Non so che dire!


 

Non conosco nulla al mondo che abbia tanto potere quanto la parola. A volte ne scrivo una, e la guardo, fino a quando non comincia a splendere.
(Emily Dickinson)


 

Ho così tante cose da dire che non so che dire.

Pensavo a quanto si sia persa l’abitudine al sano confronto, allo scambio di opinioni che porta in seno l’intento di venirsi incontro. Ma sono troppe le parole che mi servirebbero per dirvelo, e non so cosa dire.

Pensavo alla gente che ormai si attacca alla gola del prossimo, per azzannarlo appena quello osa proferire una parola che non aggrada l’interlocutore. Quanti modi potrei utilizzare per descrivervi questo? Tanti, forse troppi e mi ci perdo, non sapendo cosa dire.

Mi è venuta in mente la generazione dei nostri nonni, gente che ha dato mani, culo e vita per regalarci la libertà che abbiamo oggi di sparare cazzate continuamente. Potrei approfondire questo aspetto, è interessante ma difficile, così difficile che non so che dire.

libri
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Pensavo anche alla generazione dei nostri genitori. Per uno di quelli che si è spaccato la schiena davvero, ce ne sono almeno altri 100 che hanno mangiato il loro, quello dei figli, dei nipoti e avanti così per almeno due secoli a venire. Hanno rubato il nostro futuro e stanno lì a farci la paternale. Come potrei esprimere bene un tale concetto? Io…non so cosa dire.

Penso alla tanta gente dal dente avvelenato, pronta a puntare il dito agitandolo davanti al naso. Sapete dove andrebbe messo quel dito? Vorrei trovare le parole giuste, ma non so come dirlo. Non è facile dire a qualcuno dove mettere il dito.

Per finire mi vengono in mente i leoni da tastiera, codardi nella vita, conigli tra i conigli, pecore tra pecore, monete false tra monete false. A loro vorrei dire che certe cose andrebbero dette in viso, sarebbe interessante vedere se la bocca è splendida quanto l’indice. Lo penso ma poi, non so cosa dire.

Quanto sarebbe bello se ognuno iniziasse ad ascoltare, spogliandosi da ogni pregiudizio. Quanto cambierebbe la nostra vita se ognuno iniziasse a pensare che cazzo…forse l’altro ha ragione, o comunque non ha completamente torto!? Come sarebbe tutto più semplice se A non si sentisse sempre, e anche inutilmente, minacciato da B e insieme camminassero verso il punto C. Sarebbe bello sì, così bello che non so che dire…


Riuscirai sempre a trovarmi nelle tue parole, è là che vivrò. (Dal film Storia di una ladra di libri)


 

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Ecco perché siamo rientrati (sbagliando) in Italia #dallaGermania


Viaggiare è essere infedeli. Siatelo senza rimorsi. Dimenticate i vostri amici per degli sconosciuti.

(Paul Morand)


In tantissimi mi chiedono il perché della nostra decisione di rientrare in Italia, domanda lecita alla quale oggi ho intenzione di rispondere. Per chi fosse appena arrivato in questo blog, riassumo dicendo che dalla Germania siamo rientrati in Italia per riespatriare a Vienna. Il babbo è già lì, noi lo raggiungeremo finita la scuola a luglio.

Perché siamo rientrati in Italia? Le motivazioni sono diverse ma tutte legate da un unico filo comune, le radici.

radici
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Dopo due anni in Germania, e la conseguente perdita di obiettività e giusta percezione nei confronti del “Bel Paese”, abbiamo avuto la bella idea di mettere a frutto in “casa nostra” (concetto che abbiamo abbondantemente superato) quello che avevamo appreso. Una nuova lingua, una nuova visione della vita, grinta, idee, voglia di risollevare (nel nostro piccolo) le sorti dell’Italia. Il ragionamento che abbiamo fatto è questo…”Meglio mangiare pane e cipolla a casa che caviale in Germania”. Stronzi!!! Ditelo che siamo stati due stronzi, tanto lo sappiamo! Non solo l’Italia (meglio dire la Sicilia, la mia terra di origine e luogo del rimpatrio) non era qui ad aspettarci a braccia aperte, ma non è minimamente interessata al nostro bagaglio di esperienza!

La famiglia è stata un forte richiamo, uno dei motivi principali che ci ha attratti come una calamita verso casa (se casa si può ormai chiamare). Mia sorella era stata male, mio nonno era inerme su un letto da tanto tempo, io ho avuto paura di vederli sfiorire da lontano uno ad uno, ho avuto paura di perderli mentre io non c’ero.

Questi pensieri hanno inevitabilmente influito sul nostro umore, hanno esasperato le normali difficoltà che si incontrano in un espatrio, impedendoci di essere lucidi e lungimiranti. Non sto qui a elencare nuovamente la situazione che abbiamo trovato, ne ho a lungo parlato e non vorrei essere ripetitiva. Spero di aver dato quantomeno una risposta esaustiva a tutti quelli che mi chiedono il motivo del nostro rientro. Logicamente non c’è una spiegazione razionale, altrimenti non saremmo qui a parlarne ed io sarei ancora in Germania. Certo, se avessi usato la testa non sarei mai rientrata. In compenso sono riuscita a trascorrere con mio nonno gli ultimi suoi giorni di vita, una magra consolazione ma almeno c’ero.

Quindi il consiglio che posso dare a chi sta per espatriare è questo.

Immagine presa da internet
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Per quanto sembri brutto, dal momento in cui decidete di partire dovete necessariamente chiudervi una porta alle spalle. Dovete concentrarvi solo sul vostro futuro, non potete nemmeno per un attimo cedere alla tentazione di provare nostalgia per quello che vi siete lasciati dietro. L’espatrio è una scelta, non c’è spazio per pericolose nostalgie. Dovete semplicemente abbracciare la vostra nuova vita e concedervi senza riserve… 🙂


Il viaggio comincia laddove il ritmo del cuore s’espone al vento della paura.
(Fabrizio Resca)


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Ritorno alla civiltà #Vienna

Civiltà, questa strana sconosciuta!

Chi ci segue da tempo lo sa, per i nuovi arrivati faccio un brevissimo sunto. Dopo due anni di Germania e un rientro (voluto) in Italia, abbiamo deciso di riespatriare, destinazione scelta…Vienna. All’interno del blog potete trovare le motivazioni che ci hanno spinti a prendere questa decisione. A quanto pare abbiamo fatto bene, perché è stato un ritorno alla civiltà.

Il babbo è stato il primo a partire, è arrivato a destinazione ieri. Vi riporto le sue prime impressioni. In realtà ha iniziato a notare un netto cambiamento già durante il viaggio.

Questa volta non ha preso l’aereo, ma il treno, ha preferito non viaggiare per aria. Intorno alle 23.00 il convoglio che lo avrebbe portato fino a Roma è partito (in ritardo) dalla stazione centrale di Catania. Dalla banchina l’ho visto salire in carrozza e rimanere bloccato nel corridoio, le cuccette erano già aperte, la scala impediva l’accesso al finestrino (niente saluti con lacrime quindi) e un signore stava cercando di posizionare in alto la sua valigia. Dopo 15 minuti dalla partenza ricevo la prima telefonata dal babbo, aveva dovuto cedere il suo posto in alto a un signore che voleva dormire in basso, fin qui nessun problema. Verso mezzanotte però mi arriva sul cellulare questa foto…

Ritorno alla civiltà #Vienna
Involuzione dell’essere umano

I signori che dormivano in cuccetta con lui, napoletani che avevano preso il treno a Siracusa, non erano esattamente un esempio di evoluzione umana…anzi. Uno dei tre si è limitato a dire, in un dialetto biascicato, “Dormiamo”. Si è completamente spogliato, ha messo via i vestiti ed è rimasto così, con i pelacci in bella esposizione e nemmeno il buongusto di coprire quella flaccida pellaccia con il lenzuolo. I miei genitori mi hanno insegnato che, quando si è in mezzo alla gente, non ci si può comportare come quando si è soli a casa. E’ l’ABC dell’educazione, delle buone maniere, del saper stare al mondo senza creare disagio a chi ci sta accanto.

Come se non bastasse il nudo quasi integrale, il disinibito essere ha iniziato ad arieggiare lì, dove non batte il sole. Puzza e sgomento, sgomento e puzza. Un tormento che si è concluso in Campania, quando i tre reperti storici sono finalmente scesi dal treno, per tornare nella propria caverna. La prima tappa del viaggio era Roma, il babbo avrebbe dovuto attendere una giornata, aspettando la coincidenza serale per Vienna. Quale miglior occasione per incontrare Alessia, cara amica e brillante blogger di Gnoseologia della moda. Pranzo veloce insieme e foto di rito per il blog, eccola.

Ritorno alla civiltà #Vienna
Ale e il Babbo

Il bello dei nostri incontri è che non sappiamo mai dove avverrà il prossimo!

Dopo l’incontro con Ale il babbo ha proseguito il suo giretto da turista a spasso per Roma. Verso le 17.00 però è rientrato in stazione, per recuperare le valigie che aveva lasciato nel deposito bagagli (10 euro a pezzo, che sia valigia o borsa). Impresa che non è risultata semplice, perché il meccanismo che recuperava le valigie in base alla ricevuta si era rotto, scatenando il panico e l’ira delle persone, molte delle quali avevano fretta e il terrore di perdere il treno. Un turista tedesco non riusciva a capire cosa gli stesse dicendo l’uomo allo sportello, che provava a comunicare in inglese “Dovete scendere voi sotto e cercare tra i bagagli il vostro”. Fortunatamente il babbo parla tedesco, quindi ha spiegato lui al malcapitato quale fosse il problema, lo ha condotto fino al deposito, facendogli recuperare la valigia. Immagino che situazioni come questa siano la gioia dei ladri, un disonesto avrebbe potuto prelevare qualsiasi bagaglio fingendo di riconoscerlo come proprio.

Finalmente il babbo riesce a raggiungere il treno, eccolo.

Ritorno alla civiltà #Vienna

Molte delle persone a bordo erano straniere, quasi tutte parlavano in tedesco. Sembrava di essere approdati su un altro pianeta. Ordine, parole sussurrate, compostezza. Man mano che il treno percorreva la sua strada, i finestrini mostravano scenari sempre più ordinati, puliti. La sensazione di degrado urbano lasciava il posto ad altre sensazioni, una tra tutte la sensazione di conforto, come se i luoghi fossero così ordinati da volerti abbracciare. “Sembra di essere di nuovo in Germania” ha detto il babbo. “Ho capito subito di essere tornato in un posto giusto” ha aggiunto. E’ una sensazione che difficilmente si può descrivere se non la si è provata. Bisogna vivere all’estero per capire lo sgomento e il caos mentale che si provano rientrando in Italia. Non parliamo poi di chi, come noi, è rientrato in meridione. Tra nord Italia e Sicilia c’è già una differenza abissale, sembra che i due luoghi appartengano a dimensioni distanti tra loro anni luce. Figuratevi rispetto alla Germania o all’Austria.

La prima impressione riguardo Vienna è stata di meraviglia. “Non so da che parte guardare per quanto è bella” dice il babbo. Una città grande ma ordinatissima. Tanti abitanti ma silenziosa. Maestosa ma a misura d’uomo. Pulita! Possiamo dire per ora che è stato amore a prima vista. Ecco delle foto, scattate il giorno dell’arrivo.

Ritorno alla civiltà #Vienna

Ritorno alla civiltà #Vienna

Ritorno alla civiltà #Vienna

Per ora è tutto, vi terrò aggiornati! Roberta

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L’attimo prima del salto #expat


Si hanno due vite. La seconda comincia il giorno in cui ci si rende conto che non se ne ha che una. (Confucio)


Non è il nostro primo espatrio, però è la prima volta che ci separiamo per diversi mesi. Ecco la differenza. Un salto in solitaria.

La valigia è quasi pronta, documenti sistemati, ciò che serve comprato, adrenalina presente a fasi alterne, interrotta spesso da lunghi momenti di cristallizzazione. Sì, l’attimo che precede il salto è sempre saturo di emozioni contrastanti, tante, troppe. Sono queste sfumature dell’anima che rendono unica l’esperienza dell’espatrio, sono queste oscillazioni dell’umore che a volte rendono difficile anche muovere un piede per seguire l’altro.

totò

Avrò fatto la scelta giusta? Avevo alternative migliori? La destinazione decisa sarà all’altezza delle mie aspettative? Ce la farò? Ma certo che sì! L’obiettivo è chiaro, la strada da percorrere anche. Nonostante questo è sempre presente quel timore, lo stesso che poi ti dà la carica per correre, correre più velocemente rispetto agli altri e arrivare dritto al traguardo. Stavolta non ci sono scuse, alibi, nostalgie, non c’è posto nel quale tornare, perché è proprio da lì che stiamo andando via, di nuovo.

Per quanto riguarda noi due, stringeremo i denti aspettando con ansia di poterci riabbracciare. Non ci piace stare lontani, siamo abituati a condividere ogni cosa, non per obbligo coniugale ma perché insieme ci completiamo. Dove non arriva uno, arriva l’altro. Amiamo la nostra intesa, ci divertiamo insieme, sappiamo essere amanti, amici e a volte anche nemici. La vita in solitaria ha il suo fascino, ma avere accanto una persona che ti vede bella anche al mattino, quando sembri puffetta travolta da un albero, non ha prezzo.

Immagine presa da internet
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Ci sono canzoni e libri a fare da cornice a questi momenti unici, canzoni per lui, libri per me. C’è un biglietto con il suo nome che ci guarda ogni sera con un ghigno. C’è uno spazzolino nuovo e le calze senza il buco. Ci sono i ricordi del primo espatrio che illuminano il cammino, perché è proprio vero il detto Impara l’arte e mettila da parte! Il nuovo in realtà non è nuovo, è solo diverso, una forma mutata dello stesso concetto. La lingua che in Germania temevamo, ora non ci fa più così paura. Il sentirsi stranieri all’estero è quasi un sollievo, è stato traumatico sentirsi stranieri in casa propria. Che le danze abbiano inizio, si apra il sipario! 🙂

Good luck babbo…


Un grande atteggiamento diventa un grande giorno che diventa un grande mese che diventa un grande anno che diventa una grande vita. (Mandy Hale)


 

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Meno 11 al ri-espatrio #Diariodibordo


Le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita.
(Jack Kerouac)


 

Catania 25.02.2016 h18.30

Ci siamo quasi, mancano pochi giorni (esattamente 11) alla partenza. Nel primo espatrio avevamo già la casa, quindi siamo potuti partire tutti insieme. Io, maritino, figlia e cane pazzo al seguito. Stavolta è diverso, il rientro in Italia ci ha fatto bruciare molte (troppe) risorse quindi la strategia deve essere rivista.

Partirà per primo maritino, in solitaria. Io resterò qui con figlia e cane pazzo finché non sarà finita la scuola. Intanto lui avrà il tempo per organizzare con calma il nostro arrivo.

Non abbiamo (come la prima volta) l’ostacolo della lingua, che abbiamo avuto modo di esercitare in Germania per due anni. Gli agganci lavorativi non mancano, ma bisogna trovarsi in loco per essere presi in considerazione. Per quanto riguarda il dormire, abbiamo trovato una condivisione, soluzione ideale per chi inizia a muovere i primi passi in una città nuova.

Immagine presa da internet
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Come ci sentiamo?

Euforici, pieni di entusiasmo ma anche un po’ tristi. Non siamo mai rimasti separati per così tanto tempo, ci piace condividere ogni cosa e questa lontananza è la parte meno piacevole di questo nuovo espatrio. Però sappiamo che è un passo necessario da compiere, fondamentalmente stiamo per espiare il terribile errore di essere rientrati in Italia. Per fortuna la tecnologia corre in nostro aiuto e Skype diventerà un fedele amico. Grazie a maritino expat potrò iniziare presto a raccontarvi Vienna e le risorse che questa città ha da offrire!

In tanti mi chiedono come ha preso questo nuovo cambiamento nostra figlia. Devo dire…bene! Lei si trovava a suo agio in Germania, non voleva rientrare, quindi l’idea di tornare in un contesto simile le permette di affrontare con serenità anche questo cambiamento. Cane expat invece non è molto convinto, ama i suoi spazi e i suoi riferimenti (palline, pupazzetti sonanti, angolini sul divano e giardino), per lui non sarà semplice lasciarli, soprattutto non sarà semplice andare a vivere in un posto che non ha ancora come riferimento le sue puzzine.

Però si sa, nessun grande traguardo è stato raggiunto senza grandi sacrifici…noi siamo pronti (quasi…)…

Raccontate qui, nei commenti, se anche per voi è stata necessaria un’iniziale separazione! 🙂


A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco.
(Michel de Montaigne)


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Nel mezzo del cammin di nostro espatrio… #Barbara #Provenza

Oggi ho l’immenso piacere di proporvi l’intervista di Barbara, una blogger simpaticissima ed expat navigata. Buona lettura!!! Roberta

Ciao Barbara! Grazie per aver trovato il tempo (e la voglia) di concedere quest’intervista. Nel tuo blog ti definisci traduttrice, scrittrice e mamma. Raccontaci un po’ di te.

12442873_1570957303230440_10866854_nCiao Roberta, grazie a te innanzitutto, è un piacere farmi intervistare da una blogger simpatica e alla mano come te! Come tantissime altre donne – la maggior parte, direi – cerco di far coesistere più ruoli e attività sotto lo stesso tetto (pardon, testa). Non so se ci riesco, di sicuro ci provo nonostante i risultati siano a volte sul confuso-surreale. Un esempio: l’altro giorno ho scritto una e-mail alla scuola dei miei figli in cui mi sono firmata Barbara Impat (pseudonimo da blogger/scrittrice) e la segretaria, scambiandomi per un’altra, mi ha chiesto se volessi informazioni per le iscrizioni del prossimo anno. Per la cronaca: i miei figli sono iscritti nello stesso istituto dai tempi dell’asilo. Non ho avuto il coraggio di rispondere che ero l’altra Barbara, quella mamma (e traduttrice). Insomma, i ruoli si intrecciano e a volte formano nodi difficili da districare – soprattutto quando si è un po’ con la testa tra le nuvole come me.

Attualmente vivi in Provenza, ma hai girato tanto prima di giungere a questa destinazione. Cosa ti ha fatto decidere di lasciare l’Italia e quali sono i luoghi in cui hai vissuto?

Sì, prima di approdare in Provenza – nel 2004 – ho lavorato in Inghilterra (1998), poi di nuovo in Francia (Tolosa 1999), quindi sono rientrata in Italia (Torino 2000) per poi ripartire di nuovo in Germania (Monaco 2001). La Provenza ci è caduta in testa come una mela matura da un albero: in modo inaspettato e (pericolosamente) definitivo 12 anni fa.

Cosa mi ha spinto a lasciare l’Italia? Innanzitutto la voglia di scoprire il mondo e fare esperienze lavorative all’estero – io faccio parte della generazione fortunata che sarebbe potuta restare e farsi una “posizione” nello Stivale -, unita alla totale mancanza di consapevolezza di quel che stavo facendo: ergo, un viaggio di sola andata. A 20 anni guardi al futuro in modo fluido e ottimista, a 40 inizi a renderti conto che il treno per il ritorno potrebbe esserti sfuggito sotto il naso, proprio mentre eri preso a viaggiare… nella direzione opposta.

Molti giovani (e meno giovani) hanno la valigia pronta e molti sogni nel cuore. Cosa consiglieresti loro?

Consiglierei senz’altro di partire, ma senza disprezzare ciò che lasciano. Lo so che è12787046_1570957323230438_664094346_o difficile, quando si è giovani e italiani si tende a idealizzare molto l’estero e denigrare l’Italia – ce lo insegnano sin da bambini, l’autodenigrazione fa parte della nostra cultura – dando per scontato che “tanto è sempre meglio altrove”. In realtà,  chi vive all’estero da qualche anno fa una duplice scoperta: il nuovo Paese (meglio per alcuni aspetti, peggio per altri) e l’Italia (la patria che si fa amare intensamente e struggentemente… a distanza).

Poi consiglierei una cosa cui noi expat non pensiamo, tutti slanciati verso il futuro e l’entusiasmo dei primi passi da expat: rimanere con un piede in Italia. Ma che dico piede, basta anche un alluce! Cosa intendo? Beh, innanzitutto mantenere i legami di amicizia, buttare uno sguardo una tantum al mercato del lavoro, magari – l’ideale – cercando già all’estero una professione che consenta di restare “connessi” con i Belpaese. Ho una mia teoria sugli expat di oggi, e prima o poi ci scriverò un post. Oh mamma cosa ho detto: adesso non ci dormirai la notte, dì la verità (hihihi).

Quali sono secondo te le caratteristiche che assolutamente si devono possedere affinché un espatrio non diventi un fallimento?

Le caratteristiche essenziali per trasformare l’espatrio in un’esperienza riuscita sono secondo me 3:

1) conoscenza della lingua – almeno avere della basi, mi sembra il minimo anche se alcuni dissentiranno. In alternativa, si può arrivare con un gruzzoletto da parte e iscriversi (di corsa) a un corso di lingua. Aggiungo che, per un espatrio riuscito, ciò che fa la differenza è la padronanza della lingua orale E scritta. Ne sono convinta, anche se suona… pedante.

2) crearsi un network prima di partire – basta anche un “amico dell’amico dell’amico”: io quando arrivai a Londra nel lontanissimo 1998 non conoscevo nessuno a parte la cugina di una conoscente. Ebbene, questa persona mi aiutò tantissimo. Insomma: bisogna vincere la timidezza e organizzarsi già prima di fare il salto. Oggi, poi, è tutto molto più facile grazie a Internet; quando emigrai io persino i telefoni cellulari erano una rarità…

3) non aspettarsi tutto e subito – alcuni giovani emigrano e tornano delusi dopo solo 3 mesi. Tre mesi non sono niente: bisogna insistere, perseverare, studiare il mercato del lavoro, sperimentare, osservare. E anche avere un pizzico di fortuna, che non guasta mai.

Curi con passione e una buona dose di ironia il tuo blog “Via da Qui”, come è nata l’idea?

Il blog è nato in periodo di crisi mistico-identitaria. Non che mi siano apparse immagini sacre in pieno giorno, ma poco ci è mancato. Insomma:  nel 2011 ero nel “mezzo del cammin di nostro espatrio” oltre che pronta a levare le tende, ma nella direzione opposta. Per fortuna mio marito – molto pragmatico, nonché tedesco – mi ha bloccato con uno dei suoi soliti schemi all’americana “pros & cons”. Manco a dirlo: la casella dei “cons” esplodeva, mentre quella dei “pro”… beh, ti lascio immaginare.

Il blog è stato una terapia anti-rimpatrio isterico, ecco come lo definirei. La prova che l’(auto) ironia può curare molti mali, anche se la nostalgia resta lì, al suo posto. Ma l’ho messa a cuccia. Sono una inguaribile idealista e l’idea di tornare non mi abbandona, anzi – si affina pericolosamente alimentando progetti tra il creativo e l’improvvisato (mentre mio marito continua a preparare schemi, giusto a titolo preventivo).

Ho letto con molto piacere il tuo libro “Via da Qui”, raccontaci tu di cosa tratta.

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È una raccolta di racconti brevissimi (4 pagine in media), tutti diversi ma simili perché incentrati sul desiderio di andarsene – all’estero, in Italia, in un’altra città, altrove insomma. Il tono che ho voluto usare è ironico (una lettrice li ha definiti in modo azzeccato sketch comedies); ciò non toglie che alcune storie sono drammatiche, ma sempre con quel pizzico di (auto)derisione che – spero – non mi abbandona mai. O quasi. Certo, quando si affrontano tematiche serie come il tempo di cottura della pasta non c’è ironia che tenga!

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Molto. E sia in meglio che in peggio. Ecco, vorrei infrangere questo tabù dell’estero “che ti migliora sempre”. Perlomeno, per me non è stato così. L’estero mi ha reso sì più metodica, precisa e affidabile – persino le mie migliori amiche dai tempi del liceo hanno notato che non arrivo più con i soliti 13 minuti di ritardo agli appuntamenti! – oltre ad avermi arricchito intellettualmente – come tutti, sono migliorata nelle lingue e nella conoscenza delle altre culture, il che è scontato -; ma mi ha reso anche più intransigente, inflessibile, sola e solitaria. Già: sola e solitaria. Perché emigrando si passa molto tempo in solitudine – non tanto fisica quanto esistenziale -, senza nessuno che possa capirci al volo, qualcuno con cui scherzare e fare battute se non nelle varie occasioni di ritrovo tra italiani. E si finisce per prenderci gusto. Anzi, direi che ci si adatta.

12752239_1570957389897098_833484866_oC’è da dire, però, che appena torno in Italia tolgo la corazza e ridivento la Barbara caciarona e spontanea di sempre. Ecco, la corazza. Noi expat ci fabbrichiamo una corazzina su misura, in modo del tutto inconscio naturalmente, per mimetizzarci meglio e reprimere quel tanto di italianità che “stona” con la cultura del Paese d’adozione. Del resto, non posso mica salutare un amico francese o tedesco con un pizzicotto strizzaguancia come faccio con gli amici di vecchia data, eh! Ecco, volendo raffigurare questa seconda pelle d’expat direi che si diventa un po’ come il Dottor Spock – professionisti nel dominare le emozioni, fino a entrare pericolosamente nella parte e…

Che sentimenti provi nei confronti dell’Italia?

Bellissima domanda. Urca, difficile però! Sicuramente più compassione che rabbia. Ma il motivo è uno solo: io me ne sono andata per scelta (senza sapere che non sarei tornata, beata gioventù!) mentre chi emigra oggi – spesso con rabbia – è quasi costretto a farlo, soprattutto i giovani. Compassione per un Paese sempre più vecchio, politicamente sempre uguale a se stesso e con un divario tra Nord e Sud che rischia di diventare incolmabile.

Ma – bando al nichilismo! – provo anche fiducia. Sì, sento che l’Italia rinascerà. E potrà farlo anche… lontano dall’Italia. L’Italia, con tutti i suoi emigranti qualificati e consapevoli potrebbe rinascere altrove come cultura, stile di vita – diffusione, insomma, dei valori legati all’inimitabile lifestyle nostrano. Questo potrebbe avvenire ovunque si trovino italiani integrati sì, ma ancora profondamente legati alle proprie origini (lingua, moda, gastronomia, arte, ecc.) e, soprattutto, connessi.

Internet e intelligenza: questi due ingredienti potrebbero essere la chiave di una rinascita italiana. Pensa pure che sto delirando, ma negli ultimi anni mi sto convincendo sempre più che è possibile. Basta fare un giro nei vari gruppi di italiani all’estero su Facebook – comunità che passano in pochi clic dal virtuale al reale, creando occasioni di scambio, incontro, idee e creatività. Con una immediatezza unicamente, squisitamente italica.

Cosa hai in programma per il tuo futuro?

Un romanzo che sto scrivendo da molti mesi, altri corsi di formazione come prevede12751989_1570957383230432_291328167_o il mio lavoro ufficiale (traduttore) e, forse, un progetto legato a internet ma ancora in fase “elucubrativa”. Tutte cose molto in progress, ma che mi danno la forza di vivere questa vita da expat, senz’altro più stabile economicamente rispetto a quella che avrei (avuto) in Italia, ma anche difficile perché ogni mia molecola ha sete di Italia, italianità e italiano. E io devo zittirle in qualche modo, queste molecole ribelli.

Ti ringrazio ancora e…c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Vorrei augurare in bocca al lupo a tutti gli italiani che vivono all’estero, a quelli che stanno tornando in Italia e a tutti coloro che, come te, stanno per iniziare una nuova avventura oltreconfine…

Un abbraccio dalla Provenza e grazie ancora per l’intervista!

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Taglio il cordone ombelicale con l’Italia!


La presunzione di onniscienza sorta con internet ha generato l’errata e arrogante convinzione secondo cui lo sforzo fisico del viaggio è diventato superfluo.
(Paul Theroux)


Questo è il nostro secondo espatrio. La prima volta la nostra avventura estera è durata due anni. Non sapevamo cosa avremmo trovato, forse non eravamo emotivamente pronti ad affrontare nella maniera giusta così tanti cambiamenti. Nonostante fossimo lontani, abbiamo sempre tenuto mentalmente un piede in Germania e un piede in Italia.

Non potevamo fare a meno di seguire con esagerato trasporto la politica italiana, eravamo sempre impegnati a coltivare l’illusoria speranza che le cose prima o poi sarebbero cambiate nel nostro “Bel Paese”. Il desiderio di “integrarci” in terra teutonica veniva quotidianamente sopraffatto dalla sensazione di “appartenere” all’Italia, da una melodia mediterranea che faceva da sottofondo ad ogni singola giornata. Nonostante gli sforzi eravamo indissolubilmente legati (troppo) a un Paese e ai ricordi che in esso avevamo accumulato negli anni.

keep-calm-and-ciao-ciao-29Questa volta sarà diverso, ora che abbiamo pagato a caro prezzo la dedizione e la passione che ci legavano alla nostra terra di origine. Il nostro non sarà solamente un espatrio, sarà il taglio (netto) del nostro cordone ombelicale con l’Italia. Il nostro obiettivo è quello di immergerci completamente nel Paese che ci ospiterà. Non permetteremo a nostalgie, ricordi, emozioni fugaci di ledere in alcun modo la nostra nuova avventura.

Vienna è una città che ha molto da offrire, noi vogliamo essere come un foglio bianco sul quale tutto è ancora da scrivere. La scoperta di quella nuova realtà sarà per noi lo stimolo che ci permetterà di superare tutte le difficoltà, perché siamo consapevoli del fatto che ci saranno.

Quindi spero vivamente di riuscire a trasmettervi tutta la gioia che una scoperta quotidiana è in grado di regalare. Pensare che a breve sarò oltre confine, mi fa stare meglio, vedo anche io la luce in fondo al tunnel. Un grande in bocca al lupo a chi rimane, a tutti gli amici che continuano a lottare affinché qualcosa cambi. Mi auguro per loro che accada, per quanto mi riguarda credo di non avere il tempo né la voglia di aspettare che il miracolo avvenga! E a tutti quelli che dicono che “scappare” è la via più facile dico…beh…provateci voi! 😉


Non c’è niente come tornare in un luogo che non è cambiato, per rendersi conto di quanto sei cambiato.
(Nelson Mandela)


Immagine presa da internet
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Ognuno di noi ha diritto a trovare il proprio posto nel mondo #Claudia #Lisbona

Questa intervista è per me particolarmente significativa, perché traccia una linea tra il passato e il futuro. Molte cose sono state fatte, molte altre sono cambiate, tantissime devono ancora succedere. Ringrazio Claudia per aver voluto condividere con noi la sua storia, senza saccenza e con l’umiltà che si deve sempre mantenere. Invito chiunque ne abbia voglia a raccontarci la propria avventura da expat scrivendo a:

[email protected]

Buona lettura. Roberta

Boca do Inferno
Boca do Inferno

Ciao Claudia e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta, grazie a te per questa intervista.

Ho 32 anni, sono nata e cresciuta a Reggio Calabria, dove sono rimasta fino al 2005, anno in cui ho completato il corso di laurea triennale per traduttori e interpreti dell’Università di Messina. Dicevo sempre che da grande avrei voluto fare l’hostess o l’interprete, perché i viaggi e la mediazione linguistica erano e sono tuttora la mia passione. Alla fine non sono diventata né hostess né interprete, ma sono riuscita a trovare la mia strada, quella giusta.

Qual è il percorso che ti ha portata dal sud Italia a Roma per poi approdare a Lisbona?

Ho sempre avuto fin da piccola un forte desiderio di scoprire cosa c’era oltre i confini dell’Italia. Il primo viaggio all’estero da sola l’ho fatto a 15 anni, quando i miei genitori mi hanno dato la possibilità di fare la classica vacanza studio in Inghilterra. Già allora mi sentivo a mio agio ed ero curiosa di vivere la quotidianità in un Paese diverso dal mio. Questa sensazione è stata ancora più forte quando, all’età di 21 anni sono partita in Erasmus e ho vissuto alcuni mesi in una piccola cittadina tedesca. Ritrovarsi alle prese con le utenze domestiche, l’affitto, la spesa in un Paese dove tutto funziona diversamente e per giunta in una lingua non propriamente facile… beh è stata una bella sfida che mi ha fortificato e preparato ad affrontare la vita fuori casa senza problemi.

Tornata dalla Germania, una volta concluso il corso triennale, mi sono trasferita a Roma per il corso di laurea specialistica e, una volta concluso anche questo, ho iniziato a lavorare. Mi ci sono voluti 9 anni (tra studio e lavoro) per capire che la vita romana non faceva per me, troppo traffico, troppe distanze, troppa gente, troppe attese per fare qualsiasi cosa. Roma è meravigliosa, ma c’erano troppe cose che non mi andavano bene e allora, anziché continuare a lamentarmi come fanno in tanti, ho deciso che era arrivato il momento di cambiare aria!
Perché Lisbona? Inutile dire che il fatto di avere il marito portoghese ha inciso parecchio sulla scelta, ma devo anche riconoscere che, insieme, eravamo pronti ad approdare anche ad altre città europee. Chiaramente la prima occasione di lavoro, per lui, è arrivata dal Portogallo, e allora abbiamo ponderato bene tutto e poi abbiamo deciso di trasferirci. Abbiamo colto l’attimo, anche se in questo caso l’attimo è arrivato in un momento un po’ particolare visto che ero incinta di 5 mesi, ma si sa, le decisioni importanti sono sempre complicate e le novità non vengono mai da sole…

Di cosa ti occupi?

DSCN4374Da un mese ho iniziato a lavorare come traduttrice da tedesco, inglese e spagnolo verso l’italiano. A solo un anno dal mio trasferimento qui e 8 mesi dopo essere diventata mamma, il lavoro ha trovato me! Eh si, è proprio vero che le cose capitano quando meno te lo aspetti, ed in questo caso io tutto mi aspettavo tranne che trovare il lavoro che ho sempre cercato e alle condizioni ideali! Non mi ero ancora messa alla ricerca di un lavoro, ma un’amica portoghese mi ha fatto sapere che stavano cercando un traduttore di madrelingua italiana. Quando sono andata a vedere l’annuncio è stato incredibile, sembrava fatto apposta per me! Sono andata a fare il colloquio con sentimenti contrastanti: da un lato l’entusiasmo di fare il primo colloquio all’estero, per una posizione che mi interessava tantissimo, dall’altro la preoccupazione e il pensiero di dover lasciare la mia piccolina, se avessi ottenuto il posto. Sapevo che probabilmente ero l’unica candidata appetibile visto che, a differenza di altri, mi trovavo già stabile a Lisbona, e allora ho tentato la via della contrattazione: ho chiesto, ed eccezionalmente ottenuto, la possibilità di lavorare part time, per poter dedicare alla mia piccolina il tempo che merita.

Sembra incredibile ma durante il colloquio i referenti delle risorse umane, e poi anche quella che adesso è la mia supervisor, mi hanno chiesto di mia figlia, due o tre domande veramente interessate che mi hanno fatto capire che essere una lavoratrice neomamma qui non è affatto un problema, ma una cosa del tutto normale e ben accetta.

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?

Sinceramente non ricordo di aver dovuto affrontare grandi ostacoli al mio arrivo qui. Sarà che il mio pancione mi ha agevolato nel disbrigo delle pratiche burocratiche nei vari uffici, sarà che gli impiegati qui, quando si trovano dietro a uno sportello, si danno da fare e lo fanno volentieri (o almeno ne danno l’impressione), fatto sta che in poco tempo ho fatto le prime cose come richiedere il codice fiscale, aprire il conto in banca, iscrivermi al centro di salute e trovare un medico di fiducia che seguisse la mia gravidanza. Forse sono stata fortunata, ma è andato tutto bene e non ho riscontrato mai nessun disservizio.

L’unica vera difficoltà è stata a livello emotivo. Per quanto fossi convinta che quella vita mi stava esaurendo, non è stato facile affrontare il trasferimento, non tanto per il fatto che lasciavo l’Italia, ma perché la mia decisione ha inevitabilmente scosso la mia famiglia. Per settimane, forse mesi, mi sono sentita in colpa per aver dato un dispiacere ai miei, pur nella consapevolezza che secondo me quella era la strada giusta da percorrere in quel momento. Adesso comunque va molto meglio, siamo tutti più sereni e paradossalmente sento e vedo (tramite Skype) la mia famiglia molto più adesso di quanto non avessimo mai fatto prima.

Ripensandoci bene, all’inizio sentivo un po’ di solitudine perché non avevo granché da fare e non conoscevo nessuno. Però devo dire che non mi è dispiaciuto avere del tempo solo per me e poi è normale non avere grandi occasioni di socializzazione se non si lavora o studia. E infatti la situazione è migliorata quando ho iniziato a frequentare la palestra e, soprattutto, quando ho iniziato a lavorare.

La crisi ha colpito anche il Portogallo (forse per certi aspetti di più rispetto all’Italia), perché hai preferito rimanere lì e in che misura la vita è meno complicata rispetto al nostro Paese?

Il Portogallo è stato colpito in pieno dall’ondata di crisi economica, nel 2011 eraDSCN4849 vicino alla bancarotta ed è rientrato nel piano di aiuti triennale stabilito dalla comunità europea. Contro ogni aspettativa è uscito a testa alta da questo piano di aiuti, riuscendo ad innestare un lento processo di ripresa, grazie anche ad alcune manovre determinanti da parte del governo. Senza entrare nello specifico di una tematica piuttosto complessa, guardando la realtà con gli occhi di un semplice cittadino, sto notando che in questo Paese, a differenza dell’Italia, c’è una realtà dinamica e positiva nel mercato del lavoro. Soprattutto se sei un minimo qualificato, le imprese ti cercano e ti contattano tramite Linkedin con una frequenza incredibile. I contratti offerti sono regolari, non esistono tutte quelle varianti che si sono inventati nel nostro Paese per “fregare” al meglio i dipendenti. Inoltre qui il contratto comprende sempre l’assicurazione sanitaria che copre tutte le spese mediche, permettendo a tutti di avere accesso a studi medici e cliniche private, rendendo di conseguenza molto più veloci ed efficienti i servizi sanitari offerti dalle strutture pubbliche.

Essendo un Paese piccolo probabilmente è molto più facile apportare innovazione e informatizzazione nei diversi settori del servizio pubblico. Tante cose già funzionano bene online, ma in generale ho l’impressione che qui sia tutto molto più rapido, anche quando ti presenti a uno sportello pubblico, che sia la banca, la posta, o il centro prelievi dell’ospedale, non ho mai dovuto attendere il mio turno per più di dieci minuti, nel peggiore dei casi.

Si sono inventati un sistema fiscale chiaro, semplice ed efficace per cui tutti sono incentivati a richiedere la fattura ad ogni acquisto contribuendo a ridurre drasticamente l’evasione fiscale (avendo le fatture registrate, oltre alla possibilità di detrazioni fiscali c’è in gioco l’estrazione di un’automobile a fine anno!)

Sicuramente c’è ancora molto da fare anche qui per superare gli strascichi della crisi, gli stipendi restano bassi rispetto alla media europea, ma tutto sommato il costo della vita è contenuto, la qualità piuttosto alta e, a mio avviso, i  servizi sono ottimi. A differenza che in Italia, qui mi capita spesso di sentire commenti positivi sull’efficienza e l’accessibilità dei servizi per i cittadini.

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Pensi di tornare a vivere in Italia? Che emozioni provi nei confronti del nostro Paese?

Non escludo di spostarmi in futuro, o di tornare in Italia, ma per il momento mi godo questa serenità che mi mancava e che ho ritrovato qui a Lisbona.

Sarò banale, ma dell’Italia mi manca il cibo. In Portogallo si mangia benissimo, ma la varietà che abbiamo noi non esiste qui. Ogni tanto andiamo al ristorante italiano (uno di quelli veri e non fasulli!) per ritrovare i prodotti tipici, ma si finisce per spendere sempre troppo. Mi manca avere la possibilità di ordinare una pizza a domicilio che sia buona, economica e con prodotti “normali” (possibile che nel menù quasi tutte le pizze abbiano la carne sopra?!).
Un’altra cosa che mi manca dell’Italia è la tv di cui tanti si lamentano. Stando qui ho dato valore a tutti quei programmi di attualità e approfondimento, ma anche di intrattenimento che qui mancano, nonostante i mille canali e la tv a pagamento. Stesso discorso vale per il cinema, mi manca molto andare al cinema e vedere un bel film italiano, qui i film sono quasi tutti di importazione.

Tornerei volentieri in Italia se le cose iniziassero a funzionare meglio, se il mondo del lavoro desse valore ai giovani senza sfruttarli e se, di conseguenza, la gente avesse un atteggiamento più positivo verso il mondo del lavoro, e la vita in generale. Ora come ora, mi sembra di sentire solo tante lamentele e nessuno sembra essere mai soddisfatto.

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

DSCN4859Vorrei solo precisare che non vorrei far passare il messaggio che, per essere felici, bisogna andare all’estero. Assolutamente no. Credo che ognuno di noi abbia necessità differenti e non bisogna accontentarsi o, peggio ancora, rassegnarsi. Ognuno di noi ha diritto a trovare il proprio posto nel mondo, che sia questo in un paesino di montagna o in una grande metropoli, in Italia o all’estero, per un periodo o per sempre. Abbiamo la fortuna di poter scegliere e poterci spostare con una facilità che fino a qualche anno fa non esisteva. Quindi se la vita non vi soddisfa, datevi da fare per migliorarla!

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Ripartire da zero in un posto dove non sei nessuno #MaryJane #Londra

Oggi la collaborazione con il sito web “Donne che Emigrano all’Estero” ci porta a Londra con Mary Jane. Vorrei approfittarne per ringraziare lei e tutte le donne che decidono di mettersi in gioco, facendosi intervistare. Non è da tutti raccontare pubblicamente dettagli privati della propria vita, io ammiro davvero tanto chi riesce a farlo. Buona lettura. Roberta

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Ciao Mary Jane! Grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta e grazie a voi per questa intervista!

Io nasco partenopea ma da subito, neanche compiuti 3 anni, sono stata  catapultata in una realtà multinazionale. Ho infatti avuto la fortuna di frequentare una scuola americana che è stata per me un’esperienza fondamentale. Sono stata a contatto con persone che venivano da diverse parti del mondo e che si portavano dietro la bellezza della loro cultura e la ricchezza della differenza. Mi ha insegnato tanto quel periodo e penso che il connubio tra le mie radici mediterranee e l’internazionalità dei miei primi anni scolastici abbiano significato molto per me, nel bene e nel male. In seguito ho frequentato un liceo linguistico e poi mi sono avviata agli studi universitari. Dopo qualche anno mi sono trasferita a Roma e lì mi sono laureata in legge ma già da tempo in me c’era un’irrequietezza rispetto alle scelte della vita. Da piccola, infatti, sono sempre stata legata alla musica. In famiglia ci sono diversi musicisti amatoriali, primo fra tutti mio padre che suona la chitarra e con cui mi divertivo e tutt’ora mi diverto a cantare. Per molti anni ho studiato pianoforte classico ma ho interrotto spesso gli studi per motivi ogni volta diversi. Poi mi sono accorta che la mia vera passione era il canto e lì è cambiato tutto. Ho cominciato a prendere lezioni verso i 20 anni e poi mi sono iscritta ad un’accademia di musica a Roma, ed è in questa città che la mia passione ha pian piano preso una nuova direzione ed è diventata una professione.

Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata a Londra?

unnamedCome ti dicevo prima, credo che l’ambiente multiculturale in cui ho vissuto da ragazzina abbia modellato molto il mio carattere ed il mio approccio alla vita, sia in positivo sia in negativo. Ti dico questo perché da sempre quell’apertura mentale mi ha fatto sognare in grande e mi ha spinto verso i viaggi e la conoscenza, ma mi ha anche fatto sentire fuori posto. Ho sempre avuto la sensazione di non avere delle vere radici, di mancare di un’identità di appartenenza precisa perché tutto intorno a me cambiava di continuo. Ci ho messo tantissimo tempo a riconciliarmi con la mia terra e con me stessa. Partire era essenziale per capire dove appartenessi nel mondo. L’occasione di espatriare ha tardato a presentarsi ma poi, quando finalmente è arrivata, l’ho colta al volo. Così ho unito la mia esigenza di muovermi e di sperimentare un mondo nuovo con la mia attività di cantante. Sono qui perché voglio vedere quanto riuscirò a rendere grande questa mia passione e per farlo devo imparare quanto più possibile. Londra ti offre l’occasione di vedere la musica sotto un’altra luce, di capirla fino in fondo. Qui c’è il meglio del meglio come negli States e se ti ci metti di buona lena e con tenacia questo è un posto che ti può dare tanto. Di musicisti ce ne sono a frotte ma nessuno pensa che tu sia un perditempo se vuoi vivere di musica. Certo, facile non lo è e non lo sarà mai, ma questo forse è il bello della vita! Devi mettere tutto l’impegno che puoi e fallire un milione di volte per vedere dove arriverai e una volta arrivato devi ripartire, non ci si può fermare mai!

Descrivi le emozioni che hai provato il giorno della partenza.

Devo essere sincera: di emozioni ne ho provate tantissime e ne provo tutt’ora diverse. Non dimentichiamoci che sono un’espatriata novella! Il giorno della partenza tuttavia credo di non aver realizzato cosa stesse accadendo. Un po’ perché la mia famiglia è a Napoli ed io vivevo già  Roma da 7 anni, quindi il distacco è stato graduale. Comunque quel giorno se c’è una cosa che ho sentito chiaramente, questa è stata la sensazione che da quel momento sulle mie spalle cadeva una responsabilità enorme. Ero già psicologicamente e mentalmente preparata alle difficoltà che comporta trasferirsi in un paese nuovo e ricominciare tutto da zero (o quasi!), ma essere sull’aereo mi ha dato la chiara percezione che stava realmente accadendo. Era una cosa che desideravo da anni e anni e quando è arrivata la testa mi si è inondata di dubbi! Ce la farò? Non ce la farò? E se poi voglio tornare indietro?! Insomma, sono una che si pone un sacco di domande ma alla fine va e ci prova. Credo che solo provandoci si possano ottenere delle risposte

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?2

Per prima cosa, la burocrazia e le difficoltà pratiche legate al trasferimento. Questa città ha un sistema di organizzazione molto preciso ma per entrarci devi rispondere a diversi requisiti. Per aprire un conto in banca ti serve un domicilio fisso e una prova che tu abiti in quel posto, per avere una  casa ti serve un conto in banca o una busta paga, per trovare lavoro devi almeno avere un tetto sulla testa e via così. È un cane che si morde la coda e quando sei un freelance è un caos! In secondo luogo, trovare una sistemazione adatta: io mi sono trasferita qui con il mio compagno ed entrambi abbiamo dovuto far conciliare le nostre esigenze di vita con le difficoltà iniziali che ti si pongono davanti in nuova una città appena ci metti piede. Cercavamo un’abitazione indipendente dal momento che entrambi lavoriamo con la musica e molte opzioni di condivisione per noi erano impensabili. Però, allo stesso tempo i costi di una casa qui sono proibitivi e inizialmente devi adattarti. Insomma, alla fine siamo passati da un Airbnb, a uno studio flat ad un appartamentino trovato grazie ad un’amica. Infine, una difficoltà iniziale è sicuramente dover ripartire da zero in un posto dove non sei nessuno. Devi ricostruire tutto: amici, conoscenze, la tua vita professionale e personale. Per poter fare quello che vuoi devi prima inserirti in un contesto nuovo che ti chiede di metterti alla prova e di dimostrare di potercela fare. Non è una passeggiata.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

Io ed il mio compagno abbiamo messo da parte dei soldi per arrivare qui e non dover essere subito travolti da tedi economici mentre ci organizzavamo. Il nostro campo è un po’ particolare e, nonostante io lavori anche come scrittrice e traduttrice freelance, volevamo stare tranquilli per i primi mesi e disbrigare tutte le formalità burocratiche del caso che spesso molti immigrati lasciano irrisolte a lungo o addirittura a tempo indefinito. Purtroppo il cambio con il pound ci ha sconvolto i piani perché ci siamo mossi in un periodo estremamente sfavorevole all’euro. Adesso le cose gradualmente migliorano ma il nostro è un caso particolare. Siamo venuti qui con un’idea precisa e quindi abbiamo dovuto calibrare il tutto alle nostre esigenze. Chi si trasferisce per cercare un lavoro in un qualunque altro campo, può anche venire qui con una disponibilità limitata e trovare da subito una stanza ed un una prima occupazione per avere un’entrata fissa. Io comunque consiglio di arrivare qui con almeno €2.000, per essere sicuri di avere le spalle coperte per i primi periodi di assestamento.

Ho sentito gente raccontare Londra come una città magica, altri invece ne hanno parlato descrivendola come caotica e pericolosa. Tu che impressione hai avuto?

Personalmente credo sia una città dai mille volti! È magica e allo stesso tempo caotica, viva ma comunque spersonalizzante. Londra secondo me è quello che tu vuoi che sia e che riesci a tirarne fuori. Questa città offre di tutto: musica, cultura, eventi di vario genere. Non puoi mai annoiarti! Certo, è anche un posto immenso dove tutto è veloce e si rischia di vivere in una realtà dentro la realtà, isolandosi dal mondo esterno. Il mio lato estroverso e , legato al campo della musica, è attratto fatalmente dalla metropoli ma il mio animo solitario ed intimista ci fa a botte! Per il momento però, credo sia il posto che mi serve per imparare e crescere professionalmente, quindi la vedo come un punto di partenza.

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Hai ricevuto il supporto della tua famiglia riguardo questa scelta?

La mia famiglia è abituata al mio vagare perpetuo oramai! Tuttavia, in questo caso, ho sentito chiaramente il loro desiderio di starmi vicino e il loro dispiacere nel fatto che stessi andando a vivere in un altro Paese. Ma credo che sia più preoccupazione nel vedere una figlia che nella vita ha fatto scelte non troppo lineari ed ordinarie! Comunque, anche se non sempre la comunicazione è facile, non mi ostacolano e sono sempre presenti, cose che apprezzo moltissimo.

Avresti potuto fare le stesse cose rimanendo in Italia?

Forse si, forse no. Di certo qui tutto quello che si affronta è facilitato da un’organizzazione impareggiabile. Inoltre questo è il paese delle possibilità: se qualcosa la vuoi fare davvero puoi provare anche a creartela e, a prescindere dal risultato finale, sicuramente ci sarà qualcuno che ti ascolterà e ti sosterrà nel percorso. In Italia sotto quest’aspetto siamo abbastanza indietro e lo dico a malincuore. Al di là di questo però, credo sia una questione molto personale. Io sono qui perché volevo provare ad inseguire un sogno, perché volevo fare un’esperienza di vita all’estero e perché sono fondamentalmente una viaggiatrice compulsiva. Sarei partita comunque, presto o tardi.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci anche quest’esperienza.

Questa storia rientra nel capitolo: “Le opportunità generate dall’azione”! Cominciamo col dire che io sono una persona che ha fatto molte, forse troppe cose nella sua vita, ma le mie vere passioni sono la musica e la scrittura. Ho sempre scritto e, sin dai tempi del liceo, assillavo le mie compagne di classe con lettere chilometriche e vagamente filosofiche e di nascosto scrivevo poesie durante le lezioni di scienze e matematica! Purtroppo, tranne in sporadici casi in cui ho scritto per qualche testata locale, non ho dato seguito pratico a questa urgenza creativa, rilegandola piuttosto ad una sfera privata e personale. Da quando mi sono proiettata verso Londra però, ho preso coraggio e mi sono proposta come blogger e copywriter, facendo un po’ di esperienze, e ad un certo punto mi si è parato davanti il sito di DCEE. Ci ho curiosato qualche tempo, leggendo le storie delle fantastiche donne che ci scrivono, poi mi sono detta: “Ma perché non provarci?” e così ho scritto a Katia (fondatrice del progetto) dicendole che ero una nuova expat a Londra, legata al mondo della musica. L’ha presa abbastanza bene a quanto pare! 🙂

Pensi di tornare a vivere in Italia? Che emozioni provi nei confronti del nostro Paese?

Non lo so sinceramente. Non lo escludo come non escludo la possibilità di trasferirmi anche in un altro Paese. Il mio sogno sarebbe quello di girare il modo e vivere in diversi luoghi per poter conoscere più culture e modi di vivere possibili. Forse in futuro mi vedo nuovamente a Napoli. Ho un rapporto di odio e amore con questa città, come molti miei concittadini, ma oggi non posso negare il legame viscerale che ci unisce. Ci ho messo davvero un’eternità ad accettarlo e adesso è una parte essenziale della mia persona. Nei confronti dell’Italia provo una grande malinconia. È un Paese meraviglioso e dall’immensa ricchezza storica e artistica. Secondo me su certi fronti è anche estremamente all’avanguardia ed è fucina di idee creative ed uniche. In Italia nascono alcune delle migliori menti artistiche, scientifiche ed imprenditoriali ma tutto si perde in un fumo denso di lassismo, inedia e noncuranza. Manca di organizzazione e di quel tot di regole che servirebbero per renderlo il paese perfetto. Fortuna che ci sono italiani, alcuni li conosco personalmente, che nel limite delle loro possibilità lottano per cambiare le cose. Credo che senza una sovrastruttura adeguata serva comunque a ben poco ma lo spirito è quello giusto. Forse, in qualche modo, il mio desiderio nascosto è quello di fare la mia parte da fuori e magari tornare un giorno a portare lì quello che ho imparato stando all’estero. Non sono certo la sola a pensarla così ma la realtà dei fatti è che intanto la vita va avanti e non si possono fare progetti troppo distanti nel tempo.

Cosa consiglieresti a tutte le persone che vorrebbero partire ma non hanno i mezzi per farlo?

1Credo che se una persona lo desideri davvero, deve farlo a tutti i costi. Tuttavia, io non posso dare consigli in merito a questa situazione perché la mia è stata una scelta ragionata ed organizzata. Se dovessi dare un parere personale sarebbe quello di risparmiare un po’ prima di partire. Londra non è una città facile e non aspetta nessuno, ma se ci si arma di pazienza e buona volontà è una città che dà occasioni e possibilità e sicuramente dà lavoro a chi lo cerca. Consiglio inoltre a tutti di integrarsi subito, una volta arrivati qui, e di risolvere tutte le questioni burocratiche e legali dal giorno uno (NIN, iscrizione all’Aire, conto in banca ecc.), senza cadere nella trappola dell’arrangiarsi. Fare le cose secondo criterio significa ricevere una valanga di servizi di rimando, dall’assistenza sanitaria gratuita, al job placement, ai servizi della comunità. Tenete sempre presente che Londra è una città cara per quanto riguarda alloggi e trasporti, ma tutto il resto è abbordabile e si trova qualunque cosa per qualunque tasca. Bisogna soltanto avere un po’ di coraggio e tanta tenacia senza perdersi mai d’animo!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

In realtà credo di essermi dilungata fin troppo: ho la chiacchiera facile anche per iscritto! Ti ringrazio per quest’intervista e per avermi dato l’opportunità di raccontare la mia esperienza. Non sono una veterana dell’espatrio ma è certamente una situazione che ho dovuto analizzare, organizzare e preparare. Adesso sono qui e mi farà piacere condividere le mie impressioni e le mie vicissitudini con chi vorrà saperne di più. Seguiteci su “Donne che Emigrano all’Estero” se vi interessano le storie di donne che sono espatriate e volete conoscerne i dettagli. Potrete così leggere, oltre che della mia, anche di esperienze diverse in vari ambiti e Paesi. A presto!

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