Nel mezzo del cammin di nostro espatrio… #Barbara #Provenza

Oggi ho l’immenso piacere di proporvi l’intervista di Barbara, una blogger simpaticissima ed expat navigata. Buona lettura!!! Roberta

Ciao Barbara! Grazie per aver trovato il tempo (e la voglia) di concedere quest’intervista. Nel tuo blog ti definisci traduttrice, scrittrice e mamma. Raccontaci un po’ di te.

12442873_1570957303230440_10866854_nCiao Roberta, grazie a te innanzitutto, è un piacere farmi intervistare da una blogger simpatica e alla mano come te! Come tantissime altre donne – la maggior parte, direi – cerco di far coesistere più ruoli e attività sotto lo stesso tetto (pardon, testa). Non so se ci riesco, di sicuro ci provo nonostante i risultati siano a volte sul confuso-surreale. Un esempio: l’altro giorno ho scritto una e-mail alla scuola dei miei figli in cui mi sono firmata Barbara Impat (pseudonimo da blogger/scrittrice) e la segretaria, scambiandomi per un’altra, mi ha chiesto se volessi informazioni per le iscrizioni del prossimo anno. Per la cronaca: i miei figli sono iscritti nello stesso istituto dai tempi dell’asilo. Non ho avuto il coraggio di rispondere che ero l’altra Barbara, quella mamma (e traduttrice). Insomma, i ruoli si intrecciano e a volte formano nodi difficili da districare – soprattutto quando si è un po’ con la testa tra le nuvole come me.

Attualmente vivi in Provenza, ma hai girato tanto prima di giungere a questa destinazione. Cosa ti ha fatto decidere di lasciare l’Italia e quali sono i luoghi in cui hai vissuto?

Sì, prima di approdare in Provenza – nel 2004 – ho lavorato in Inghilterra (1998), poi di nuovo in Francia (Tolosa 1999), quindi sono rientrata in Italia (Torino 2000) per poi ripartire di nuovo in Germania (Monaco 2001). La Provenza ci è caduta in testa come una mela matura da un albero: in modo inaspettato e (pericolosamente) definitivo 12 anni fa.

Cosa mi ha spinto a lasciare l’Italia? Innanzitutto la voglia di scoprire il mondo e fare esperienze lavorative all’estero – io faccio parte della generazione fortunata che sarebbe potuta restare e farsi una “posizione” nello Stivale -, unita alla totale mancanza di consapevolezza di quel che stavo facendo: ergo, un viaggio di sola andata. A 20 anni guardi al futuro in modo fluido e ottimista, a 40 inizi a renderti conto che il treno per il ritorno potrebbe esserti sfuggito sotto il naso, proprio mentre eri preso a viaggiare… nella direzione opposta.

Molti giovani (e meno giovani) hanno la valigia pronta e molti sogni nel cuore. Cosa consiglieresti loro?

Consiglierei senz’altro di partire, ma senza disprezzare ciò che lasciano. Lo so che è12787046_1570957323230438_664094346_o difficile, quando si è giovani e italiani si tende a idealizzare molto l’estero e denigrare l’Italia – ce lo insegnano sin da bambini, l’autodenigrazione fa parte della nostra cultura – dando per scontato che “tanto è sempre meglio altrove”. In realtà,  chi vive all’estero da qualche anno fa una duplice scoperta: il nuovo Paese (meglio per alcuni aspetti, peggio per altri) e l’Italia (la patria che si fa amare intensamente e struggentemente… a distanza).

Poi consiglierei una cosa cui noi expat non pensiamo, tutti slanciati verso il futuro e l’entusiasmo dei primi passi da expat: rimanere con un piede in Italia. Ma che dico piede, basta anche un alluce! Cosa intendo? Beh, innanzitutto mantenere i legami di amicizia, buttare uno sguardo una tantum al mercato del lavoro, magari – l’ideale – cercando già all’estero una professione che consenta di restare “connessi” con i Belpaese. Ho una mia teoria sugli expat di oggi, e prima o poi ci scriverò un post. Oh mamma cosa ho detto: adesso non ci dormirai la notte, dì la verità (hihihi).

Quali sono secondo te le caratteristiche che assolutamente si devono possedere affinché un espatrio non diventi un fallimento?

Le caratteristiche essenziali per trasformare l’espatrio in un’esperienza riuscita sono secondo me 3:

1) conoscenza della lingua – almeno avere della basi, mi sembra il minimo anche se alcuni dissentiranno. In alternativa, si può arrivare con un gruzzoletto da parte e iscriversi (di corsa) a un corso di lingua. Aggiungo che, per un espatrio riuscito, ciò che fa la differenza è la padronanza della lingua orale E scritta. Ne sono convinta, anche se suona… pedante.

2) crearsi un network prima di partire – basta anche un “amico dell’amico dell’amico”: io quando arrivai a Londra nel lontanissimo 1998 non conoscevo nessuno a parte la cugina di una conoscente. Ebbene, questa persona mi aiutò tantissimo. Insomma: bisogna vincere la timidezza e organizzarsi già prima di fare il salto. Oggi, poi, è tutto molto più facile grazie a Internet; quando emigrai io persino i telefoni cellulari erano una rarità…

3) non aspettarsi tutto e subito – alcuni giovani emigrano e tornano delusi dopo solo 3 mesi. Tre mesi non sono niente: bisogna insistere, perseverare, studiare il mercato del lavoro, sperimentare, osservare. E anche avere un pizzico di fortuna, che non guasta mai.

Curi con passione e una buona dose di ironia il tuo blog “Via da Qui”, come è nata l’idea?

Il blog è nato in periodo di crisi mistico-identitaria. Non che mi siano apparse immagini sacre in pieno giorno, ma poco ci è mancato. Insomma:  nel 2011 ero nel “mezzo del cammin di nostro espatrio” oltre che pronta a levare le tende, ma nella direzione opposta. Per fortuna mio marito – molto pragmatico, nonché tedesco – mi ha bloccato con uno dei suoi soliti schemi all’americana “pros & cons”. Manco a dirlo: la casella dei “cons” esplodeva, mentre quella dei “pro”… beh, ti lascio immaginare.

Il blog è stato una terapia anti-rimpatrio isterico, ecco come lo definirei. La prova che l’(auto) ironia può curare molti mali, anche se la nostalgia resta lì, al suo posto. Ma l’ho messa a cuccia. Sono una inguaribile idealista e l’idea di tornare non mi abbandona, anzi – si affina pericolosamente alimentando progetti tra il creativo e l’improvvisato (mentre mio marito continua a preparare schemi, giusto a titolo preventivo).

Ho letto con molto piacere il tuo libro “Via da Qui”, raccontaci tu di cosa tratta.

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È una raccolta di racconti brevissimi (4 pagine in media), tutti diversi ma simili perché incentrati sul desiderio di andarsene – all’estero, in Italia, in un’altra città, altrove insomma. Il tono che ho voluto usare è ironico (una lettrice li ha definiti in modo azzeccato sketch comedies); ciò non toglie che alcune storie sono drammatiche, ma sempre con quel pizzico di (auto)derisione che – spero – non mi abbandona mai. O quasi. Certo, quando si affrontano tematiche serie come il tempo di cottura della pasta non c’è ironia che tenga!

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Molto. E sia in meglio che in peggio. Ecco, vorrei infrangere questo tabù dell’estero “che ti migliora sempre”. Perlomeno, per me non è stato così. L’estero mi ha reso sì più metodica, precisa e affidabile – persino le mie migliori amiche dai tempi del liceo hanno notato che non arrivo più con i soliti 13 minuti di ritardo agli appuntamenti! – oltre ad avermi arricchito intellettualmente – come tutti, sono migliorata nelle lingue e nella conoscenza delle altre culture, il che è scontato -; ma mi ha reso anche più intransigente, inflessibile, sola e solitaria. Già: sola e solitaria. Perché emigrando si passa molto tempo in solitudine – non tanto fisica quanto esistenziale -, senza nessuno che possa capirci al volo, qualcuno con cui scherzare e fare battute se non nelle varie occasioni di ritrovo tra italiani. E si finisce per prenderci gusto. Anzi, direi che ci si adatta.

12752239_1570957389897098_833484866_oC’è da dire, però, che appena torno in Italia tolgo la corazza e ridivento la Barbara caciarona e spontanea di sempre. Ecco, la corazza. Noi expat ci fabbrichiamo una corazzina su misura, in modo del tutto inconscio naturalmente, per mimetizzarci meglio e reprimere quel tanto di italianità che “stona” con la cultura del Paese d’adozione. Del resto, non posso mica salutare un amico francese o tedesco con un pizzicotto strizzaguancia come faccio con gli amici di vecchia data, eh! Ecco, volendo raffigurare questa seconda pelle d’expat direi che si diventa un po’ come il Dottor Spock – professionisti nel dominare le emozioni, fino a entrare pericolosamente nella parte e…

Che sentimenti provi nei confronti dell’Italia?

Bellissima domanda. Urca, difficile però! Sicuramente più compassione che rabbia. Ma il motivo è uno solo: io me ne sono andata per scelta (senza sapere che non sarei tornata, beata gioventù!) mentre chi emigra oggi – spesso con rabbia – è quasi costretto a farlo, soprattutto i giovani. Compassione per un Paese sempre più vecchio, politicamente sempre uguale a se stesso e con un divario tra Nord e Sud che rischia di diventare incolmabile.

Ma – bando al nichilismo! – provo anche fiducia. Sì, sento che l’Italia rinascerà. E potrà farlo anche… lontano dall’Italia. L’Italia, con tutti i suoi emigranti qualificati e consapevoli potrebbe rinascere altrove come cultura, stile di vita – diffusione, insomma, dei valori legati all’inimitabile lifestyle nostrano. Questo potrebbe avvenire ovunque si trovino italiani integrati sì, ma ancora profondamente legati alle proprie origini (lingua, moda, gastronomia, arte, ecc.) e, soprattutto, connessi.

Internet e intelligenza: questi due ingredienti potrebbero essere la chiave di una rinascita italiana. Pensa pure che sto delirando, ma negli ultimi anni mi sto convincendo sempre più che è possibile. Basta fare un giro nei vari gruppi di italiani all’estero su Facebook – comunità che passano in pochi clic dal virtuale al reale, creando occasioni di scambio, incontro, idee e creatività. Con una immediatezza unicamente, squisitamente italica.

Cosa hai in programma per il tuo futuro?

Un romanzo che sto scrivendo da molti mesi, altri corsi di formazione come prevede12751989_1570957383230432_291328167_o il mio lavoro ufficiale (traduttore) e, forse, un progetto legato a internet ma ancora in fase “elucubrativa”. Tutte cose molto in progress, ma che mi danno la forza di vivere questa vita da expat, senz’altro più stabile economicamente rispetto a quella che avrei (avuto) in Italia, ma anche difficile perché ogni mia molecola ha sete di Italia, italianità e italiano. E io devo zittirle in qualche modo, queste molecole ribelli.

Ti ringrazio ancora e…c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Vorrei augurare in bocca al lupo a tutti gli italiani che vivono all’estero, a quelli che stanno tornando in Italia e a tutti coloro che, come te, stanno per iniziare una nuova avventura oltreconfine…

Un abbraccio dalla Provenza e grazie ancora per l’intervista!

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Taglio il cordone ombelicale con l’Italia!


La presunzione di onniscienza sorta con internet ha generato l’errata e arrogante convinzione secondo cui lo sforzo fisico del viaggio è diventato superfluo.
(Paul Theroux)


Questo è il nostro secondo espatrio. La prima volta la nostra avventura estera è durata due anni. Non sapevamo cosa avremmo trovato, forse non eravamo emotivamente pronti ad affrontare nella maniera giusta così tanti cambiamenti. Nonostante fossimo lontani, abbiamo sempre tenuto mentalmente un piede in Germania e un piede in Italia.

Non potevamo fare a meno di seguire con esagerato trasporto la politica italiana, eravamo sempre impegnati a coltivare l’illusoria speranza che le cose prima o poi sarebbero cambiate nel nostro “Bel Paese”. Il desiderio di “integrarci” in terra teutonica veniva quotidianamente sopraffatto dalla sensazione di “appartenere” all’Italia, da una melodia mediterranea che faceva da sottofondo ad ogni singola giornata. Nonostante gli sforzi eravamo indissolubilmente legati (troppo) a un Paese e ai ricordi che in esso avevamo accumulato negli anni.

keep-calm-and-ciao-ciao-29Questa volta sarà diverso, ora che abbiamo pagato a caro prezzo la dedizione e la passione che ci legavano alla nostra terra di origine. Il nostro non sarà solamente un espatrio, sarà il taglio (netto) del nostro cordone ombelicale con l’Italia. Il nostro obiettivo è quello di immergerci completamente nel Paese che ci ospiterà. Non permetteremo a nostalgie, ricordi, emozioni fugaci di ledere in alcun modo la nostra nuova avventura.

Vienna è una città che ha molto da offrire, noi vogliamo essere come un foglio bianco sul quale tutto è ancora da scrivere. La scoperta di quella nuova realtà sarà per noi lo stimolo che ci permetterà di superare tutte le difficoltà, perché siamo consapevoli del fatto che ci saranno.

Quindi spero vivamente di riuscire a trasmettervi tutta la gioia che una scoperta quotidiana è in grado di regalare. Pensare che a breve sarò oltre confine, mi fa stare meglio, vedo anche io la luce in fondo al tunnel. Un grande in bocca al lupo a chi rimane, a tutti gli amici che continuano a lottare affinché qualcosa cambi. Mi auguro per loro che accada, per quanto mi riguarda credo di non avere il tempo né la voglia di aspettare che il miracolo avvenga! E a tutti quelli che dicono che “scappare” è la via più facile dico…beh…provateci voi! 😉


Non c’è niente come tornare in un luogo che non è cambiato, per rendersi conto di quanto sei cambiato.
(Nelson Mandela)


Immagine presa da internet
Immagine presa da internet

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Ognuno di noi ha diritto a trovare il proprio posto nel mondo #Claudia #Lisbona

Questa intervista è per me particolarmente significativa, perché traccia una linea tra il passato e il futuro. Molte cose sono state fatte, molte altre sono cambiate, tantissime devono ancora succedere. Ringrazio Claudia per aver voluto condividere con noi la sua storia, senza saccenza e con l’umiltà che si deve sempre mantenere. Invito chiunque ne abbia voglia a raccontarci la propria avventura da expat scrivendo a:

[email protected]

Buona lettura. Roberta

Boca do Inferno
Boca do Inferno

Ciao Claudia e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta, grazie a te per questa intervista.

Ho 32 anni, sono nata e cresciuta a Reggio Calabria, dove sono rimasta fino al 2005, anno in cui ho completato il corso di laurea triennale per traduttori e interpreti dell’Università di Messina. Dicevo sempre che da grande avrei voluto fare l’hostess o l’interprete, perché i viaggi e la mediazione linguistica erano e sono tuttora la mia passione. Alla fine non sono diventata né hostess né interprete, ma sono riuscita a trovare la mia strada, quella giusta.

Qual è il percorso che ti ha portata dal sud Italia a Roma per poi approdare a Lisbona?

Ho sempre avuto fin da piccola un forte desiderio di scoprire cosa c’era oltre i confini dell’Italia. Il primo viaggio all’estero da sola l’ho fatto a 15 anni, quando i miei genitori mi hanno dato la possibilità di fare la classica vacanza studio in Inghilterra. Già allora mi sentivo a mio agio ed ero curiosa di vivere la quotidianità in un Paese diverso dal mio. Questa sensazione è stata ancora più forte quando, all’età di 21 anni sono partita in Erasmus e ho vissuto alcuni mesi in una piccola cittadina tedesca. Ritrovarsi alle prese con le utenze domestiche, l’affitto, la spesa in un Paese dove tutto funziona diversamente e per giunta in una lingua non propriamente facile… beh è stata una bella sfida che mi ha fortificato e preparato ad affrontare la vita fuori casa senza problemi.

Tornata dalla Germania, una volta concluso il corso triennale, mi sono trasferita a Roma per il corso di laurea specialistica e, una volta concluso anche questo, ho iniziato a lavorare. Mi ci sono voluti 9 anni (tra studio e lavoro) per capire che la vita romana non faceva per me, troppo traffico, troppe distanze, troppa gente, troppe attese per fare qualsiasi cosa. Roma è meravigliosa, ma c’erano troppe cose che non mi andavano bene e allora, anziché continuare a lamentarmi come fanno in tanti, ho deciso che era arrivato il momento di cambiare aria!
Perché Lisbona? Inutile dire che il fatto di avere il marito portoghese ha inciso parecchio sulla scelta, ma devo anche riconoscere che, insieme, eravamo pronti ad approdare anche ad altre città europee. Chiaramente la prima occasione di lavoro, per lui, è arrivata dal Portogallo, e allora abbiamo ponderato bene tutto e poi abbiamo deciso di trasferirci. Abbiamo colto l’attimo, anche se in questo caso l’attimo è arrivato in un momento un po’ particolare visto che ero incinta di 5 mesi, ma si sa, le decisioni importanti sono sempre complicate e le novità non vengono mai da sole…

Di cosa ti occupi?

DSCN4374Da un mese ho iniziato a lavorare come traduttrice da tedesco, inglese e spagnolo verso l’italiano. A solo un anno dal mio trasferimento qui e 8 mesi dopo essere diventata mamma, il lavoro ha trovato me! Eh si, è proprio vero che le cose capitano quando meno te lo aspetti, ed in questo caso io tutto mi aspettavo tranne che trovare il lavoro che ho sempre cercato e alle condizioni ideali! Non mi ero ancora messa alla ricerca di un lavoro, ma un’amica portoghese mi ha fatto sapere che stavano cercando un traduttore di madrelingua italiana. Quando sono andata a vedere l’annuncio è stato incredibile, sembrava fatto apposta per me! Sono andata a fare il colloquio con sentimenti contrastanti: da un lato l’entusiasmo di fare il primo colloquio all’estero, per una posizione che mi interessava tantissimo, dall’altro la preoccupazione e il pensiero di dover lasciare la mia piccolina, se avessi ottenuto il posto. Sapevo che probabilmente ero l’unica candidata appetibile visto che, a differenza di altri, mi trovavo già stabile a Lisbona, e allora ho tentato la via della contrattazione: ho chiesto, ed eccezionalmente ottenuto, la possibilità di lavorare part time, per poter dedicare alla mia piccolina il tempo che merita.

Sembra incredibile ma durante il colloquio i referenti delle risorse umane, e poi anche quella che adesso è la mia supervisor, mi hanno chiesto di mia figlia, due o tre domande veramente interessate che mi hanno fatto capire che essere una lavoratrice neomamma qui non è affatto un problema, ma una cosa del tutto normale e ben accetta.

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?

Sinceramente non ricordo di aver dovuto affrontare grandi ostacoli al mio arrivo qui. Sarà che il mio pancione mi ha agevolato nel disbrigo delle pratiche burocratiche nei vari uffici, sarà che gli impiegati qui, quando si trovano dietro a uno sportello, si danno da fare e lo fanno volentieri (o almeno ne danno l’impressione), fatto sta che in poco tempo ho fatto le prime cose come richiedere il codice fiscale, aprire il conto in banca, iscrivermi al centro di salute e trovare un medico di fiducia che seguisse la mia gravidanza. Forse sono stata fortunata, ma è andato tutto bene e non ho riscontrato mai nessun disservizio.

L’unica vera difficoltà è stata a livello emotivo. Per quanto fossi convinta che quella vita mi stava esaurendo, non è stato facile affrontare il trasferimento, non tanto per il fatto che lasciavo l’Italia, ma perché la mia decisione ha inevitabilmente scosso la mia famiglia. Per settimane, forse mesi, mi sono sentita in colpa per aver dato un dispiacere ai miei, pur nella consapevolezza che secondo me quella era la strada giusta da percorrere in quel momento. Adesso comunque va molto meglio, siamo tutti più sereni e paradossalmente sento e vedo (tramite Skype) la mia famiglia molto più adesso di quanto non avessimo mai fatto prima.

Ripensandoci bene, all’inizio sentivo un po’ di solitudine perché non avevo granché da fare e non conoscevo nessuno. Però devo dire che non mi è dispiaciuto avere del tempo solo per me e poi è normale non avere grandi occasioni di socializzazione se non si lavora o studia. E infatti la situazione è migliorata quando ho iniziato a frequentare la palestra e, soprattutto, quando ho iniziato a lavorare.

La crisi ha colpito anche il Portogallo (forse per certi aspetti di più rispetto all’Italia), perché hai preferito rimanere lì e in che misura la vita è meno complicata rispetto al nostro Paese?

Il Portogallo è stato colpito in pieno dall’ondata di crisi economica, nel 2011 eraDSCN4849 vicino alla bancarotta ed è rientrato nel piano di aiuti triennale stabilito dalla comunità europea. Contro ogni aspettativa è uscito a testa alta da questo piano di aiuti, riuscendo ad innestare un lento processo di ripresa, grazie anche ad alcune manovre determinanti da parte del governo. Senza entrare nello specifico di una tematica piuttosto complessa, guardando la realtà con gli occhi di un semplice cittadino, sto notando che in questo Paese, a differenza dell’Italia, c’è una realtà dinamica e positiva nel mercato del lavoro. Soprattutto se sei un minimo qualificato, le imprese ti cercano e ti contattano tramite Linkedin con una frequenza incredibile. I contratti offerti sono regolari, non esistono tutte quelle varianti che si sono inventati nel nostro Paese per “fregare” al meglio i dipendenti. Inoltre qui il contratto comprende sempre l’assicurazione sanitaria che copre tutte le spese mediche, permettendo a tutti di avere accesso a studi medici e cliniche private, rendendo di conseguenza molto più veloci ed efficienti i servizi sanitari offerti dalle strutture pubbliche.

Essendo un Paese piccolo probabilmente è molto più facile apportare innovazione e informatizzazione nei diversi settori del servizio pubblico. Tante cose già funzionano bene online, ma in generale ho l’impressione che qui sia tutto molto più rapido, anche quando ti presenti a uno sportello pubblico, che sia la banca, la posta, o il centro prelievi dell’ospedale, non ho mai dovuto attendere il mio turno per più di dieci minuti, nel peggiore dei casi.

Si sono inventati un sistema fiscale chiaro, semplice ed efficace per cui tutti sono incentivati a richiedere la fattura ad ogni acquisto contribuendo a ridurre drasticamente l’evasione fiscale (avendo le fatture registrate, oltre alla possibilità di detrazioni fiscali c’è in gioco l’estrazione di un’automobile a fine anno!)

Sicuramente c’è ancora molto da fare anche qui per superare gli strascichi della crisi, gli stipendi restano bassi rispetto alla media europea, ma tutto sommato il costo della vita è contenuto, la qualità piuttosto alta e, a mio avviso, i  servizi sono ottimi. A differenza che in Italia, qui mi capita spesso di sentire commenti positivi sull’efficienza e l’accessibilità dei servizi per i cittadini.

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Pensi di tornare a vivere in Italia? Che emozioni provi nei confronti del nostro Paese?

Non escludo di spostarmi in futuro, o di tornare in Italia, ma per il momento mi godo questa serenità che mi mancava e che ho ritrovato qui a Lisbona.

Sarò banale, ma dell’Italia mi manca il cibo. In Portogallo si mangia benissimo, ma la varietà che abbiamo noi non esiste qui. Ogni tanto andiamo al ristorante italiano (uno di quelli veri e non fasulli!) per ritrovare i prodotti tipici, ma si finisce per spendere sempre troppo. Mi manca avere la possibilità di ordinare una pizza a domicilio che sia buona, economica e con prodotti “normali” (possibile che nel menù quasi tutte le pizze abbiano la carne sopra?!).
Un’altra cosa che mi manca dell’Italia è la tv di cui tanti si lamentano. Stando qui ho dato valore a tutti quei programmi di attualità e approfondimento, ma anche di intrattenimento che qui mancano, nonostante i mille canali e la tv a pagamento. Stesso discorso vale per il cinema, mi manca molto andare al cinema e vedere un bel film italiano, qui i film sono quasi tutti di importazione.

Tornerei volentieri in Italia se le cose iniziassero a funzionare meglio, se il mondo del lavoro desse valore ai giovani senza sfruttarli e se, di conseguenza, la gente avesse un atteggiamento più positivo verso il mondo del lavoro, e la vita in generale. Ora come ora, mi sembra di sentire solo tante lamentele e nessuno sembra essere mai soddisfatto.

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

DSCN4859Vorrei solo precisare che non vorrei far passare il messaggio che, per essere felici, bisogna andare all’estero. Assolutamente no. Credo che ognuno di noi abbia necessità differenti e non bisogna accontentarsi o, peggio ancora, rassegnarsi. Ognuno di noi ha diritto a trovare il proprio posto nel mondo, che sia questo in un paesino di montagna o in una grande metropoli, in Italia o all’estero, per un periodo o per sempre. Abbiamo la fortuna di poter scegliere e poterci spostare con una facilità che fino a qualche anno fa non esisteva. Quindi se la vita non vi soddisfa, datevi da fare per migliorarla!

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Ripartire da zero in un posto dove non sei nessuno #MaryJane #Londra

Oggi la collaborazione con il sito web “Donne che Emigrano all’Estero” ci porta a Londra con Mary Jane. Vorrei approfittarne per ringraziare lei e tutte le donne che decidono di mettersi in gioco, facendosi intervistare. Non è da tutti raccontare pubblicamente dettagli privati della propria vita, io ammiro davvero tanto chi riesce a farlo. Buona lettura. Roberta

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Ciao Mary Jane! Grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta e grazie a voi per questa intervista!

Io nasco partenopea ma da subito, neanche compiuti 3 anni, sono stata  catapultata in una realtà multinazionale. Ho infatti avuto la fortuna di frequentare una scuola americana che è stata per me un’esperienza fondamentale. Sono stata a contatto con persone che venivano da diverse parti del mondo e che si portavano dietro la bellezza della loro cultura e la ricchezza della differenza. Mi ha insegnato tanto quel periodo e penso che il connubio tra le mie radici mediterranee e l’internazionalità dei miei primi anni scolastici abbiano significato molto per me, nel bene e nel male. In seguito ho frequentato un liceo linguistico e poi mi sono avviata agli studi universitari. Dopo qualche anno mi sono trasferita a Roma e lì mi sono laureata in legge ma già da tempo in me c’era un’irrequietezza rispetto alle scelte della vita. Da piccola, infatti, sono sempre stata legata alla musica. In famiglia ci sono diversi musicisti amatoriali, primo fra tutti mio padre che suona la chitarra e con cui mi divertivo e tutt’ora mi diverto a cantare. Per molti anni ho studiato pianoforte classico ma ho interrotto spesso gli studi per motivi ogni volta diversi. Poi mi sono accorta che la mia vera passione era il canto e lì è cambiato tutto. Ho cominciato a prendere lezioni verso i 20 anni e poi mi sono iscritta ad un’accademia di musica a Roma, ed è in questa città che la mia passione ha pian piano preso una nuova direzione ed è diventata una professione.

Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata a Londra?

unnamedCome ti dicevo prima, credo che l’ambiente multiculturale in cui ho vissuto da ragazzina abbia modellato molto il mio carattere ed il mio approccio alla vita, sia in positivo sia in negativo. Ti dico questo perché da sempre quell’apertura mentale mi ha fatto sognare in grande e mi ha spinto verso i viaggi e la conoscenza, ma mi ha anche fatto sentire fuori posto. Ho sempre avuto la sensazione di non avere delle vere radici, di mancare di un’identità di appartenenza precisa perché tutto intorno a me cambiava di continuo. Ci ho messo tantissimo tempo a riconciliarmi con la mia terra e con me stessa. Partire era essenziale per capire dove appartenessi nel mondo. L’occasione di espatriare ha tardato a presentarsi ma poi, quando finalmente è arrivata, l’ho colta al volo. Così ho unito la mia esigenza di muovermi e di sperimentare un mondo nuovo con la mia attività di cantante. Sono qui perché voglio vedere quanto riuscirò a rendere grande questa mia passione e per farlo devo imparare quanto più possibile. Londra ti offre l’occasione di vedere la musica sotto un’altra luce, di capirla fino in fondo. Qui c’è il meglio del meglio come negli States e se ti ci metti di buona lena e con tenacia questo è un posto che ti può dare tanto. Di musicisti ce ne sono a frotte ma nessuno pensa che tu sia un perditempo se vuoi vivere di musica. Certo, facile non lo è e non lo sarà mai, ma questo forse è il bello della vita! Devi mettere tutto l’impegno che puoi e fallire un milione di volte per vedere dove arriverai e una volta arrivato devi ripartire, non ci si può fermare mai!

Descrivi le emozioni che hai provato il giorno della partenza.

Devo essere sincera: di emozioni ne ho provate tantissime e ne provo tutt’ora diverse. Non dimentichiamoci che sono un’espatriata novella! Il giorno della partenza tuttavia credo di non aver realizzato cosa stesse accadendo. Un po’ perché la mia famiglia è a Napoli ed io vivevo già  Roma da 7 anni, quindi il distacco è stato graduale. Comunque quel giorno se c’è una cosa che ho sentito chiaramente, questa è stata la sensazione che da quel momento sulle mie spalle cadeva una responsabilità enorme. Ero già psicologicamente e mentalmente preparata alle difficoltà che comporta trasferirsi in un paese nuovo e ricominciare tutto da zero (o quasi!), ma essere sull’aereo mi ha dato la chiara percezione che stava realmente accadendo. Era una cosa che desideravo da anni e anni e quando è arrivata la testa mi si è inondata di dubbi! Ce la farò? Non ce la farò? E se poi voglio tornare indietro?! Insomma, sono una che si pone un sacco di domande ma alla fine va e ci prova. Credo che solo provandoci si possano ottenere delle risposte

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?2

Per prima cosa, la burocrazia e le difficoltà pratiche legate al trasferimento. Questa città ha un sistema di organizzazione molto preciso ma per entrarci devi rispondere a diversi requisiti. Per aprire un conto in banca ti serve un domicilio fisso e una prova che tu abiti in quel posto, per avere una  casa ti serve un conto in banca o una busta paga, per trovare lavoro devi almeno avere un tetto sulla testa e via così. È un cane che si morde la coda e quando sei un freelance è un caos! In secondo luogo, trovare una sistemazione adatta: io mi sono trasferita qui con il mio compagno ed entrambi abbiamo dovuto far conciliare le nostre esigenze di vita con le difficoltà iniziali che ti si pongono davanti in nuova una città appena ci metti piede. Cercavamo un’abitazione indipendente dal momento che entrambi lavoriamo con la musica e molte opzioni di condivisione per noi erano impensabili. Però, allo stesso tempo i costi di una casa qui sono proibitivi e inizialmente devi adattarti. Insomma, alla fine siamo passati da un Airbnb, a uno studio flat ad un appartamentino trovato grazie ad un’amica. Infine, una difficoltà iniziale è sicuramente dover ripartire da zero in un posto dove non sei nessuno. Devi ricostruire tutto: amici, conoscenze, la tua vita professionale e personale. Per poter fare quello che vuoi devi prima inserirti in un contesto nuovo che ti chiede di metterti alla prova e di dimostrare di potercela fare. Non è una passeggiata.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

Io ed il mio compagno abbiamo messo da parte dei soldi per arrivare qui e non dover essere subito travolti da tedi economici mentre ci organizzavamo. Il nostro campo è un po’ particolare e, nonostante io lavori anche come scrittrice e traduttrice freelance, volevamo stare tranquilli per i primi mesi e disbrigare tutte le formalità burocratiche del caso che spesso molti immigrati lasciano irrisolte a lungo o addirittura a tempo indefinito. Purtroppo il cambio con il pound ci ha sconvolto i piani perché ci siamo mossi in un periodo estremamente sfavorevole all’euro. Adesso le cose gradualmente migliorano ma il nostro è un caso particolare. Siamo venuti qui con un’idea precisa e quindi abbiamo dovuto calibrare il tutto alle nostre esigenze. Chi si trasferisce per cercare un lavoro in un qualunque altro campo, può anche venire qui con una disponibilità limitata e trovare da subito una stanza ed un una prima occupazione per avere un’entrata fissa. Io comunque consiglio di arrivare qui con almeno €2.000, per essere sicuri di avere le spalle coperte per i primi periodi di assestamento.

Ho sentito gente raccontare Londra come una città magica, altri invece ne hanno parlato descrivendola come caotica e pericolosa. Tu che impressione hai avuto?

Personalmente credo sia una città dai mille volti! È magica e allo stesso tempo caotica, viva ma comunque spersonalizzante. Londra secondo me è quello che tu vuoi che sia e che riesci a tirarne fuori. Questa città offre di tutto: musica, cultura, eventi di vario genere. Non puoi mai annoiarti! Certo, è anche un posto immenso dove tutto è veloce e si rischia di vivere in una realtà dentro la realtà, isolandosi dal mondo esterno. Il mio lato estroverso e , legato al campo della musica, è attratto fatalmente dalla metropoli ma il mio animo solitario ed intimista ci fa a botte! Per il momento però, credo sia il posto che mi serve per imparare e crescere professionalmente, quindi la vedo come un punto di partenza.

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Hai ricevuto il supporto della tua famiglia riguardo questa scelta?

La mia famiglia è abituata al mio vagare perpetuo oramai! Tuttavia, in questo caso, ho sentito chiaramente il loro desiderio di starmi vicino e il loro dispiacere nel fatto che stessi andando a vivere in un altro Paese. Ma credo che sia più preoccupazione nel vedere una figlia che nella vita ha fatto scelte non troppo lineari ed ordinarie! Comunque, anche se non sempre la comunicazione è facile, non mi ostacolano e sono sempre presenti, cose che apprezzo moltissimo.

Avresti potuto fare le stesse cose rimanendo in Italia?

Forse si, forse no. Di certo qui tutto quello che si affronta è facilitato da un’organizzazione impareggiabile. Inoltre questo è il paese delle possibilità: se qualcosa la vuoi fare davvero puoi provare anche a creartela e, a prescindere dal risultato finale, sicuramente ci sarà qualcuno che ti ascolterà e ti sosterrà nel percorso. In Italia sotto quest’aspetto siamo abbastanza indietro e lo dico a malincuore. Al di là di questo però, credo sia una questione molto personale. Io sono qui perché volevo provare ad inseguire un sogno, perché volevo fare un’esperienza di vita all’estero e perché sono fondamentalmente una viaggiatrice compulsiva. Sarei partita comunque, presto o tardi.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci anche quest’esperienza.

Questa storia rientra nel capitolo: “Le opportunità generate dall’azione”! Cominciamo col dire che io sono una persona che ha fatto molte, forse troppe cose nella sua vita, ma le mie vere passioni sono la musica e la scrittura. Ho sempre scritto e, sin dai tempi del liceo, assillavo le mie compagne di classe con lettere chilometriche e vagamente filosofiche e di nascosto scrivevo poesie durante le lezioni di scienze e matematica! Purtroppo, tranne in sporadici casi in cui ho scritto per qualche testata locale, non ho dato seguito pratico a questa urgenza creativa, rilegandola piuttosto ad una sfera privata e personale. Da quando mi sono proiettata verso Londra però, ho preso coraggio e mi sono proposta come blogger e copywriter, facendo un po’ di esperienze, e ad un certo punto mi si è parato davanti il sito di DCEE. Ci ho curiosato qualche tempo, leggendo le storie delle fantastiche donne che ci scrivono, poi mi sono detta: “Ma perché non provarci?” e così ho scritto a Katia (fondatrice del progetto) dicendole che ero una nuova expat a Londra, legata al mondo della musica. L’ha presa abbastanza bene a quanto pare! 🙂

Pensi di tornare a vivere in Italia? Che emozioni provi nei confronti del nostro Paese?

Non lo so sinceramente. Non lo escludo come non escludo la possibilità di trasferirmi anche in un altro Paese. Il mio sogno sarebbe quello di girare il modo e vivere in diversi luoghi per poter conoscere più culture e modi di vivere possibili. Forse in futuro mi vedo nuovamente a Napoli. Ho un rapporto di odio e amore con questa città, come molti miei concittadini, ma oggi non posso negare il legame viscerale che ci unisce. Ci ho messo davvero un’eternità ad accettarlo e adesso è una parte essenziale della mia persona. Nei confronti dell’Italia provo una grande malinconia. È un Paese meraviglioso e dall’immensa ricchezza storica e artistica. Secondo me su certi fronti è anche estremamente all’avanguardia ed è fucina di idee creative ed uniche. In Italia nascono alcune delle migliori menti artistiche, scientifiche ed imprenditoriali ma tutto si perde in un fumo denso di lassismo, inedia e noncuranza. Manca di organizzazione e di quel tot di regole che servirebbero per renderlo il paese perfetto. Fortuna che ci sono italiani, alcuni li conosco personalmente, che nel limite delle loro possibilità lottano per cambiare le cose. Credo che senza una sovrastruttura adeguata serva comunque a ben poco ma lo spirito è quello giusto. Forse, in qualche modo, il mio desiderio nascosto è quello di fare la mia parte da fuori e magari tornare un giorno a portare lì quello che ho imparato stando all’estero. Non sono certo la sola a pensarla così ma la realtà dei fatti è che intanto la vita va avanti e non si possono fare progetti troppo distanti nel tempo.

Cosa consiglieresti a tutte le persone che vorrebbero partire ma non hanno i mezzi per farlo?

1Credo che se una persona lo desideri davvero, deve farlo a tutti i costi. Tuttavia, io non posso dare consigli in merito a questa situazione perché la mia è stata una scelta ragionata ed organizzata. Se dovessi dare un parere personale sarebbe quello di risparmiare un po’ prima di partire. Londra non è una città facile e non aspetta nessuno, ma se ci si arma di pazienza e buona volontà è una città che dà occasioni e possibilità e sicuramente dà lavoro a chi lo cerca. Consiglio inoltre a tutti di integrarsi subito, una volta arrivati qui, e di risolvere tutte le questioni burocratiche e legali dal giorno uno (NIN, iscrizione all’Aire, conto in banca ecc.), senza cadere nella trappola dell’arrangiarsi. Fare le cose secondo criterio significa ricevere una valanga di servizi di rimando, dall’assistenza sanitaria gratuita, al job placement, ai servizi della comunità. Tenete sempre presente che Londra è una città cara per quanto riguarda alloggi e trasporti, ma tutto il resto è abbordabile e si trova qualunque cosa per qualunque tasca. Bisogna soltanto avere un po’ di coraggio e tanta tenacia senza perdersi mai d’animo!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

In realtà credo di essermi dilungata fin troppo: ho la chiacchiera facile anche per iscritto! Ti ringrazio per quest’intervista e per avermi dato l’opportunità di raccontare la mia esperienza. Non sono una veterana dell’espatrio ma è certamente una situazione che ho dovuto analizzare, organizzare e preparare. Adesso sono qui e mi farà piacere condividere le mie impressioni e le mie vicissitudini con chi vorrà saperne di più. Seguiteci su “Donne che Emigrano all’Estero” se vi interessano le storie di donne che sono espatriate e volete conoscerne i dettagli. Potrete così leggere, oltre che della mia, anche di esperienze diverse in vari ambiti e Paesi. A presto!

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Come superare la nostalgia di casa #expats


La nostalgia è un archivio che rimuove i lati spigolosi dai cari vecchi giorni.
(Doug Larson)


 

Abbandonare la propria zona di comfort, lasciarsi alle spalle affetti, oggetti, profumi e aspettative tradite non è mai una cosa semplice. Contrariamente a quanto alcune persone tendono ad asserire, io credo che il sentimento della nostalgia sia comune a tutti. Nessuno è così anaffettivo da non provare almeno una volta un nodo in gola e un fastidioso soffio al cuore, tranne casi patologici che spostano di poco la media.

L’ultimo film di Checco Zalone “Quo Vado?” rappresenta benissimo, in maniera ironica, le varie fasi che si attraversano durante un espatrio, o comunque quando ci si allontana parecchio dal proprio nido. E allora, come superare questa fase? Come evitare che dei momenti di debolezza compromettano la nostra “missione”?

Immagine presa da internet
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  • Ricordarsi i motivi che ci hanno spinti a partire. Spesso si tende ad avere memoria breve, dimenticando le forti motivazioni che quel giorno ci hanno spinti a fare un biglietto e partire. Tenete bene a mente un concetto. Anche se ora state meglio, anche se la vostra percezione di “casa” è inconsapevolmente distorta, ci sono ottime probabilità che in patria niente sia cambiato, che tutto sia esattamente come lo avete lasciato, forse anche peggio.
  • Assecondate la nostalgia. Non cercate di far finta che quel sentimento non esista, non voltatevi dall’altra parte quando un soffio di malinconia viene a bussare alla vostra porta. Prendetene invece coscienza, riconoscete quel fastidio, dategli un nome, assecondatelo, versate calde lacrime. Mangiate gelati, patatine, cioccolato. Bevete birra, vino o litri di tisane rilassanti. Ascoltate Claudio Baglioni o Venditti mentre fumate una sigaretta dopo l’altra, svegliatevi con il mal di testa la mattina dopo, cedete per un momento alla vostra debolezza, che è assolutamente umana. Fatelo sapendo che è un attimo, che andrà via con la stessa velocità con la quale è arrivato. Con questa consapevolezza saprete anche riconoscere l’illusione, capirete subito che quella nostalgia non è un motivo valido per mollare tutto e tornare indietro.
Immagine presa da internet
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Credo che, la maggior parte delle volte, ad affliggere il nostro animo non sia la reale mancanza di qualcosa o qualcuno, ma la presenza costante dei nostri ricordi. Abbiamo nostalgia di un passato che non esiste più, di rapporti che non esistono più, di circostanze che non esistono più.

L’unico modo per andare davvero avanti è smetterla di guardare indietro!!!

E tu? Sei in grado di gestire la tua nostalgia? Lascia un commento e raccontaci come! 🙂

Roberta


 

Il ricordo è un traditore che ferisce alle spalle.
(Sören Aabye Kierkegaard)


 

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Qui si prende la giusta velocità #Francesca #Senegal

Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia.
(Ernest Hemingway)


Oggi la collaborazione con il sito web “Donne che emigrano all’estero” ci fa volare in Africa, con Francesca. La ringrazio per la sua disponibilità e vi auguro come sempre…buona lettura! Roberta
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Ciao Francesca e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Buongiorno Roberta, innanzi tutto grazie mille per il tuo interesse verso la mia storia. Sono Francesca, nata e cresciuta nella provincia di Bergamo. Ho 27 anni, e sono un’infermiera. Poco dopo la laurea ho risposto a un annuncio di un grosso tour operator francese che cercava infermiere per i suoi villaggi vacanza. Per quattro anni ho viaggiato con loro, prima in Italia poi in Grecia e in fine in Senegal. Unendo l’utile al dilettevole, viaggiavo, conoscevo nuove persone, imparavo le lingue e mi divertivo tutto questo facendo il mio lavoro e imparandolo a fare in contesti non sempre facili, spesso in urgenza con persone straniere lontane da casa che invece di svagarsi in vacanza si erano ammalate o ferite. Quando ho lasciato la Grecia l’ho fatto con le lacrime agli occhi ma sapevo che pochi giorni dopo sarei arrivata in Senegal, ed era dall’inizio dei miei studi che sognavo l’Africa, forse anche da prima.

Prima di espatriare hai provato a realizzarti in Italia?

Dopo la Laurea ho mandato per qualche mese curriculum a destra e sinistra, mi aveva contattato solo una casa di riposo per un contratto da 10 ore a settimana in libera professione, ho iniziato subito a cercare proposte all’estero, purtroppo la professione di infermiera è ancora poco riconosciuta in Italia, molti non sanno neppure che siamo laureati.

Raccontaci come sei arrivata a optare per il Senegal.

IMG_1934Come spiegavo prima, lavorare in Africa era il mio sogno, sapevo che arrivando con l’azienda per la quale lavoravo avrei avuto più possibilità di trovare un aggancio locale a fine contratto, e cosi è stato. Nel frattempo come in ogni bella storia ho conosciuto il mio fidanzato, Victor, un colpo di fulmine nel cielo caldo e afoso del Senegal. Cosa che mi ha dato la spinta finale per fare il grande salto e scegliere di restare. A decisione presa un amico studente ingegnere francese, che stava lavorando al progetto di costruzione di un dispensario, mi ha parlato dell’associazione con la quale collaborava (Casamasanté.org) mi è piaciuta la loro filosofia e il loro progetto. Ho cosi iniziato a collaborare con loro prima a tempo perso e da qualche mese full time. Ci occupiamo di medicina scolastica, per i circa 1500 bambini delle scuole materne e elementari del villaggio in cui vivo e della costruzione del dispensario che iniziata da qualche mese.

Quale è stata la difficoltà maggiore da superare?

La difficoltà maggiore da superare è stata l’integrazione. La relazione con Victor è stata mal vista da molti, moltissimi. Io sono ed ero una europea giovane e squattrinata che stava inseguendo un sogno e compiendo una scelta che pochi fanno. Lui ha 27 anni, viene da una famiglia rispettata, ha un lavoro, con un contratto a tempo indeterminato , una condizione rarissima in Senegal. Gli anziani, ma anche i giovani hanno cercato di dissuaderlo, come se si potesse dissuadere qualcuno dall’amare una persona. Avrebbero preferito che frequentasse una donna bianca adulta e ricca, o che sposasse una ragazza del villaggio. Le ragazze e le donne per un buon periodo quindi non mi salutavano neppure, considerandomi una nemica da combattere. Attualmente la situazione è migliorata, complice il lavoro che svolgo, in un luogo in cui l’accesso alle cure sanitarie è complesso e costoso, l’infermiera è una persona rispettata, l’infermiera che lavora con i bambini del villaggio lo è ancora di più.

Quale è la reale percezione della vita quando si arriva in quei luoghi?

La percezione della vita cambia totalmente, rianalizzi le necessità e dai una nuova scala alle priorità. Svaniscono la frenesia, la pressione, la fretta. Il tempo scorre in un altro modo, come se prima avessi sempre vissuto con il tasto “fast forward” premuto durante il film della mia vita. Questo non vuol dire che qui si va al rallentatore, vuol dire che si prende la giusta velocità; una velocità che ti lascia il tempo di dire buongiorno a tutti quelli che ti incontrano, e di fare un sorriso a tutti i bambini che gridano il tuo nome dall’altro lato della strada. Mi chiedo 3 volte se è veramente necessaria una cosa prima di comprarla. Prendo un taxi solo per compiere lunghe distanze, altrimenti cammino a piedi. Guardo il paesaggio, e mi stupisco ogni giorno nel notare qualcosa di nuovo.

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Quale è stata la cosa che maggiormente ti ha colpita?

La cosa che mi ha maggiormente colpita e affascinata è il rapporto con la fede. Il Senegal è a maggioranza di fede Islamica, la zona della Casamance in cui vivo ha un’alta concentrazione Cattolica. Le religioni convivono senza problemi. Le scuole sono chiuse a tutte le feste cattoliche e mussulmane per non far torto a nessuno. La chiesa e la moschea sono a 100 metri di distanza. Quando ci sono eventi importanti per i quali moschea e chiesa sono troppo piccoli si va nel campo di calcio per far spazio a tutti. Tanti sono animisti, o ancor meglio feticisti, alla base. Ognuno ha il suo talismano protettore intorno alla vita, che sia un feticcio o un gris-gris o entrambi (e più di uno). Tutti si rispettano , tutti convivono insieme. Il giorno di Natale i cattolici invitano i mussulmani a casa per pranzo, e alla Tabaski i mussulmani invitano i cattolici. È talmente semplice che è stupefacente.

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

L’espatrio in Senegal mi ha rivoluzionata, sono diventata meno impulsiva e piùDSC02773 riflessiva. Sono più attaccata alla mia famiglia rispetto a prima, cerco di scrivergli un messaggio quasi ogni giorno cosa che prima facevo una volta ogni due settimane, li rendo partecipi della mia nuova vita, aspettano con ansia le mie foto e si commuovono con i video dei miei studenti che cantano e ballano.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci anche quest’esperienza.

“Donne che emigrano all’estero” è stato il raggio di sole nella tempesta delle mie paure post espatrio. Trovare questo gruppo di donne che hanno compiuto una scelta simile alla mia e che si ritrovano di fronte ai miei stessi problemi, è stato qualcosa di incredibile, non mi sentivo più sola.

Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Ho scritto un post qualche giorno fa su “Donne che emigrano all’estero” su questo tema, mentirei rispondendo che mi manca e mentirei dicendo che non mi manca. Sicuramente un giorno tornerò in Italia, se sarà per sempre però non posso ancora dirlo.

Cosa ti aspetti da questo 2016?

Io e Victor abbiamo grandi progetti per questo 2016, ma per ora non diciamo niente. Mi piacerebbe che il 2016 inoltre porti le mie amiche e la mia famiglia qui in Casamance, vorrei che vedessero con il loro occhi perché ho scelto di restare qui.

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“Eppure, me l’avevano detto” recensito da Alessia Aleo

La giornalista Alessia Aleo (nonché mia cara amica), ideatrice del blog Alessia Aleo Gnoseologia, ha dedicato un articolo al mio libro. La ringrazio tantissimo! Il suo aiuto è stato prezioso durante la stesura del testo, il suo sostegno indispensabile dal punto di vista morale.

-La storia autobiografica di Roberta ti stupisce per l’imprevedibilità degli eventi che ha vissuto e ti porta in luoghi e situazioni sconosciute; è inevitabile trovarsi sull’uscio di quella porta chiamata destino e chiedersi “e io come avrei reagito se fossi stata al posto suo?”.-

Leggi l’articolo integrale:

Articolo su “Eppure, me l’avevano detto”

Copertina con logo

“Eppure me l’avevano detto” è disponibile in tutti gli store online! Grazie a chi lo acquisterà e a chi vorrà lasciare una recensione nello store di riferimento.

Roberta

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50 sfumature di munnizza! #Diariodibordo

Più di una volta mi sono sentita dire…”Sei rientrata dalla Germania perché non ti piaceva, ora rompi i coglioni perché non ti piace come viviamo in Sicilia!” oppure “Con tutti i problemi seri che ci sono, ti attacchi alla spazzatura o alle auto in terza fila?”. E così ogni problema non è il problema principale, io sono una che non si adatta e la Sicilia è il posto migliore del mondo.

Devo essere sincera, ho sempre evitato di mettervi al corrente di certe situazioni di degrado (un po’ per vergogna), fino a stamattina, quando uscendo ho ammirato il solito spettacolo…

Munnizza
Non è il terzo mondo ma un paese in provincia di Catania.

In questo paese non esistono bidoni per la spazzatura, né in strada né all’interno dei condominii. L’unico posto dove si può buttare è per terra, come nella foto (scattata oggi). In altre località i bidoni ci sono, ma la gente “deve” lanciare la spazzatura dall’auto in corsa (per pigrizia) quindi il risultato è simile. Avete idea di come sia in estate con le temperature che raggiungono e superano i 40 gradi? Per non parlare dei gatti che aprono i sacchetti, facendo finire tutto il contenuto sull’asfalto, che non viene mai disinfettato!

Ho provato a chiedere, pare che ci siano secolari riunioni in corso tra sindaco e luminari, che a fatica dovranno trovare il modo di mettere dei contenitori per strada.

Il resto del mondo è nel 2016…qui? Le gente vive come se non vedesse quello che vedo io, come se tutto questo fosse normale!!!

L’ho detto e lo ripeto…mai avrei pensato che la mia Sicilia mi avrebbe fatto rimpiangere così tanto la Germania. Detto questo, la prossima meta è decisa! Alla prossima!

Roberta

 

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Qui c’è della luce, in fondo al tunnel! #Minie #Sydney

Il 2015 è stato un anno pieno di interviste e di donne che, coraggiosamente, hanno deciso di lasciare tutto per cercare “altrove” una realizzazione personale, oltre che un modo dignitoso di poter vivere la propria vita. Ringrazio per questa possibilità Katia, ideatrice del sito web “Donne che emigrano all’estero”, e tutte le viaggiatrici che hanno deciso di condividere con noi la loro esperienza. Il 2016 è appena iniziato, lo inauguriamo con l’intervista fatta a Minie da Sydney, un’artista che ha deciso di non rinunciare al suo sogno. Che sia un anno meraviglioso per tutti! Vi auguro di trovare il coraggio di lasciare le poche certezze che avete se non appagano la vostra sete di vita! Buona lettura…Roberta

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Ciao Minie e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta, grazie a te dell’intervista! Originariamente ferrarese e Antonella (ho dovuto adottare il nome d’arte “Minie” quando mi sono accorta che in Australia nessuno azzeccava mai il mio vero nome!), sono la classica artista che una ne fa e cento ne pensa! Attrice, cantante, da poco scrittrice (a fine ottobre è uscito il mio libro “Stella in Australia”), in Italia ero anche insegnante di dizione neutra. Ho la fortuna di essere sposata (da quasi 10 anni!) con un uomo che capisce e condivide i miei sogni: mio marito ed io suoniamo in duo musica jazz e classica da parecchio tempo e devo dire che vivere questo lavoro/passione insieme lo rende ancora più piacevole.

Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata in Australia?

In Italia Ermanno ed io abbiamo provato, per alcuni anni, a far diventare l’arte il nostro mestiere principale. Indovinate com’è andata. Arrivavano dei risultati, cominciavamo a vedere dei riscontri a tutti i nostri sforzi, ma il tutto con dei tempi pachidermici e senza mai corrispondere appieno alle nostre aspettative. “Sai che c’è?” ci siamo detti, “noi ce ne andiamo!”. Abbiamo scelto l’Australia un po’ per alcuni parametri che ci eravamo prefissati (lingua, cultura, clima…) e un po’ perché lui sognava l’Australia da tanti anni!

Hai trovato quello che cercavi? 

Christmas CMMSì. I fatti parlano chiaro: in questi 30 mesi australiani abbiamo già avuto più di 50 concerti e suonato in tutta l’area urbana di Sydney, in Central Coast, Canberra, Melbourne, Adelaide. Senza parlare della cultura: qui le regole funzionano, la burocrazia è rapida ed efficiente, la gente è cordiale e il clima è fantastico (matto, ma piacevole!). Chiaramente, per ora, abbiamo anche altri lavori che ci consentano di pagare le bollette, ma questo accadeva anche in Italia. La cosa fantastica è che qui se vali te ne danno merito: qui c’è della luce, in fondo al tunnel!

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?

Il primo è certamente il visto; noi siamo riusciti ad ottenere la residenza permanente (miraggio per chiunque approdi su suolo aussie!) grazie al titolo di studio di mio marito. Non la chiamerei solo “fortuna”, perché abbiamo comunque dovuto affrontare molti mesi di duro lavoro e di preparazione, per riuscire ad ottenere tale traguardo. Ma è certamente vero che per molti il visto permanente è un cammino lunghissimo e molto complicato.

Il secondo ostacolo è stato la lingua: che si abbiano solo alcuni rudimenti di inglese, o che si sia fluenti, la comunicazione della quotidianità è comunque a rilento e necessita di tanta buona volontà e determinazione. Se poi ci si vuole addentrare nello slang australiano, allora sono dolori! Ci vuole uno studio costante, un po’ di intraprendenza e, sì, anche una notevole dose di pazienza in quei rari casi in cui qualcuno rimarca il tuo accento straniero.

Il terzo è la solitudine. Tanta solitudine. E non mi riferisco agli australiani, ma all’Italia: alle volte il tuo e il loro mondo diventano universi talmente differenti che sembra di parlare due lingue diverse. Lì capisci che qualche affetto andrà inevitabilmente perduto.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

La mia storia è particolare per due ragioni: sono venuta con un visto studente (hoIMG_4910 preso un Diploma di Business della durata di un anno) ed ho dovuto pagare il corso e l’assicurazione sanitaria (obbligatoria per tale visto); la seconda ragione è che ci siamo portati dietro i nostri due cani dall’Italia e quella è stata una spesa molto onerosa: intorno ai 5000 euro tutta la procedura burocratica per i cani (quarantena, documenti, volo…). Se si emigra con dei figli, la spesa può diventare ancora superiore. Se siete giovani, single e senza pretese, magari con un budget di 3000 dollari ce la fate. Ma bisogna documentarsi molto bene, perché le spese possono variare. Un esempio? Le regole (e i costi) per i visti cambiano ogni 6 mesi, quindi è bene non basarsi troppo su esperienze fatte da altri, anni prima.

Sei riuscita a stringere qualche amicizia?

Certo! Gli australiani sono persone amichevoli, gioviali; avrei aneddoti molto divertenti su come certe volte ho dovuto inventare balle per non ammettere che non mi piace la birra: sarebbe stato un ostacolo troppo grande alla mia integrazione…ma quanto bevono! La comunità italiana è stata un buon punto d’appoggio iniziale, ma qui è stupendo poter allacciare amicizie con persone di tutte le età, razze, culture e religioni. È un’adorabile boccata di aria fresca!

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Più che cambiarmi, l’espatrio mi ha fatta sbocciare. Ho scrollato di dosso tanta amarezza, tanti pregiudizi, tante frasi fatte stantie che per troppo tempo hanno intorpidito la mia determinazione e la mia voglia di assaporare nuove esperienze. Sono ancora me stessa, solo più schietta, paziente, dinamica, determinata. Ho finalmente capito quanto sia prezioso il tempo a nostra disposizione. O forse sono solo invecchiata!

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci quest’esperienza.

Ho letto i primi articoli di Donne che emigrano all’estero grazie a Facebook; spesso, quando sei un emigrato, cerchi informazioni, persone, esperienze simili alla tua. Ed ecco che ho scoperto una realtà assolutamente interessante ed arricchente, dove ognuna di noi può aggiungere colori e sapori al concetto di “espatrio”. È un sito ricco di informazioni, ricette, consigli, spunti per chiunque, che viva all’estero e non!

Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Assolutamente no. Nel 2016 torneremo per un tour italiano di musica (classica e jazz) e per presentare il mio libro; quattro settimane di lavoro in varie regioni italiane e stop. Devo essere obiettiva? Farò rifornimento di calze velate italiane: sono qualitativamente migliori e a prezzi più bassi.

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Cosa consiglieresti a tutte le persone che vorrebbero partire ma non hanno i mezzi per farlo?

Preferite un’esperienza in UK, piuttosto. Per imparare l’inglese non serve andare dall’altra parte del mondo: il Regno Unito è meno complicato dal punto di vista dei visti di lavoro e di lontananza da casa. Se invece avete proprio l’Australia in testa e sapete che nient’altro vi renderebbe ugualmente felici, allora non mollate mai! La terra dei canguri non è una realtà impossibile, ma richiede una determinazione incrollabile.

Cosa ti aspetti da questo 2016?

IMG_4793Tantissime nuove esperienze! Ho molti progetti dal punto di vista artistico e non; vorrei anche poter visitare nuovi posti: l’Australia, oltre ad una flora e una fauna uniche, offre panorami mozzafiato che meritano di essere vissuti e goduti! Se poi, durante il tour italiano, riuscissi a viaggiare per l’Italia senza arrabbiarmi con Trenitalia, sarebbe il non plus ultra!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Posso fare propaganda? Sul mio sito personale si trovano tutte le informazioni e i link alla nostra musica e ai miei lavori artistici. Mi piace ricevere nuovi pareri e opinioni: aspetto i vostri!

Ultimo consiglio: non smettete mai di vivere i vostri sogni perché a volte si avverano! Se anche non si avverano, rimane comunque una gioia immensa averci provato!

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