Quello che Vienna non sa


La più grande scoperta della mia generazione è che l’uomo può cambiare la propria vita semplicemente cambiando il proprio atteggiamento mentale.
(William James)


Quello che Vienna non sa è che sono già trascorsi 52 giorni da quando il babbo è partito per raggiungerla. Lo ha visto arrivare con una valigia carica di abiti e sogni, ammirare la sua eleganza, stupirsi per la sua grandezza, smarrirsi negli sguardi di sconosciuti, che sarebbero diventati man mano sempre più familiari. Lo ha osservato da una finestra mentre trovava tra due magliette la foto che gli ho nascosto, per ricordargli che noi siamo sempre accanto a lui anche se distanti. Gli ha fatto compagnia durante le notti insonni, piene di pensieri da mettere in ordine. Lo ha visto masticare chilometri alla ricerca di un lavoro, sbrigare pratiche burocratiche con una buona padronanza del tedesco, trovare un’occupazione e iniziare l’andirivieni quotidiano che regala una confortevole routine.

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Quello che Vienna non sa è che non è il nostro primo espatrio, che abbiamo già provato queste sensazioni e che la consapevolezza della seconda volta rende la situazione meno romantica. Non sa che nonostante la paura lo abbiamo fatto lo stesso, non sa nemmeno che abbiamo imparato a riconoscere questa paura, che adesso non ci spaventa quasi più.

Quello che Vienna non sa è che stavolta siamo preparati alle facce fredde, ai sorrisi stentati, agli atteggiamenti diffidenti, agli italiani all’estero che ti aspettano in tenuta da guerra, al cibo buono che non trovi e al clima che fa i capricci. Non sa che abbiamo già scoperto le trappole seminate in strada da una lingua che non è la nostra, che abbiamo trovato percorsi alternativi e che l’importante è capire e farsi capire.


Chi pondera a lungo prima di fare un passo passerà la sua vita su una gamba sola.
(Anthony De Mello)


Quello che Vienna non sa è che abbiamo già navigato sul veliero della nostalgia, facendoci traghettare in una valle di rassegnazione priva di ogni prospettiva. Non sa che quel viaggio ci ha regalato una tenacia inesauribile, non sa nemmeno che non siamo più intenzionati a riprendere quella nave.

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Quello che Vienna non sa è che nessuno degli ostacoli seminati nel cammino potrà farci desistere stavolta. Siamo pronti e aperti a tutto e a tutti. Ci saranno visi di ogni colore, accenti che indicheranno le più svariate provenienze, amici che prepareranno per noi i cibi più strani, altri che indosseranno i colori più improbabili da abbinare. Alcuni si perderanno per strada, altri rimarranno annoverati tra le persone che hanno colorato e dato un senso in più alla nostra vita. Ci saranno persone delle quali avremo bisogno oggi, e altre che avranno bisogno di noi domani. Sarà come rinascere, con lo stesso timore misto a curiosità che può avere un bambino che si approccia per la prima volta al mondo.

Quello che Vienna non sa è che la amo già, perché ci ha regalato una nuova prospettiva…


 La vita di una persona consiste in un insieme di avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme.
(Italo Calvino)


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Ecco perché siamo rientrati (sbagliando) in Italia #dallaGermania


Viaggiare è essere infedeli. Siatelo senza rimorsi. Dimenticate i vostri amici per degli sconosciuti.

(Paul Morand)


In tantissimi mi chiedono il perché della nostra decisione di rientrare in Italia, domanda lecita alla quale oggi ho intenzione di rispondere. Per chi fosse appena arrivato in questo blog, riassumo dicendo che dalla Germania siamo rientrati in Italia per riespatriare a Vienna. Il babbo è già lì, noi lo raggiungeremo finita la scuola a luglio.

Perché siamo rientrati in Italia? Le motivazioni sono diverse ma tutte legate da un unico filo comune, le radici.

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Dopo due anni in Germania, e la conseguente perdita di obiettività e giusta percezione nei confronti del “Bel Paese”, abbiamo avuto la bella idea di mettere a frutto in “casa nostra” (concetto che abbiamo abbondantemente superato) quello che avevamo appreso. Una nuova lingua, una nuova visione della vita, grinta, idee, voglia di risollevare (nel nostro piccolo) le sorti dell’Italia. Il ragionamento che abbiamo fatto è questo…”Meglio mangiare pane e cipolla a casa che caviale in Germania”. Stronzi!!! Ditelo che siamo stati due stronzi, tanto lo sappiamo! Non solo l’Italia (meglio dire la Sicilia, la mia terra di origine e luogo del rimpatrio) non era qui ad aspettarci a braccia aperte, ma non è minimamente interessata al nostro bagaglio di esperienza!

La famiglia è stata un forte richiamo, uno dei motivi principali che ci ha attratti come una calamita verso casa (se casa si può ormai chiamare). Mia sorella era stata male, mio nonno era inerme su un letto da tanto tempo, io ho avuto paura di vederli sfiorire da lontano uno ad uno, ho avuto paura di perderli mentre io non c’ero.

Questi pensieri hanno inevitabilmente influito sul nostro umore, hanno esasperato le normali difficoltà che si incontrano in un espatrio, impedendoci di essere lucidi e lungimiranti. Non sto qui a elencare nuovamente la situazione che abbiamo trovato, ne ho a lungo parlato e non vorrei essere ripetitiva. Spero di aver dato quantomeno una risposta esaustiva a tutti quelli che mi chiedono il motivo del nostro rientro. Logicamente non c’è una spiegazione razionale, altrimenti non saremmo qui a parlarne ed io sarei ancora in Germania. Certo, se avessi usato la testa non sarei mai rientrata. In compenso sono riuscita a trascorrere con mio nonno gli ultimi suoi giorni di vita, una magra consolazione ma almeno c’ero.

Quindi il consiglio che posso dare a chi sta per espatriare è questo.

Immagine presa da internet
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Per quanto sembri brutto, dal momento in cui decidete di partire dovete necessariamente chiudervi una porta alle spalle. Dovete concentrarvi solo sul vostro futuro, non potete nemmeno per un attimo cedere alla tentazione di provare nostalgia per quello che vi siete lasciati dietro. L’espatrio è una scelta, non c’è spazio per pericolose nostalgie. Dovete semplicemente abbracciare la vostra nuova vita e concedervi senza riserve… 🙂


Il viaggio comincia laddove il ritmo del cuore s’espone al vento della paura.
(Fabrizio Resca)


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Ritorno alla civiltà #Vienna

Civiltà, questa strana sconosciuta!

Chi ci segue da tempo lo sa, per i nuovi arrivati faccio un brevissimo sunto. Dopo due anni di Germania e un rientro (voluto) in Italia, abbiamo deciso di riespatriare, destinazione scelta…Vienna. All’interno del blog potete trovare le motivazioni che ci hanno spinti a prendere questa decisione. A quanto pare abbiamo fatto bene, perché è stato un ritorno alla civiltà.

Il babbo è stato il primo a partire, è arrivato a destinazione ieri. Vi riporto le sue prime impressioni. In realtà ha iniziato a notare un netto cambiamento già durante il viaggio.

Questa volta non ha preso l’aereo, ma il treno, ha preferito non viaggiare per aria. Intorno alle 23.00 il convoglio che lo avrebbe portato fino a Roma è partito (in ritardo) dalla stazione centrale di Catania. Dalla banchina l’ho visto salire in carrozza e rimanere bloccato nel corridoio, le cuccette erano già aperte, la scala impediva l’accesso al finestrino (niente saluti con lacrime quindi) e un signore stava cercando di posizionare in alto la sua valigia. Dopo 15 minuti dalla partenza ricevo la prima telefonata dal babbo, aveva dovuto cedere il suo posto in alto a un signore che voleva dormire in basso, fin qui nessun problema. Verso mezzanotte però mi arriva sul cellulare questa foto…

Ritorno alla civiltà #Vienna
Involuzione dell’essere umano

I signori che dormivano in cuccetta con lui, napoletani che avevano preso il treno a Siracusa, non erano esattamente un esempio di evoluzione umana…anzi. Uno dei tre si è limitato a dire, in un dialetto biascicato, “Dormiamo”. Si è completamente spogliato, ha messo via i vestiti ed è rimasto così, con i pelacci in bella esposizione e nemmeno il buongusto di coprire quella flaccida pellaccia con il lenzuolo. I miei genitori mi hanno insegnato che, quando si è in mezzo alla gente, non ci si può comportare come quando si è soli a casa. E’ l’ABC dell’educazione, delle buone maniere, del saper stare al mondo senza creare disagio a chi ci sta accanto.

Come se non bastasse il nudo quasi integrale, il disinibito essere ha iniziato ad arieggiare lì, dove non batte il sole. Puzza e sgomento, sgomento e puzza. Un tormento che si è concluso in Campania, quando i tre reperti storici sono finalmente scesi dal treno, per tornare nella propria caverna. La prima tappa del viaggio era Roma, il babbo avrebbe dovuto attendere una giornata, aspettando la coincidenza serale per Vienna. Quale miglior occasione per incontrare Alessia, cara amica e brillante blogger di Gnoseologia della moda. Pranzo veloce insieme e foto di rito per il blog, eccola.

Ritorno alla civiltà #Vienna
Ale e il Babbo

Il bello dei nostri incontri è che non sappiamo mai dove avverrà il prossimo!

Dopo l’incontro con Ale il babbo ha proseguito il suo giretto da turista a spasso per Roma. Verso le 17.00 però è rientrato in stazione, per recuperare le valigie che aveva lasciato nel deposito bagagli (10 euro a pezzo, che sia valigia o borsa). Impresa che non è risultata semplice, perché il meccanismo che recuperava le valigie in base alla ricevuta si era rotto, scatenando il panico e l’ira delle persone, molte delle quali avevano fretta e il terrore di perdere il treno. Un turista tedesco non riusciva a capire cosa gli stesse dicendo l’uomo allo sportello, che provava a comunicare in inglese “Dovete scendere voi sotto e cercare tra i bagagli il vostro”. Fortunatamente il babbo parla tedesco, quindi ha spiegato lui al malcapitato quale fosse il problema, lo ha condotto fino al deposito, facendogli recuperare la valigia. Immagino che situazioni come questa siano la gioia dei ladri, un disonesto avrebbe potuto prelevare qualsiasi bagaglio fingendo di riconoscerlo come proprio.

Finalmente il babbo riesce a raggiungere il treno, eccolo.

Ritorno alla civiltà #Vienna

Molte delle persone a bordo erano straniere, quasi tutte parlavano in tedesco. Sembrava di essere approdati su un altro pianeta. Ordine, parole sussurrate, compostezza. Man mano che il treno percorreva la sua strada, i finestrini mostravano scenari sempre più ordinati, puliti. La sensazione di degrado urbano lasciava il posto ad altre sensazioni, una tra tutte la sensazione di conforto, come se i luoghi fossero così ordinati da volerti abbracciare. “Sembra di essere di nuovo in Germania” ha detto il babbo. “Ho capito subito di essere tornato in un posto giusto” ha aggiunto. E’ una sensazione che difficilmente si può descrivere se non la si è provata. Bisogna vivere all’estero per capire lo sgomento e il caos mentale che si provano rientrando in Italia. Non parliamo poi di chi, come noi, è rientrato in meridione. Tra nord Italia e Sicilia c’è già una differenza abissale, sembra che i due luoghi appartengano a dimensioni distanti tra loro anni luce. Figuratevi rispetto alla Germania o all’Austria.

La prima impressione riguardo Vienna è stata di meraviglia. “Non so da che parte guardare per quanto è bella” dice il babbo. Una città grande ma ordinatissima. Tanti abitanti ma silenziosa. Maestosa ma a misura d’uomo. Pulita! Possiamo dire per ora che è stato amore a prima vista. Ecco delle foto, scattate il giorno dell’arrivo.

Ritorno alla civiltà #Vienna

Ritorno alla civiltà #Vienna

Ritorno alla civiltà #Vienna

Per ora è tutto, vi terrò aggiornati! Roberta

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L’attimo prima del salto #expat


Si hanno due vite. La seconda comincia il giorno in cui ci si rende conto che non se ne ha che una. (Confucio)


Non è il nostro primo espatrio, però è la prima volta che ci separiamo per diversi mesi. Ecco la differenza. Un salto in solitaria.

La valigia è quasi pronta, documenti sistemati, ciò che serve comprato, adrenalina presente a fasi alterne, interrotta spesso da lunghi momenti di cristallizzazione. Sì, l’attimo che precede il salto è sempre saturo di emozioni contrastanti, tante, troppe. Sono queste sfumature dell’anima che rendono unica l’esperienza dell’espatrio, sono queste oscillazioni dell’umore che a volte rendono difficile anche muovere un piede per seguire l’altro.

totò

Avrò fatto la scelta giusta? Avevo alternative migliori? La destinazione decisa sarà all’altezza delle mie aspettative? Ce la farò? Ma certo che sì! L’obiettivo è chiaro, la strada da percorrere anche. Nonostante questo è sempre presente quel timore, lo stesso che poi ti dà la carica per correre, correre più velocemente rispetto agli altri e arrivare dritto al traguardo. Stavolta non ci sono scuse, alibi, nostalgie, non c’è posto nel quale tornare, perché è proprio da lì che stiamo andando via, di nuovo.

Per quanto riguarda noi due, stringeremo i denti aspettando con ansia di poterci riabbracciare. Non ci piace stare lontani, siamo abituati a condividere ogni cosa, non per obbligo coniugale ma perché insieme ci completiamo. Dove non arriva uno, arriva l’altro. Amiamo la nostra intesa, ci divertiamo insieme, sappiamo essere amanti, amici e a volte anche nemici. La vita in solitaria ha il suo fascino, ma avere accanto una persona che ti vede bella anche al mattino, quando sembri puffetta travolta da un albero, non ha prezzo.

Immagine presa da internet
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Ci sono canzoni e libri a fare da cornice a questi momenti unici, canzoni per lui, libri per me. C’è un biglietto con il suo nome che ci guarda ogni sera con un ghigno. C’è uno spazzolino nuovo e le calze senza il buco. Ci sono i ricordi del primo espatrio che illuminano il cammino, perché è proprio vero il detto Impara l’arte e mettila da parte! Il nuovo in realtà non è nuovo, è solo diverso, una forma mutata dello stesso concetto. La lingua che in Germania temevamo, ora non ci fa più così paura. Il sentirsi stranieri all’estero è quasi un sollievo, è stato traumatico sentirsi stranieri in casa propria. Che le danze abbiano inizio, si apra il sipario! 🙂

Good luck babbo…


Un grande atteggiamento diventa un grande giorno che diventa un grande mese che diventa un grande anno che diventa una grande vita. (Mandy Hale)


 

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Meno 11 al ri-espatrio #Diariodibordo


Le nostre valigie erano di nuovo ammucchiate sul marciapiede; avevamo molta strada da fare. Ma non importava, la strada è la vita.
(Jack Kerouac)


 

Catania 25.02.2016 h18.30

Ci siamo quasi, mancano pochi giorni (esattamente 11) alla partenza. Nel primo espatrio avevamo già la casa, quindi siamo potuti partire tutti insieme. Io, maritino, figlia e cane pazzo al seguito. Stavolta è diverso, il rientro in Italia ci ha fatto bruciare molte (troppe) risorse quindi la strategia deve essere rivista.

Partirà per primo maritino, in solitaria. Io resterò qui con figlia e cane pazzo finché non sarà finita la scuola. Intanto lui avrà il tempo per organizzare con calma il nostro arrivo.

Non abbiamo (come la prima volta) l’ostacolo della lingua, che abbiamo avuto modo di esercitare in Germania per due anni. Gli agganci lavorativi non mancano, ma bisogna trovarsi in loco per essere presi in considerazione. Per quanto riguarda il dormire, abbiamo trovato una condivisione, soluzione ideale per chi inizia a muovere i primi passi in una città nuova.

Immagine presa da internet
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Come ci sentiamo?

Euforici, pieni di entusiasmo ma anche un po’ tristi. Non siamo mai rimasti separati per così tanto tempo, ci piace condividere ogni cosa e questa lontananza è la parte meno piacevole di questo nuovo espatrio. Però sappiamo che è un passo necessario da compiere, fondamentalmente stiamo per espiare il terribile errore di essere rientrati in Italia. Per fortuna la tecnologia corre in nostro aiuto e Skype diventerà un fedele amico. Grazie a maritino expat potrò iniziare presto a raccontarvi Vienna e le risorse che questa città ha da offrire!

In tanti mi chiedono come ha preso questo nuovo cambiamento nostra figlia. Devo dire…bene! Lei si trovava a suo agio in Germania, non voleva rientrare, quindi l’idea di tornare in un contesto simile le permette di affrontare con serenità anche questo cambiamento. Cane expat invece non è molto convinto, ama i suoi spazi e i suoi riferimenti (palline, pupazzetti sonanti, angolini sul divano e giardino), per lui non sarà semplice lasciarli, soprattutto non sarà semplice andare a vivere in un posto che non ha ancora come riferimento le sue puzzine.

Però si sa, nessun grande traguardo è stato raggiunto senza grandi sacrifici…noi siamo pronti (quasi…)…

Raccontate qui, nei commenti, se anche per voi è stata necessaria un’iniziale separazione! 🙂


A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco.
(Michel de Montaigne)


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Nel mezzo del cammin di nostro espatrio… #Barbara #Provenza

Oggi ho l’immenso piacere di proporvi l’intervista di Barbara, una blogger simpaticissima ed expat navigata. Buona lettura!!! Roberta

Ciao Barbara! Grazie per aver trovato il tempo (e la voglia) di concedere quest’intervista. Nel tuo blog ti definisci traduttrice, scrittrice e mamma. Raccontaci un po’ di te.

12442873_1570957303230440_10866854_nCiao Roberta, grazie a te innanzitutto, è un piacere farmi intervistare da una blogger simpatica e alla mano come te! Come tantissime altre donne – la maggior parte, direi – cerco di far coesistere più ruoli e attività sotto lo stesso tetto (pardon, testa). Non so se ci riesco, di sicuro ci provo nonostante i risultati siano a volte sul confuso-surreale. Un esempio: l’altro giorno ho scritto una e-mail alla scuola dei miei figli in cui mi sono firmata Barbara Impat (pseudonimo da blogger/scrittrice) e la segretaria, scambiandomi per un’altra, mi ha chiesto se volessi informazioni per le iscrizioni del prossimo anno. Per la cronaca: i miei figli sono iscritti nello stesso istituto dai tempi dell’asilo. Non ho avuto il coraggio di rispondere che ero l’altra Barbara, quella mamma (e traduttrice). Insomma, i ruoli si intrecciano e a volte formano nodi difficili da districare – soprattutto quando si è un po’ con la testa tra le nuvole come me.

Attualmente vivi in Provenza, ma hai girato tanto prima di giungere a questa destinazione. Cosa ti ha fatto decidere di lasciare l’Italia e quali sono i luoghi in cui hai vissuto?

Sì, prima di approdare in Provenza – nel 2004 – ho lavorato in Inghilterra (1998), poi di nuovo in Francia (Tolosa 1999), quindi sono rientrata in Italia (Torino 2000) per poi ripartire di nuovo in Germania (Monaco 2001). La Provenza ci è caduta in testa come una mela matura da un albero: in modo inaspettato e (pericolosamente) definitivo 12 anni fa.

Cosa mi ha spinto a lasciare l’Italia? Innanzitutto la voglia di scoprire il mondo e fare esperienze lavorative all’estero – io faccio parte della generazione fortunata che sarebbe potuta restare e farsi una “posizione” nello Stivale -, unita alla totale mancanza di consapevolezza di quel che stavo facendo: ergo, un viaggio di sola andata. A 20 anni guardi al futuro in modo fluido e ottimista, a 40 inizi a renderti conto che il treno per il ritorno potrebbe esserti sfuggito sotto il naso, proprio mentre eri preso a viaggiare… nella direzione opposta.

Molti giovani (e meno giovani) hanno la valigia pronta e molti sogni nel cuore. Cosa consiglieresti loro?

Consiglierei senz’altro di partire, ma senza disprezzare ciò che lasciano. Lo so che è12787046_1570957323230438_664094346_o difficile, quando si è giovani e italiani si tende a idealizzare molto l’estero e denigrare l’Italia – ce lo insegnano sin da bambini, l’autodenigrazione fa parte della nostra cultura – dando per scontato che “tanto è sempre meglio altrove”. In realtà,  chi vive all’estero da qualche anno fa una duplice scoperta: il nuovo Paese (meglio per alcuni aspetti, peggio per altri) e l’Italia (la patria che si fa amare intensamente e struggentemente… a distanza).

Poi consiglierei una cosa cui noi expat non pensiamo, tutti slanciati verso il futuro e l’entusiasmo dei primi passi da expat: rimanere con un piede in Italia. Ma che dico piede, basta anche un alluce! Cosa intendo? Beh, innanzitutto mantenere i legami di amicizia, buttare uno sguardo una tantum al mercato del lavoro, magari – l’ideale – cercando già all’estero una professione che consenta di restare “connessi” con i Belpaese. Ho una mia teoria sugli expat di oggi, e prima o poi ci scriverò un post. Oh mamma cosa ho detto: adesso non ci dormirai la notte, dì la verità (hihihi).

Quali sono secondo te le caratteristiche che assolutamente si devono possedere affinché un espatrio non diventi un fallimento?

Le caratteristiche essenziali per trasformare l’espatrio in un’esperienza riuscita sono secondo me 3:

1) conoscenza della lingua – almeno avere della basi, mi sembra il minimo anche se alcuni dissentiranno. In alternativa, si può arrivare con un gruzzoletto da parte e iscriversi (di corsa) a un corso di lingua. Aggiungo che, per un espatrio riuscito, ciò che fa la differenza è la padronanza della lingua orale E scritta. Ne sono convinta, anche se suona… pedante.

2) crearsi un network prima di partire – basta anche un “amico dell’amico dell’amico”: io quando arrivai a Londra nel lontanissimo 1998 non conoscevo nessuno a parte la cugina di una conoscente. Ebbene, questa persona mi aiutò tantissimo. Insomma: bisogna vincere la timidezza e organizzarsi già prima di fare il salto. Oggi, poi, è tutto molto più facile grazie a Internet; quando emigrai io persino i telefoni cellulari erano una rarità…

3) non aspettarsi tutto e subito – alcuni giovani emigrano e tornano delusi dopo solo 3 mesi. Tre mesi non sono niente: bisogna insistere, perseverare, studiare il mercato del lavoro, sperimentare, osservare. E anche avere un pizzico di fortuna, che non guasta mai.

Curi con passione e una buona dose di ironia il tuo blog “Via da Qui”, come è nata l’idea?

Il blog è nato in periodo di crisi mistico-identitaria. Non che mi siano apparse immagini sacre in pieno giorno, ma poco ci è mancato. Insomma:  nel 2011 ero nel “mezzo del cammin di nostro espatrio” oltre che pronta a levare le tende, ma nella direzione opposta. Per fortuna mio marito – molto pragmatico, nonché tedesco – mi ha bloccato con uno dei suoi soliti schemi all’americana “pros & cons”. Manco a dirlo: la casella dei “cons” esplodeva, mentre quella dei “pro”… beh, ti lascio immaginare.

Il blog è stato una terapia anti-rimpatrio isterico, ecco come lo definirei. La prova che l’(auto) ironia può curare molti mali, anche se la nostalgia resta lì, al suo posto. Ma l’ho messa a cuccia. Sono una inguaribile idealista e l’idea di tornare non mi abbandona, anzi – si affina pericolosamente alimentando progetti tra il creativo e l’improvvisato (mentre mio marito continua a preparare schemi, giusto a titolo preventivo).

Ho letto con molto piacere il tuo libro “Via da Qui”, raccontaci tu di cosa tratta.

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È una raccolta di racconti brevissimi (4 pagine in media), tutti diversi ma simili perché incentrati sul desiderio di andarsene – all’estero, in Italia, in un’altra città, altrove insomma. Il tono che ho voluto usare è ironico (una lettrice li ha definiti in modo azzeccato sketch comedies); ciò non toglie che alcune storie sono drammatiche, ma sempre con quel pizzico di (auto)derisione che – spero – non mi abbandona mai. O quasi. Certo, quando si affrontano tematiche serie come il tempo di cottura della pasta non c’è ironia che tenga!

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Molto. E sia in meglio che in peggio. Ecco, vorrei infrangere questo tabù dell’estero “che ti migliora sempre”. Perlomeno, per me non è stato così. L’estero mi ha reso sì più metodica, precisa e affidabile – persino le mie migliori amiche dai tempi del liceo hanno notato che non arrivo più con i soliti 13 minuti di ritardo agli appuntamenti! – oltre ad avermi arricchito intellettualmente – come tutti, sono migliorata nelle lingue e nella conoscenza delle altre culture, il che è scontato -; ma mi ha reso anche più intransigente, inflessibile, sola e solitaria. Già: sola e solitaria. Perché emigrando si passa molto tempo in solitudine – non tanto fisica quanto esistenziale -, senza nessuno che possa capirci al volo, qualcuno con cui scherzare e fare battute se non nelle varie occasioni di ritrovo tra italiani. E si finisce per prenderci gusto. Anzi, direi che ci si adatta.

12752239_1570957389897098_833484866_oC’è da dire, però, che appena torno in Italia tolgo la corazza e ridivento la Barbara caciarona e spontanea di sempre. Ecco, la corazza. Noi expat ci fabbrichiamo una corazzina su misura, in modo del tutto inconscio naturalmente, per mimetizzarci meglio e reprimere quel tanto di italianità che “stona” con la cultura del Paese d’adozione. Del resto, non posso mica salutare un amico francese o tedesco con un pizzicotto strizzaguancia come faccio con gli amici di vecchia data, eh! Ecco, volendo raffigurare questa seconda pelle d’expat direi che si diventa un po’ come il Dottor Spock – professionisti nel dominare le emozioni, fino a entrare pericolosamente nella parte e…

Che sentimenti provi nei confronti dell’Italia?

Bellissima domanda. Urca, difficile però! Sicuramente più compassione che rabbia. Ma il motivo è uno solo: io me ne sono andata per scelta (senza sapere che non sarei tornata, beata gioventù!) mentre chi emigra oggi – spesso con rabbia – è quasi costretto a farlo, soprattutto i giovani. Compassione per un Paese sempre più vecchio, politicamente sempre uguale a se stesso e con un divario tra Nord e Sud che rischia di diventare incolmabile.

Ma – bando al nichilismo! – provo anche fiducia. Sì, sento che l’Italia rinascerà. E potrà farlo anche… lontano dall’Italia. L’Italia, con tutti i suoi emigranti qualificati e consapevoli potrebbe rinascere altrove come cultura, stile di vita – diffusione, insomma, dei valori legati all’inimitabile lifestyle nostrano. Questo potrebbe avvenire ovunque si trovino italiani integrati sì, ma ancora profondamente legati alle proprie origini (lingua, moda, gastronomia, arte, ecc.) e, soprattutto, connessi.

Internet e intelligenza: questi due ingredienti potrebbero essere la chiave di una rinascita italiana. Pensa pure che sto delirando, ma negli ultimi anni mi sto convincendo sempre più che è possibile. Basta fare un giro nei vari gruppi di italiani all’estero su Facebook – comunità che passano in pochi clic dal virtuale al reale, creando occasioni di scambio, incontro, idee e creatività. Con una immediatezza unicamente, squisitamente italica.

Cosa hai in programma per il tuo futuro?

Un romanzo che sto scrivendo da molti mesi, altri corsi di formazione come prevede12751989_1570957383230432_291328167_o il mio lavoro ufficiale (traduttore) e, forse, un progetto legato a internet ma ancora in fase “elucubrativa”. Tutte cose molto in progress, ma che mi danno la forza di vivere questa vita da expat, senz’altro più stabile economicamente rispetto a quella che avrei (avuto) in Italia, ma anche difficile perché ogni mia molecola ha sete di Italia, italianità e italiano. E io devo zittirle in qualche modo, queste molecole ribelli.

Ti ringrazio ancora e…c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Vorrei augurare in bocca al lupo a tutti gli italiani che vivono all’estero, a quelli che stanno tornando in Italia e a tutti coloro che, come te, stanno per iniziare una nuova avventura oltreconfine…

Un abbraccio dalla Provenza e grazie ancora per l’intervista!

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Taglio il cordone ombelicale con l’Italia!


La presunzione di onniscienza sorta con internet ha generato l’errata e arrogante convinzione secondo cui lo sforzo fisico del viaggio è diventato superfluo.
(Paul Theroux)


Questo è il nostro secondo espatrio. La prima volta la nostra avventura estera è durata due anni. Non sapevamo cosa avremmo trovato, forse non eravamo emotivamente pronti ad affrontare nella maniera giusta così tanti cambiamenti. Nonostante fossimo lontani, abbiamo sempre tenuto mentalmente un piede in Germania e un piede in Italia.

Non potevamo fare a meno di seguire con esagerato trasporto la politica italiana, eravamo sempre impegnati a coltivare l’illusoria speranza che le cose prima o poi sarebbero cambiate nel nostro “Bel Paese”. Il desiderio di “integrarci” in terra teutonica veniva quotidianamente sopraffatto dalla sensazione di “appartenere” all’Italia, da una melodia mediterranea che faceva da sottofondo ad ogni singola giornata. Nonostante gli sforzi eravamo indissolubilmente legati (troppo) a un Paese e ai ricordi che in esso avevamo accumulato negli anni.

keep-calm-and-ciao-ciao-29Questa volta sarà diverso, ora che abbiamo pagato a caro prezzo la dedizione e la passione che ci legavano alla nostra terra di origine. Il nostro non sarà solamente un espatrio, sarà il taglio (netto) del nostro cordone ombelicale con l’Italia. Il nostro obiettivo è quello di immergerci completamente nel Paese che ci ospiterà. Non permetteremo a nostalgie, ricordi, emozioni fugaci di ledere in alcun modo la nostra nuova avventura.

Vienna è una città che ha molto da offrire, noi vogliamo essere come un foglio bianco sul quale tutto è ancora da scrivere. La scoperta di quella nuova realtà sarà per noi lo stimolo che ci permetterà di superare tutte le difficoltà, perché siamo consapevoli del fatto che ci saranno.

Quindi spero vivamente di riuscire a trasmettervi tutta la gioia che una scoperta quotidiana è in grado di regalare. Pensare che a breve sarò oltre confine, mi fa stare meglio, vedo anche io la luce in fondo al tunnel. Un grande in bocca al lupo a chi rimane, a tutti gli amici che continuano a lottare affinché qualcosa cambi. Mi auguro per loro che accada, per quanto mi riguarda credo di non avere il tempo né la voglia di aspettare che il miracolo avvenga! E a tutti quelli che dicono che “scappare” è la via più facile dico…beh…provateci voi! 😉


Non c’è niente come tornare in un luogo che non è cambiato, per rendersi conto di quanto sei cambiato.
(Nelson Mandela)


Immagine presa da internet
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Qui c’è della luce, in fondo al tunnel! #Minie #Sydney

Il 2015 è stato un anno pieno di interviste e di donne che, coraggiosamente, hanno deciso di lasciare tutto per cercare “altrove” una realizzazione personale, oltre che un modo dignitoso di poter vivere la propria vita. Ringrazio per questa possibilità Katia, ideatrice del sito web “Donne che emigrano all’estero”, e tutte le viaggiatrici che hanno deciso di condividere con noi la loro esperienza. Il 2016 è appena iniziato, lo inauguriamo con l’intervista fatta a Minie da Sydney, un’artista che ha deciso di non rinunciare al suo sogno. Che sia un anno meraviglioso per tutti! Vi auguro di trovare il coraggio di lasciare le poche certezze che avete se non appagano la vostra sete di vita! Buona lettura…Roberta

Compleanno Toti 2013 2

Ciao Minie e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta, grazie a te dell’intervista! Originariamente ferrarese e Antonella (ho dovuto adottare il nome d’arte “Minie” quando mi sono accorta che in Australia nessuno azzeccava mai il mio vero nome!), sono la classica artista che una ne fa e cento ne pensa! Attrice, cantante, da poco scrittrice (a fine ottobre è uscito il mio libro “Stella in Australia”), in Italia ero anche insegnante di dizione neutra. Ho la fortuna di essere sposata (da quasi 10 anni!) con un uomo che capisce e condivide i miei sogni: mio marito ed io suoniamo in duo musica jazz e classica da parecchio tempo e devo dire che vivere questo lavoro/passione insieme lo rende ancora più piacevole.

Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata in Australia?

In Italia Ermanno ed io abbiamo provato, per alcuni anni, a far diventare l’arte il nostro mestiere principale. Indovinate com’è andata. Arrivavano dei risultati, cominciavamo a vedere dei riscontri a tutti i nostri sforzi, ma il tutto con dei tempi pachidermici e senza mai corrispondere appieno alle nostre aspettative. “Sai che c’è?” ci siamo detti, “noi ce ne andiamo!”. Abbiamo scelto l’Australia un po’ per alcuni parametri che ci eravamo prefissati (lingua, cultura, clima…) e un po’ perché lui sognava l’Australia da tanti anni!

Hai trovato quello che cercavi? 

Christmas CMMSì. I fatti parlano chiaro: in questi 30 mesi australiani abbiamo già avuto più di 50 concerti e suonato in tutta l’area urbana di Sydney, in Central Coast, Canberra, Melbourne, Adelaide. Senza parlare della cultura: qui le regole funzionano, la burocrazia è rapida ed efficiente, la gente è cordiale e il clima è fantastico (matto, ma piacevole!). Chiaramente, per ora, abbiamo anche altri lavori che ci consentano di pagare le bollette, ma questo accadeva anche in Italia. La cosa fantastica è che qui se vali te ne danno merito: qui c’è della luce, in fondo al tunnel!

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?

Il primo è certamente il visto; noi siamo riusciti ad ottenere la residenza permanente (miraggio per chiunque approdi su suolo aussie!) grazie al titolo di studio di mio marito. Non la chiamerei solo “fortuna”, perché abbiamo comunque dovuto affrontare molti mesi di duro lavoro e di preparazione, per riuscire ad ottenere tale traguardo. Ma è certamente vero che per molti il visto permanente è un cammino lunghissimo e molto complicato.

Il secondo ostacolo è stato la lingua: che si abbiano solo alcuni rudimenti di inglese, o che si sia fluenti, la comunicazione della quotidianità è comunque a rilento e necessita di tanta buona volontà e determinazione. Se poi ci si vuole addentrare nello slang australiano, allora sono dolori! Ci vuole uno studio costante, un po’ di intraprendenza e, sì, anche una notevole dose di pazienza in quei rari casi in cui qualcuno rimarca il tuo accento straniero.

Il terzo è la solitudine. Tanta solitudine. E non mi riferisco agli australiani, ma all’Italia: alle volte il tuo e il loro mondo diventano universi talmente differenti che sembra di parlare due lingue diverse. Lì capisci che qualche affetto andrà inevitabilmente perduto.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

La mia storia è particolare per due ragioni: sono venuta con un visto studente (hoIMG_4910 preso un Diploma di Business della durata di un anno) ed ho dovuto pagare il corso e l’assicurazione sanitaria (obbligatoria per tale visto); la seconda ragione è che ci siamo portati dietro i nostri due cani dall’Italia e quella è stata una spesa molto onerosa: intorno ai 5000 euro tutta la procedura burocratica per i cani (quarantena, documenti, volo…). Se si emigra con dei figli, la spesa può diventare ancora superiore. Se siete giovani, single e senza pretese, magari con un budget di 3000 dollari ce la fate. Ma bisogna documentarsi molto bene, perché le spese possono variare. Un esempio? Le regole (e i costi) per i visti cambiano ogni 6 mesi, quindi è bene non basarsi troppo su esperienze fatte da altri, anni prima.

Sei riuscita a stringere qualche amicizia?

Certo! Gli australiani sono persone amichevoli, gioviali; avrei aneddoti molto divertenti su come certe volte ho dovuto inventare balle per non ammettere che non mi piace la birra: sarebbe stato un ostacolo troppo grande alla mia integrazione…ma quanto bevono! La comunità italiana è stata un buon punto d’appoggio iniziale, ma qui è stupendo poter allacciare amicizie con persone di tutte le età, razze, culture e religioni. È un’adorabile boccata di aria fresca!

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Più che cambiarmi, l’espatrio mi ha fatta sbocciare. Ho scrollato di dosso tanta amarezza, tanti pregiudizi, tante frasi fatte stantie che per troppo tempo hanno intorpidito la mia determinazione e la mia voglia di assaporare nuove esperienze. Sono ancora me stessa, solo più schietta, paziente, dinamica, determinata. Ho finalmente capito quanto sia prezioso il tempo a nostra disposizione. O forse sono solo invecchiata!

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci quest’esperienza.

Ho letto i primi articoli di Donne che emigrano all’estero grazie a Facebook; spesso, quando sei un emigrato, cerchi informazioni, persone, esperienze simili alla tua. Ed ecco che ho scoperto una realtà assolutamente interessante ed arricchente, dove ognuna di noi può aggiungere colori e sapori al concetto di “espatrio”. È un sito ricco di informazioni, ricette, consigli, spunti per chiunque, che viva all’estero e non!

Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Assolutamente no. Nel 2016 torneremo per un tour italiano di musica (classica e jazz) e per presentare il mio libro; quattro settimane di lavoro in varie regioni italiane e stop. Devo essere obiettiva? Farò rifornimento di calze velate italiane: sono qualitativamente migliori e a prezzi più bassi.

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Cosa consiglieresti a tutte le persone che vorrebbero partire ma non hanno i mezzi per farlo?

Preferite un’esperienza in UK, piuttosto. Per imparare l’inglese non serve andare dall’altra parte del mondo: il Regno Unito è meno complicato dal punto di vista dei visti di lavoro e di lontananza da casa. Se invece avete proprio l’Australia in testa e sapete che nient’altro vi renderebbe ugualmente felici, allora non mollate mai! La terra dei canguri non è una realtà impossibile, ma richiede una determinazione incrollabile.

Cosa ti aspetti da questo 2016?

IMG_4793Tantissime nuove esperienze! Ho molti progetti dal punto di vista artistico e non; vorrei anche poter visitare nuovi posti: l’Australia, oltre ad una flora e una fauna uniche, offre panorami mozzafiato che meritano di essere vissuti e goduti! Se poi, durante il tour italiano, riuscissi a viaggiare per l’Italia senza arrabbiarmi con Trenitalia, sarebbe il non plus ultra!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Posso fare propaganda? Sul mio sito personale si trovano tutte le informazioni e i link alla nostra musica e ai miei lavori artistici. Mi piace ricevere nuovi pareri e opinioni: aspetto i vostri!

Ultimo consiglio: non smettete mai di vivere i vostri sogni perché a volte si avverano! Se anche non si avverano, rimane comunque una gioia immensa averci provato!

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L’Italia è solo un tassello, il mondo è grande! #Ines #Auckland

Salutiamo il 2015 con l’articolo di Ines dalla Nuova Zelanda. La ringrazio molto per la disponibilità, ringrazio anche Katia che mi ha dato la possibilità di collaborare con il sito web “Donne che emigrano all’estero”. Un’esperienza costruttiva e decisamente illuminante! Vi auguro buona lettura, torneremo con le nuove interviste provenienti da ogni parte del mondo nel 2016! Buone Feste a tutti. Roberta

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Ciao Ines e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao è un piacere scrivere per il mitico Ragionier Ugo! Sono arrivata in NZ due anni fa, partita da Genova, dove avevo lavoro a tempo indeterminato e mutuo da pagare. Prima ancora sono “emigrata internamente “ da Domodossola, città che mi ha visto nascere e crescere, ma poi sono partita alla volta di Zena per studiare. L’esperienza dell’Università è stato un flop, perché dovendo lavorare e mantenermi fuori casa non avevo abbastanza tempo da dedicare allo studio, così ho mollato. Questa storia però non l’ho ancora digerita e prima o poi mi rimetterò sui libri, a costo di farlo a 60 anni! Nel tempo libero cerco di stare il più possibile all’aria aperta (sono amante della spiaggia e qua ce ne sono a bizzeffe), scrivo sul mio blog menteviaggi.blogspot.com e scrivo per il sito “Donne che emigrano all’estero”.

20151215_171150Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata in Nuova Zelanda?

Ho lavorato per 10 anni nello stesso posto, in una sala Bingo, e negli ultimi anni mi sono resa conto di non essere contenta, che non mi sarei vista a lavorare lì per tutta la vita. Avevo voglia di cambiare, di viaggiare, di imparare bene l’inglese e di cambiare professione perché il mondo del gioco e i turni di notte non facevano più per me. Credo che mi stessi annoiando e mi serviva un po’ di adrenalina. Così un giorno ho deciso di licenziarmi e di partire. La meta in realtà era l’Australia, la NZ doveva essere solo una parentesi di qualche mese, per fare un po’ di pratica con l’inglese. Avevo il Working Holiday Visa pronto per entrambi i paesi, ma alla fine ho rinunciato all’Australia perché ho avuto l’opportunità di rimanere qua in Nuova Zelanda.

Quali erano i tuoi obiettivi e di cosa ti occupi attualmente?

L’obiettivo principale era imparare bene l’inglese. Ho già fatto tanta strada, ma non posso dire di essere arrivata! Bisognerebbe studiare per imparare una lingua come si deve, non basta parlarla tutti i giorni. Inoltre per via del mio lavoro frequento molti italiani, quindi si può dire che parlo italiano per l’80% della giornata, altro che inglese! A livello lavorativo, già in Italia, appena mi sono licenziata, non avevo idea di quello che avrei voluto fare in futuro. Insomma ho fatto un solo lavoro per tutta la vita, non avevo altra esperienza e a 30 anni il mio curriculum mi sembrava vuoto. Quando arrivi in NZ con un WHV, senza una laurea e senza particolari esperienze, senza un ottimo inglese, non hai molta scelta. O lavori nell’hospitality, o vai a raccogliere la frutta, o vai a fare la babysitter. Se sei un ragazzo hai invece la possibilità di andare a fare il manovale. Anche io sono finita a fare un lavoro da uomo, sono diventata una pizzaiola!

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?

L’inglese prima di tutto, a volte è un ostacolo anche adesso, perché a volte non hai i mezzi per esprimerti come vorresti e a volte ti trovi davanti delle persone che non fanno il minimo sforzo per venirti incontro. E’ una cosa frustrante. Ti fanno sentire stupida, in realtà se parli almeno due lingue non sei tu lo stupido, sei semplicemente nato in un altro paese e parli fluentemente un’altra lingua. All’inizio era proprio difficile, credo di averci messo 6 mesi a capire abbastanza bene quello che diceva la gente. E dire che ho fatto il liceo linguistico e avevo alle spalle 8 anni di inglese studiato a scuola. Qua hanno una pronuncia particolare e parlano con un sacco di slang, ci vuole un po’ per abituarsi.

Il secondo ostacolo, che non credo ancora di aver superato: integrarsi tra i locali. E’20150824_170625 una cosa che vorrei fare veramente, poter vivere le mie giornate interamente coi kiwi e non sentirmi ancora in Italia perché sono circondata da italiani. Non so se è colpa mia, o se è colpa loro che non mi vogliono, fatto sta che ho ben pochi contatti coi kiwi. Frequento principalmente italiani o altre persone straniere come me, principalmente europee. Auckland è una città al 100% multiculturale.

Il terzo ostacolo credo sia stato l’adattarsi a vivere con un budget limitato. In Nuova Zelanda difficilmente si diventa ricchi lavorando nell’hospitality e la vita è molto cara. Così mi sono ritrovata a dover scendere a compromessi per poter risparmiare qualche soldino. Non ho mai abitato in case veramente belle, ho diviso la casa anche con 5-9 persone, quando vado a fare la spesa difficilmente compro prodotti italiani perché costano troppo. Però nonostante le difficoltà sono contenta, sto bene. Questo paese mi sta dando tanto, se non fosse così non ci rimarrei, in fondo non mi obbliga nessuno.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

Biglietto aereo di sola andata, io ho trovato un’offerta a meno di 500 euro, ma normalmente costa sui 700-900 euro. Ho fatto un corso di inglese il primo mese, mi costava circa 200$ a settimana, l’ostello 150$ a settimana. Per mangiare e uscire diciamo che sono altri 150$ a settimana. Ho trovato lavoro dopo due mesi (ma perché cercavo male!), la maggior parte delle persone che conosco invece ha lavorato fin da subito. Diciamo che in un mese servono 800 euro per vivere senza grandi rinunce o grandi pretese, aggiungiamo 500 euro se volete fare un mese di scuola. Comunque per legge, se si parte con un WHV, bisogna poter dimostrare di avere un minimo di 4200$ e i soldi per comprare il biglietto di ritorno nel caso non lo si possieda già.

20151215_171713Sei riuscita a stringere qualche amicizia?

Qualche amicizia, tante conoscenze. La cosa più brutta è che la maggior parte della gente che conosci qua è solo di passaggio. Ci passi un pezzo di vita e poi loro partono o tu parti. Le amicizie vere e durature sono una specie di miraggio. Ma ho capito che questo è abbastanza un problema comune per noi expat. Forse vivendo in un posto più piccolo sarebbe più semplice stringere amicizie, ma ad Auckland coi suoi 1.4 milioni di abitanti, gente che va e gente che viene, è un po’ un problema.

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Sono una persona semi nuova! Sono cambiata tanto e sto ancora cambiando. Ho un approccio diverso alla vita, più kiwi e meno italiano, più positivo e rilassato. Affronto i problemi “senza fasciarmi la testa prima di rompermela”, continuo a buttare un occhio sul futuro ma mi godo di più il presente, ho scoperto che mi piace stare a contatto con la natura, sono diventata ancora più curiosa, meno viziata, mi adatto più facilmente alle situazioni, non impazzisco più davanti al guardaroba il sabato sera, perché non è importante “cosa mi metto”, quello che metto, metto, va sempre bene! Mi sono anche liberata di quell’orgoglio italiano che, quando andiamo all’estero, ci fa dire che l’Italia è il paese più bello, ha il cibo più buono, la cultura più importante. Ho capito che l’Italia è solo un tassello, che il mondo è grande, che il mondo è stupendo, che la diversità è da apprezzare.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci quest’esperienza.

Quest’avventura è iniziata un anno fa sulla pagina Facebook ed è diventato un progetto sempre più grosso. E’ aumentato il numero delle autrici, siamo sempre più sparpagliate per tutto il mondo. E’ nato un sito Web e abbiamo anche pubblicato un EBook, acquistabile online. Far parte del gruppo delle Donne Che Emigrano è molto gratificante perché mi dà l’opportunità di scrivere per un pubblico abbastanza vasto, far sentire la mia storia ad altre persone che vorrebbero partire ma che magari hanno paura. E’ anche confortante quando si parla dei problemi che si affrontano nella vita da expat, le storie delle altre ragazze e i commenti del pubblico, ti fanno capire che non sei la sola a incontrare certe difficoltà, ti danno la forza per andare avanti nei momenti “no”! Inoltre è molto bello leggere storie di vita quotidiana da ogni angolo del mondo, scoprire le abitudini dei diversi paesi.

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Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Mi mancano a volte delle piccole cose, ma non abbastanza da dire “torno a vivere in Italia”! L’Italia è un paese vecchio, immobile. Il malcontento generale della gente si respira nell’aria. Io voglio respirare positività! Auckland è ai vertici nelle classifiche delle città con la migliore qualità della vita e vi assicuro che non si tratta solo di statistiche. Se non potrò rimanere in Nuova Zelanda, comunque continuerò col mio viaggio. In Italia? Solo in vacanza!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Certo! Concludo dicendo a quelli che vorrebbero partire: fatelo!! Non serve essere coraggiosi. Basta organizzarsi! Se l’ho fatto io, potete farlo anche voi! 🙂

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