Ci vuole un fisico bestiale…anche per espatriare!

Eccoci arrivati alla fine di questo 2016! Un anno che ci ha regalato un nuovo espatrio ma, di conseguenza, anche nuovi distacchi, nuovi inizi, nuove strade in salita. Non ho voglia di salutare il 2016 parlandovi ancora di quanto sia bella Vienna, di quanto sia buona la torta Sacher o di come sappiano fare bene la Schnitzel, voglio invece lanciare un piccolo monito a chi ha intenzione di espatriare, a chi lo sta per fare non avendo grandi esperienze di viaggi alle spalle e a chi ha selezionato le informazioni prese online in base a ciò che avrebbe voluto leggere. Troppo incasinato come discorso? Andiamo nel dettaglio…

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Internet è un grande calderone, potete togliere il coperchio e infilare un grande mestolo prendendo solo quello che vi piace davvero. I blog che parlano di viaggi ed espatrio sono tantissimi, una grande percentuale di questi riporta notizie davvero interessanti ma, non dimenticatelo mai, sono esperienze al 100% soggettive e personali (oltre che personalizzate). Cosa significa? Significa che ognuno ridipinge su un post la propria esperienza non solo in base al reale vissuto, ma soprattutto in base alla percezione che vuole regalarvi di quella stessa esperienza.

Insomma, giusto per scriverlo in parole povere, se io pesto una cacca posso sempre scrivere che ho pestato una tavoletta di cioccolato. Il risultato è simile ma la puzza no!

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Una delle cose che ho notato in questi anni è che la tendenza di chi si accinge a espatriare sia quella di selezionare i blog da leggere seguendo con smodata passione le varie Pollon dell’etere (Che ben vengano eh, per mettere l’Allegriaaa) e depennando subito (perché scoraggia) chi invece prova a raccontare la realtà inserendo anche le note più stonate. Non c’è errore più grande che possiate fare, non c’è peggior sordo di chi non vuole sentire (ah, è già stato detto? 🙂 ), non c’è peggiore expat di chi arriva all’estero completamente impreparato! Volete qualche esempio pratico? Ok dai, ci provo…

Escludiamo da questi esempi chi parte già con un ottimo contratto di lavoro in tasca e agevolazioni varie, mi riferisco quindi a chi parte da zero…o quasi.

Arrivato a destinazione troverò in poco tempo la casa dei miei sogni, con giardino o balcone, una bella sala e la camera degli ospiti per quando verranno a trovarmi i miei genitori. Ma anche no! La verità è un’altra, più passa il tempo più è complicato trovare casa, ma che dico casa, un buco, una stanza, un pavimento con quattro pareti attorno e un divano che funge anche da letto. I prezzi continuano a lievitare, le richieste di appartamenti ad aumentare e le offerte a diminuire. Se sarete fortunati troverete entro sei mesi dal vostro arrivo un piccolo piccolo nido che vi dovrete fare bastare per almeno tre/quattro anni, fino a quando non avrete messo da parte soldi (e referenze) che vi serviranno per avere una casa appena più grande.

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Sto partendo ma verrò a trovarvi almeno due volte al mese. Ehhh? Se riuscirete a tornare a casa due volte all’anno sarete già tra i miracolati. Non è necessario andare a vivere in Australia per avere questo problema, in realtà per chiunque è spesso difficile tornare in patria durante le vacanze di Natale, Pasqua o in estate. Nel caso vi fosse sfuggito, per viaggiare servono soldi, per viaggiare quando avete figli ne servono ancora di più. Non sempre il vostro nuovo datore di lavoro vi darà le ferie che volevate e non sempre avrete la possibilità economica di affrontare un viaggio. Quindi partite con l’idea che inizialmente, almeno per un anno, non vedrete casa, parenti e amici (A proposito…le amicizie all’estero scarseggiano).

Leggendo i commenti qua e là ho trovato spesso le lamentele di chi ha fatto il salto e poi si ritrova a scrivere “Ma l’estero fa schifo” oppure “Non venite, non è vero che è tutto bello” o ancora “Ma dove sono gli stipendi da 3000 euro?”.

Sono convinta che questo sia il risultato della vostra selezione accurata nel momento in cui avete preso informazioni sul luogo scelto. Eliminare a priori i post meno piacevoli, limitandovi a seguire chi ha soldi e tempo per potersi permettere una vita da turista (per merito o per culo), implica un’idea sbagliata su ciò che realmente troverete al vostro arrivo. I lati positivi all’estero ci sono, e sono tantissimi, ma i sacrifici da fare sono altrettanti e costano fatica, a volte lacrime, il più delle volte rinunce.

Quindi cosa posso augurarvi per il 2017 se non un espatrio consapevole? Valutate tutto a 360 gradi!

Ah…e se qualcuno si è “depresso” anche con quest’articolo…beh…forse l’espatrio non fa per voi! 😉

Buon capodanno a tutti!!! 🙂

Roberta

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Espatriare sì, ma dove? Paese o città?

Come molti di voi già sanno, il nostro è il secondo espatrio. Questa doppia esperienza ci ha regalato la possibilità di vivere due contesti completamente opposti. In Germania abbiamo vissuto per due anni a Bamenohl (Nordrhein-Westfalen), un piccolissimo paese immerso tra le foreste con circa 2900 abitanti, mentre oggi viviamo a Vienna, capitale d’Austria con quasi due milioni di abitanti. Una bella differenza direte, e non irrilevante aggiungerei. Andiamo a vedere da vicino, per quanto il mio parere possa essere del tutto soggettivo, le differenze che ci sono tra un espatrio in un paesino e uno invece in una grande città.

Il piccolo paesino

I primi giorni dopo l’arrivo sembrano surreali, quasi fatati. Ti ritrovi a vivere in un contesto da cartolina, in un paese così ordinato, pulito, schematico da sembrare finto. Gli abitanti del luogo sono precisi, ordinati, silenziosi, ogni cosa è esattamente come vorresti che fosse. Dopo un paio di mesi, nonostante ai tuoi occhi sembri ancora tutto bello, inizia però a bussare alla porta qualche perplessità. Ciò che prima ti sembrava precisione adesso inizia a somigliare a ottusità mentale. Gli stranieri sono pochi (in tanti preferiscono le grandi città), la gente del luogo è quindi meno abituata ai forestieri e continua a lanciarti battutine molto fastidiose ogni volta che si presenta un’occasione. La loro apertura mentale è pari a quella di un compasso con la rotellina bloccata, vivono di luoghi comuni sull’Italia, vanno in vacanza sempre e solo in Turchia perché costa poco (chiusi due settimane in un villaggio a bere) e, non importa che tu sia veneto o siciliano, sei comunque un mafioso (perché italiano). Inizi a sentire, in tutto il suo peso schiacciante, l’esser straniero in casa loro. Però il posto è bello, non intendi rinunciare a questo paradiso solo perché qualcuno ti ha offeso, prosegui dritto per la tua strada ignorando le “involontarie” provocazioni.

Iniziano a trascorrere i mesi, festeggi un anno dal tuo arrivo, per qualcuno è bello come il primo giorno, per altri però meno.

Dalla mia finestra in Germania.
Dalla mia finestra in Germania.

La quiete che inizialmente ci era sembrata meravigliosa adesso si chiama noia. Sempre lo stesso pub (Kneipe), le stesse quattro persone che incontri ogni giorno, che ti ripetono sempre la stessa cosa, con la stessa espressione, le stesse parole, lo stesso sorriso sintetico. Loro che mangiano tutti i giorni alla stessa ora, le stesse cose chimiche, nello stesso punto del divano, che vanno a letto con il sole e si svegliano quando il gallo ancora dorme. Loro che ti vietano di usare l’aspirapolvere la domenica mattina (fa troppo rumore) ma poi ti fanno saltare dal letto in piena notte il sabato, perché stanno facendo baldoria e sono completamente ubriachi. Vogliamo parlare della movida? Una pizzeria, un pub, dieci kebab. Se ti viene voglia di andare a bere una birra nel giorno di chiusura è finita. O ti tieni la voglia o guidi per circa 100 km fino a Colonia, poi però puoi dormire lì perché se hai bevuto e ti fermano ti stracciano la patente. L’unica cosa che abbiamo trovato in paese quando cercavamo una birra verso le 23.oo è stato un distributore di wurstel. Capite? Non di merendine e coca cola, di wurstel! E come potevo mangiarne uno senza poi berci sopra una dannata birra? Le tanto amate passeggiate nei boschi perdono man mano il fascino, piove spesso e non ti va di rotolarti come un maiale nel fango ogni fine settimana. Fare 100/200 km in auto per raggiungere le città più vicine non è sempre possibile perché o hai i soldi (ma quelli veri eh) oppure devi risparmiare e la benzina, il mangiare fuori e i parcheggi costano. Dove abitavo io in Germania costava tanto anche spostarsi in treno. Quindi ti limiti a fare delle gite circa una volta al mese, forse anche ogni due mesi, mentre nel resto del tempo guardi fuori dalla tua finestra e ti illumini, ricevi la folgorazione e capisci perché la gente del luogo beve così tanto.

Dopo un paio di anni le alternative sono due. Iniziare a integrarsi o andare via, come abbiamo fatto noi.

La città

L’arrivo in città è stato per noi affascinante. Vienna è ricca di meraviglie, in ogni angolo ci sono locali, negozi, supermercati. I mezzi di trasporto funzionano benissimo, non è necessario avere un’auto anzi, spesso è necessario doverla vendere perché risulta essere un oggetto inutile e costoso. La capitale austriaca è un connubio di culture e tradizioni, ognuno mangia quando gli pare, quello che gli pare e le differenze nei gusti sono così tante da risultare alla fine quasi armoniche. Non ti senti uno straniero, nessuno ti fissa se parli la tua lingua in mezzo alla gente, in realtà nessuno ti fissa anche se esci da casa in pigiama.

Foto scattata durante il Gay Pride 2016 a Vienna.
Foto scattata durante il Gay Pride 2016 a Vienna.

Ecco, per alcuni questa potrebbe essere la nota dolente. Vienna, come tutte le grandi città, non dorme mai, ti offre quello che vuoi anche di notte, però, alla stessa maniera, può risultare frenetica e veloce. Tutti corrono come se dovessero andare a prendere la bandierina in un punto prestabilito, spesso corrono anche senza motivo, persino i turisti a volte corrono…ma dove andate tutti così di fretta? Questo implica un grande disinteresse per il prossimo. Per la signora che ha bisogno di aiuto perché il passeggino non è semplice da portare nelle scale. Per la turista cinese che ha due valigie e non sa come arrivare all’ultimo gradino portandole entrambe. Per la signora alla quale si è rotta la busta della spesa mandando in frantumi la bottiglia di vino che aveva appena comprato. Per chi inciampa, chi cade, per chi ha la pressione bassa e sta per svenire, per chi vomita in strada per colpa di un virus ma viene ignorato perché ritenuto ubriaco. Questi sono i lati negativi di tutte le grandi città e per alcuni di voi potrebbero avere un grande peso a livello psicologico nel vostro espatrio. Tutto può essere riassunto in un aforisma…

Una città è una grande comunità dove le persone si sentono sole tutte insieme. (Herbert V. Prochnow)

Tirando le somme, per quanto riguarda me, preferisco di gran lunga la città, almeno…per adesso. Ho 38 anni e un gran bisogno di stimoli, di sentirmi immersa in culture diverse, di sentirmi parte di un tutto variegato. La scelta di Vienna è stata per me quella giusta, amo questa città e, per la prima volta in vita mia, non ho voglia di spostarmi altrove. Però potrebbe essere la scelta sbagliata per chi ha bisogno di sentirsi un po’ “al centro dell’attenzione”. Diciamo che è la solita vecchia storia del pesce grande in uno stagno piccolo..o viceversa.

Quindi ponderate bene la vostra scelta, oltre a valutare la lingua (in primis), le offerte di lavoro e il costo della vita, valutate anche l’impatto psicologico che il luogo scelto avrà su di voi.

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La scala mobile a Vienna

Rieccomi!!! Scusate la breve assenza dal blog ma questa città è talmente viva che mi risucchia. Il tempo qui sembra non bastare mai, la noia non abita da queste parti e l’entusiasmo aumenta con il passare dei giorni. Insomma, se non avete ancora capito, io amo Vienna.

Stamattina ero in metropolitana (U-Bahn per chi volesse puntualizzare il nome in tedesco) e mentre mi trovavo sulla scala mobile ho pensato a voi, molti dei quali ignari dei retroscena che si annidano in quei pochi metri di gradini in movimento. Funziona bene o male così. I più svegli se la cavano discretamente, per quanto riguarda i dormienti perpetui invece proporrei una sorta di patentino, da prendere frequentando un corso di almeno un mese, un’ora al giorno con modalità su e giù dalla scala mobile.

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Innanzitutto dovete sapere che bisogna mantenere la destra. Provate a mettervi sul lato sinistro e avrete in 3…2…1…qualcuno che, bussandovi alle spalle, vi guarderà con gli occhi che urlano “Te voi levààà”. I meno fortunati invece saranno travolti con nonchalance e la parola “scusa” non verrà mai pronunciata. Mia figlia fatica a capire per quale motivo, se ci sono anche le scale normali, la gente deve prendere le scale mobili iniziando a correre. Il motivo è sicuramente questo, cioè che un corpo in movimento su una scala in movimento va più veloce. Insomma, la frenesia che si annida nelle grandi città. Voi cosa ne pensate? Per quanto mi riguarda, preferisco uscire da casa in orario per potermi concedere il lusso di fare il mio giro sulla scala mobile senza stress.

Certo, a volte è complicato anche riuscire a prendere quella benedetta scala. Nella stazione di Karlsplatz per esempio, snodo importante e sempre affollato, l’ansia da prestazione inizia già sul treno, mentre si sta per arrivare alla fermata. La gente si avvicina alle porte, vengono lanciati sguardi di sfida, il pulsante per l’apertura già premuto, onde evitare di perdere mezzo secondo. La galleria buia lascia spazio alla luce, il convoglio rallenta, si ferma, un bip, le porte si aprono e … escono tutti contemporaneamente, mentre i geni fuori, in attesa di entrare,  non capiscono che devono prima fare uscire quelli dentro. E così, per qualche secondo, si forma una matassa umana. Borse incastrate, monopattino sul piede della vecchietta, bicicletta sullo stinco di un signore, capelli tirati o infilati nella bocca di quello basso dietro e gomitate nello stomaco. Fortunatamente, come per magia, dopo qualche secondo la matassa si sbroglia e tutti, sempre insieme appassionatamente, si dirigono correndo verso l’imbocco della scala mobile.

Hai perso tua figlia? Non vedi più tuo marito dietro di te? Del cane ti è rimasto in mano solo il guinzaglio? Non importa, N O N  T I  F E R M A R E!!! Lascia che la folla ti trascini (se ti fermi ti travolgono, ed è peggio), anche se non sentirai più il suolo sotto i piedi fa niente, metti le braccia a cucchiaio e, di persona in persona, ti ritroverai finalmente sulla scala. Mi raccomando…mantieni la destra!!!

Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.

Un’infamata grande quanto una casa va invece a tutti i turisti che non si rendono conto di una cosa, apparentemente semplice da capire ma di difficile assimilazione…a Vienna non siamo tutti turisti! Capisco la voglia di cazzeggio elevata all’ennesima potenza ma, gentilmente, potreste evitare di camminare in fila per dieci, col resto di due…in orizzontale? Sembra la versione senza ruote dei ciclisti che, quando abitavo a Catania, mi obbligavano ad andare con l’auto a 20 km/h perché loro dovevano occupare l’intera corsia per chiacchierare.

Concludo dedicando invece un pensiero agli impavidi che, nonostante la scala mobile, preferiscono prendere quella normale. Se non ce la fate, andate ad agonizzare sul lato dentro, così gli altri possono passare! 🙂

Per oggi è tutto, tornerò presto a raccontarvi di noi, di Vienna e delle sue infinite sfumature!

Immagine presa da internet.
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Intervista per “Giornalista Coccinella”

“La famiglia è l’unico vero legame che ci unisce all’Italia. Non ci manca altro. Durante il primo espatrio in Germania è stato difficile, la nostalgia si è fatta sentire senza sconti, ci mancava la nostra terra, ci mancavano gli affetti, ci mancava la parte di noi stessi che mentalmente era rimasta lì. Stavolta è diverso, forse perché per l’Italia abbiamo lasciato la Germania ricevendo in cambio solo un pugno di mosche! Il “Bel Paese” che tanto amavamo non esiste più e visto che sopravvive solo nei nostri ricordi beh…posso portarlo ovunque, tenendolo nel cuore.”

Ecco il link della mia intervista per il blog Giornalista Coccinella

Clicca qui!

Vienna

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Se l’Italia fosse Vienna

Rieccomi. Mi sembra arrivato il momento di fare un piccolo punto della situazione. Lo faccio a modo mio, immaginando per un attimo che l’Italia sia Vienna.

Se l’Italia fosse Vienna i ragazzi non avrebbero bisogno di espatriare per necessità. Qualcuno lo farebbe per il puro piacere di viaggiare e vivere altrove, ma sarebbero pochi casi e non la regola, come lo è adesso.

Se l’Italia fosse Vienna la gente avrebbe quasi sempre una propria identità, non vivrebbe ficcando il naso nella vita del prossimo perché la sua sarebbe satura di impegni e la filosofia del Vivi e lascia vivere prenderebbe il sopravvento.

Nationalbibliothek Wien
Nationalbibliothek Wien

Se l’Italia fosse Vienna la gente eviterebbe di infrangere le regole perché le punizioni sono direttamente proporzionali alla libertà di scelta che questa città offre. Puoi essere chi vuoi, fare ciò che vuoi, ma se sbagli ti castigano pesantemente.

Se l’Italia fosse Vienna i genitori non avrebbero l’incubo dei libri di testo e dell’infinita lista di cose (spesso inutili) da comprare. La scuola stessa provvederebbe a fornire tutto l’occorrente (alla mia hanno dato anche i quaderni) e con una piccola spesa si acquisterebbe il materiale mancante.

Se l’Italia fosse Vienna il biglietto per entrare nelle strutture balneari (non c’è il mare ma le piscine e il Danubio sì) costerebbe 4,30 € per gli adulti e 1,80 € per i bambini e ragazzi. Quindi una famiglia di tre persone spenderebbe una decina di euro e non trenta (se va bene). In caso di abbonamento stagionale, il prezzo diventa davvero irrisorio!

Seestadt (Vienna)
Seestadt (Vienna)

Se l’Italia fosse Vienna potremmo vivere senza auto perché i mezzi di trasporto funzionerebbero benissimo.

Se l’Italia fosse Vienna non avremmo paura per il futuro dei nostri figli perché il problema non si pone, il lavoro c’è e per chi cresce in loco è tutto molto semplice.

Se l’Italia fosse Vienna la mente delle persone sarebbe piena di idee e cose da progettare, perché nell’aria si respirerebbe la netta sensazione di avere infinite possibilità, dipenderebbe solo da noi.

Immagino già i punti di forza che alcuni elargiranno, rispondo a priori.

Abbiamo il buon cibo? Ok è vero, ma posso aspettare le vacanze per abbuffarmi con pesce e arancini.

Il clima fa schifo? L’estate in realtà è stata più bella qui che in Italia.

Augarten (Vienna)
Augarten (Vienna)

La famiglia è lontana? Abbiamo un rapporto migliore quando siamo distanti.

Gli austriaci sono freddi? Prima andrebbero trovati gli austriaci, questa città è una meravigliosa esplosione di culture e colori, quindi la parola freddo non è concepita. Vorrei anche dire che spesso nemmeno noi italiani all’estero brilliamo per apertura mentale, umana e simpatia.

E’ difficile trovare una vera amicizia? Ma smettiamola di prenderci in giro. L’ultima volta che siamo riusciti a creare un legame sincero di amicizia avevamo ancora i brufoli in viso e l’apparecchio ai denti! Inoltre, il più delle volte, quegli stessi “amici” svaniscono nel momento di vera necessità.

Eh ma in Italia avete arte e cultura! Non avete idea di quanta se ne respiri qui a Vienna!

Certo, se l’Italia fosse Vienna non ci sarebbero gli italiani all’estero che So tutto io o gli italiani in Italia che Posso farlo anche io, meglio di te…ma non fanno mai una mazza. Sfortunatamente l’Italia non è Vienna e fortunatamente Vienna non è l’Italia!

E per la milionesima volta vorrei rispondere alla domanda del secolo. E’ necessario conoscere il tedesco? La risposta è, senza ombra di dubbio, !!! Lo è nella stessa maniera in cui è necessario conoscere l’italiano in Italia (già sarebbe una conquista)… 🙂

Me

 

 

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Foresta incantevole a due passi da Vienna

In Germania vivevamo in un paese di tremila anime in mezzo alla foresta, bastava mettere un piede fuori dalla porta di casa per ritrovarsi immersi nella natura. Logicamente qui è un po’ diverso e, nonostante la città sia piena di parchi, non è esattamente la stessa cosa. La bellezza di Vienna però è proprio questa; anche se si vive in una metropoli è sufficiente decentrarsi di poco per ritrovarsi davanti agli occhi gli stessi scenari meravigliosi che abbiamo lasciato nella Renania Settentrionale.

In preda alla voglia matta di fare due passi nella foresta, ho chiesto ad una mia amica che strada avremmo dovuto percorrere. Seguendo le sue indicazioni abbiamo impiegato poco più di mezz’ora per raggiungere il posto prescelto.

Raggiungere con la linea U4 (verde) la fermata Heiligenstadt: Fatto!

Uscire dalla metro e prendere il Bus A38 fino a Cobenzl: Fatto!

Le attese per prendere i vari mezzi sono davvero minime.

Arrivati a destinazione abbiamo trovato verde a 360 gradi, la natura era presente in ogni sua forma, predominante e bellissima! Turisti, famiglie austriache, anche tantissimi anziani erano lì a camminare e godere di quella meravigliosa giornata di sole. Un cartello, posizionato all’inizio del sentiero, descriveva le varie specie di animali che abitano in questa foresta, alla visione del serpente il babbo impavido ha avuto un’esitazione e ha proposto di tornare indietro! Ovviamente se lo poteva scordare! 😉 Ecco uno dei vari cartelli…

cartello

alberoDurante il cammino abbiamo notato che gli alberi eranoTata e babbo spesso segnati con dei colori, inizialmente non capivamo il perché, la spiegazione è arrivata poco dopo. La parte iniziale del sentiero non era molto ripida e la piacevolezza della passeggiata non comportava  fatica.

Dopo circa trenta minuti siamo giunti a un bivio. Di fronte a noi, messo lì a dividere due strade da poter prendere, c’era un crocifisso in legno con una grande spiga adagiata alla base. Un signore, quando ha visto che stavo scattando una foto, si è gentilmente avvicinato per dirmi che è nuovo, è stato messo lì da poco.

crocifisso

A sinistra invece c’era un bel tavolino in legno con due panche, ottimo per riposare qualche minuto o per fermarsi a mangiare un panino al volo. A proposito, logicamente la Miky ha esordito dicendo: “Mangiamo qui?”…proposta subito bocciata…eravamo appena partiti!

Sosta

Le direzione nei vari cartelli sono contraddistinte da colori diversi. Giallo, rosso, blu. A quel punto abbiamo iniziato a intuire…non è che il giallo sta per percorso semplice, il rosso meno semplice e il blu difficile? Proviamo il blu dai!!!

indicazioni

E così, colti da una vena avventuristica, abbiamo realizzato poco dopo che sì, avevamo ben intuito, il sentiero blu era il più impervio! Tutto in salita, niente panche per adagiare qualche secondo i glutei, solo noi e la natura. Anche i segni sugli alberi cambiavano colore in base al sentiero percorso. Durante il cammino le indicazioni per le varie uscite erano sempre presenti (15 minuti per…25 minuti per…avessimo saputo cosa indicavano quei nomi saremmo stati a cavallo), niente in quel tratto di foresta è lasciato al caso, tutto è strutturato in maniera tale che perdersi è impossibile.

Improvvisamente, un po’ come nella camminata di Gesù nel deserto, il diavolo ci ha tentati con un punto ristoro che emanava un insostenibile profumo di carne alla brace. “No, dobbiamo procedere!” abbiamo detto, trascinando via la Miky che si immaginava già con una coscia di pollo in mano e un bicchiere di coca nell’altra. Mentre annaspavo per convincere le mie gambe a percorrere una ripida salita ho incrociato diverse coppie di anziani che scendevano…è stata una botta d’orgoglio a farmi raggiungere la meta…Loro sì ed io no? Da escludere!!! Il babbo invece procedeva spedito senza accennare un lamento, preceduto dalla Miky che stupiva per il suo passo stranamente veloce. Dov’era finito il suo spirito da bradipo? In realtà c’era un perché…prima si arrivava alla meta, prima avrebbe mangiato. Ricordava tanto la storia  dell’asino con la carota! Ha anche rischiato di farsi male scivolando per la furia!

sport

Finalmente, dopo tanto camminare, una panchina all’orizzonte! Ci siamo seduti, abbiamo mangiato il nostro panino (il babbo ha anche avuto un inaspettato slancio atletico – vedi foto) e ci siamo diretti presso un Cafè che si trovava a pochi metri dal nostro punto di sosta. Un piccolo localino con all’interno una sala con caminetto e un angolo dedicato alla vendita di souvenir (prettamente ecclesiastici) e all’esterno tanti tavolini e panche in legno. Fuori c’era ancora il sole, abbiamo quindi deciso di fermarci lì un’oretta. Dolcino, gelato, caffè e totale relax. Niente cellulari in mano, solo la macchina fotografica per immortalare quegli attimi. Quell’area comprende vari edifici dove credo vengano organizzate diverse attività, vacanze comprese.

Pausa dolce

Avevo visto, poco prima di arrivare lì, un manifesto che segnalava la presenza di una chiesetta immersa nel verde (ecco spiegati i souvenir). Non sono credente, ma certi posti meritano comunque di essere visti. Finita la pausa abbiamo superato il locale, imboccato una stradina in salita dove alcuni bambini urlanti giocavano e, un paio di minuti dopo, appariva davanti ai nostri occhi in tutta la sua modestia una piccola cappella in mezzo al verde. Negli alberi che circondavano la struttura sono attaccate le foto di gente che non c’è più ma che, in un modo o in un altro, ha avuto un ruolo importante nella vita di quella chiesetta anni e anni or sono.

chiesetta

All’interno tre suore in abito grigio si sono inginocchiate per pregare, un paio di signore erano intente ad accendere delle candele mentre un piccolo gruppo di turisti godeva di quell’atmosfera in rispettoso silenzio.

cappella

Prendere il bus al ritorno è stato semplice perché, a prescindere dal punto in cui ti trovi, basta imboccare un sentiero che porta sulla strada per trovare una fermata. Non si è quindi costretti a ripercorrere a piedi gli “ottantamilaeottocentoottantotto” chilometri percorsi all’andata. Se il fisico ti abbandona o la voglia decide improvvisamente di andare in ferie, basta prendere il bus.

bus

Tirando le somme di questa giornata all’insegna della natura, posso dire che ne è valsa la pena. Vienna offre la possibilità di cambiare scenario ogni volta che se ne sente la necessità, spesso è possibile farlo quasi a costo zero. Adesso attendo impaziente l’arrivo delle prime nevi per ammirare i paesaggi bianchi e respirare l’aria fredda che sa di pulito. Intanto, se la bella stagione non andrà via troppo presto, ne approfitterò per fare ancora qualche camminata tra gli alberi nella bellissima foresta viennese. 🙂

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Ma che ne sai tu, bambino straniero!!!

elasticiOggi ho visto su Fb un post divertente, con la foto degli elastici per capelli che usavano le nostre mamme quando eravamo piccole. Carini a vedersi, con diverse applicazioni colorate, ma che avevano la capacità di strappare il 10% dei capelli ogni volta che bisognava toglierli.

La fatica, oltre al codino incastrato e con poche possibilità di fuga, era anche ripulire il pericoloso arnese dalle ciocche rimaste incastrate, annodate, fuse con la trama stessa dell’elastico. Questa meravigliosa visione mi ha dato lo spunto per scrivere alcune cose riguardo le nostre mamme italiane…ma cosa ne possono sapere i bambini stranieri dei privilegi che hanno allietato (e allietano) l’infanzia dei bambini italiani?

Portiamo qualche esempio.

  • Coprirsi bene quando fa freddo. Non importa che tu viva nel nord Italia o in Sicilia, se la temperatura scende sotto i 20 gradi inizia a fare freddo, se arriva a 10 gradi c’è in corso un’era glaciale. E mentre i poveri bambini all’estero vanno a giocare nei parchi in magliettina e pantaloncini corti con 5 gradi al sole, tu sei lì che guardi l’altalena ma non riesci a salire, perché sei vestito a strati e somigli tanto all’omino Michelin. Canottiera della salute, magliettina, felpa, giubbotto, sciarpa, cappello e guanti. E guai a dire “Mamma, ho caldo”…la risposta sarà sicuramente “Se togli la sciarpa e poi ti raffreddi ti metto in punizione per un mese!”.
Immagine presa da internet.
Immagine presa da internet.
  • Influenza. Puntualmente, come una catastrofe annunciata, arriva l’influenza…e non perché hai tolto la sciarpa ma perché non l’hai tolta. Una, due, tre ricadute, e più ti ammali più ti coprono, con il risultato che 3/4 del tuo inverno lo passi a letto con febbre e tosse. Questo ha anche dei vantaggi, perché quando un bambino in Italia sta male viene curato e trattato alla stessa maniera di un malato terminale, come se non ci fosse più un domani. Senti madri urlare “Ma come è potuto succedere?”…e nonne inveire contro il tempo, perché non esistono più le mezze stagioni. “U figghiu…era accussì beddu”…(Traduzione – Povero figlio, era così bello)…ok ma…è ancora vivo eh!!! “Mamma devo andare in bagno a far pipì”…”Aspetta che chiudo la corrente prima che ti rovini”…c’era una sola finestra aperta e 15 gradi fuori. La storia della corrente mi fa sempre ridere, ogni volta che vado dai miei in casa c’è l’Africa, io apro la finestra in sala per far girare l’aria e loro chiudono sempre quella in cucina perché…FA CORRENTEEE!!!
  • Anche le scuole in Italia non esulano da questo contesto. In inverno se piove (4 gocce) non si esce in cortile a giocare, “altrimenti vi ammalate”. Ma dai? Allora qui in Austria son matti quando li portano fuori a prescindere dal tempo per stare a contatto con la natura? Che ci sia neve, pioggia o sole si esce, è un obbligo, anche in Germania era così. Durante la ricreazione non si sta in classe e durante l’anno scolastico ci sono spesso gite all’aperto. Non aspettano che faccia caldo in inverno come Gigi D’Alessio aspettava la neve ad agosto!
  • Per quanto riguarda la fase autunno/inverno vorrei porgere un affettuoso pensiero vintage ai pantaloni in pura lana con le api dentro. Li avranno messi anche a voi, ne sono certa. A parte il lato estetico, di un classico che portava via (Mamma, io avrei 10 anni non 100), quei maledetti pantaloni pungevano all’inverosimile. “Mamma pungonooo!”…”Ma sono caldi e ti stanno bene, li devi mettere, punto!”. Vorrei averne un paio tra le mani per incendiarlo, in onore dei bei vecchi tempi.
  • L’argomento cibo è troppo delicato e ancora oggi, nonostante si siano evolute anche le mamme, in Italia senti dire “Mangiaaa, mangia che devi crescere! Tutta salute è!”…frasi rivolte spesso a bambini che non somigliano più ai nostri pargoli ma a immense palle rotanti! Il grasso fa male signore mie, il grasso non è tutta salute ma è l’anticamera di tante malattie. Io sono terrorizzata quando mia figlia prende troppo peso (è un’ottima forchetta)…le devo strappare via le cosce di pollo dalle mani e le patatine nascoste nelle tasche dei pantaloni. Evitiamo quindi di associare il grasso al bello e sano, perché non è così. Ho notato una cosa strana, molto diffusa in questo periodo. Per combattere l’anoressia si elogia la ciccia. Ora, un po’ di ciccia non ha mai ammazzato nessuno ma elogiare 100 kg di morbidezza a me personalmente pare una follia (specialmente se i 100 kg sono associati ad una persona alta 1,60) pari a quella dell’elogiare le ragazze troppo magre. Come in tutte le cose è necessaria una sorta di mezza misura.
  • E sempre in argomento cibo, cosa ne sanno i bambini stranieri delle panzate di pasta al forno che ci facciamo in spiaggia? E dei panini con la cotoletta? Poi però quei bambini, che posizionati accanto al tuo ombrellone ti hanno fissato mentre ingurgitavi il mostro, sono gli stessi che poco dopo ti fanno ciao quando si rituffano in acqua e tu devi aspettare ottanta ore (e categoricamente all’ombra) prima che la digestione sia finita e tu possa tornare a toccare l’acqua.
Immagine presa da internet.
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  • Argomento intimo. Cosa ne sanno i bambini stranieri del meraviglioso rapporto che abbiamo avuto, grazie alle nostre mamme, con mutande e calzini (sarà ancora così?)?! Mai, e quando dico mai è mai, potevi uscire da casa con un buco nel calzino o la mutanda strappata perché…perché…perché? “Perché se poi ti investono per strada e ti portano in ospedale che figura facciamo???” Anni e anni di questi discorsi mi hanno plasmato la mente e ancora oggi, quando esco e ho il calzino bucato (cioè sempre), cerco di stare attenta perché se mi schiacciano il principale problema è l’immensa figura de merda e non l’eventuale ferita!!!
  • Se ti sporchi ti ammazzo. Come non ricordare queste meravigliose e soavi parole. Che si tratti di una scampagnata, di un campo estivo con la scuola, di un paio d’ore trascorse in cortile con gli amici…non te devi sporcà!!! Gioca ma non giocare, tocca ma non toccare, suda ma non sudare. Ma cosa ne sanno i bambini stranieri, abituati a rotolarsi nel fango e a saltare dentro le pozze?! Lo fanno anche da adulti, ho visto qui a Vienna un addetto alla sicurezza saltare di proposito dentro una pozza mentre pioveva. I bambini devono fare i bambini, devono sporcarsi, grattuggiarsi le ginocchia, andare sui pattini (con il casco ok, ma senza l’armatura dei Cavalieri dello Zodiaco addosso a proteggerli!).
  • Quando i figli italiani crescono però tutto cambia, sì, crediamoci. Se dopo i 18 anni qualcuno si sventura a dire “Mamma, io parto e vado a scoprire il mondo” o “Vi voglio bene ma ho deciso di andare a vivere per conto mio” si scatena l’inferno. “Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te. Perché ci vuoi così male? Che bisogno c’è? Guarda i tuoi amici tranquilli e sistemati a casa con i loro genitori, perché tu non sei come loro? E la frase che regala un senso a tutte le altre è questa…“Ma sei ancora piccolo/a!”. Ora ditemi, cosa ne possono sapere i bambini stranieri di questo rapporto indissolubile con la propria famiglia, loro che a quattro anni iniziano ad uscire da soli e a 18 sono già grandi?
  • Aiutare in casa. Fortunatamente si stanno facendo dei passi in avanti e sono sempre meno le mamme che crescono i loro figli maschi con il concetto che in casa non devo fare una cippa. Generazioni di donne hanno sposato soprammobili da sofà. Per quanto sia un fenomeno in continuo calo devo constatare che è ancora molto diffuso, specialmente nel meridione.

Potremmo stare qui ore a parlarne ma voglio concludere citando l’apice delle contraddizioni.

  • 40 anni, figlio ancora in casa, cresciuto seguendo la corrente di pensiero appena citata. Genitori invecchiati e stanchi, che non hanno altro da dire se non…”Ma perché non ti sposi e te ne vai per la tua strada?”…Come un bambino straniero dite? mmm…interessante…

Spero che nessuna mamma si senta offesa, in fondo si scherza. Però dobbiamo ammettere che i tempi sono cambiati, la società è frenetica e non accenna a rallentare i ritmi. La nostra responsabilità di genitori è di crescere questi ragazzi rendendoli forti e soprattutto autonomi. Abituarli all’indipendenza non significa che li amiamo di meno, anzi, è un’ulteriore dimostrazione d’amore, perché spesso è per il nostro egoismo e la nostra paura di perderli che li teniamo a tutti i costi sotto la nostra gonna.

Immagine presa da internet.
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I ragazzi a Vienna sono dei “mostri”!!!


“C’è una differenza fra genio e stupidità. Il genio ha i suoi limiti.” ALBERT EINSTEIN


Rieccomi, oggi non vi racconterò di qualche mia vicissitudine, vi risparmio lo strazio e lo rimando alla prossima volta. Vorrei invece parlarvi dei ragazzi (diciamo che allarghiamo il raggio della gioventù fino ai 40 anni, così ci rientro anche io) che qui a Vienna sono dei mostri…sì…di intelligenza e preparazione!!!

Immagine presa da internet.
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Ho vissuto in diverse città…Catania, Milano, Grosseto, Pistoia, Olpe in Germania, ma non ho mai incontrato qualcuno che minimamente si avvicinasse alle persone che sto incontrando in Austria. La loro preparazione non è sempre legata ad un percorso di studi, spesso sono ragazzi che amano girare il mondo facendo esperienze, in altri casi invece amano restare sui libri per incrementare (in modo pratico e non solo teorico) il loro bagaglio culturale.

Se va male parlano altre due lingue oltre alla loro, che sappiano l’inglese è scontato. Spesso si presentano ai colloqui vestiti come noi ci vestiremmo per andare a fare una scampagnata e tu li guardi con sgomento. Appena però aprono bocca quello stesso sgomento cambia direzione e si piazza di fronte a te, fissandoti. Tu, che in Italia ti sentivi un dio con il tuo inglese scolastico e il tuo livello B1 in tedesco. Tu, che hai perso un’ora solo per scegliere che abiti indossare e come pettinare quel cespuglio sulla testa. Tu che hai mille referenze ma nessuna certificata, perché in Italia non si usa e perché spesso hai lavorato a nero, mentre le loro cartelline pullulano di certificati (che tanto amano). Tu che pensavi di essere avanti rispetto a tanti altri, ti accorgi che all’estero non sei avanti, non sei al loro stesso livello, sei proprio a r e n a t o!

Per farvi un esempio pratico, la ragazza (simpatica e dolce) con la quale sto facendo un tandem linguistico (leggi articolo), frequenta due università in contemporanea e nel tempo libero insegna russo e frequenta un corso di italiano. Spesso ride divertita perché quando mi racconta cosa ha fatto dall’ultima volta in cui ci siamo viste, la prego sempre di non infierire ledendo la mia calante autostima.

Autostima (Immagine presa da internet).
Autostima (Immagine presa da internet).

La nota positiva è che una situazione del genere ti sprona, ti regala la voglia di migliorarti, ti pone davanti a immensi limiti che non credevi di avere. La strada è decisamente in salita ma, come dicono in tanti, arrivati lassù…il panorama deve essere per forza bellissimo! 🙂

P.s. Piccola precisazione…per “Ragazzi a Vienna” intendo logicamente tutti (provenienti da ogni parte del mondo), non solo gli austriaci… 😉


Che tu creda in te stesso quando cento persone non ci credono è molto più importante del fatto che cento persone credano in te quanto tu non ci credi.” 

(Mark Fisher)


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Tandem linguistici e incidenti diplomatici #Vienna

Rieccomi! Oggi vorrei approfondire l’argomento “Tandem linguistico”, mi sono da poco approcciata a questa tipologia di incontri per allenare la lingua tedesca senza spendere soldi e per avere la possibilità di conoscere nuova gente. In cosa consiste? Il tandem è un metodo di apprendimento che si basa sullo scambio di nozioni, attraverso conversazioni, tra due madrelingua di idiomi diversi. In questo caso io ho messo a disposizione il mio italiano e l’altra persona mi permette di sfruttare il suo tedesco. Si parla di tutto, del tempo, delle proprie origini, dei propri viaggi, ma anche di grammatica, correggendo man mano e in modo naturale gli errori che si commettono parlando. In base alla durata degli incontri potete dividere il tempo, dedicando metà parte a una lingua e la restante metà all’altra. Sarebbe meglio non mescolare le due lingue durante la conversazione, sia per non creare confusione, sia per approfondire meglio singolarmente i due idiomi. Quindi, se per esempio avete a disposizione due ore, potete conversare in italiano la prima ora e in tedesco la seconda.

Immagine presa da internet.
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Come vi avevo accennato sabato scorso, questa mattina avevo appuntamento con una ragazza che vuole imparare l’italiano. Ci siamo date appuntamento presso una fermata U-Bahn e poi, passeggiando, abbiamo parlato per un’ora e mezza. Logicamente il primo incontro è sempre un po’ imbarazzante, ma rompere il ghiaccio non è poi così difficile.

Per quanto riguarda invece il mio primo tandem in assoluto…beh…apparentemente è andato bene ma l’incidente diplomatico era proprio dietro l’angolo. Ho incontrato sabato mattina questa ragazza, 39 anni, austriaca e con la voglia di imparare la nostra lingua. Incontro piacevole, a tratti divertente, anche se il caffè ristretto che ho preso nel Cafè dove mi ha portata (Qui non si chiama bar) mi è costato 3.50 €…

Rientro a casa soddisfatta e mi viene l’idea di collegarmi con una diretta Fb per raccontarvi di questa nuova esperienza. Vi allego di seguito il video incriminato…ihihih…

Come potete vedere vi racconto della mattinata appena trascorsa e accenno a questa ragazza, salutandola e dicendo che non è stato semplicissimo, perché lei conosce solo un paio di parole in italiano. Potete immaginare come sia “facile” spiegare la nostra lingua in tedesco a chi non ha assolutamente basi. Questa mattina invece è stato più semplice, perché l’altra ragazza aveva già fatto un corso base e abbiamo potuto conversare.

Torniamo al video. Poco dopo la diretta mi scrive A. (La prima ragazza) dicendomi che ha visto il video ma che aveva capito ben poco. “Hai parlato di me?” mi ha chiesto. “Sì, ho parlato del nostro incontro e ho spiegato come funziona il tandem!” Salutini, sorrisi e finisce lì. L’indomani mattina trovo un messaggio allucinante, era lei che mi diceva questo: “Ho fatto tradurre il video da una mia amica italiana (Ci crediamo?) e non trovo corretto prendere in giro la gente pubblicamente…bla bla bla…bla bla bla…l’italiano lo imparo da sola…ciao” e mi depenna, senza darmi la possibilità di rispondere.

Sono quasi certa che questo atteggiamento sia dovuto a delle sue…come posso chiamarle senza offendere…”Turbe mentali”…però devo ammettere che ci sono rimasta male, anche perché, come potete vedere, non era mia intenzione offendere lei ma far capire a chi ascoltava le difficoltà oggettive che si possono riscontrare durante questi incontri. Inoltre ho il sentore che la tipa che ha aiutato A. a tradurre il video (se esiste) ne sappia quanto lei di italiano, altrimenti non si spiega una lettura del genere. Però, questa esperienza mi è servita per una riflessione.

Immagine presa da internet.
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Noi italiani siamo abituati ai cambiamenti, siamo abituati anche a metterci in gioco sempre, a tentare, ritentare cercando nuove strade, con umiltà, tenacia e la giusta dose di ironia e, cosa più importante, AUTOIRONIA. Ricordo il primo anno in Germania (ma anche il secondo), persino durante il corso mi prendevano in giro per le mie vocali aperte (da buona sicula), ridendo a crepapelle. Non mi sono mai offesa, ho riso con loro e ho fatto del mio difetto un punto di forza, regalando note di simpatia. Io direi a gente come A. “Ma fatte na bella risata!”…Chi impara una lingua sa che deve tuffarsi anche nella cultura di quel popolo, non solo nella sua lingua…e non puoi approcciarti con un italiano con un bastone infilato nel sedere…il bello è che mi ero raccomandata con lei durante le due ore insieme…”Attenzione…anno (con due enne)…non ano…” ma avrà capito male anche qui!

A presto!!! 😉

P.s. Per chi stesse cercando un Tandem linguistico ci sono i gruppi dedicati su Fb in molte città…anche in Italia… 🙂

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Quando lo squillo del cellulare rasenta il terrore #expat

Due giorni fa ho fatto una delle mie solite e famigerate figure di merda!

panic-roomHo iniziato a distribuire curricula, quindi lo squillo del cellulare evoca immediatamente la richiesta di un colloquio di lavoro. Verso le 14.00 parte la sigla di “La vita secondo Jim“, che ho come suoneria nel mio cellulare. Immediatamente scatta il panico (nemmeno fosse stata la colonna sonora di Profondo Rosso), il tempo si cristallizza, il puffo verde nella mia testa inizia a dire “A fatica li capisci di persona, figurati al telefono”…mentre quel rettangolo fastidioso continuava a lampeggiare, vibrare e suonare. Con un improvviso e deciso slancio coraggioso lo prendo e rispondo. Una vocina femminile inizia a parlare… “akieflcoeslfgdoeprtscmnqpeirhsdk 14.00 ajsiepr 16.00 sjdierplfkdijauebxzmehiglpw,xchnep???”.

Il tempo si ricristallizza, fisso mia figlia che aveva già intuito il mio non avere capito un cazzo e che gesticola, muovendo anche le labbra, per dire…”Io stavolta non ti aiuto”. Il babbo stava facendo il riposino prima di rientrare a lavoro e dormiva, mentre il cane, l’unico intenzionato ad aiutarmi, non era in grado di comunicare in tedesco, essendo napoletano di nascita e fin dentro al midollo. Quindi respiro e pronuncio un “Ich habe nicht verstanden” (Non ho capito)…e la tipa ripete… “akieflcoeslfgdoeprtscmnqpeirhsdk 14.00 ajsiepr 16.00 sjdierplfkdijauebxzmehiglpw,xchnep???”, con una velocità che faceva concorrenza alla prima volta che aveva aperto bocca al telefono. Ma vi rincorrono mentre parlate? Avete una bandierina da piantare e poi vi regalano un prosciutto intero se arrivate in tempo a fine frase?

siccome non ho capito

Ok…niente panico…fingo di capire e dico “Ja ja”…in qualunque caso sarebbe stato meglio prendere l’appuntamento senza rischiare di perdere un ipotetico lavoro. Le dico di attendere, prendo carta e penna e scrivo (meglio dire provo a scrivere) giorno e ora. Quando la tipa mi stava per liquidare mi sorge un dubbio amletico…ma per quale lavoro ha chiamato e dov’è il luogo dell’appuntamento? Evidentemente il panico libera nell’organismo delle tossine che impediscono alla mente di ragionare con lucidità. Allora pronuncio, sempre più agitata, un “Wo?” (Dove) e “Welche Arbeit?” (Quale lavoro)…lei tentenna ed io…”Welche Arbeit???”…Credo che a questo punto il tempo si sia cristallizzato anche per lei, perché è rimasta zitta qualche secondo per poi dire…”Nein…ist Ikea!!!! Anche il babbo si è svegliato ed è rimasto ritto ad ascoltare che diamine stava succedendo.

Era l’Ikea (avevamo ordinato dei mobili) che voleva fissare un nuovo appuntamento per la consegna. A quel punto i tasselli nella mia testa in pappa si rimettono al loro posto, capisco tutto e rispondo con un tipico vocalizio da ragionier Ugo…”Ahhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh” (Che stava a significare Ich habe verstanden/Ho capito) suono facilmente associabile a una sirena in stato di emergenza nucleare la cui durata varia dai 15 ai 20 secondi. Pagherei per vedere la faccia della signora al telefono mentre io emettevo quel suono innaturale cercando di sfondare la barriera del suono. Da quel momento mi è risultato facile concludere la telefonata senza altri fraintendimenti. Come potete immaginare la mia autostima ha subito fatto la valigia dicendo “Maria, io esco!”, quei due invece si sono divertiti a prendermi in giro per tutto il giorno.

Il problema “Io non capire un ‘azz” durante l’apprendimento di una nuova lingua si riflette in molti aspetti della vita quotidiana, ma lanciarsi, provare e riprovare è l’unica maniera per apprendere!

E voi, avete mai fatto una figuraccia al telefono? Lasciate all’interno di questo articolo la vostra esperienza! 🙂

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