccio per una sfida personale, non ho mai scritto in vita mia, ho sempre detto a tutti che non ero brava a esprimermi a parole, meglio i disegni e lo penso ancora, non è di sicuro il mio mestiere, però, questa terra, questa esperienza, mi insegna tutti i giorni a vivere a pieno, mi piace raccontare a tutti quanta magia c’è qui, quanti colori, quante razze e quanti occhi, quanto sto mutando ancora, quanto sto virando colore, quante esperienze mi aspettano ancora, sono solo all’inizio del mio viaggio interiore e non so se riuscirei a dipingere tutto!!

E per concludere una domanda che può sembrare banale ma non lo è…cosa ti manca dell’Italia e ti sei mai pentita di averla lasciata?

Dell’Italia mi manca mia mamma e mia nonna, che sono parte di me, mi hanno insegnato tantoimage (4) e devo a loro tutto. Mi manca il mio cane, la mia casa, la mia terra, nella quale mi rotolavo, nella quale ho piantato le mie radici per crescere. Mi manca il lago, i suoi incredibili tramonti rosso fuoco e i suoi cigni. Le mie certezze, le amicizie e le mie sicurezze. Non mi mancano le persone che mi hanno fatto del male, le facce grigie e tristi, le sbarre alle finestre, il ghiaccio, il freddo e le cimici!!! Se tornerei a vivere in Italia? Per ora no! Non mi piace la direzione che sta prendendo lo Stato e la politica, siamo alla deriva, abbiamo superato da tempo il punto del non ritorno e non vedo un futuro roseo per i miei figli.

C’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti aggiungere?

No, mi sembra di aver detto tutto, anche se è da poco che vivo qua, magari tra un annetto ci risentiamo e ti dirò se ho cambiato idea. La mia pagina in Facebook è  “La mia strana vita in Tailandia” se vuoi farti due grasse risate e non…

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Ciao e grazie mille ancora.

Puoi lasciare nei commenti la tua impressione…

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Michela: il senso del mio espatrio? “TO HAVE & TO BE”

Oggi a raccontarsi è Michela che, dopo l’Australia, è “approdata” a Valencia. La sua passione per la scoperta di nuove culture e di nuove prospettive l’ha portata anche a condividere le sue storie attraverso il suo blog lagallinellainfuga.wordpress.com. Potete seguire Michela anche sulla pagina Fb Lagallinellainfuga! A lei la parola…

Ciao Michela. Intanto grazie per quest’intervista e per il tempo che ci stai dedicando. Inizierei con il chiederti “Chi è Michela?”

Whitsunday un paradiso ma occhio alle cubomeduse

Michela, o Michi Mouse quand’era in Australia, o Micaela qui in Spagna, è una ragazza di 27 anni, nata e cresciuta a Pesaro, ex studentessa di ragioneria diplomatasi a ottimi voti (ma negata nella pratica), laureata in Scienze politiche a tempo perso, impiegata creativa di banca da ben 7 anni; ma anche attrice mancata, cats addicted, appassionata di viaggi, …e aspirante blogger!

Cosa ti ha spinta a lasciare l’Italia?

Le ragioni principali che mi hanno spinta a partire sono diverse e combinate tra loro. Innanzitutto sentivo la necessità crescente e impellente di un’esperienza di vita significativa all’estero, dal momento che al tempo dell’università già lavoravo in banca; poi perché, essendo amante e studiosa autodidatta delle lingue, specialmente di inglese, volevo perfezionarmi e dare un’esame per testarne il livello. Erano anni che avevo in testa l’idea di partire, ma con un mutuo sulla casa da pagare non ne avevo il coraggio! Mi sentivo in gabbia! E poi questa crisi ci sta facendo vivere come robot…ero frustrata…così come l’ambiente intorno a me…la mia vita era caduta in un limbo, soprattutto dopo un lungo periodo, un paio di fa, in cui sono stata vittima di stalking; quella fu la spinta decisiva perchè trovai la forza di trasformare questa esperienza negativa, in qualcosa di positivo, potendo richiedere l’aspettativa per motivi “gravi”!! L’ottenimento dell’aspettativa rappresentò per me il rimborso morale e psicologico di tutta questa brutta storia! Riuscìì a vendere la macchina, la casa, e a chiudere il mutuo…potendo così partire, e sentirmi di nuovo viva!

Sei stata in Australia, passando per Mumbai approdando poi a Valencia (e non so se manca qualche nome a quest’elenco). Raccontaci di queste tue esperienze e di quello che ti hanno insegnato.

Elephant Tour Bali
Elephant Tour Bali

Ti correggo, andai a Mumbai per una settimana, un mese prima di partire per l’Australia; ma quella è un’altra storia… ho accompagnato e aiutato il mio ragazzo per motivi di ricerca/lavoro; e gli sono grata di avermi dato questa occasione, perché penso che altrimenti in India non ci sarei mai andata di mia spontanea volontà… perché andare in India non è una vacanza… andare in India significa dover aprire gli occhi! Mi chiedo come possano chiamarlo paese in via di sviluppo…sono ancora molto molto molto arretrati, non saprei bene a che epoca collocarli rispetto a noi…Fino a prima di mettere piede in certi posti, la povertà te la puoi solo immaginare, e mai fino in fondo…ma quando sei in certi paesi, come l’India appunto, la povertà la vedi, la odori, la tocchi.. e a quel punto rifletti…Mi ha colpito che nonostante tutto, non c’è stata una sola volta che io mi sia sentita in pericolo…e poi ricordo che avevo gli occhi puntati addosso tutto il tempo, sia da uomini che da donne…perché ero bianca e bionda…una extraterrestre per loro! Da li a un mese sarei partita per l’Australia come ragazza alla pari. Ho vissuto a Cairns per circa 5 mesi! L’Australia, la terra dei canguri ieri, la terra promessa oggi, non è perfetta…ma è un posto in cui speranze e sogni sono realizzabili!

In Australia conobbi un ragazzo con cui parlai a lungo “sulla vita”.. e lui mi disse “devi scegliere tra to have or to be“.. Questo discorso mi toccò nel profondo, tanto da imprimermelo sulla pelle con un tatuaggio (a breve…a Natale lo farò).
Ad ogni modo, dopo tanto riflettere su quella frase, credo che si possa aspirare a “essere e avere” contemporaneamente…pensate che sto chiedendo l’uovo e la gallina?.. ma io posso, sono una gallinella 😉
Prima di lasciare l’Australia, comunque, ho fatto un tour in cui ho visitato Townsvile, Arlie Beach, Withsunday Island, Bribi Island, Brisbane, Gold Coast, Byron Bay, Sydney, ..con ultima tappa Bali.. sulle tracce di mangia prega ama.. fantastica!
Infine sono approdata in Spagna per questioni di cuore…venendo in Europa infatti sarebbe stato più facile gestire il rapporto con il mio ragazzo in Italia.
Sono arrivata a Valencia un paio di mesi fa, sempre come ragazza alla pari! Sto bene qui, forse più che in Australia…Valencia è una città che mi rilassa.. inoltre è multiculturale e puoi conoscere gente da tutto il mondo…e, aspetto da non sottovalutare, è molto “barata”, cioè economica!

Quali consigli daresti a chi vuole espatriare in uno di questi luoghi? Servono referenze particolari? E’ necessario conoscere bene, prima di partire, la lingua del posto?

I miei amici multietnici (francia,polonia,korea,giappone, slovacchia,germania)
I miei amici multietnici (Francia, Polonia, Korea, Giappone, Slovacchia, Germania)

Certo che se si partisse con una base linguistica sarebbe meglio…però ogni storia è a se…conosco persone che in Australia dopo un anno ancora non parlano inglese eppure sono capitati nel giro giusto e lavorano tantissimo.. oppure io qui in Spagna che, nonostante non parlassi spagnolo, sono stata scelta per insegnare inglese ai bambini che tengo.
Nello specifico, vorrei dire a tutti quelli che decidono di andare in Australia, specialmente a chi parte da solo, per la prima volta, di tenere duro…le prime settimane sono difficili, ma anche le più costruttive…superate quelle hai vinto!
Altra cosa, che ci terrei a precisare è che in Australia è impossibile non lavorare…ho sentito troppe volte dire “non trovo lavoro”…certo, non lo trovi perché non lo cerchi…e sai perché? Perché da casa mamma e babbo ti mantengono! Io, in Australia, oltre la ragazza alla pari, andavo a scuola di inglese alla mattina, e lavoravo in un ristorante la sera; ho trovato lavoro come cameriera in una settimana (e ho fatto solo la bancaria nella mia vita)! Per cui ragazzi “no excuses please!”
Per quanto riguarda la Spagna, se pensate di venire qui e trovare più lavoro di quanto già non ce n’è in Italia, vi sbagliate.. tuttavia è un paese molto fantasioso, che lascia spazio alla creatività… In sintesi, gli ingredienti principali sono forza di volontà e tenacia…il resto viene da sè!

Quanto ci avviciniamo alla realtà usando il termine “integrazione”? Che difficoltà si possono incontrare?

Il mio 27esimo compleanno a Valencia festeggiato con persone conosciute 2 giorni prima a un language exchange
Il mio 27esimo compleanno a Valencia festeggiato con persone conosciute 2 giorni prima a un language exchange

Quando decidi di viaggiare devi mettere in preventivo di doverti integrare…perché una volta uscito di casa, una volta abbandonate le tue certezze, ti ritrovi nella giungla…e “il nero o il muso giallo” che in Italia snobbi, potrebbero essere i tuoi compagni di classe, i tuoi colleghi, o addirittura i tuoi datori di lavoro! Non riuscire ad accettare le altre culture, e quindi non integrarsi, è la difficoltà che si potrebbe incontrare!

Cosa ne pensi della frase, molto in uso ultimamente, “ogni posto è meglio che in Italia?”

Penso che lo dica la gente ignorante…vai in India o in Africa per vedere se ogni posto è meglio dell’Italia…La gente spesso, ho come l’impressione che apra la bocca per dar fiato alle trombe.. come quando parla del tempo al bar…
Certo, impossibile negare il traumatico periodo storico che stiamo attraversando…ma, a mio avviso, in questo momento sono veramente pochi i posti in cui poter star meglio che in Italia… tra questi ovviamente l’AustraliaE in ogni caso tutti sembrano pronti a partire, perchè “ogni posto è meglio dell’Italia”, ma pochi partono sul serio! Parlate di meno, agite di più!

Cosa ti manca dell’Italia? Ci torneresti a vivere?

Quando il mio ragazzo mi ha raggiunta in Australia
Quando il mio ragazzo mi ha raggiunta in Australia

Dell’Italia mi manca la nonna Maria, la persona più importante della mia vita… che in questi mesi ha imparato ad usare Skype e a leggere i messaggi che ogni tanto le mando sul telefonino. Anche a 75 anni non si finisce mai di imparare!!
Si, rientrerò in Italia, perché come ho detto prima, sono in aspettativa, anzi, posso dirvi ufficialmente che il 2 febbraio 2015 tornerò al lavoro!…e poi ho ancora il fidanzato che mi aspetta, e che quando ha potuto mi ha seguito in giro per il mondo…tra l’altro abbiamo appena festeggiato il nostro primo anniversario a Madrid! Tuttavia, dopo un anno come questo, so già che il rientro sarà tosto!

Per concludere vorrei che ci parlassi del tuo blog “LA GALLINELLA IN FUGA”…da dove nasce il nome e l’idea?

Il nome del mio blog prende spunto da un viaggio, guarda caso; durante un soggiorno in un country house in Campania, mi venne assegnata la camera della Gallina in fuga.. trovai la cosa buffa.. e la interpretai, come faccio sempre del resto, come un segno del destino! Sapevo che sarebbe stato un anno importante, unico ed irripetibile…volevo trovare il modo di mantenere i ricordi a lungo, e scrivere mi piace da morire, per cui un blog mi è sembrato lo strumento più giusto! La gallinella in fuga infatti nasce inizialmente come una sorta di diario; volevo appuntarmi le mie avventure, ma anche condividerle con amici, familiari e non solo…I miei articoli erano diventati una sorta di appuntamento settimanale…tanto che io l’ho definito un reality book! Col tempo il blog si è evoluto e sviluppato…come le mie idee…e per me sta diventando un secondo lavoro, visto il tempo che ci dedico…seppur non retribuito… una vera e propria passione al momento diciamo! Da quando sono in Spagna infatti, mi muovo per ricerche sul campo, collaboro con altre blogger, mi faccio aiutare da amiche fotografe…insomma è diventato qualcosa di più di un diario…e il bello è che sono in un turbinio di idee! Anche perché questo anno sabbatico sta volgendo al termine e io non ho nessuna intenzione di smettere di scrivere…perché la gallinella è in fuga dalla routine, dai pensieri dozzinali.. per questo troverà qualcosa di stravagante anche quando tornerà al pollaio! Purtroppo e per fortuna sono una persona curiosa, mi piace scoprire, provare, incontrare nuova gente, abbracciare altre culture.. dico sempre che voglio arrivare all’ultimo mio giorno di vita, che sia domani o tra “x” anni, e poter dire di aver fatto tutto quello che mi era possibile fare fino a quel giorno! Cmq il mio blog si sta rivelando utile a molte ragazze che vogliono partire come ragazze alla pari, a tutti quelli che vogliono partire ma non trovano il coraggio, a chi ha intenzione di partire per la Spagna o l’Australia e si rivolgono a me per un parere!

Surf a Byron Bay
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