Ripartire da zero in un posto dove non sei nessuno #MaryJane #Londra

Oggi la collaborazione con il sito web “Donne che Emigrano all’Estero” ci porta a Londra con Mary Jane. Vorrei approfittarne per ringraziare lei e tutte le donne che decidono di mettersi in gioco, facendosi intervistare. Non è da tutti raccontare pubblicamente dettagli privati della propria vita, io ammiro davvero tanto chi riesce a farlo. Buona lettura. Roberta

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Ciao Mary Jane! Grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta e grazie a voi per questa intervista!

Io nasco partenopea ma da subito, neanche compiuti 3 anni, sono stata  catapultata in una realtà multinazionale. Ho infatti avuto la fortuna di frequentare una scuola americana che è stata per me un’esperienza fondamentale. Sono stata a contatto con persone che venivano da diverse parti del mondo e che si portavano dietro la bellezza della loro cultura e la ricchezza della differenza. Mi ha insegnato tanto quel periodo e penso che il connubio tra le mie radici mediterranee e l’internazionalità dei miei primi anni scolastici abbiano significato molto per me, nel bene e nel male. In seguito ho frequentato un liceo linguistico e poi mi sono avviata agli studi universitari. Dopo qualche anno mi sono trasferita a Roma e lì mi sono laureata in legge ma già da tempo in me c’era un’irrequietezza rispetto alle scelte della vita. Da piccola, infatti, sono sempre stata legata alla musica. In famiglia ci sono diversi musicisti amatoriali, primo fra tutti mio padre che suona la chitarra e con cui mi divertivo e tutt’ora mi diverto a cantare. Per molti anni ho studiato pianoforte classico ma ho interrotto spesso gli studi per motivi ogni volta diversi. Poi mi sono accorta che la mia vera passione era il canto e lì è cambiato tutto. Ho cominciato a prendere lezioni verso i 20 anni e poi mi sono iscritta ad un’accademia di musica a Roma, ed è in questa città che la mia passione ha pian piano preso una nuova direzione ed è diventata una professione.

Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata a Londra?

unnamedCome ti dicevo prima, credo che l’ambiente multiculturale in cui ho vissuto da ragazzina abbia modellato molto il mio carattere ed il mio approccio alla vita, sia in positivo sia in negativo. Ti dico questo perché da sempre quell’apertura mentale mi ha fatto sognare in grande e mi ha spinto verso i viaggi e la conoscenza, ma mi ha anche fatto sentire fuori posto. Ho sempre avuto la sensazione di non avere delle vere radici, di mancare di un’identità di appartenenza precisa perché tutto intorno a me cambiava di continuo. Ci ho messo tantissimo tempo a riconciliarmi con la mia terra e con me stessa. Partire era essenziale per capire dove appartenessi nel mondo. L’occasione di espatriare ha tardato a presentarsi ma poi, quando finalmente è arrivata, l’ho colta al volo. Così ho unito la mia esigenza di muovermi e di sperimentare un mondo nuovo con la mia attività di cantante. Sono qui perché voglio vedere quanto riuscirò a rendere grande questa mia passione e per farlo devo imparare quanto più possibile. Londra ti offre l’occasione di vedere la musica sotto un’altra luce, di capirla fino in fondo. Qui c’è il meglio del meglio come negli States e se ti ci metti di buona lena e con tenacia questo è un posto che ti può dare tanto. Di musicisti ce ne sono a frotte ma nessuno pensa che tu sia un perditempo se vuoi vivere di musica. Certo, facile non lo è e non lo sarà mai, ma questo forse è il bello della vita! Devi mettere tutto l’impegno che puoi e fallire un milione di volte per vedere dove arriverai e una volta arrivato devi ripartire, non ci si può fermare mai!

Descrivi le emozioni che hai provato il giorno della partenza.

Devo essere sincera: di emozioni ne ho provate tantissime e ne provo tutt’ora diverse. Non dimentichiamoci che sono un’espatriata novella! Il giorno della partenza tuttavia credo di non aver realizzato cosa stesse accadendo. Un po’ perché la mia famiglia è a Napoli ed io vivevo già  Roma da 7 anni, quindi il distacco è stato graduale. Comunque quel giorno se c’è una cosa che ho sentito chiaramente, questa è stata la sensazione che da quel momento sulle mie spalle cadeva una responsabilità enorme. Ero già psicologicamente e mentalmente preparata alle difficoltà che comporta trasferirsi in un paese nuovo e ricominciare tutto da zero (o quasi!), ma essere sull’aereo mi ha dato la chiara percezione che stava realmente accadendo. Era una cosa che desideravo da anni e anni e quando è arrivata la testa mi si è inondata di dubbi! Ce la farò? Non ce la farò? E se poi voglio tornare indietro?! Insomma, sono una che si pone un sacco di domande ma alla fine va e ci prova. Credo che solo provandoci si possano ottenere delle risposte

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?2

Per prima cosa, la burocrazia e le difficoltà pratiche legate al trasferimento. Questa città ha un sistema di organizzazione molto preciso ma per entrarci devi rispondere a diversi requisiti. Per aprire un conto in banca ti serve un domicilio fisso e una prova che tu abiti in quel posto, per avere una  casa ti serve un conto in banca o una busta paga, per trovare lavoro devi almeno avere un tetto sulla testa e via così. È un cane che si morde la coda e quando sei un freelance è un caos! In secondo luogo, trovare una sistemazione adatta: io mi sono trasferita qui con il mio compagno ed entrambi abbiamo dovuto far conciliare le nostre esigenze di vita con le difficoltà iniziali che ti si pongono davanti in nuova una città appena ci metti piede. Cercavamo un’abitazione indipendente dal momento che entrambi lavoriamo con la musica e molte opzioni di condivisione per noi erano impensabili. Però, allo stesso tempo i costi di una casa qui sono proibitivi e inizialmente devi adattarti. Insomma, alla fine siamo passati da un Airbnb, a uno studio flat ad un appartamentino trovato grazie ad un’amica. Infine, una difficoltà iniziale è sicuramente dover ripartire da zero in un posto dove non sei nessuno. Devi ricostruire tutto: amici, conoscenze, la tua vita professionale e personale. Per poter fare quello che vuoi devi prima inserirti in un contesto nuovo che ti chiede di metterti alla prova e di dimostrare di potercela fare. Non è una passeggiata.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

Io ed il mio compagno abbiamo messo da parte dei soldi per arrivare qui e non dover essere subito travolti da tedi economici mentre ci organizzavamo. Il nostro campo è un po’ particolare e, nonostante io lavori anche come scrittrice e traduttrice freelance, volevamo stare tranquilli per i primi mesi e disbrigare tutte le formalità burocratiche del caso che spesso molti immigrati lasciano irrisolte a lungo o addirittura a tempo indefinito. Purtroppo il cambio con il pound ci ha sconvolto i piani perché ci siamo mossi in un periodo estremamente sfavorevole all’euro. Adesso le cose gradualmente migliorano ma il nostro è un caso particolare. Siamo venuti qui con un’idea precisa e quindi abbiamo dovuto calibrare il tutto alle nostre esigenze. Chi si trasferisce per cercare un lavoro in un qualunque altro campo, può anche venire qui con una disponibilità limitata e trovare da subito una stanza ed un una prima occupazione per avere un’entrata fissa. Io comunque consiglio di arrivare qui con almeno €2.000, per essere sicuri di avere le spalle coperte per i primi periodi di assestamento.

Ho sentito gente raccontare Londra come una città magica, altri invece ne hanno parlato descrivendola come caotica e pericolosa. Tu che impressione hai avuto?

Personalmente credo sia una città dai mille volti! È magica e allo stesso tempo caotica, viva ma comunque spersonalizzante. Londra secondo me è quello che tu vuoi che sia e che riesci a tirarne fuori. Questa città offre di tutto: musica, cultura, eventi di vario genere. Non puoi mai annoiarti! Certo, è anche un posto immenso dove tutto è veloce e si rischia di vivere in una realtà dentro la realtà, isolandosi dal mondo esterno. Il mio lato estroverso e , legato al campo della musica, è attratto fatalmente dalla metropoli ma il mio animo solitario ed intimista ci fa a botte! Per il momento però, credo sia il posto che mi serve per imparare e crescere professionalmente, quindi la vedo come un punto di partenza.

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Hai ricevuto il supporto della tua famiglia riguardo questa scelta?

La mia famiglia è abituata al mio vagare perpetuo oramai! Tuttavia, in questo caso, ho sentito chiaramente il loro desiderio di starmi vicino e il loro dispiacere nel fatto che stessi andando a vivere in un altro Paese. Ma credo che sia più preoccupazione nel vedere una figlia che nella vita ha fatto scelte non troppo lineari ed ordinarie! Comunque, anche se non sempre la comunicazione è facile, non mi ostacolano e sono sempre presenti, cose che apprezzo moltissimo.

Avresti potuto fare le stesse cose rimanendo in Italia?

Forse si, forse no. Di certo qui tutto quello che si affronta è facilitato da un’organizzazione impareggiabile. Inoltre questo è il paese delle possibilità: se qualcosa la vuoi fare davvero puoi provare anche a creartela e, a prescindere dal risultato finale, sicuramente ci sarà qualcuno che ti ascolterà e ti sosterrà nel percorso. In Italia sotto quest’aspetto siamo abbastanza indietro e lo dico a malincuore. Al di là di questo però, credo sia una questione molto personale. Io sono qui perché volevo provare ad inseguire un sogno, perché volevo fare un’esperienza di vita all’estero e perché sono fondamentalmente una viaggiatrice compulsiva. Sarei partita comunque, presto o tardi.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci anche quest’esperienza.

Questa storia rientra nel capitolo: “Le opportunità generate dall’azione”! Cominciamo col dire che io sono una persona che ha fatto molte, forse troppe cose nella sua vita, ma le mie vere passioni sono la musica e la scrittura. Ho sempre scritto e, sin dai tempi del liceo, assillavo le mie compagne di classe con lettere chilometriche e vagamente filosofiche e di nascosto scrivevo poesie durante le lezioni di scienze e matematica! Purtroppo, tranne in sporadici casi in cui ho scritto per qualche testata locale, non ho dato seguito pratico a questa urgenza creativa, rilegandola piuttosto ad una sfera privata e personale. Da quando mi sono proiettata verso Londra però, ho preso coraggio e mi sono proposta come blogger e copywriter, facendo un po’ di esperienze, e ad un certo punto mi si è parato davanti il sito di DCEE. Ci ho curiosato qualche tempo, leggendo le storie delle fantastiche donne che ci scrivono, poi mi sono detta: “Ma perché non provarci?” e così ho scritto a Katia (fondatrice del progetto) dicendole che ero una nuova expat a Londra, legata al mondo della musica. L’ha presa abbastanza bene a quanto pare! 🙂

Pensi di tornare a vivere in Italia? Che emozioni provi nei confronti del nostro Paese?

Non lo so sinceramente. Non lo escludo come non escludo la possibilità di trasferirmi anche in un altro Paese. Il mio sogno sarebbe quello di girare il modo e vivere in diversi luoghi per poter conoscere più culture e modi di vivere possibili. Forse in futuro mi vedo nuovamente a Napoli. Ho un rapporto di odio e amore con questa città, come molti miei concittadini, ma oggi non posso negare il legame viscerale che ci unisce. Ci ho messo davvero un’eternità ad accettarlo e adesso è una parte essenziale della mia persona. Nei confronti dell’Italia provo una grande malinconia. È un Paese meraviglioso e dall’immensa ricchezza storica e artistica. Secondo me su certi fronti è anche estremamente all’avanguardia ed è fucina di idee creative ed uniche. In Italia nascono alcune delle migliori menti artistiche, scientifiche ed imprenditoriali ma tutto si perde in un fumo denso di lassismo, inedia e noncuranza. Manca di organizzazione e di quel tot di regole che servirebbero per renderlo il paese perfetto. Fortuna che ci sono italiani, alcuni li conosco personalmente, che nel limite delle loro possibilità lottano per cambiare le cose. Credo che senza una sovrastruttura adeguata serva comunque a ben poco ma lo spirito è quello giusto. Forse, in qualche modo, il mio desiderio nascosto è quello di fare la mia parte da fuori e magari tornare un giorno a portare lì quello che ho imparato stando all’estero. Non sono certo la sola a pensarla così ma la realtà dei fatti è che intanto la vita va avanti e non si possono fare progetti troppo distanti nel tempo.

Cosa consiglieresti a tutte le persone che vorrebbero partire ma non hanno i mezzi per farlo?

1Credo che se una persona lo desideri davvero, deve farlo a tutti i costi. Tuttavia, io non posso dare consigli in merito a questa situazione perché la mia è stata una scelta ragionata ed organizzata. Se dovessi dare un parere personale sarebbe quello di risparmiare un po’ prima di partire. Londra non è una città facile e non aspetta nessuno, ma se ci si arma di pazienza e buona volontà è una città che dà occasioni e possibilità e sicuramente dà lavoro a chi lo cerca. Consiglio inoltre a tutti di integrarsi subito, una volta arrivati qui, e di risolvere tutte le questioni burocratiche e legali dal giorno uno (NIN, iscrizione all’Aire, conto in banca ecc.), senza cadere nella trappola dell’arrangiarsi. Fare le cose secondo criterio significa ricevere una valanga di servizi di rimando, dall’assistenza sanitaria gratuita, al job placement, ai servizi della comunità. Tenete sempre presente che Londra è una città cara per quanto riguarda alloggi e trasporti, ma tutto il resto è abbordabile e si trova qualunque cosa per qualunque tasca. Bisogna soltanto avere un po’ di coraggio e tanta tenacia senza perdersi mai d’animo!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

In realtà credo di essermi dilungata fin troppo: ho la chiacchiera facile anche per iscritto! Ti ringrazio per quest’intervista e per avermi dato l’opportunità di raccontare la mia esperienza. Non sono una veterana dell’espatrio ma è certamente una situazione che ho dovuto analizzare, organizzare e preparare. Adesso sono qui e mi farà piacere condividere le mie impressioni e le mie vicissitudini con chi vorrà saperne di più. Seguiteci su “Donne che Emigrano all’Estero” se vi interessano le storie di donne che sono espatriate e volete conoscerne i dettagli. Potrete così leggere, oltre che della mia, anche di esperienze diverse in vari ambiti e Paesi. A presto!

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Come superare la nostalgia di casa #expats


La nostalgia è un archivio che rimuove i lati spigolosi dai cari vecchi giorni.
(Doug Larson)


 

Abbandonare la propria zona di comfort, lasciarsi alle spalle affetti, oggetti, profumi e aspettative tradite non è mai una cosa semplice. Contrariamente a quanto alcune persone tendono ad asserire, io credo che il sentimento della nostalgia sia comune a tutti. Nessuno è così anaffettivo da non provare almeno una volta un nodo in gola e un fastidioso soffio al cuore, tranne casi patologici che spostano di poco la media.

L’ultimo film di Checco Zalone “Quo Vado?” rappresenta benissimo, in maniera ironica, le varie fasi che si attraversano durante un espatrio, o comunque quando ci si allontana parecchio dal proprio nido. E allora, come superare questa fase? Come evitare che dei momenti di debolezza compromettano la nostra “missione”?

Immagine presa da internet
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  • Ricordarsi i motivi che ci hanno spinti a partire. Spesso si tende ad avere memoria breve, dimenticando le forti motivazioni che quel giorno ci hanno spinti a fare un biglietto e partire. Tenete bene a mente un concetto. Anche se ora state meglio, anche se la vostra percezione di “casa” è inconsapevolmente distorta, ci sono ottime probabilità che in patria niente sia cambiato, che tutto sia esattamente come lo avete lasciato, forse anche peggio.
  • Assecondate la nostalgia. Non cercate di far finta che quel sentimento non esista, non voltatevi dall’altra parte quando un soffio di malinconia viene a bussare alla vostra porta. Prendetene invece coscienza, riconoscete quel fastidio, dategli un nome, assecondatelo, versate calde lacrime. Mangiate gelati, patatine, cioccolato. Bevete birra, vino o litri di tisane rilassanti. Ascoltate Claudio Baglioni o Venditti mentre fumate una sigaretta dopo l’altra, svegliatevi con il mal di testa la mattina dopo, cedete per un momento alla vostra debolezza, che è assolutamente umana. Fatelo sapendo che è un attimo, che andrà via con la stessa velocità con la quale è arrivato. Con questa consapevolezza saprete anche riconoscere l’illusione, capirete subito che quella nostalgia non è un motivo valido per mollare tutto e tornare indietro.
Immagine presa da internet
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Credo che, la maggior parte delle volte, ad affliggere il nostro animo non sia la reale mancanza di qualcosa o qualcuno, ma la presenza costante dei nostri ricordi. Abbiamo nostalgia di un passato che non esiste più, di rapporti che non esistono più, di circostanze che non esistono più.

L’unico modo per andare davvero avanti è smetterla di guardare indietro!!!

E tu? Sei in grado di gestire la tua nostalgia? Lascia un commento e raccontaci come! 🙂

Roberta


 

Il ricordo è un traditore che ferisce alle spalle.
(Sören Aabye Kierkegaard)


 

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Qui si prende la giusta velocità #Francesca #Senegal

Una sola cosa allora volevo: tornare in Africa. Non l’avevo ancora lasciata, ma ogni volta che mi svegliavo, di notte, tendevo l’orecchio, pervaso di nostalgia.
(Ernest Hemingway)


Oggi la collaborazione con il sito web “Donne che emigrano all’estero” ci fa volare in Africa, con Francesca. La ringrazio per la sua disponibilità e vi auguro come sempre…buona lettura! Roberta
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Ciao Francesca e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Buongiorno Roberta, innanzi tutto grazie mille per il tuo interesse verso la mia storia. Sono Francesca, nata e cresciuta nella provincia di Bergamo. Ho 27 anni, e sono un’infermiera. Poco dopo la laurea ho risposto a un annuncio di un grosso tour operator francese che cercava infermiere per i suoi villaggi vacanza. Per quattro anni ho viaggiato con loro, prima in Italia poi in Grecia e in fine in Senegal. Unendo l’utile al dilettevole, viaggiavo, conoscevo nuove persone, imparavo le lingue e mi divertivo tutto questo facendo il mio lavoro e imparandolo a fare in contesti non sempre facili, spesso in urgenza con persone straniere lontane da casa che invece di svagarsi in vacanza si erano ammalate o ferite. Quando ho lasciato la Grecia l’ho fatto con le lacrime agli occhi ma sapevo che pochi giorni dopo sarei arrivata in Senegal, ed era dall’inizio dei miei studi che sognavo l’Africa, forse anche da prima.

Prima di espatriare hai provato a realizzarti in Italia?

Dopo la Laurea ho mandato per qualche mese curriculum a destra e sinistra, mi aveva contattato solo una casa di riposo per un contratto da 10 ore a settimana in libera professione, ho iniziato subito a cercare proposte all’estero, purtroppo la professione di infermiera è ancora poco riconosciuta in Italia, molti non sanno neppure che siamo laureati.

Raccontaci come sei arrivata a optare per il Senegal.

IMG_1934Come spiegavo prima, lavorare in Africa era il mio sogno, sapevo che arrivando con l’azienda per la quale lavoravo avrei avuto più possibilità di trovare un aggancio locale a fine contratto, e cosi è stato. Nel frattempo come in ogni bella storia ho conosciuto il mio fidanzato, Victor, un colpo di fulmine nel cielo caldo e afoso del Senegal. Cosa che mi ha dato la spinta finale per fare il grande salto e scegliere di restare. A decisione presa un amico studente ingegnere francese, che stava lavorando al progetto di costruzione di un dispensario, mi ha parlato dell’associazione con la quale collaborava (Casamasanté.org) mi è piaciuta la loro filosofia e il loro progetto. Ho cosi iniziato a collaborare con loro prima a tempo perso e da qualche mese full time. Ci occupiamo di medicina scolastica, per i circa 1500 bambini delle scuole materne e elementari del villaggio in cui vivo e della costruzione del dispensario che iniziata da qualche mese.

Quale è stata la difficoltà maggiore da superare?

La difficoltà maggiore da superare è stata l’integrazione. La relazione con Victor è stata mal vista da molti, moltissimi. Io sono ed ero una europea giovane e squattrinata che stava inseguendo un sogno e compiendo una scelta che pochi fanno. Lui ha 27 anni, viene da una famiglia rispettata, ha un lavoro, con un contratto a tempo indeterminato , una condizione rarissima in Senegal. Gli anziani, ma anche i giovani hanno cercato di dissuaderlo, come se si potesse dissuadere qualcuno dall’amare una persona. Avrebbero preferito che frequentasse una donna bianca adulta e ricca, o che sposasse una ragazza del villaggio. Le ragazze e le donne per un buon periodo quindi non mi salutavano neppure, considerandomi una nemica da combattere. Attualmente la situazione è migliorata, complice il lavoro che svolgo, in un luogo in cui l’accesso alle cure sanitarie è complesso e costoso, l’infermiera è una persona rispettata, l’infermiera che lavora con i bambini del villaggio lo è ancora di più.

Quale è la reale percezione della vita quando si arriva in quei luoghi?

La percezione della vita cambia totalmente, rianalizzi le necessità e dai una nuova scala alle priorità. Svaniscono la frenesia, la pressione, la fretta. Il tempo scorre in un altro modo, come se prima avessi sempre vissuto con il tasto “fast forward” premuto durante il film della mia vita. Questo non vuol dire che qui si va al rallentatore, vuol dire che si prende la giusta velocità; una velocità che ti lascia il tempo di dire buongiorno a tutti quelli che ti incontrano, e di fare un sorriso a tutti i bambini che gridano il tuo nome dall’altro lato della strada. Mi chiedo 3 volte se è veramente necessaria una cosa prima di comprarla. Prendo un taxi solo per compiere lunghe distanze, altrimenti cammino a piedi. Guardo il paesaggio, e mi stupisco ogni giorno nel notare qualcosa di nuovo.

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Quale è stata la cosa che maggiormente ti ha colpita?

La cosa che mi ha maggiormente colpita e affascinata è il rapporto con la fede. Il Senegal è a maggioranza di fede Islamica, la zona della Casamance in cui vivo ha un’alta concentrazione Cattolica. Le religioni convivono senza problemi. Le scuole sono chiuse a tutte le feste cattoliche e mussulmane per non far torto a nessuno. La chiesa e la moschea sono a 100 metri di distanza. Quando ci sono eventi importanti per i quali moschea e chiesa sono troppo piccoli si va nel campo di calcio per far spazio a tutti. Tanti sono animisti, o ancor meglio feticisti, alla base. Ognuno ha il suo talismano protettore intorno alla vita, che sia un feticcio o un gris-gris o entrambi (e più di uno). Tutti si rispettano , tutti convivono insieme. Il giorno di Natale i cattolici invitano i mussulmani a casa per pranzo, e alla Tabaski i mussulmani invitano i cattolici. È talmente semplice che è stupefacente.

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

L’espatrio in Senegal mi ha rivoluzionata, sono diventata meno impulsiva e piùDSC02773 riflessiva. Sono più attaccata alla mia famiglia rispetto a prima, cerco di scrivergli un messaggio quasi ogni giorno cosa che prima facevo una volta ogni due settimane, li rendo partecipi della mia nuova vita, aspettano con ansia le mie foto e si commuovono con i video dei miei studenti che cantano e ballano.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci anche quest’esperienza.

“Donne che emigrano all’estero” è stato il raggio di sole nella tempesta delle mie paure post espatrio. Trovare questo gruppo di donne che hanno compiuto una scelta simile alla mia e che si ritrovano di fronte ai miei stessi problemi, è stato qualcosa di incredibile, non mi sentivo più sola.

Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Ho scritto un post qualche giorno fa su “Donne che emigrano all’estero” su questo tema, mentirei rispondendo che mi manca e mentirei dicendo che non mi manca. Sicuramente un giorno tornerò in Italia, se sarà per sempre però non posso ancora dirlo.

Cosa ti aspetti da questo 2016?

Io e Victor abbiamo grandi progetti per questo 2016, ma per ora non diciamo niente. Mi piacerebbe che il 2016 inoltre porti le mie amiche e la mia famiglia qui in Casamance, vorrei che vedessero con il loro occhi perché ho scelto di restare qui.

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“Eppure, me l’avevano detto” recensito da Alessia Aleo

La giornalista Alessia Aleo (nonché mia cara amica), ideatrice del blog Alessia Aleo Gnoseologia, ha dedicato un articolo al mio libro. La ringrazio tantissimo! Il suo aiuto è stato prezioso durante la stesura del testo, il suo sostegno indispensabile dal punto di vista morale.

-La storia autobiografica di Roberta ti stupisce per l’imprevedibilità degli eventi che ha vissuto e ti porta in luoghi e situazioni sconosciute; è inevitabile trovarsi sull’uscio di quella porta chiamata destino e chiedersi “e io come avrei reagito se fossi stata al posto suo?”.-

Leggi l’articolo integrale:

Articolo su “Eppure, me l’avevano detto”

Copertina con logo

“Eppure me l’avevano detto” è disponibile in tutti gli store online! Grazie a chi lo acquisterà e a chi vorrà lasciare una recensione nello store di riferimento.

Roberta

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50 sfumature di munnizza! #Diariodibordo

Più di una volta mi sono sentita dire…”Sei rientrata dalla Germania perché non ti piaceva, ora rompi i coglioni perché non ti piace come viviamo in Sicilia!” oppure “Con tutti i problemi seri che ci sono, ti attacchi alla spazzatura o alle auto in terza fila?”. E così ogni problema non è il problema principale, io sono una che non si adatta e la Sicilia è il posto migliore del mondo.

Devo essere sincera, ho sempre evitato di mettervi al corrente di certe situazioni di degrado (un po’ per vergogna), fino a stamattina, quando uscendo ho ammirato il solito spettacolo…

Munnizza
Non è il terzo mondo ma un paese in provincia di Catania.

In questo paese non esistono bidoni per la spazzatura, né in strada né all’interno dei condominii. L’unico posto dove si può buttare è per terra, come nella foto (scattata oggi). In altre località i bidoni ci sono, ma la gente “deve” lanciare la spazzatura dall’auto in corsa (per pigrizia) quindi il risultato è simile. Avete idea di come sia in estate con le temperature che raggiungono e superano i 40 gradi? Per non parlare dei gatti che aprono i sacchetti, facendo finire tutto il contenuto sull’asfalto, che non viene mai disinfettato!

Ho provato a chiedere, pare che ci siano secolari riunioni in corso tra sindaco e luminari, che a fatica dovranno trovare il modo di mettere dei contenitori per strada.

Il resto del mondo è nel 2016…qui? Le gente vive come se non vedesse quello che vedo io, come se tutto questo fosse normale!!!

L’ho detto e lo ripeto…mai avrei pensato che la mia Sicilia mi avrebbe fatto rimpiangere così tanto la Germania. Detto questo, la prossima meta è decisa! Alla prossima!

Roberta

 

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Qui c’è della luce, in fondo al tunnel! #Minie #Sydney

Il 2015 è stato un anno pieno di interviste e di donne che, coraggiosamente, hanno deciso di lasciare tutto per cercare “altrove” una realizzazione personale, oltre che un modo dignitoso di poter vivere la propria vita. Ringrazio per questa possibilità Katia, ideatrice del sito web “Donne che emigrano all’estero”, e tutte le viaggiatrici che hanno deciso di condividere con noi la loro esperienza. Il 2016 è appena iniziato, lo inauguriamo con l’intervista fatta a Minie da Sydney, un’artista che ha deciso di non rinunciare al suo sogno. Che sia un anno meraviglioso per tutti! Vi auguro di trovare il coraggio di lasciare le poche certezze che avete se non appagano la vostra sete di vita! Buona lettura…Roberta

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Ciao Minie e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta, grazie a te dell’intervista! Originariamente ferrarese e Antonella (ho dovuto adottare il nome d’arte “Minie” quando mi sono accorta che in Australia nessuno azzeccava mai il mio vero nome!), sono la classica artista che una ne fa e cento ne pensa! Attrice, cantante, da poco scrittrice (a fine ottobre è uscito il mio libro “Stella in Australia”), in Italia ero anche insegnante di dizione neutra. Ho la fortuna di essere sposata (da quasi 10 anni!) con un uomo che capisce e condivide i miei sogni: mio marito ed io suoniamo in duo musica jazz e classica da parecchio tempo e devo dire che vivere questo lavoro/passione insieme lo rende ancora più piacevole.

Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata in Australia?

In Italia Ermanno ed io abbiamo provato, per alcuni anni, a far diventare l’arte il nostro mestiere principale. Indovinate com’è andata. Arrivavano dei risultati, cominciavamo a vedere dei riscontri a tutti i nostri sforzi, ma il tutto con dei tempi pachidermici e senza mai corrispondere appieno alle nostre aspettative. “Sai che c’è?” ci siamo detti, “noi ce ne andiamo!”. Abbiamo scelto l’Australia un po’ per alcuni parametri che ci eravamo prefissati (lingua, cultura, clima…) e un po’ perché lui sognava l’Australia da tanti anni!

Hai trovato quello che cercavi? 

Christmas CMMSì. I fatti parlano chiaro: in questi 30 mesi australiani abbiamo già avuto più di 50 concerti e suonato in tutta l’area urbana di Sydney, in Central Coast, Canberra, Melbourne, Adelaide. Senza parlare della cultura: qui le regole funzionano, la burocrazia è rapida ed efficiente, la gente è cordiale e il clima è fantastico (matto, ma piacevole!). Chiaramente, per ora, abbiamo anche altri lavori che ci consentano di pagare le bollette, ma questo accadeva anche in Italia. La cosa fantastica è che qui se vali te ne danno merito: qui c’è della luce, in fondo al tunnel!

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?

Il primo è certamente il visto; noi siamo riusciti ad ottenere la residenza permanente (miraggio per chiunque approdi su suolo aussie!) grazie al titolo di studio di mio marito. Non la chiamerei solo “fortuna”, perché abbiamo comunque dovuto affrontare molti mesi di duro lavoro e di preparazione, per riuscire ad ottenere tale traguardo. Ma è certamente vero che per molti il visto permanente è un cammino lunghissimo e molto complicato.

Il secondo ostacolo è stato la lingua: che si abbiano solo alcuni rudimenti di inglese, o che si sia fluenti, la comunicazione della quotidianità è comunque a rilento e necessita di tanta buona volontà e determinazione. Se poi ci si vuole addentrare nello slang australiano, allora sono dolori! Ci vuole uno studio costante, un po’ di intraprendenza e, sì, anche una notevole dose di pazienza in quei rari casi in cui qualcuno rimarca il tuo accento straniero.

Il terzo è la solitudine. Tanta solitudine. E non mi riferisco agli australiani, ma all’Italia: alle volte il tuo e il loro mondo diventano universi talmente differenti che sembra di parlare due lingue diverse. Lì capisci che qualche affetto andrà inevitabilmente perduto.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

La mia storia è particolare per due ragioni: sono venuta con un visto studente (hoIMG_4910 preso un Diploma di Business della durata di un anno) ed ho dovuto pagare il corso e l’assicurazione sanitaria (obbligatoria per tale visto); la seconda ragione è che ci siamo portati dietro i nostri due cani dall’Italia e quella è stata una spesa molto onerosa: intorno ai 5000 euro tutta la procedura burocratica per i cani (quarantena, documenti, volo…). Se si emigra con dei figli, la spesa può diventare ancora superiore. Se siete giovani, single e senza pretese, magari con un budget di 3000 dollari ce la fate. Ma bisogna documentarsi molto bene, perché le spese possono variare. Un esempio? Le regole (e i costi) per i visti cambiano ogni 6 mesi, quindi è bene non basarsi troppo su esperienze fatte da altri, anni prima.

Sei riuscita a stringere qualche amicizia?

Certo! Gli australiani sono persone amichevoli, gioviali; avrei aneddoti molto divertenti su come certe volte ho dovuto inventare balle per non ammettere che non mi piace la birra: sarebbe stato un ostacolo troppo grande alla mia integrazione…ma quanto bevono! La comunità italiana è stata un buon punto d’appoggio iniziale, ma qui è stupendo poter allacciare amicizie con persone di tutte le età, razze, culture e religioni. È un’adorabile boccata di aria fresca!

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Più che cambiarmi, l’espatrio mi ha fatta sbocciare. Ho scrollato di dosso tanta amarezza, tanti pregiudizi, tante frasi fatte stantie che per troppo tempo hanno intorpidito la mia determinazione e la mia voglia di assaporare nuove esperienze. Sono ancora me stessa, solo più schietta, paziente, dinamica, determinata. Ho finalmente capito quanto sia prezioso il tempo a nostra disposizione. O forse sono solo invecchiata!

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci quest’esperienza.

Ho letto i primi articoli di Donne che emigrano all’estero grazie a Facebook; spesso, quando sei un emigrato, cerchi informazioni, persone, esperienze simili alla tua. Ed ecco che ho scoperto una realtà assolutamente interessante ed arricchente, dove ognuna di noi può aggiungere colori e sapori al concetto di “espatrio”. È un sito ricco di informazioni, ricette, consigli, spunti per chiunque, che viva all’estero e non!

Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Assolutamente no. Nel 2016 torneremo per un tour italiano di musica (classica e jazz) e per presentare il mio libro; quattro settimane di lavoro in varie regioni italiane e stop. Devo essere obiettiva? Farò rifornimento di calze velate italiane: sono qualitativamente migliori e a prezzi più bassi.

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Cosa consiglieresti a tutte le persone che vorrebbero partire ma non hanno i mezzi per farlo?

Preferite un’esperienza in UK, piuttosto. Per imparare l’inglese non serve andare dall’altra parte del mondo: il Regno Unito è meno complicato dal punto di vista dei visti di lavoro e di lontananza da casa. Se invece avete proprio l’Australia in testa e sapete che nient’altro vi renderebbe ugualmente felici, allora non mollate mai! La terra dei canguri non è una realtà impossibile, ma richiede una determinazione incrollabile.

Cosa ti aspetti da questo 2016?

IMG_4793Tantissime nuove esperienze! Ho molti progetti dal punto di vista artistico e non; vorrei anche poter visitare nuovi posti: l’Australia, oltre ad una flora e una fauna uniche, offre panorami mozzafiato che meritano di essere vissuti e goduti! Se poi, durante il tour italiano, riuscissi a viaggiare per l’Italia senza arrabbiarmi con Trenitalia, sarebbe il non plus ultra!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Posso fare propaganda? Sul mio sito personale si trovano tutte le informazioni e i link alla nostra musica e ai miei lavori artistici. Mi piace ricevere nuovi pareri e opinioni: aspetto i vostri!

Ultimo consiglio: non smettete mai di vivere i vostri sogni perché a volte si avverano! Se anche non si avverano, rimane comunque una gioia immensa averci provato!

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L’Italia è solo un tassello, il mondo è grande! #Ines #Auckland

Salutiamo il 2015 con l’articolo di Ines dalla Nuova Zelanda. La ringrazio molto per la disponibilità, ringrazio anche Katia che mi ha dato la possibilità di collaborare con il sito web “Donne che emigrano all’estero”. Un’esperienza costruttiva e decisamente illuminante! Vi auguro buona lettura, torneremo con le nuove interviste provenienti da ogni parte del mondo nel 2016! Buone Feste a tutti. Roberta

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Ciao Ines e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao è un piacere scrivere per il mitico Ragionier Ugo! Sono arrivata in NZ due anni fa, partita da Genova, dove avevo lavoro a tempo indeterminato e mutuo da pagare. Prima ancora sono “emigrata internamente “ da Domodossola, città che mi ha visto nascere e crescere, ma poi sono partita alla volta di Zena per studiare. L’esperienza dell’Università è stato un flop, perché dovendo lavorare e mantenermi fuori casa non avevo abbastanza tempo da dedicare allo studio, così ho mollato. Questa storia però non l’ho ancora digerita e prima o poi mi rimetterò sui libri, a costo di farlo a 60 anni! Nel tempo libero cerco di stare il più possibile all’aria aperta (sono amante della spiaggia e qua ce ne sono a bizzeffe), scrivo sul mio blog menteviaggi.blogspot.com e scrivo per il sito “Donne che emigrano all’estero”.

20151215_171150Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata in Nuova Zelanda?

Ho lavorato per 10 anni nello stesso posto, in una sala Bingo, e negli ultimi anni mi sono resa conto di non essere contenta, che non mi sarei vista a lavorare lì per tutta la vita. Avevo voglia di cambiare, di viaggiare, di imparare bene l’inglese e di cambiare professione perché il mondo del gioco e i turni di notte non facevano più per me. Credo che mi stessi annoiando e mi serviva un po’ di adrenalina. Così un giorno ho deciso di licenziarmi e di partire. La meta in realtà era l’Australia, la NZ doveva essere solo una parentesi di qualche mese, per fare un po’ di pratica con l’inglese. Avevo il Working Holiday Visa pronto per entrambi i paesi, ma alla fine ho rinunciato all’Australia perché ho avuto l’opportunità di rimanere qua in Nuova Zelanda.

Quali erano i tuoi obiettivi e di cosa ti occupi attualmente?

L’obiettivo principale era imparare bene l’inglese. Ho già fatto tanta strada, ma non posso dire di essere arrivata! Bisognerebbe studiare per imparare una lingua come si deve, non basta parlarla tutti i giorni. Inoltre per via del mio lavoro frequento molti italiani, quindi si può dire che parlo italiano per l’80% della giornata, altro che inglese! A livello lavorativo, già in Italia, appena mi sono licenziata, non avevo idea di quello che avrei voluto fare in futuro. Insomma ho fatto un solo lavoro per tutta la vita, non avevo altra esperienza e a 30 anni il mio curriculum mi sembrava vuoto. Quando arrivi in NZ con un WHV, senza una laurea e senza particolari esperienze, senza un ottimo inglese, non hai molta scelta. O lavori nell’hospitality, o vai a raccogliere la frutta, o vai a fare la babysitter. Se sei un ragazzo hai invece la possibilità di andare a fare il manovale. Anche io sono finita a fare un lavoro da uomo, sono diventata una pizzaiola!

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?

L’inglese prima di tutto, a volte è un ostacolo anche adesso, perché a volte non hai i mezzi per esprimerti come vorresti e a volte ti trovi davanti delle persone che non fanno il minimo sforzo per venirti incontro. E’ una cosa frustrante. Ti fanno sentire stupida, in realtà se parli almeno due lingue non sei tu lo stupido, sei semplicemente nato in un altro paese e parli fluentemente un’altra lingua. All’inizio era proprio difficile, credo di averci messo 6 mesi a capire abbastanza bene quello che diceva la gente. E dire che ho fatto il liceo linguistico e avevo alle spalle 8 anni di inglese studiato a scuola. Qua hanno una pronuncia particolare e parlano con un sacco di slang, ci vuole un po’ per abituarsi.

Il secondo ostacolo, che non credo ancora di aver superato: integrarsi tra i locali. E’20150824_170625 una cosa che vorrei fare veramente, poter vivere le mie giornate interamente coi kiwi e non sentirmi ancora in Italia perché sono circondata da italiani. Non so se è colpa mia, o se è colpa loro che non mi vogliono, fatto sta che ho ben pochi contatti coi kiwi. Frequento principalmente italiani o altre persone straniere come me, principalmente europee. Auckland è una città al 100% multiculturale.

Il terzo ostacolo credo sia stato l’adattarsi a vivere con un budget limitato. In Nuova Zelanda difficilmente si diventa ricchi lavorando nell’hospitality e la vita è molto cara. Così mi sono ritrovata a dover scendere a compromessi per poter risparmiare qualche soldino. Non ho mai abitato in case veramente belle, ho diviso la casa anche con 5-9 persone, quando vado a fare la spesa difficilmente compro prodotti italiani perché costano troppo. Però nonostante le difficoltà sono contenta, sto bene. Questo paese mi sta dando tanto, se non fosse così non ci rimarrei, in fondo non mi obbliga nessuno.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

Biglietto aereo di sola andata, io ho trovato un’offerta a meno di 500 euro, ma normalmente costa sui 700-900 euro. Ho fatto un corso di inglese il primo mese, mi costava circa 200$ a settimana, l’ostello 150$ a settimana. Per mangiare e uscire diciamo che sono altri 150$ a settimana. Ho trovato lavoro dopo due mesi (ma perché cercavo male!), la maggior parte delle persone che conosco invece ha lavorato fin da subito. Diciamo che in un mese servono 800 euro per vivere senza grandi rinunce o grandi pretese, aggiungiamo 500 euro se volete fare un mese di scuola. Comunque per legge, se si parte con un WHV, bisogna poter dimostrare di avere un minimo di 4200$ e i soldi per comprare il biglietto di ritorno nel caso non lo si possieda già.

20151215_171713Sei riuscita a stringere qualche amicizia?

Qualche amicizia, tante conoscenze. La cosa più brutta è che la maggior parte della gente che conosci qua è solo di passaggio. Ci passi un pezzo di vita e poi loro partono o tu parti. Le amicizie vere e durature sono una specie di miraggio. Ma ho capito che questo è abbastanza un problema comune per noi expat. Forse vivendo in un posto più piccolo sarebbe più semplice stringere amicizie, ma ad Auckland coi suoi 1.4 milioni di abitanti, gente che va e gente che viene, è un po’ un problema.

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Sono una persona semi nuova! Sono cambiata tanto e sto ancora cambiando. Ho un approccio diverso alla vita, più kiwi e meno italiano, più positivo e rilassato. Affronto i problemi “senza fasciarmi la testa prima di rompermela”, continuo a buttare un occhio sul futuro ma mi godo di più il presente, ho scoperto che mi piace stare a contatto con la natura, sono diventata ancora più curiosa, meno viziata, mi adatto più facilmente alle situazioni, non impazzisco più davanti al guardaroba il sabato sera, perché non è importante “cosa mi metto”, quello che metto, metto, va sempre bene! Mi sono anche liberata di quell’orgoglio italiano che, quando andiamo all’estero, ci fa dire che l’Italia è il paese più bello, ha il cibo più buono, la cultura più importante. Ho capito che l’Italia è solo un tassello, che il mondo è grande, che il mondo è stupendo, che la diversità è da apprezzare.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci quest’esperienza.

Quest’avventura è iniziata un anno fa sulla pagina Facebook ed è diventato un progetto sempre più grosso. E’ aumentato il numero delle autrici, siamo sempre più sparpagliate per tutto il mondo. E’ nato un sito Web e abbiamo anche pubblicato un EBook, acquistabile online. Far parte del gruppo delle Donne Che Emigrano è molto gratificante perché mi dà l’opportunità di scrivere per un pubblico abbastanza vasto, far sentire la mia storia ad altre persone che vorrebbero partire ma che magari hanno paura. E’ anche confortante quando si parla dei problemi che si affrontano nella vita da expat, le storie delle altre ragazze e i commenti del pubblico, ti fanno capire che non sei la sola a incontrare certe difficoltà, ti danno la forza per andare avanti nei momenti “no”! Inoltre è molto bello leggere storie di vita quotidiana da ogni angolo del mondo, scoprire le abitudini dei diversi paesi.

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Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Mi mancano a volte delle piccole cose, ma non abbastanza da dire “torno a vivere in Italia”! L’Italia è un paese vecchio, immobile. Il malcontento generale della gente si respira nell’aria. Io voglio respirare positività! Auckland è ai vertici nelle classifiche delle città con la migliore qualità della vita e vi assicuro che non si tratta solo di statistiche. Se non potrò rimanere in Nuova Zelanda, comunque continuerò col mio viaggio. In Italia? Solo in vacanza!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Certo! Concludo dicendo a quelli che vorrebbero partire: fatelo!! Non serve essere coraggiosi. Basta organizzarsi! Se l’ho fatto io, potete farlo anche voi! 🙂

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#Diariodibordo – Tutto tace, o quasi!


La vita è un compromesso tra ciò che il tuo ego vuole fare, ciò che l’esperienza ti dice di fare, e ciò che i tuoi nervi ti fanno fare. (Bruce Crampton)


 

Catania 18.12.2015 h00.11

Tra otto giorno saranno sei mesi da quando siamo rientrati in Italia, anzi…in Sicilia. Come promesso faccio il punto della situazione, TUTTO TACE!

Mi avevano detto che trovare lavoro sarebbe stato difficile, hanno mentito. Non è difficile, per usare un termine adatto bisognerebbe dire utopico! Eliminando lavoretti a nero e stipendi da fame (per intenderci parlo di 600/800 euro al mese se hai culo per X ore al giorno) non si trova altro. E non è che io non abbia cercato, mi resta solo la prostituzione come alternativa valida.

Non sono qui per commentare, sinceramente non ne ho voglia. E dire che non avevo ancora finito di aprire gli scatoloni provenienti dalla Germania!!!

La mia vita dentro qualche scatola!!!
La mia vita dentro qualche scatola!!!

Nel frattempo ho pubblicato il mio primo libro in formato EBook (Eppure, me l’avevano detto), disponibile in tutti gli store online. Ho anche iniziato a scrivere il secondo, stavolta sarà un romanzo…credo!

Auguro a tutti Buone Feste…ci aggiorniamo nel 2016!


 

L’uso migliore della vita è di spenderla per qualcosa che duri più della vita stessa.
(William James)


 

Roberta

 

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Insegnate ai vostri figli a lottare! #Viviana #Francia

Oggi la collaborazione con il sito “Donne che emigrano all’estero” ci porta a La Rochelle con Viviana. I punti trattati sono vari e possono diventare uno spunto interessante per chi ha intenzione di andare a vivere in Francia. Buona lettura. Roberta

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Ciao Viviana e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei…

Ciao Roberta, grazie a te per l’opportunità che mi dai.

Sono una quarantacinquenne in periodo post adolescenziale. In pratica sono confusa, a tratti euforica e a volte isterica o depressa. Per fortuna ogni tanto, felice.

Sono nata a Torino da genitori commercianti e sono cresciuta con un grande senso del dovere e del sacrificio, purtroppo.

Ho fatto studi che non amavo (ragioneria invece del liceo artistico) sotto la pressione molto forte dei miei genitori che vedevano nell’impiegata la possibilità di un posto sicuro (quindi zero spazio alla passione e ai sogni). Sono sposata con un uomo francese, conosciuto durante la gita scolastica a Parigi di V° superiore. Ho due figlie di 14 e 12 anni e un cane di nome Angel.

Con il mio lavoro “grigio”, che a tratti e per lunghi periodi ho abbandonato per fare altro, ho sempre coltivato alcune passioni, in particolare la pittura e i cani. Entrambe cose che mi erano state in qualche modo “vietate” dai miei. Pitturo qualunque oggetto mi capiti a tiro (questa mattina sono andata a fare razzia di pietre in spiaggia, con il mio trolley) e per 15 anni ho allevato una razza canina pressoché sconosciuta: l’Hovawart.

Negli anni altre passioni si sono aggiunte alle due già esistenti: la scrittura e il taekwondo. Ho scritto per riviste cinofile, pubblicato due libri e vinto qualche concorso letterario. Con il taekwondo, iniziato due anni fa, ho da poco ottenuto la cintura verde superiore, qui in terra francese.

So che sei da poco in Francia a la Rochelle, come mai hai deciso di espatriare e cosa ti ha spinta da quelle parti?

ile 8.11 3La situazione in Italia si delineava sempre più negativa, sia per il nostro avvenire, sia per quello delle nostre figlie. Da cinque anni ho un contratto a progetto con una piccola azienda torinese dove sono pagata poco (ma si sa, in Italia tutto è permesso) senza alcuna garanzia di continuità e che comunque scadrà alla fine di quest’anno. Mio marito, cuoco, nei vent’anni che è stato in Italia, non ha mai trovato un datore di lavoro che non pagasse, in parte o nella totalità, lo stipendio in nero.

La scuola lasciamo perdere, una vergogna, totale affossamento della cultura unito a un generale menefreghismo di professori e genitori.

La scelta dunque è nata piuttosto spontaneamente. Un giorno ho semplicemente detto a mio marito: “andiamo via da qui” e ho scoperto che anche lui non aspettava altro.

Le condizioni fondamentali per l’espatrio erano comunque la presenza del mare, un clima mite, una città a misura d’uomo dove poter vivere in serenità, con meno criminalità possibile.

Dopo aver scartato i paesi di lingua inglese e spagnola (soprattutto per non destabilizzare ulteriormente due adolescenti!!) abbiamo optato per la Francia, dove comunque vive la famiglia di mio marito, anche se a qualche centinaia di chilometri da noi.

Di cosa ti occupi?

Da cinque anni sono una commerciale BtoB (business to business) e mi occupo incolazione particolare di sviluppare i mercati esteri (francofoni principalmente) per aziende italiane nei settori della meccanica, automotive e industria in generale. Un lavoro che non amo molto. Come potete immaginare anche qui zero creatività! Ho l’unico vantaggio di poterlo svolgere da casa, per questo sto continuando a farlo anche qui.

Quali sono stati gli ostacoli più difficili da superare durante i primi periodi?

Beh… in realtà per me questi sono ancora i primi periodi. Sono a La Rochelle da quasi cinque mesi, ma quello che posso dire è che i “Rochelais” sono molto accoglienti. A scuola le ragazze hanno 4 ore a settimana in più con un’insegnante loro dedicata per l’apprendimento del francese (per fortuna loro lo parlavano già, anche se non benissimo, ma hanno ancora problemi con la scrittura) e nel I° trimestre non verranno valutate con voti veri e propri ma solo per le loro capacità e potenzialità.

Sicuramente, per me e per loro, l’assenza degli amici e della mia famiglia (mia madre è sempre stata molto presente, mia zia, che è poi sua sorella, anche. Purtroppo mio padre non c’è più) pesa molto. Mia madre ha imparato a usare whatsApp a 70 anni, lei che al massimo riusciva a telefonare!!!

Servono referenze particolari o è possibile lavorare anche senza?

Per lavorare qui non c’è bisogno di documenti particolari o referenze, ma il mercato è piuttosto contratto e settoriale, oltre che stagionale. La maggiori opportunità si hanno nei settori del turismo, della ristorazione, dell’immobiliare e nel commerciale. Sto pensando infatti di riconvertirmi a un altro tipo di lavoro, passando attraverso alcune formazioni, ma sono ancora in alto mare da questo punto di vista.

Avevo già vissuto a Parigi per un anno e mezzo nei primi anni 90, fresca di diploma e non avevo mai avuto problemi nel trovare lavoro, anzi! Ora sicuramente i tempi sono cambiati, qui non è Parigi e la mia esperienza da contabile ha subito molte interruzioni, per cui non ho un vero “mestiere” in mano, ma tante esperienze in campi diversi.

Il problema casa e affitto è davvero enorme come si dice?

la rochelleQui, come in altre città della Francia, il problema della casa è veramente enorme. La Rochelle è una zona ancora ricca, benestante, e gli affitti sono altissimi, così come anche l’acquisto di un immobile richiede un apporto di capitali ingente. La città è molto giovane e ci sono circa 13.000 studenti su una popolazione di 80.000 persone. Gli studenti arrivano da ogni parte del mondo, c’è un intero quartiere dedicato alle università. Moltissimi appartamenti vengono affittati solo annualmente e solo a studenti, a prezzi esorbitanti.

Per avere una casa in affitto devi avere necessariamente un lavoro e deve essere in CDI (contratto a durata indeterminata) e se si è in coppia, per almeno uno dei due è d’obbligo, altrimenti vengono richiesti uno o più garanti.

E’ necessario avere uno stipendio pari ad almeno tre volte l’importo del canone mensile di affitto e quando si ottiene l’appartamento si paga un mese di anticipo e una commissione all’agenzia (che equivale circa a una mensilità).

Che capitale serve per poter affrontare la vita in Francia durante la ricerca del lavoro?

Noi non facciamo testo, abbiamo svenduto la casa dove abitavamo in Italia per poter chiudere il mutuo e qualche debito legato a un’attività commerciale che avevamo aperto in Italia (e chiuso per disperazione, con tanto di Equitalia da pagare anche da qui) e siamo partiti con i soldi giusti per pagare il trasloco e i primi affitti e ci siamo buttati. Peggio non poteva andare.

Arrivati in Francia avevamo non più di tremila euro, ma mio marito per fortuna aveva già un lavoro in un ristorante e io (avevo e ho) il mio, ormai in scadenza!

La Francia resta comunque un paese assistenzialista. Qualora dovessi rimanere senza lavoro per un po’ di tempo, avrò diritto a un’immunità di disoccupazione e probabilmente un aiuto per pagare l’affitto di casa. Per i ragazzi che vanno a scuola, fino ai 18 anni, le famiglie a settembre ricevono, in base al loro reddito, un assegno per gli acquisti scolastici che può arrivare fino a 380  euro per figlio. I libri alle scuole dell’obbligo sono in prestito d’uso e a partire dai tre figli, ci sono molti sussidi (i Francesi infatti hanno sempre ALMENO tre figli!!).

Scrivi per il sito “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci anche quest’esperienza.

La mia collaborazione con “Donne che emigrano all’estero” è iniziata subito dopo il mio trasferimento in Francia. Anzi… a dir la verità, avevo già preso contatti con Katia, che gestisce la pagina Facebook e il sito, già in Italia.

Ho scoperto la pagina su Fb per puro caso, non so nemmeno più come, ma è stata una vera fortuna!

Aver letto alcune storie di donne che avevano già fatto il “grande passo” mi ha aiutata a gestire un po’ le mie ansie, soprattutto sotto l’aspetto dell’integrazione per le mie ragazze. Leggevo di bambini ma anche di ragazzi più grandi che avevano vissuto questo cambiamento con molta naturalezza e questo mi ha dato ulteriore spinta.

Una volta arrivata e soprattutto ambientata, in Francia, ho ricontattato Katia e le ho spedito il primo articolo in cui mi presentavo e da subito c’è stata una buona intesa, tanto che mi parlò del progetto sito (ormai attivissimo) e della possibilità di diventare autrice per la Francia, da La Rochelle, dove ora vivo.

Ancora oggi non perdo un solo scritto di donne che, come me, hanno abbandonato una vita per ricominciarne un’altra, in altri posti.

Tra l’altro vorrei consigliare l’E-Book scritto da alcune donne di “Donne che emigrano all’estero”, libro che ho letto che mi ha emozionata, commossa e invogliata a… cambiare di nuovo Paese!!!

Proprio così. Non so se è una cosa che sento solo io, ma ho l’impressione che una volta fatto il salto, non ci si possa più fermare. Vedremo cosa mi riserverà il futuro!

Che sentimenti provi nei confronti del Bel Paese?

Chiamarlo Bel Paese è una presa in giro. Forse ai tempi di Fellini e La Dolce Vita, ma09_08_15 3 ora vedo solo tristezza, rassegnazione, delinquenza, in poche parole, no futuro.

Sono molto arrabbiata per come il mio Paese mi ha trattata e ha trattato molti come me. Gente sfruttata, soprusi a non finire soprattutto in campo lavorativo, tasse, tasse e ancora tasse. Diseguaglianze. La politica ormai è una barzelletta, la sanità va a rotoli, l’istruzione è una catastrofe. Negli ultimi anni il degrado ambientale si è amplificato. Avevo paura a uscire la sera, avevo paura per le mie ragazze anche solo quando uscivano di pomeriggio con le amiche ai giardinetti. L’Italia non mi manca, per niente. Non mi mancano nemmeno le persone (a parte ovviamente i miei affetti più vicini). Ormai mi sembravano tutti automi, mai un sorriso per le strade, nei negozi, negli uffici. Per carità, qui non è il Paradiso, ma la gente ha ancora fiducia, ha voglia di conoscerti, parlare. Sorride ed è serena.

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Si, qualcosa c’è. Non lamentatevi, non rimuginate, non rimanete nel vostro angolo, non state immobili! Fate qualcosa per cambiare la vostra vita e quella dei vostri figli. Non c’è un’età per ricominciare, per essere felici o semplicemente per vivere più sereni e circondati da positività. La vita è bella! Vivetevela, insegnate ai vostri figli a lottare, a credere nei sogni, a credere che tutto è possibile se lo si vuole. Mostrate col vostro esempio che cambiare si può. E come diceva il grande Gandhi: “Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo”.

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