Vienna? Una città di passaggio (per molti).


Le innaturali concentrazioni metropolitane non colmano alcun vuoto, anzi lo accentuano. L’uomo che vive in gabbie di cemento, in affollatissime arnie, in asfittiche caserme è un uomo condannato alla solitudine. (Eugenio Montale)


In tanti mi chiedono…”E allora? Cosa ci racconti di Vienna, a parte che è bellissima?”…

Avete ragione, ogni tanto dimentico che la bellezza non basta e che servono altre informazioni a chi sta cercando il posto “perfetto” dove espatriare. Considerate che vivo qui da meno di un anno e che ogni mio parere è del tutto personale e decisamente soggettivo. Però ho avuto modo di osservare, analizzare e scoprire lo stesso alcune dinamiche che spero possano esservi di aiuto nella scelta.

Vienna è una città bellissima! ahahah scherzo…ricominciamo…

Un mio scatto…

Mi avevano detto che, dopo aver trascorso qualche periodo in questa città, l’impressione predominante sarebbe stata che Vienna è una città di passaggio. Non avevo prestato attenzione a questo particolare fino a quando ho avuto anche io la stessa sensazione. Ecco alcuni esempi di chi si trasferisce a Vienna.

  • Studenti. Questa città accoglie ogni anno tantissimi studenti, la maggior parte dei quali andranno via una volta concluso il ciclo di studi.
  • Dirigenti o persone che comunque ricoprono un ruolo importante e hanno accettato un trasferimento, limitato nel tempo.
  • Ragazzi giovani e single che vogliono fare un’esperienza a Vienna per poi tirare i remi in barca e partire per altri lidi e nuove esperienze. Si arrangiano con il lavoro, imparano le lingue viaggiando e non hanno vincoli.

Tolti gli appartenenti a queste tre categorie, sono davvero pochi gli altri. Qualcuno vive a Vienna da 20 anni perché i genitori si sono trasferiti qui e ci sono rimasti, altri hanno messo radici proprio allettati dall’opzione B e dalle condizioni vantaggiose che in Italia non avrebbero trovato. Ma la gente comune? Insomma, le coppie sposate, quelle con uno o due figli, quelle che non svolgono lavori di “prestigio”? Beh, per loro la musica cambia, il walzer spesso stona.

La tipologia di gente che vive a Vienna permette a questa città di mantenere un tenore medio alto ma questo comporta un aumento spropositato dei prezzi. Trovare una casa per esempio sta diventando quasi utopia, i costi si impennano, le referenze richieste diventano sempre più presuntuose e il comune mortale stenta a correre cercando di non rimanere indietro. Non c’è una cosa che costa poco (domanda che mi fate spesso)…costa tutto, tutto tanto, tanto troppo se siete tra quelli che arrancano per arrivare a fine mese. Vienna è una meravigliosa città ritagliata su misura per chi non deve contare pidocchi.

Un mio scatto…

Perché scrivo questo? Perché, come ho già detto, vorrei rispondere alle vostre numerose domande e dire che no, non è la città che fa per voi se non avete tra le mani un mestiere che sia alla sua altezza. In tanti mi chiedono se la Germania offra più possibilità. Certo che sì. Patirete maggiormente dal punto di vista umano e si sa, i tedeschi non brillano in simpatia né trasudano empatia, ma ci sono molte più fabbriche e molte più possibilità di inserimento. Se invece avete soldi da investire per aprire un’attività potrebbe essere il posto giusto, anche se la concorrenza è tanta in ogni settore. E poi c’è la ristorazione italiana…chiuso discorso…

 

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La mamma degli expat è sempre in…..cucina!


Da noi si mangiava alla carta. Chi sceglieva l’asso, mangiava.
(Woody Allen)


Per molti il rientro a casa durante le vacanze ha diversi punti in comune. Uno di questi è la mamma, o la nonna, o la zia in cucina per voi, solo per voi, per poter recuperare tutto ciò che non avete potuto mangiare durante la permanenza in terra straniera. Sorvoliamo (per ora) sul fatto che dall’estero, secondo loro, non si torna mai in buona salute. La prima esclamazione appena scendi dall’aereo solitamente è questa…“Uhhhhh, come sei magrooo, ma non mangi?” mentre rare volte succede che ti venga detto questo…“Ma sei ingrassato! E certo, con tutta la spazzatura che mangi all’estero!”.

Ma rimaniamo per un attimo al giorno dell’arrivo, l’attimo in cui ti vengono a recuperare.

Avrai fame!

No, ho mangiato un panino prima di partire.

Ma io ho preparato due cosine, la tavola è già apparecchiata.

Grazie, magari mangiamo tutto stasera, adesso non ho fame.

Ma devi mangiare, ho preparato tutto per te, assaggi qualcosa lo stesso. (Qui si conclude il dibattito, già perso in partenza).

Siete quasi arrivati, il profumo della parmigiana si sente già dalla via adiacente a quella di casa tua, man mano che vi avvicinate aumenta e, quando siete davanti alla porta, è la stessa parmigiana che vi viene ad aprire. Per l’occasione la tavola apparecchiata è in sala, non in cucina. Imbandita come se dovesse arrivare da un momento all’altro la sposa, sopra ogni sorta di ben di dio. Ovviamente la parmigiana, un polpettone di dieci chili farcito con formaggio e spinaci, delle patate fatte al forno che profumano di rosmarino, qualche pescetto fritto pescato ieri, olive, carciofini, pane fatto in casa, formaggi vari tagliati a dadini, insalata russa (anche la maionese fatta in casa), peperonata e verdurine di stagione saltate in padella con il pomodoro.

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Ma avevi detto due cose!

E queste sono due cose!

Io però non ho molta fame.

Sono stata tutta la mattina a cucinare per te, devi mangiare! (Scatenato il solito senso di colpa non hai armi per difenderti).

E così, un po’ per golosità un po’ per evitare incidenti diplomatici proprio il giorno del rientro, mangi e assaggi quasi tutto quello che si trova a tavola. Però, è proprio quando pensi di esserne uscito vivo che vieni colto da un sussulto di terrore appena vedi arrivare la macedonia e tre tipi di dolce! Ti guardi intorno cercando una via di fuga ma riesci solamente a incrociare lo sguardo di tuo padre che ti dice, senza parlare, “Mangia o so’ ..zzi tua”…quindi fai scivolare giù la macedonia e prendi un piccolo pezzo di dolce che terrai in bocca per quindici minuti, masticando con lentezza e pregando il cielo che non rimanga incastrato nell’esofago. Solitamente sono il caffè e l’ammazza caffè a salvarti la vita.

La cena non va meglio perché è la volta di tutti gli altri parenti, ognuno di loro ti trova magro (o grasso, ma sempre perché il cibo all’estero è spazzatura) e ti porta qualcosa da mangiare, oltre alla solita quintalata di roba che si materializza sulla solita tavola nella solita sala. Stavolta dopo cena fuggi. Esci con degli amici a bere qualcosa (non mi parlate di mangiare) e poi ne approfitti per fare un lungo giro notturno. La tua città è così bella la notte che non sembra neanche lei. Cammini, osservi, fotografi ma soprattutto digerisci!!!

È quasi l’alba quando rincasi, fai piano, hai paura di svegliare qualcuno. Giri lentamente la chiave nella toppa, entri, richiudi la porta senza respirare, con il passo di un giaguaro ti dirigi in cucina in cerca di acqua e bicarbonato (ti si ripropone ancora la peperonata). Noti una luce accesa, intimorito osservi da lontano, ti fai coraggio fissandoti nello specchio del corridoio, entri nella stanza e…….

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Mamma, ancora sveglia? Non vai a dormire?

Ma io ho già dormito, mi sono alzata mezz’oretta fa, ho finito di pulire la cucina e adesso sto cucinando perché a pranzo viene tua sorella.

E così, con un velo di sgomento che ti lascia attonito, le dai un bacio e sparisci tra quelle lenzuola che hanno sempre lo stesso buon profumo, quello della tua infanzia.

Eppure, nonostante la nausea e il bicarbonato, queste tavolate sono tra le cose che più ci mancano e tra i ricordi più belli che abbiamo.

E voi? Raccontatemi nei commenti del blog se il vostro rientro è simile al mio… 🙂

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Me devi cercà tu, caro amico expat!


Fateci caso. Certe amicizie danno il meglio di sé al telefono. A quattr’occhi il contatto è disturbato. (Dino Basili)


Tempo fa parlavo, con una donna che vive qui a Vienna, di come siano strani gli amici che lasciamo in Italia. In realtà è sufficiente spostarsi dal sud Italia al nord per assistere alla metamorfosi della quale vorrei parlare oggi. Ho sempre pensato che fosse un problema limitato alla mia cerchia di conoscenze, invece ho scoperto, parlando di qua e di là, che è un fenomeno molto diffuso. Di cosa sto parlando? Della sindrome “Me devi cercà tu!”

Fin quando vi trovate a vivere nella stessa città, il rapporto bene o male è equilibrato. Una volta ti cerco io, una volta mi cerchi tu, una volta invento un impegno io, l’altra lo inventi tu. Però le amicizie riescono così a trascinarsi, tra ipocrisie e falsi slanci, senza subire grossi scossoni. Poi improvvisamente uno dei due decide di partire, che sia un’altra regione italiana o un’altra nazione poco importa, il concetto non cambia e tra i due amici si insidia l’ombra della lontananza e dell’abbandono.

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Te ne sei andato? Come farò senza di te? Dobbiamo sentirci ogni giorno, va bene dai, ogni settimana! Ti voglio qui tutte le estati e tutti i Natali, e non prendere impegni perché devi stare con me! Posso scriverti delle lettere? Mi lasci il tuo indirizzo nuovo? E così via con lunghi e interminabili buoni propositi, propositi che vanno spesso a morire in un dolce, elegante, ipocrita “Scusamiii ma proprio stavolta non ho nemmeno un’ora da dedicarti!”

Come? Ho sentito bene? Fatemi capire…

Mi hai martellato le sacre sfere per due mesi prima della mia partenza, hai persino versato una lacrima il giorno dei saluti, mi hai sepolto con promesse che farebbero morire di invidia anche un marinaio…e ora che sono rientrato in vacanza TU NON HAI TEMPO???

Sorvoliamo sulle telefonate che non hai fatto, sulle lettere che non hai scritto, sui messaggi che non hai mandato, ma per sorvolare su questa carognata servirebbe un Mig-31!!!

Voi ridete, ma la situazione è davvero amltetica.

Facendo un’attenta analisi possiamo notare che, solitamente, gli “amici” che lasciamo in patria soffrono sia di sindrome da abbandono che di rosicamento acuto, quindi il loro pensiero si può riassumere con “Te ne sei voluto andare? Adesso, se vuoi vedermi, mi devi cercare tu!”. Inizialmente non presti molta attenzione a questi comportamenti patologici, armato di buona volontà prendi in mano la rubrica e inizi a telefonare.

“Ciao Ciccio sono qui, quando ci vediamo? Ah, capisco, domani non puoi, e dopodomani? Nemmeno. Martedì prossimo? Neanche. Ok dai, chiama tu appena hai un secondo.”

Riagganci, chiami un altro amico.

“Ciao sono io, sono atterrato oggi, che ne dici se ci vediamo domani sera per una birra e due chiacchiere? Come? Devi studiare perché hai un esame? E quando? Tra due mesi? Capisco. Allora dimmi tu, quando possiamo vederci? Non lo sai? Ok, allora attendo la tua chiamata.”

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E di numero in numero le conversazioni proseguono con lo stesso tono e la stessa voglia matta di spappolare il telefono contro il muro. Gente che durante l’anno non ha una cippa da fare, si ritrova improvvisamente piena zeppa di impegni e, alla fine, il risultato è questo. Se hai fortuna riesci a vedere giusto un paio di quegli “amici”, se sei proprio tra quelli baciati dalla dea bendata andrete a cena fuori e trascorrerete insieme qualche ora altrimenti, nella maggior parte dei casi, dovrete accontentarvi di un piccolo ritaglio di tempo tra un piano di studio e l’appuntamento dall’estetista per togliere i punti neri.

Trascorsi i primi periodi lontano da casa però anche tu subisci una trasformazione e inizi a pensare che la storia del “Sei partito, adesso mi cerchi tu” proprio non regge.

Caro amico, è vero che sono partito io ma è anche vero che, per poterlo fare, me sò fatto un mazzo così. La lontananza che ci divide è la stessa, sia per te che per me. Mentre in estate tu pubblichi foto che immortalano il tuo sedere a bagnomaria su una spiaggia, io sono tra quelli che il mare lo possono vedere solo in cartolina, fino al giorno delle meritate, beate, strasudate vacanze!!! Vacanze che non voglio trascorrere inseguendo te e quelli come te!

Quindi sai che ti dico? Io me sò rotto li **glio** e non ti cerco più, se avrai voglia di vedermi il mio indirizzo è sempre lo stesso, passa sotto casa, citofona, se mi trovi sali a bere qualcosa altrimenti torna a casa tua e prova a vedere se la prossima volta sarai più fortunato!

Ecco come si concludono tante amicizie dopo le partenze. Alcuni riescono a mantenere saldo il legame perché la volontà di farlo appartiene a entrambi. Un po’ come il matrimonio…si deve essere in due a volerlo. Per quanto riguarda me, visto che appartengo alla categoria di persone che ci restano sempre malissimo, ho man mano iniziato a non cercare più nessuno. Chi vuole (davvero) sa dove trovarmi!

Racconta la tua esperienza nei commenti all’interno del blog! 😉

 

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E mandala questa cartolina!


“Riconoscere la scrittura di un amico su di una busta solleva il cuore, anche nel giorno più grigio”. Charlotte Gray


Poco tempo fa leggevo un post su Amiche di Fuso riguardante il ricevere una cartolina e ho subito pensato “Grazie al cielo non sono l’unica che ne spedisce ancora!”. Ho commentato scrivendo quanto sia bello poter toccare e annusare un pensiero…a voi non manca?

Purtroppo i miei amici, meravigliosamente sparsi per l’Italia e per il mondo, non sono dei grandi patiti di cartoline e, se lo sono, amano solo riceverle ma non hanno voglia di spedirle a loro volta. Se ci penso bene anche io ne spedisco poche, il più delle volte ai parenti stretti, ma ho intenzione di recuperare e distribuire cartoline a più gente possibile. In fondo, il costo è minimo e la gioia nel riceverle è tantissima. Per quanto mi riguarda, mi è capitato diverse volte di chiedere esplicitamente una cartolina ad amici che si trovavano in viaggio, alcuni hanno accolto la mia richiesta, altri pure ma la cartolina non è mai arrivata! Cerchiamo di approfondire questo discorso che sembrerebbe banale in un’epoca in cui tutto è digitale.

Immagine presa da internet.
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Punto uno, io sono una sniffatrice seriale! Adoro il profumo della carta, mi piace toccarla, annusarla, vederla invecchiare e ingiallire. La carta porta i segni del tempo che è trascorso e regala una dimensione reale agli oggetti che fanno da cornice alle nostre vite.

Punto secondo, il bello di una cartolina è il timbro del luogo sul francobollo, quindi per favore smettetela di consegnare a mano le cartoline comprate a Parigi se di Parigi c’è solo il nome sullo scontrino! Inoltre (è scandaloso lo so) c’è anche chi consegna a mano cartoline non scritte. Ma vi pare? Vi piacerebbe ricevere una cartolina senza dedica, senza francobollo, senza la minima traccia dell’anima di chi ve l’ha comprata? Io dico di no, a nessuno piacerebbe, quindi fate uno sforzo e mettete un po’ di voi in quel piccolo ma grande pensiero.

Punto terzo, le cartoline azzerano le distanze perché nell’attimo in cui prendete tra le mani quel pezzo di cartoncino scritto da un’amico lontano avete, anche se per breve tempo, la sensazione di avere quella persona accanto, è come ricevere un caldo abbraccio in una fredda giornata invernale. Logicamente l’effetto dura poco ma potrete rivivere quel momento tutte le volte che dal cassetto tirerete fuori la cartolina, o tutte le volte che la vedrete appesa al vostro frigorifero, o quando aprirete la vostra agenda e vi capiterà per caso tra le mani. La tecnologia è bellissima ma non regala assolutamente queste emozioni.

Punto quarto, la sorpresa! Quanto è bello andare a prende la posta aspettandosi le solite cose da pagare e trovare invece una cartolina? Io adoro questo tipo di emozione e non credo che sia possibile ottenere lo stesso risultato con un messaggio sul cellulare.

Lo stesso discorso vale per le lettere, ricordate le vecchie, amate lettere? In Italia ho uno scatolone in cui ne ho conservate tante. Vecchi amici, mio cugino, mia sorella, ogni lettera con la propria anima. Che si tratti di un disegno, di qualche goccia di profumo spruzzata tra le pagine o di ghirigori che fanno da cornice alle parole, ognuna di quelle lettere contiene l’essenza della persona che l’ha scritta.

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Quindi amici concordo con voi sul fatto evidente che, nella vita quotidiana, l’uso della tecnologia alleggerisca di molto le nostre vite ma attenzione che non le alleggerisca anche della vera essenza dell’uomo che si chiama ancora anima. Che ne dite se, almeno una volta all’anno, dedicassimo tutti un giorno ai pensieri da imprimere su carta e da regalare a chi vogliamo bene? Una sorta di “Cartolina day”. Io ci sto!

Lascia un commento all’interno del blog con il tuo pensiero a riguardo! 🙂

 

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Ci vuole un fisico bestiale…anche per espatriare!

Eccoci arrivati alla fine di questo 2016! Un anno che ci ha regalato un nuovo espatrio ma, di conseguenza, anche nuovi distacchi, nuovi inizi, nuove strade in salita. Non ho voglia di salutare il 2016 parlandovi ancora di quanto sia bella Vienna, di quanto sia buona la torta Sacher o di come sappiano fare bene la Schnitzel, voglio invece lanciare un piccolo monito a chi ha intenzione di espatriare, a chi lo sta per fare non avendo grandi esperienze di viaggi alle spalle e a chi ha selezionato le informazioni prese online in base a ciò che avrebbe voluto leggere. Troppo incasinato come discorso? Andiamo nel dettaglio…

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Internet è un grande calderone, potete togliere il coperchio e infilare un grande mestolo prendendo solo quello che vi piace davvero. I blog che parlano di viaggi ed espatrio sono tantissimi, una grande percentuale di questi riporta notizie davvero interessanti ma, non dimenticatelo mai, sono esperienze al 100% soggettive e personali (oltre che personalizzate). Cosa significa? Significa che ognuno ridipinge su un post la propria esperienza non solo in base al reale vissuto, ma soprattutto in base alla percezione che vuole regalarvi di quella stessa esperienza.

Insomma, giusto per scriverlo in parole povere, se io pesto una cacca posso sempre scrivere che ho pestato una tavoletta di cioccolato. Il risultato è simile ma la puzza no!

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Una delle cose che ho notato in questi anni è che la tendenza di chi si accinge a espatriare sia quella di selezionare i blog da leggere seguendo con smodata passione le varie Pollon dell’etere (Che ben vengano eh, per mettere l’Allegriaaa) e depennando subito (perché scoraggia) chi invece prova a raccontare la realtà inserendo anche le note più stonate. Non c’è errore più grande che possiate fare, non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire (ah, è già stato detto? 🙂 ), non c’è peggiore expat di chi arriva all’estero completamente impreparato! Volete qualche esempio pratico? Ok dai, ci provo…

Escludiamo da questi esempi chi parte già con un ottimo contratto di lavoro in tasca e agevolazioni varie, mi riferisco quindi a chi parte da zero…o quasi.

Arrivato a destinazione troverò in poco tempo la casa dei miei sogni, con giardino o balcone, una bella sala e la camera degli ospiti per quando verranno a trovarmi i miei genitori. Ma anche no! La verità è un’altra, più passa il tempo più è complicato trovare casa, ma che dico casa, un buco, una stanza, un pavimento con quattro pareti attorno e un divano che funge anche da letto. I prezzi continuano a lievitare, le richieste di appartamenti ad aumentare e le offerte a diminuire. Se sarete fortunati troverete entro sei mesi dal vostro arrivo un piccolo piccolo nido che vi dovrete fare bastare per almeno tre/quattro anni, fino a quando non avrete messo da parte soldi (e referenze) che vi serviranno per avere una casa appena più grande.

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Sto partendo ma verrò a trovarvi almeno due volte al mese. Ehhh? Se riuscirete a tornare a casa due volte all’anno sarete già tra i miracolati. Non è necessario andare a vivere in Australia per avere questo problema, in realtà per chiunque è spesso difficile tornare in patria durante le vacanze di Natale, Pasqua o in estate. Nel caso vi fosse sfuggito, per viaggiare servono soldi, per viaggiare quando avete figli ne servono ancora di più. Non sempre il vostro nuovo datore di lavoro vi darà le ferie che volevate e non sempre avrete la possibilità economica di affrontare un viaggio. Quindi partite con l’idea che inizialmente, almeno per un anno, non vedrete casa, parenti e amici (A proposito…le amicizie all’estero scarseggiano).

Leggendo i commenti qua e là ho trovato spesso le lamentele di chi ha fatto il salto e poi si ritrova a scrivere “Ma l’estero fa schifo” oppure “Non venite, non è vero che è tutto bello” o ancora “Ma dove sono gli stipendi da 3000 euro?”.

Sono convinta che questo sia il risultato della vostra selezione accurata nel momento in cui avete preso informazioni sul luogo scelto. Eliminare a priori i post meno piacevoli, limitandovi a seguire chi ha soldi e tempo per potersi permettere una vita da turista (per merito o per culo), implica un’idea sbagliata su ciò che realmente troverete al vostro arrivo. I lati positivi all’estero ci sono, e sono tantissimi, ma i sacrifici da fare sono altrettanti e costano fatica, a volte lacrime, il più delle volte rinunce.

Quindi cosa posso augurarvi per il 2017 se non un espatrio consapevole? Valutate tutto a 360 gradi!

Ah…e se qualcuno si è “depresso” anche con quest’articolo…beh…forse l’espatrio non fa per voi! 😉

Buon capodanno a tutti!!! 🙂

Roberta

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Espatriare sì, ma dove? Paese o città?

Come molti di voi già sanno, il nostro è il secondo espatrio. Questa doppia esperienza ci ha regalato la possibilità di vivere due contesti completamente opposti. In Germania abbiamo vissuto per due anni a Bamenohl (Nordrhein-Westfalen), un piccolissimo paese immerso tra le foreste con circa 2900 abitanti, mentre oggi viviamo a Vienna, capitale d’Austria con quasi due milioni di abitanti. Una bella differenza direte, e non irrilevante aggiungerei. Andiamo a vedere da vicino, per quanto il mio parere possa essere del tutto soggettivo, le differenze che ci sono tra un espatrio in un paesino e uno invece in una grande città.

Il piccolo paesino

I primi giorni dopo l’arrivo sembrano surreali, quasi fatati. Ti ritrovi a vivere in un contesto da cartolina, in un paese così ordinato, pulito, schematico da sembrare finto. Gli abitanti del luogo sono precisi, ordinati, silenziosi, ogni cosa è esattamente come vorresti che fosse. Dopo un paio di mesi, nonostante ai tuoi occhi sembri ancora tutto bello, inizia però a bussare alla porta qualche perplessità. Ciò che prima ti sembrava precisione adesso inizia a somigliare a ottusità mentale. Gli stranieri sono pochi (in tanti preferiscono le grandi città), la gente del luogo è quindi meno abituata ai forestieri e continua a lanciarti battutine molto fastidiose ogni volta che si presenta un’occasione. La loro apertura mentale è pari a quella di un compasso con la rotellina bloccata, vivono di luoghi comuni sull’Italia, vanno in vacanza sempre e solo in Turchia perché costa poco (chiusi due settimane in un villaggio a bere) e, non importa che tu sia veneto o siciliano, sei comunque un mafioso (perché italiano). Inizi a sentire, in tutto il suo peso schiacciante, l’esser straniero in casa loro. Però il posto è bello, non intendi rinunciare a questo paradiso solo perché qualcuno ti ha offeso, prosegui dritto per la tua strada ignorando le “involontarie” provocazioni.

Iniziano a trascorrere i mesi, festeggi un anno dal tuo arrivo, per qualcuno è bello come il primo giorno, per altri però meno.

Dalla mia finestra in Germania.
Dalla mia finestra in Germania.

La quiete che inizialmente ci era sembrata meravigliosa adesso si chiama noia. Sempre lo stesso pub (Kneipe), le stesse quattro persone che incontri ogni giorno, che ti ripetono sempre la stessa cosa, con la stessa espressione, le stesse parole, lo stesso sorriso sintetico. Loro che mangiano tutti i giorni alla stessa ora, le stesse cose chimiche, nello stesso punto del divano, che vanno a letto con il sole e si svegliano quando il gallo ancora dorme. Loro che ti vietano di usare l’aspirapolvere la domenica mattina (fa troppo rumore) ma poi ti fanno saltare dal letto in piena notte il sabato, perché stanno facendo baldoria e sono completamente ubriachi. Vogliamo parlare della movida? Una pizzeria, un pub, dieci kebab. Se ti viene voglia di andare a bere una birra nel giorno di chiusura è finita. O ti tieni la voglia o guidi per circa 100 km fino a Colonia, poi però puoi dormire lì perché se hai bevuto e ti fermano ti stracciano la patente. L’unica cosa che abbiamo trovato in paese quando cercavamo una birra verso le 23.oo è stato un distributore di wurstel. Capite? Non di merendine e coca cola, di wurstel! E come potevo mangiarne uno senza poi berci sopra una dannata birra? Le tanto amate passeggiate nei boschi perdono man mano il fascino, piove spesso e non ti va di rotolarti come un maiale nel fango ogni fine settimana. Fare 100/200 km in auto per raggiungere le città più vicine non è sempre possibile perché o hai i soldi (ma quelli veri eh) oppure devi risparmiare e la benzina, il mangiare fuori e i parcheggi costano. Dove abitavo io in Germania costava tanto anche spostarsi in treno. Quindi ti limiti a fare delle gite circa una volta al mese, forse anche ogni due mesi, mentre nel resto del tempo guardi fuori dalla tua finestra e ti illumini, ricevi la folgorazione e capisci perché la gente del luogo beve così tanto.

Dopo un paio di anni le alternative sono due. Iniziare a integrarsi o andare via, come abbiamo fatto noi.

La città

L’arrivo in città è stato per noi affascinante. Vienna è ricca di meraviglie, in ogni angolo ci sono locali, negozi, supermercati. I mezzi di trasporto funzionano benissimo, non è necessario avere un’auto anzi, spesso è necessario doverla vendere perché risulta essere un oggetto inutile e costoso. La capitale austriaca è un connubio di culture e tradizioni, ognuno mangia quando gli pare, quello che gli pare e le differenze nei gusti sono così tante da risultare alla fine quasi armoniche. Non ti senti uno straniero, nessuno ti fissa se parli la tua lingua in mezzo alla gente, in realtà nessuno ti fissa anche se esci da casa in pigiama.

Foto scattata durante il Gay Pride 2016 a Vienna.
Foto scattata durante il Gay Pride 2016 a Vienna.

Ecco, per alcuni questa potrebbe essere la nota dolente. Vienna, come tutte le grandi città, non dorme mai, ti offre quello che vuoi anche di notte, però, alla stessa maniera, può risultare frenetica e veloce. Tutti corrono come se dovessero andare a prendere la bandierina in un punto prestabilito, spesso corrono anche senza motivo, persino i turisti a volte corrono…ma dove andate tutti così di fretta? Questo implica un grande disinteresse per il prossimo. Per la signora che ha bisogno di aiuto perché il passeggino non è semplice da portare nelle scale. Per la turista cinese che ha due valigie e non sa come arrivare all’ultimo gradino portandole entrambe. Per la signora alla quale si è rotta la busta della spesa mandando in frantumi la bottiglia di vino che aveva appena comprato. Per chi inciampa, chi cade, per chi ha la pressione bassa e sta per svenire, per chi vomita in strada per colpa di un virus ma viene ignorato perché ritenuto ubriaco. Questi sono i lati negativi di tutte le grandi città e per alcuni di voi potrebbero avere un grande peso a livello psicologico nel vostro espatrio. Tutto può essere riassunto in un aforisma…

Una città è una grande comunità dove le persone si sentono sole tutte insieme. (Herbert V. Prochnow)

Tirando le somme, per quanto riguarda me, preferisco di gran lunga la città, almeno…per adesso. Ho 38 anni e un gran bisogno di stimoli, di sentirmi immersa in culture diverse, di sentirmi parte di un tutto variegato. La scelta di Vienna è stata per me quella giusta, amo questa città e, per la prima volta in vita mia, non ho voglia di spostarmi altrove. Però potrebbe essere la scelta sbagliata per chi ha bisogno di sentirsi un po’ “al centro dell’attenzione”. Diciamo che è la solita vecchia storia del pesce grande in uno stagno piccolo..o viceversa.

Quindi ponderate bene la vostra scelta, oltre a valutare la lingua (in primis), le offerte di lavoro e il costo della vita, valutate anche l’impatto psicologico che il luogo scelto avrà su di voi.

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La scala mobile a Vienna

Rieccomi!!! Scusate la breve assenza dal blog ma questa città è talmente viva che mi risucchia. Il tempo qui sembra non bastare mai, la noia non abita da queste parti e l’entusiasmo aumenta con il passare dei giorni. Insomma, se non avete ancora capito, io amo Vienna.

Stamattina ero in metropolitana (U-Bahn per chi volesse puntualizzare il nome in tedesco) e mentre mi trovavo sulla scala mobile ho pensato a voi, molti dei quali ignari dei retroscena che si annidano in quei pochi metri di gradini in movimento. Funziona bene o male così. I più svegli se la cavano discretamente, per quanto riguarda i dormienti perpetui invece proporrei una sorta di patentino, da prendere frequentando un corso di almeno un mese, un’ora al giorno con modalità su e giù dalla scala mobile.

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Innanzitutto dovete sapere che bisogna mantenere la destra. Provate a mettervi sul lato sinistro e avrete in 3…2…1…qualcuno che, bussandovi alle spalle, vi guarderà con gli occhi che urlano “Te voi levààà”. I meno fortunati invece saranno travolti con nonchalance e la parola “scusa” non verrà mai pronunciata. Mia figlia fatica a capire per quale motivo, se ci sono anche le scale normali, la gente deve prendere le scale mobili iniziando a correre. Il motivo è sicuramente questo, cioè che un corpo in movimento su una scala in movimento va più veloce. Insomma, la frenesia che si annida nelle grandi città. Voi cosa ne pensate? Per quanto mi riguarda, preferisco uscire da casa in orario per potermi concedere il lusso di fare il mio giro sulla scala mobile senza stress.

Certo, a volte è complicato anche riuscire a prendere quella benedetta scala. Nella stazione di Karlsplatz per esempio, snodo importante e sempre affollato, l’ansia da prestazione inizia già sul treno, mentre si sta per arrivare alla fermata. La gente si avvicina alle porte, vengono lanciati sguardi di sfida, il pulsante per l’apertura già premuto, onde evitare di perdere mezzo secondo. La galleria buia lascia spazio alla luce, il convoglio rallenta, si ferma, un bip, le porte si aprono e … escono tutti contemporaneamente, mentre i geni fuori, in attesa di entrare,  non capiscono che devono prima fare uscire quelli dentro. E così, per qualche secondo, si forma una matassa umana. Borse incastrate, monopattino sul piede della vecchietta, bicicletta sullo stinco di un signore, capelli tirati o infilati nella bocca di quello basso dietro e gomitate nello stomaco. Fortunatamente, come per magia, dopo qualche secondo la matassa si sbroglia e tutti, sempre insieme appassionatamente, si dirigono correndo verso l’imbocco della scala mobile.

Hai perso tua figlia? Non vedi più tuo marito dietro di te? Del cane ti è rimasto in mano solo il guinzaglio? Non importa, N O N  T I  F E R M A R E!!! Lascia che la folla ti trascini (se ti fermi ti travolgono, ed è peggio), anche se non sentirai più il suolo sotto i piedi fa niente, metti le braccia a cucchiaio e, di persona in persona, ti ritroverai finalmente sulla scala. Mi raccomando…mantieni la destra!!!

Immagine presa da internet.
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Un’infamata grande quanto una casa va invece a tutti i turisti che non si rendono conto di una cosa, apparentemente semplice da capire ma di difficile assimilazione…a Vienna non siamo tutti turisti! Capisco la voglia di cazzeggio elevata all’ennesima potenza ma, gentilmente, potreste evitare di camminare in fila per dieci, col resto di due…in orizzontale? Sembra la versione senza ruote dei ciclisti che, quando abitavo a Catania, mi obbligavano ad andare con l’auto a 20 km/h perché loro dovevano occupare l’intera corsia per chiacchierare.

Concludo dedicando invece un pensiero agli impavidi che, nonostante la scala mobile, preferiscono prendere quella normale. Se non ce la fate, andate ad agonizzare sul lato dentro, così gli altri possono passare! 🙂

Per oggi è tutto, tornerò presto a raccontarvi di noi, di Vienna e delle sue infinite sfumature!

Immagine presa da internet.
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Intervista per “Giornalista Coccinella”

“La famiglia è l’unico vero legame che ci unisce all’Italia. Non ci manca altro. Durante il primo espatrio in Germania è stato difficile, la nostalgia si è fatta sentire senza sconti, ci mancava la nostra terra, ci mancavano gli affetti, ci mancava la parte di noi stessi che mentalmente era rimasta lì. Stavolta è diverso, forse perché per l’Italia abbiamo lasciato la Germania ricevendo in cambio solo un pugno di mosche! Il “Bel Paese” che tanto amavamo non esiste più e visto che sopravvive solo nei nostri ricordi beh…posso portarlo ovunque, tenendolo nel cuore.”

Ecco il link della mia intervista per il blog Giornalista Coccinella

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Vienna

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Se l’Italia fosse Vienna

Rieccomi. Mi sembra arrivato il momento di fare un piccolo punto della situazione. Lo faccio a modo mio, immaginando per un attimo che l’Italia sia Vienna.

Se l’Italia fosse Vienna i ragazzi non avrebbero bisogno di espatriare per necessità. Qualcuno lo farebbe per il puro piacere di viaggiare e vivere altrove, ma sarebbero pochi casi e non la regola, come lo è adesso.

Se l’Italia fosse Vienna la gente avrebbe quasi sempre una propria identità, non vivrebbe ficcando il naso nella vita del prossimo perché la sua sarebbe satura di impegni e la filosofia del Vivi e lascia vivere prenderebbe il sopravvento.

Nationalbibliothek Wien
Nationalbibliothek Wien

Se l’Italia fosse Vienna la gente eviterebbe di infrangere le regole perché le punizioni sono direttamente proporzionali alla libertà di scelta che questa città offre. Puoi essere chi vuoi, fare ciò che vuoi, ma se sbagli ti castigano pesantemente.

Se l’Italia fosse Vienna i genitori non avrebbero l’incubo dei libri di testo e dell’infinita lista di cose (spesso inutili) da comprare. La scuola stessa provvederebbe a fornire tutto l’occorrente (alla mia hanno dato anche i quaderni) e con una piccola spesa si acquisterebbe il materiale mancante.

Se l’Italia fosse Vienna il biglietto per entrare nelle strutture balneari (non c’è il mare ma le piscine e il Danubio sì) costerebbe 4,30 € per gli adulti e 1,80 € per i bambini e ragazzi. Quindi una famiglia di tre persone spenderebbe una decina di euro e non trenta (se va bene). In caso di abbonamento stagionale, il prezzo diventa davvero irrisorio!

Seestadt (Vienna)
Seestadt (Vienna)

Se l’Italia fosse Vienna potremmo vivere senza auto perché i mezzi di trasporto funzionerebbero benissimo.

Se l’Italia fosse Vienna non avremmo paura per il futuro dei nostri figli perché il problema non si pone, il lavoro c’è e per chi cresce in loco è tutto molto semplice.

Se l’Italia fosse Vienna la mente delle persone sarebbe piena di idee e cose da progettare, perché nell’aria si respirerebbe la netta sensazione di avere infinite possibilità, dipenderebbe solo da noi.

Immagino già i punti di forza che alcuni elargiranno, rispondo a priori.

Abbiamo il buon cibo? Ok è vero, ma posso aspettare le vacanze per abbuffarmi con pesce e arancini.

Il clima fa schifo? L’estate in realtà è stata più bella qui che in Italia.

Augarten (Vienna)
Augarten (Vienna)

La famiglia è lontana? Abbiamo un rapporto migliore quando siamo distanti.

Gli austriaci sono freddi? Prima andrebbero trovati gli austriaci, questa città è una meravigliosa esplosione di culture e colori, quindi la parola freddo non è concepita. Vorrei anche dire che spesso nemmeno noi italiani all’estero brilliamo per apertura mentale, umana e simpatia.

E’ difficile trovare una vera amicizia? Ma smettiamola di prenderci in giro. L’ultima volta che siamo riusciti a creare un legame sincero di amicizia avevamo ancora i brufoli in viso e l’apparecchio ai denti! Inoltre, il più delle volte, quegli stessi “amici” svaniscono nel momento di vera necessità.

Eh ma in Italia avete arte e cultura! Non avete idea di quanta se ne respiri qui a Vienna!

Certo, se l’Italia fosse Vienna non ci sarebbero gli italiani all’estero che So tutto io o gli italiani in Italia che Posso farlo anche io, meglio di te…ma non fanno mai una mazza. Sfortunatamente l’Italia non è Vienna e fortunatamente Vienna non è l’Italia!

E per la milionesima volta vorrei rispondere alla domanda del secolo. E’ necessario conoscere il tedesco? La risposta è, senza ombra di dubbio, !!! Lo è nella stessa maniera in cui è necessario conoscere l’italiano in Italia (già sarebbe una conquista)… 🙂

Me

 

 

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Foresta incantevole a due passi da Vienna

In Germania vivevamo in un paese di tremila anime in mezzo alla foresta, bastava mettere un piede fuori dalla porta di casa per ritrovarsi immersi nella natura. Logicamente qui è un po’ diverso e, nonostante la città sia piena di parchi, non è esattamente la stessa cosa. La bellezza di Vienna però è proprio questa; anche se si vive in una metropoli è sufficiente decentrarsi di poco per ritrovarsi davanti agli occhi gli stessi scenari meravigliosi che abbiamo lasciato nella Renania Settentrionale.

In preda alla voglia matta di fare due passi nella foresta, ho chiesto ad una mia amica che strada avremmo dovuto percorrere. Seguendo le sue indicazioni abbiamo impiegato poco più di mezz’ora per raggiungere il posto prescelto.

Raggiungere con la linea U4 (verde) la fermata Heiligenstadt: Fatto!

Uscire dalla metro e prendere il Bus A38 fino a Cobenzl: Fatto!

Le attese per prendere i vari mezzi sono davvero minime.

Arrivati a destinazione abbiamo trovato verde a 360 gradi, la natura era presente in ogni sua forma, predominante e bellissima! Turisti, famiglie austriache, anche tantissimi anziani erano lì a camminare e godere di quella meravigliosa giornata di sole. Un cartello, posizionato all’inizio del sentiero, descriveva le varie specie di animali che abitano in questa foresta, alla visione del serpente il babbo impavido ha avuto un’esitazione e ha proposto di tornare indietro! Ovviamente se lo poteva scordare! 😉 Ecco uno dei vari cartelli…

cartello

alberoDurante il cammino abbiamo notato che gli alberi eranoTata e babbo spesso segnati con dei colori, inizialmente non capivamo il perché, la spiegazione è arrivata poco dopo. La parte iniziale del sentiero non era molto ripida e la piacevolezza della passeggiata non comportava  fatica.

Dopo circa trenta minuti siamo giunti a un bivio. Di fronte a noi, messo lì a dividere due strade da poter prendere, c’era un crocifisso in legno con una grande spiga adagiata alla base. Un signore, quando ha visto che stavo scattando una foto, si è gentilmente avvicinato per dirmi che è nuovo, è stato messo lì da poco.

crocifisso

A sinistra invece c’era un bel tavolino in legno con due panche, ottimo per riposare qualche minuto o per fermarsi a mangiare un panino al volo. A proposito, logicamente la Miky ha esordito dicendo: “Mangiamo qui?”…proposta subito bocciata…eravamo appena partiti!

Sosta

Le direzione nei vari cartelli sono contraddistinte da colori diversi. Giallo, rosso, blu. A quel punto abbiamo iniziato a intuire…non è che il giallo sta per percorso semplice, il rosso meno semplice e il blu difficile? Proviamo il blu dai!!!

indicazioni

E così, colti da una vena avventuristica, abbiamo realizzato poco dopo che sì, avevamo ben intuito, il sentiero blu era il più impervio! Tutto in salita, niente panche per adagiare qualche secondo i glutei, solo noi e la natura. Anche i segni sugli alberi cambiavano colore in base al sentiero percorso. Durante il cammino le indicazioni per le varie uscite erano sempre presenti (15 minuti per…25 minuti per…avessimo saputo cosa indicavano quei nomi saremmo stati a cavallo), niente in quel tratto di foresta è lasciato al caso, tutto è strutturato in maniera tale che perdersi è impossibile.

Improvvisamente, un po’ come nella camminata di Gesù nel deserto, il diavolo ci ha tentati con un punto ristoro che emanava un insostenibile profumo di carne alla brace. “No, dobbiamo procedere!” abbiamo detto, trascinando via la Miky che si immaginava già con una coscia di pollo in mano e un bicchiere di coca nell’altra. Mentre annaspavo per convincere le mie gambe a percorrere una ripida salita ho incrociato diverse coppie di anziani che scendevano…è stata una botta d’orgoglio a farmi raggiungere la meta…Loro sì ed io no? Da escludere!!! Il babbo invece procedeva spedito senza accennare un lamento, preceduto dalla Miky che stupiva per il suo passo stranamente veloce. Dov’era finito il suo spirito da bradipo? In realtà c’era un perché…prima si arrivava alla meta, prima avrebbe mangiato. Ricordava tanto la storia  dell’asino con la carota! Ha anche rischiato di farsi male scivolando per la furia!

sport

Finalmente, dopo tanto camminare, una panchina all’orizzonte! Ci siamo seduti, abbiamo mangiato il nostro panino (il babbo ha anche avuto un inaspettato slancio atletico – vedi foto) e ci siamo diretti presso un Cafè che si trovava a pochi metri dal nostro punto di sosta. Un piccolo localino con all’interno una sala con caminetto e un angolo dedicato alla vendita di souvenir (prettamente ecclesiastici) e all’esterno tanti tavolini e panche in legno. Fuori c’era ancora il sole, abbiamo quindi deciso di fermarci lì un’oretta. Dolcino, gelato, caffè e totale relax. Niente cellulari in mano, solo la macchina fotografica per immortalare quegli attimi. Quell’area comprende vari edifici dove credo vengano organizzate diverse attività, vacanze comprese.

Pausa dolce

Avevo visto, poco prima di arrivare lì, un manifesto che segnalava la presenza di una chiesetta immersa nel verde (ecco spiegati i souvenir). Non sono credente, ma certi posti meritano comunque di essere visti. Finita la pausa abbiamo superato il locale, imboccato una stradina in salita dove alcuni bambini urlanti giocavano e, un paio di minuti dopo, appariva davanti ai nostri occhi in tutta la sua modestia una piccola cappella in mezzo al verde. Negli alberi che circondavano la struttura sono attaccate le foto di gente che non c’è più ma che, in un modo o in un altro, ha avuto un ruolo importante nella vita di quella chiesetta anni e anni or sono.

chiesetta

All’interno tre suore in abito grigio si sono inginocchiate per pregare, un paio di signore erano intente ad accendere delle candele mentre un piccolo gruppo di turisti godeva di quell’atmosfera in rispettoso silenzio.

cappella

Prendere il bus al ritorno è stato semplice perché, a prescindere dal punto in cui ti trovi, basta imboccare un sentiero che porta sulla strada per trovare una fermata. Non si è quindi costretti a ripercorrere a piedi gli “ottantamilaeottocentoottantotto” chilometri percorsi all’andata. Se il fisico ti abbandona o la voglia decide improvvisamente di andare in ferie, basta prendere il bus.

bus

Tirando le somme di questa giornata all’insegna della natura, posso dire che ne è valsa la pena. Vienna offre la possibilità di cambiare scenario ogni volta che se ne sente la necessità, spesso è possibile farlo quasi a costo zero. Adesso attendo impaziente l’arrivo delle prime nevi per ammirare i paesaggi bianchi e respirare l’aria fredda che sa di pulito. Intanto, se la bella stagione non andrà via troppo presto, ne approfitterò per fare ancora qualche camminata tra gli alberi nella bellissima foresta viennese. 🙂

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