Ci sono i cani austriaci…e poi c’è Totò!

PazzoVienna è una città piena di cani, le persone sono particolarmente affettuose nei confronti dei “bimbi pelosi” e non risparmiano coccole e bacini. Bene direte…per te che hai un cane è un’ottima cosa! Ehm ehm…sarebbe un’ottima cosa, se solo io avessi un cane “normale”.

I pelosetti austriaci sono educatissimi, non abbaiano, non hanno bisogno del guinzaglio perché seguono il padrone come un’ombra, cagano con discrezione e la loro presenza nei condominii è silenziosissima.

Totò no, Totò deve abbaiare a tutto e a tutti, deve far sentire che sta passando, ma qui non sono abituati a certe esternazioni e lo temono, fuggono, lo guardano come fosse un alieno tra la gente. Totò non caga con discrezione, deve produrre quantità di merda pari a quelle di un cavallo e fiumate di pipì da espellere come se non dovesse esserci un domani.

Oggi però è l’ultima volta che lo porto fuori io, da stasera sarà compito del babbo provvedere alle sue uscite. Perché? Ecco il motivo.

Merda

Stamani porto fuori cane pazzo come ogni mattina e come ogni mattina abbaia a tutti con la furia di un lupo. Cerco di tenerlo fermo e nella foga esplode il sacchettino che avevo in mano, quello con il quale avevo appena raccolto la tonnellata di crema marrone fumante. Merda ovunque…una puzza asfissiante e i miei pantaloni maculati…e pure cane pazzo!!! Il babbo dice che ultimamente ho Saturno contro…può essere ma al momento lancerei Totò con una fionda su Marte!!!

Ditemi che anche voi avete un cane pazzo, bitte…

Cane pazzo

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Ripartire da zero in un posto dove non sei nessuno #MaryJane #Londra

Oggi la collaborazione con il sito web “Donne che Emigrano all’Estero” ci porta a Londra con Mary Jane. Vorrei approfittarne per ringraziare lei e tutte le donne che decidono di mettersi in gioco, facendosi intervistare. Non è da tutti raccontare pubblicamente dettagli privati della propria vita, io ammiro davvero tanto chi riesce a farlo. Buona lettura. Roberta

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Ciao Mary Jane! Grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao Roberta e grazie a voi per questa intervista!

Io nasco partenopea ma da subito, neanche compiuti 3 anni, sono stata  catapultata in una realtà multinazionale. Ho infatti avuto la fortuna di frequentare una scuola americana che è stata per me un’esperienza fondamentale. Sono stata a contatto con persone che venivano da diverse parti del mondo e che si portavano dietro la bellezza della loro cultura e la ricchezza della differenza. Mi ha insegnato tanto quel periodo e penso che il connubio tra le mie radici mediterranee e l’internazionalità dei miei primi anni scolastici abbiano significato molto per me, nel bene e nel male. In seguito ho frequentato un liceo linguistico e poi mi sono avviata agli studi universitari. Dopo qualche anno mi sono trasferita a Roma e lì mi sono laureata in legge ma già da tempo in me c’era un’irrequietezza rispetto alle scelte della vita. Da piccola, infatti, sono sempre stata legata alla musica. In famiglia ci sono diversi musicisti amatoriali, primo fra tutti mio padre che suona la chitarra e con cui mi divertivo e tutt’ora mi diverto a cantare. Per molti anni ho studiato pianoforte classico ma ho interrotto spesso gli studi per motivi ogni volta diversi. Poi mi sono accorta che la mia vera passione era il canto e lì è cambiato tutto. Ho cominciato a prendere lezioni verso i 20 anni e poi mi sono iscritta ad un’accademia di musica a Roma, ed è in questa città che la mia passione ha pian piano preso una nuova direzione ed è diventata una professione.

Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata a Londra?

unnamedCome ti dicevo prima, credo che l’ambiente multiculturale in cui ho vissuto da ragazzina abbia modellato molto il mio carattere ed il mio approccio alla vita, sia in positivo sia in negativo. Ti dico questo perché da sempre quell’apertura mentale mi ha fatto sognare in grande e mi ha spinto verso i viaggi e la conoscenza, ma mi ha anche fatto sentire fuori posto. Ho sempre avuto la sensazione di non avere delle vere radici, di mancare di un’identità di appartenenza precisa perché tutto intorno a me cambiava di continuo. Ci ho messo tantissimo tempo a riconciliarmi con la mia terra e con me stessa. Partire era essenziale per capire dove appartenessi nel mondo. L’occasione di espatriare ha tardato a presentarsi ma poi, quando finalmente è arrivata, l’ho colta al volo. Così ho unito la mia esigenza di muovermi e di sperimentare un mondo nuovo con la mia attività di cantante. Sono qui perché voglio vedere quanto riuscirò a rendere grande questa mia passione e per farlo devo imparare quanto più possibile. Londra ti offre l’occasione di vedere la musica sotto un’altra luce, di capirla fino in fondo. Qui c’è il meglio del meglio come negli States e se ti ci metti di buona lena e con tenacia questo è un posto che ti può dare tanto. Di musicisti ce ne sono a frotte ma nessuno pensa che tu sia un perditempo se vuoi vivere di musica. Certo, facile non lo è e non lo sarà mai, ma questo forse è il bello della vita! Devi mettere tutto l’impegno che puoi e fallire un milione di volte per vedere dove arriverai e una volta arrivato devi ripartire, non ci si può fermare mai!

Descrivi le emozioni che hai provato il giorno della partenza.

Devo essere sincera: di emozioni ne ho provate tantissime e ne provo tutt’ora diverse. Non dimentichiamoci che sono un’espatriata novella! Il giorno della partenza tuttavia credo di non aver realizzato cosa stesse accadendo. Un po’ perché la mia famiglia è a Napoli ed io vivevo già  Roma da 7 anni, quindi il distacco è stato graduale. Comunque quel giorno se c’è una cosa che ho sentito chiaramente, questa è stata la sensazione che da quel momento sulle mie spalle cadeva una responsabilità enorme. Ero già psicologicamente e mentalmente preparata alle difficoltà che comporta trasferirsi in un paese nuovo e ricominciare tutto da zero (o quasi!), ma essere sull’aereo mi ha dato la chiara percezione che stava realmente accadendo. Era una cosa che desideravo da anni e anni e quando è arrivata la testa mi si è inondata di dubbi! Ce la farò? Non ce la farò? E se poi voglio tornare indietro?! Insomma, sono una che si pone un sacco di domande ma alla fine va e ci prova. Credo che solo provandoci si possano ottenere delle risposte

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?2

Per prima cosa, la burocrazia e le difficoltà pratiche legate al trasferimento. Questa città ha un sistema di organizzazione molto preciso ma per entrarci devi rispondere a diversi requisiti. Per aprire un conto in banca ti serve un domicilio fisso e una prova che tu abiti in quel posto, per avere una  casa ti serve un conto in banca o una busta paga, per trovare lavoro devi almeno avere un tetto sulla testa e via così. È un cane che si morde la coda e quando sei un freelance è un caos! In secondo luogo, trovare una sistemazione adatta: io mi sono trasferita qui con il mio compagno ed entrambi abbiamo dovuto far conciliare le nostre esigenze di vita con le difficoltà iniziali che ti si pongono davanti in nuova una città appena ci metti piede. Cercavamo un’abitazione indipendente dal momento che entrambi lavoriamo con la musica e molte opzioni di condivisione per noi erano impensabili. Però, allo stesso tempo i costi di una casa qui sono proibitivi e inizialmente devi adattarti. Insomma, alla fine siamo passati da un Airbnb, a uno studio flat ad un appartamentino trovato grazie ad un’amica. Infine, una difficoltà iniziale è sicuramente dover ripartire da zero in un posto dove non sei nessuno. Devi ricostruire tutto: amici, conoscenze, la tua vita professionale e personale. Per poter fare quello che vuoi devi prima inserirti in un contesto nuovo che ti chiede di metterti alla prova e di dimostrare di potercela fare. Non è una passeggiata.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

Io ed il mio compagno abbiamo messo da parte dei soldi per arrivare qui e non dover essere subito travolti da tedi economici mentre ci organizzavamo. Il nostro campo è un po’ particolare e, nonostante io lavori anche come scrittrice e traduttrice freelance, volevamo stare tranquilli per i primi mesi e disbrigare tutte le formalità burocratiche del caso che spesso molti immigrati lasciano irrisolte a lungo o addirittura a tempo indefinito. Purtroppo il cambio con il pound ci ha sconvolto i piani perché ci siamo mossi in un periodo estremamente sfavorevole all’euro. Adesso le cose gradualmente migliorano ma il nostro è un caso particolare. Siamo venuti qui con un’idea precisa e quindi abbiamo dovuto calibrare il tutto alle nostre esigenze. Chi si trasferisce per cercare un lavoro in un qualunque altro campo, può anche venire qui con una disponibilità limitata e trovare da subito una stanza ed un una prima occupazione per avere un’entrata fissa. Io comunque consiglio di arrivare qui con almeno €2.000, per essere sicuri di avere le spalle coperte per i primi periodi di assestamento.

Ho sentito gente raccontare Londra come una città magica, altri invece ne hanno parlato descrivendola come caotica e pericolosa. Tu che impressione hai avuto?

Personalmente credo sia una città dai mille volti! È magica e allo stesso tempo caotica, viva ma comunque spersonalizzante. Londra secondo me è quello che tu vuoi che sia e che riesci a tirarne fuori. Questa città offre di tutto: musica, cultura, eventi di vario genere. Non puoi mai annoiarti! Certo, è anche un posto immenso dove tutto è veloce e si rischia di vivere in una realtà dentro la realtà, isolandosi dal mondo esterno. Il mio lato estroverso e , legato al campo della musica, è attratto fatalmente dalla metropoli ma il mio animo solitario ed intimista ci fa a botte! Per il momento però, credo sia il posto che mi serve per imparare e crescere professionalmente, quindi la vedo come un punto di partenza.

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Hai ricevuto il supporto della tua famiglia riguardo questa scelta?

La mia famiglia è abituata al mio vagare perpetuo oramai! Tuttavia, in questo caso, ho sentito chiaramente il loro desiderio di starmi vicino e il loro dispiacere nel fatto che stessi andando a vivere in un altro Paese. Ma credo che sia più preoccupazione nel vedere una figlia che nella vita ha fatto scelte non troppo lineari ed ordinarie! Comunque, anche se non sempre la comunicazione è facile, non mi ostacolano e sono sempre presenti, cose che apprezzo moltissimo.

Avresti potuto fare le stesse cose rimanendo in Italia?

Forse si, forse no. Di certo qui tutto quello che si affronta è facilitato da un’organizzazione impareggiabile. Inoltre questo è il paese delle possibilità: se qualcosa la vuoi fare davvero puoi provare anche a creartela e, a prescindere dal risultato finale, sicuramente ci sarà qualcuno che ti ascolterà e ti sosterrà nel percorso. In Italia sotto quest’aspetto siamo abbastanza indietro e lo dico a malincuore. Al di là di questo però, credo sia una questione molto personale. Io sono qui perché volevo provare ad inseguire un sogno, perché volevo fare un’esperienza di vita all’estero e perché sono fondamentalmente una viaggiatrice compulsiva. Sarei partita comunque, presto o tardi.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci anche quest’esperienza.

Questa storia rientra nel capitolo: “Le opportunità generate dall’azione”! Cominciamo col dire che io sono una persona che ha fatto molte, forse troppe cose nella sua vita, ma le mie vere passioni sono la musica e la scrittura. Ho sempre scritto e, sin dai tempi del liceo, assillavo le mie compagne di classe con lettere chilometriche e vagamente filosofiche e di nascosto scrivevo poesie durante le lezioni di scienze e matematica! Purtroppo, tranne in sporadici casi in cui ho scritto per qualche testata locale, non ho dato seguito pratico a questa urgenza creativa, rilegandola piuttosto ad una sfera privata e personale. Da quando mi sono proiettata verso Londra però, ho preso coraggio e mi sono proposta come blogger e copywriter, facendo un po’ di esperienze, e ad un certo punto mi si è parato davanti il sito di DCEE. Ci ho curiosato qualche tempo, leggendo le storie delle fantastiche donne che ci scrivono, poi mi sono detta: “Ma perché non provarci?” e così ho scritto a Katia (fondatrice del progetto) dicendole che ero una nuova expat a Londra, legata al mondo della musica. L’ha presa abbastanza bene a quanto pare! 🙂

Pensi di tornare a vivere in Italia? Che emozioni provi nei confronti del nostro Paese?

Non lo so sinceramente. Non lo escludo come non escludo la possibilità di trasferirmi anche in un altro Paese. Il mio sogno sarebbe quello di girare il modo e vivere in diversi luoghi per poter conoscere più culture e modi di vivere possibili. Forse in futuro mi vedo nuovamente a Napoli. Ho un rapporto di odio e amore con questa città, come molti miei concittadini, ma oggi non posso negare il legame viscerale che ci unisce. Ci ho messo davvero un’eternità ad accettarlo e adesso è una parte essenziale della mia persona. Nei confronti dell’Italia provo una grande malinconia. È un Paese meraviglioso e dall’immensa ricchezza storica e artistica. Secondo me su certi fronti è anche estremamente all’avanguardia ed è fucina di idee creative ed uniche. In Italia nascono alcune delle migliori menti artistiche, scientifiche ed imprenditoriali ma tutto si perde in un fumo denso di lassismo, inedia e noncuranza. Manca di organizzazione e di quel tot di regole che servirebbero per renderlo il paese perfetto. Fortuna che ci sono italiani, alcuni li conosco personalmente, che nel limite delle loro possibilità lottano per cambiare le cose. Credo che senza una sovrastruttura adeguata serva comunque a ben poco ma lo spirito è quello giusto. Forse, in qualche modo, il mio desiderio nascosto è quello di fare la mia parte da fuori e magari tornare un giorno a portare lì quello che ho imparato stando all’estero. Non sono certo la sola a pensarla così ma la realtà dei fatti è che intanto la vita va avanti e non si possono fare progetti troppo distanti nel tempo.

Cosa consiglieresti a tutte le persone che vorrebbero partire ma non hanno i mezzi per farlo?

1Credo che se una persona lo desideri davvero, deve farlo a tutti i costi. Tuttavia, io non posso dare consigli in merito a questa situazione perché la mia è stata una scelta ragionata ed organizzata. Se dovessi dare un parere personale sarebbe quello di risparmiare un po’ prima di partire. Londra non è una città facile e non aspetta nessuno, ma se ci si arma di pazienza e buona volontà è una città che dà occasioni e possibilità e sicuramente dà lavoro a chi lo cerca. Consiglio inoltre a tutti di integrarsi subito, una volta arrivati qui, e di risolvere tutte le questioni burocratiche e legali dal giorno uno (NIN, iscrizione all’Aire, conto in banca ecc.), senza cadere nella trappola dell’arrangiarsi. Fare le cose secondo criterio significa ricevere una valanga di servizi di rimando, dall’assistenza sanitaria gratuita, al job placement, ai servizi della comunità. Tenete sempre presente che Londra è una città cara per quanto riguarda alloggi e trasporti, ma tutto il resto è abbordabile e si trova qualunque cosa per qualunque tasca. Bisogna soltanto avere un po’ di coraggio e tanta tenacia senza perdersi mai d’animo!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

In realtà credo di essermi dilungata fin troppo: ho la chiacchiera facile anche per iscritto! Ti ringrazio per quest’intervista e per avermi dato l’opportunità di raccontare la mia esperienza. Non sono una veterana dell’espatrio ma è certamente una situazione che ho dovuto analizzare, organizzare e preparare. Adesso sono qui e mi farà piacere condividere le mie impressioni e le mie vicissitudini con chi vorrà saperne di più. Seguiteci su “Donne che Emigrano all’Estero” se vi interessano le storie di donne che sono espatriate e volete conoscerne i dettagli. Potrete così leggere, oltre che della mia, anche di esperienze diverse in vari ambiti e Paesi. A presto!

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Non esiste brutto tempo, esistono solo cattivi vestiti. #Tatiana #Oslo

Oggi l’appuntamento con “Donne che emigrano all’estero” ci porta a Oslo, in Norvegia. Molto interessante l’intervista che mi ha rilasciato Tatiana, la nostra finestrella su un mondo completamente differente dal nostro. Buona lettura. Roberta

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Ciao Tatiana e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei…

Mi chiamo Tatiana ho 43 anni e sono italo-norvegese, mamma era originaria di Oslo e papà di Roma. Sono cresciuta in provincia di Novara dove ho studiato al liceo linguistico con scarsi risultati, per questo sono stata mandata in Norvegia a studiare in una scuola d’arte, possiamo definirla una “punizione alternativa” che mia madre mi ha imposto-offerto, sperando che mi piacesse vivere nel suo paese d’origine, cosa che ho assolutamente fatto. Sono poi tornata a studiare in Italia dove mi sono diplomata segretaria d’albergo all’istituto alberghiero. Sono una appassionata di turisti e di tutto quello che gira intorno al turismo, alberghi, musei, escursioni, sono felice di aver reso la mia passione un lavoro. Quando non lavoro come receptionist-portiere d’albergo mi sfogo con i miei due cani e con la fotografia, oltre che con internet, il mio spazio sul mondo del quale non potrei più fare a meno.

Perché hai deciso di espatriare?

Negli anni ho vissuto in Norvegia, come ho detto, una prima volta  per studio, una seconda appena dopo il diploma e l’ultima due anni fa. Credo che mi fermero’ qui se non ci saranno ribaltoni nella mia vita. Ho anche vissuto in Svizzera e Germania, mi sono sempre spostata seguendo il mio istinto, l’occasione del momento, un’offerta di lavoro, e per quanto riguarda i miei sette anni in Baviera, per seguire il mio ex marito che viveva li. La Norvegia ovviamente è nel mio sangue e la amo fortemente, e Oslo la conosco molto bene, la vivo giorno per giorno scoprendone gli angolini più interessanti.

11828693_10153152497636696_3421816115091767266_nDi cosa ti occupi?

Lavoro come receptionist-portiere di notte in un hotel molto particolare gestito da un’azienda che collabora con l’equivalente dell’ufficio di collocamento italiano. L’obiettivo è quello di far avvicinare o riavvicinare al lavoro persone che per un motivo o per l’altro ne sono uscite. Possono essere persone che hanno situazioni difficili in famiglia, violenza domestica, che sono in cura per malesseri psichici, che hanno avuto problemi di droga. Durante la giornata hanno la possibilita’ di imparare a lavorare in hotel nei vari dipartimenti: reception, housekeeping e ristorante/cucina, sotto la supervisione dei capi settore, di notte intervengo io che a settimane alterne lavoro con un altro collega per “sistemare” i vari errori che si sono venuti a creare, contabilità sbagliata, piuttosto che le prenotazioni. E’ un lavoro duro perché è solo di notte ma mi piace molto l’idea, qui si parla di welfare puro, si vede dove vanno a finire i soldi dei contribuenti.

Quali sono stati gli ostacoli più difficili da superare? Immagino che ai primi posti ci sia il clima!

Ci sono due ostacoli che ho dovuto affrontare da quando sono ritornata a Oslo due anni fa, il primo è stato la ricerca del lavoro, nonostante parli benissimo il norvegese più altre quattro lingue ho faticato molto a trovare un impiego fisso. Alla fine, per agevolare la situazione, ho seguito il consiglio di una consulente dell’ufficio di collocamento, ho aggiunto il nome norvegese di mia madre e ho iniziato ad omettere il cognome italiano, solo così ho avuto qualche riscontro e sono stata chiamata a colloquio. Il secondo ostacolo è stato trovare un appartamento dove accettassero i miei due cagnolini, mi trasferirò tra un paio di settimane, ho impiegato un paio di mesi a trovare una nuova sistemazione. Il clima non mi ha mai disturbato, un detto molto conosciuto qui è questo: non esiste brutto tempo, esistono solo cattivi vestiti.

Che referenze servono per avere successo nell’ambito lavorativo?10614252_10152555962531696_5269570994824171758_n

Sempre di più, in Norvegia vige la regola del passaparola e delle referenze personali, una ditta sceglierà sempre di chiamare a colloquio  qualcuno che conosce, prima di uno che invia un cv per mail. Si dice che circa la metà delle posizioni vacanti non vengano neanche a conoscenza del grande pubblico tramite i siti come Adecco o Manpower, si fa domanda per una posizione perché si è sentito dire che la ditta cerca qualcuno. In questo momento storico di crisi petrolifera, quelli che erano i fortunati per eccellenza, ossia gli ingegneri, cominciano ad avere problemi, si sente sempre più spesso che i posti di lavoro persi sono decine di migliaia , venivano da tutta Europa e non avevano neanche bisogno di imparare il norvegese per lavorare, cosa che ad oggi è un requisito fondamentale per trovare lavoro in tutti gli ambiti. Ad oggi i lavori più abbordabili per gli stranieri sono quelli con competenze molto particolari, ad esempio nella sanità, le infermiere e i tecnici di laboratorio su tutti.

Come sono i rapporti con i locali?

I norvegesi non sono proprio i più espansivi del mondo, si fa fatica ad entrare in contatto con la gente. Adesso è più facile nelle grandi città perché ci sono tante possibilità ricreative che fanno uscire la gente, penso alle palestre, ai corsi di ballo, ai concerti ,alle attività sportive all’aperto, primo tra tutti lo sci per cui tutti qui vanno matti.

Come si vive nella città più grande della Norvegia?

Oslo è un paesone o una cittadina, ha poco più di 500.000 abitanti. Abbiamo i mezzi di trasporto pubblico che coprono tutte le zone, metropolitana, bus, tram e traghetti, questo fa si che non ci sia bisogno di avere la macchina, la mia l’ho venduta poco tempo dopo il mio arrivo. Io faccio la spesa nei supermercati di fascia bassa e mi fornisco di frutta e verdura nei negozi degli immigrati medio orientali che sono convenientissimi e dove si trovano cose molto sfiziose rispetto ai supermercati. Oslo è una città giovane, non si sente il profumo di storia, lo paragonerei ad una ragazza di trent’anni vestita sportiva che in alcune occasioni si mette in tiro per qualche uscita importante. Gli abitanti di Oslo viaggiano molto e sono abituati ad avere a che fare con gli stranieri, devono solo imparare ad essere un po’ più aperti nei modi di fare. In totale mi trovo benissimo, tutto funziona come deve funzionare, io non mi sono imbattuta in grossi problemi.

Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Dell’Italia mi manca il cibo a prezzi decenti, qui si trovano parecchi prodotti importati ma costano tantissimo. Mi manca possibilità di andare ad un concerto di Jovanotti, di poter andare a visitare un borgo sperduto in montagna, mi mancano gli amici e i parenti più stretti, ma penso che l’Italia per me non vada più bene. Quando sono partita erano troppe le cose che mi rendevano l’aria irrespirabile, forse sono cambiata io e non accettavo più i compromessi ai quali ero messa  di fronte ogni giorno. Non credo di volere tornare a viverci, me la gusto solo in vacanza, a piccolissime dosi.

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Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci di quest’esperienza.

Non mi ricordo neanche come sono venuta in contatto con questo gruppo, giornalmente leggevo di queste donne fantastiche che scrivevano da ogni angolo della terra le loro storie favolose. Io a confronto mi sento anonima, leggo di storie africane di povertà, di ragazze occidentali che entrano nel tessuto sociale con una facilità affascinante, non credo ne sarei capace, io mi sono spostata in realtà che non erano troppo distanti dalla mia di origine.

In che misura ti ha cambiata quest’espatrio?

Quando sono partita mi sentivo soffocare dalla crisi italiana, avevo un’attività che ho dovuto chiudere ed ero sempre  sotto pressione per il fatto di non avere una sicurezza economica. Anche qui non ho certezze ma almeno mi sono scrollata dalle spalle quel senso di frustrazione costante. Mi sento più rilassata e ho ritrovato un ottimismo che avevo perso per strada.

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La città delle contraddizioni – Nastasia da #Mumbai

Altro appuntamento nato dalla collaborazione con il sito web “Donne che emigrano all’estero”. Oggi a raccontarsi è Nastasia che ci scrive da Mumbai. Oltre a scrivere per questa pagina, Nastasia si occupa del suo blog, è ancora in fase di “work in progress”, lo potete trovare qui>>> Soulgood Mom. La ringrazio, facendole tanti auguri per la dolce attesa. Roberta

Ciao, inizio, come faccio sempre, chiedendoti…chi è Nastasia?

Sono una giovane donna di 33 anni, avvocato, ora moglie e “mum to be” a tempo pieno, o quasi, che ha deciso di mollare tutto, di lasciare Milano e di trasferirsi a Mumbai con il marito!

Pugliese d’origine, fresca di laurea, tanti anni fa, io e la mia boxerina Gaia10463864_834183236603393_1990650300507841432_n salutammo Lecce, dove adoro tornare, e abbracciammo Milano con cui  ho vissuto un grande amore durato quasi 10 anni.

È lì infatti che vivevo e lavoravo, praticamente senza sosta, come avvocato e dottoressa di studio notarile: i miei ritmi lavorativi erano incredibili,  infatti trascorrevo la pausa pranzo al telefono con i clienti e la notte a studiare i loro casi, week end compresi. Una volta sposata, anche “fissare” una cena con mio marito diventava un’impresa apocalittica. Ma adoravo il mio lavoro e, a dire il vero, ora il Tribunale mi manca un po’!

Come se non bastasse, traslocavo continuamente, e per “colpa” di due delle mie grandi passioni, la musica e l’arte (ho un interesse quasi maniacale per la street art, in particolare) riuscivo a non perdere concerti,  vernissage ed eventi vari, che finivano puntualmente in aperitivi e party. Insomma Milano era la mia città: adoravo passeggiare, fantasticare davanti alle vetrine come Holly a New York con Tiffany, amavo la sua ordinata frenesia, i suoi colori in Autunno, la sua vivacità culturale, ho sempre pensato che l’aria a Milano avesse le bollicine!

Viaggiare, invece, è la mia passione più grande! Per motivi di studio ho vissuto un anno in Portogallo, con delle parentesi della durata di qualche mese in Spagna e in Marocco. Ed eccomi poi in giro per tutta l’Europa, e poi in Thailandia, negli Emirati Arabi, alle Hawaii, in California! Con la mia adorata San Francisco e l’indimenticabile Big Sur… e ora l’India!

Da Milano a Mumbai è stato davvero un cambiamento radicale!

Quando è nata in te la voglia di espatriare e perché?

10387537_728480727271117_3088290546732786199_n Premetto che io mi sento e mi definisco, più che un’ “espatriata”, un’infaticabile “viaggiatrice”, una “nomade” più esattamente ecco: per me essere qui è un altro viaggio, l’ennesimo, un po’ più lungo e faticoso del solito, ma non certo l’ultimo. Un viaggio interiore prima di ogni altra cosa, una sfida pazzesca. La parola “expat”, a dire il vero, non mi piace tanto, trovo che evochi formalismo, burocrazia e difficoltà.

Ad ogni modo, certamente non si può trascorrere tutta la vita a sognare guardando le vetrine per le vie del Quadrilatero della Moda, e ormai il motto di gran parte degli ultra trentenni italiani che hanno voglia di mettere su famiglia, di realizzare un paio di sogni, o di non finire semplicemente in mezzo ad una strada, è “ Va dove ti porta il lavoro!”.

A dicembre 2013 io e mio marito (all’epoca fidanzato), mentre preparavamo l’ennesimo piano d’attacco per affrontare la pressione fiscale alla quale in Italia eravamo sottoposti, io con la mia partita iva, lui free – lance, e quindi, insieme, precari per antonomasia, ci siamo guardati dritti negli occhi e ci siamo chiesti: “Scappiamo?”.

E’ innegabile il fatto che il Bel Paese stia attraversando un momento molto difficile, si respira solo della gran confusione e questo già allora mi impediva di pensare, di progettare, di sognare e di vivere come volevo.

Quindi, con il sorriso sulle labbra e un pizzico di “lucida follia”, abbiamo iniziato seriamente a pensare di lasciare l’Italia, cosa che a breve ci avrebbe portato veramente lontano da tutto e tutti per un bel po’ di tempo.

Cosa ti ha spinta a scegliere questa destinazione e di cosa ti occupi?

Consapevoli che sarebbe stato quasi impossibile trovare subito una città adatta alle esigenze lavorative di entrambi (mio marito Diego è un colorist, in breve si occupa di colorare e migliorare le scene cinematografiche e video), siamo stati noi a cercare l’India, al pari di altre destinazioni.

Mumbai, che è la capitale della produzione e della post-produzione cinematografica, e non, asiatica, era esattamente sulla stessa lista di altre città, di altre mete più blasonate e paradisiache: noi cercavamo luoghi che potessero offrirci delle buone opportunità lavorative e non dei villaggi vacanze a 5 stelle.  Ed eccoci qui!

Dopo mesi estenuanti di mail, “skyppate” e trattative con il capo delle risorse umane, da novembre 2014 mio marito lavora in uno degli studi più importanti dell’Asia per la post-produzione video, dotato di un’attrezzatura che potrebbe far invidia a qualche agenzia californiana!

Purtroppo, come avrete capito, sono stata io a mettere in stand by la professione,11012375_723725937746596_5972460489187774969_n l’India non ha mai aperto le porte alle firme legali straniere, e per il momento mi ritengo assolutamente fortunata perché posso permettermi di seguire i consigli della ginecologa indiana che segue qui la mia complicata gravidanza: niente sforzi e “TAKE YOUR TIME”! Un lusso al quale, in Italia, nostro malgrado, noi, libere professioniste, siamo spesso costrette a rinunciare. Io qui mi occupo principalmente del mio benessere (ora sono al settimo mese di gravidanza), anche se la mia professione mi consente di “lavoraricchiare” a distanza, quindi con il mio fido Mac continuo a fare consulenza per i clienti più affezionati, a collaborare in attività di ricerca con altri colleghi e a seguire costantemente dei corsi di formazione on line.

Mumbai è la città più popolosa dell’India, come riesce la cultura spirituale del posto ad abbracciare quella moderna e più caotica di questa città?

Esattamente. Mumbai è la più grande città  dell’India ed è anche la sua capitale commerciale. Conta più di 13 milioni di abitanti (21 milioni circa con l’hinterland) ed è una delle regioni più popolate del mondo.  So che i dati sono noiosi, ma temo che in casi come questi siano il solo elemento che riesca a dare veramente un’ idea della realtà.

Mumbai, come l’India intera, è etnicamente ricchissima: la religione principale è l’induismo ma è affiancata dal buddhismo, dal gianaismo, dal sikhismo, dall’islam, dal cristianesimo etc.,  e ogni comunità vive con i  propri costumi, valori morali e religiosi, le proprie regole sociali, tradizioni culinarie e stili di vita. E credo che questo sia un fenomeno straordinario. La mia impressione è che tutti riescano a convivere in maniera serena e nel pieno rispetto delle scelte altrui senza che un gruppo cerchi di affermarsi su un altro, fattore che contribuisce a fare di Mumbai una città molto tranquilla, a dispetto della moltitudine di persone, alcune in serissime difficoltà economiche, che la popolano.

Noi per esempio abitiamo a Bandra (West), detta “Queen of suburbs” , appunto il sobborgo cristiano di Mumbai, e devo ammettere che è una zona molto vivibile, un tantino costosa, anche per una donna che intenda muoversi da sola.

A Mumbai, da una parte,  c’è una spiritualità nel senso più ampio del termine, che riveste indubbiamente un ruolo fondamentale nella vita quotidiana di ogni cittadino, spiegando i suoi effetti sul cibo, sul vestiario, sull’istruzione, sui vari luoghi di culto che si frequentano fino ad arrivare alla scelta del quartiere dove abitare, e questo è tangibile e visibile. Nonostante Mumbai non sia una delle sette città sacre dell’India, camminando ci si può imbattere in grandi e magnifici luoghi di culto o piccoli e più umili templi. Dall’altra parte, c’è una crescita economica esponenziale, con una diffusione capillare della tecnologia, e per questo non è raro incontrare per strada l’uomo di fede che, vestito con i tradizionali abiti arancioni, si aggira scalzo per il quartiere maneggiando uno smartphone di ultima generazione.

E’ innegabile che questa crescita, a livello generale, abbia procurato una distribuzione della ricchezza maggiore e un aumento dell’istruzione, ma a mio modesto avviso lo sradicamento completo della povertà, la diminuzione della diseguaglianza sociale (la suddivisione in caste della popolazione è un fenomeno ancora ben radicato) e la soluzione dei problemi ambientali sono battaglie che questa metropoli deve ancora combattere. E credo inoltre che, un po’ come accade in tutta l’Asia, Mumbai, che ricordo è la città più cara dell’India,  stia crescendo velocemente ma non nel verso giusto. Per esempio la speculazione immobiliare è una vera e propria “piaga sociale”, la città intera è un cantiere a cielo aperto, che non si ferma mai neppure di notte e che sforna palazzoni composti spesso da appartamenti che un indiano con uno stipendio medio non potrà mai permettersi, visto che gli affitti sono perfettamente in linea con quelli milanesi. Chi riesce a fuggire dalla povertà estrema dei villaggi posti intorno a Mumbai, cerca di accaparrarsi, anche qui pagando si intende, un tugurio in una slum.

Appena arrivati a Mumbai ricordo ancora perfettamente che, lungo il percorso in auto dall’aeroporto verso l’hotel, ci imbattemmo in una di quelle che chiunque di noi chiamerebbe volgarmente “baraccopoli”: un ammasso di lamiere tenute insieme da canne di bambù che mancano di servizi igienici e acqua pulita. I bambini si muovevano scalzi, e spesso seminudi, tra caprette, corvi, immondizia e latrine. In auto calò il silenzio: io e mio marito non riuscimmo più ad aprire bocca per ore. Ma con il passare del tempo abbiamo cambiato presto idea sulle slum: fatta eccezione per gli agglomerati più piccoli e spontanei che sorgono un po’ ovunque in città, e che vengono smantellati costantemente dalla polizia locale, ma che altrettanto costantemente ricompaiono dopo poche ore, le slum più grandi, una fra tutte Dharavi (che, mio malgrado, non ho ancora visitato dato il mio stato “interessante”), sono riconosciute ed identificate. Qui ci abitano i driver dei rikshiò, i piccoli venditori, le donne delle pulizie, gli elettricisti, gli autisti, gli idraulici, ma anche i professionisti e tutti coloro che hanno uno stipendio medio che si aggiri tra le 1500 e le 3000 rupie (20 – 40 Euro).  Dentro queste strutture tutto è perfettamente organizzato, con botteghe, officine, gente dedita allo stoccaggio della plastica e dell’alluminio, etc. E abitarci e’ una vera fortuna perché vuol dire che si è a Mumbai, lontano dalla povertà ben più dura dei villaggi. I veri poveri, per intenderci, vivono e dormono per strada.

Quindi è questo quello che forse stride in maniera più rumorosa con la parte più moderna della città, con gli hotel super deluxe e con i grattacieli. I quartieri più esclusivi convivono con quelli più  poveri.

I bambini che, battendo tre dita sulla bocca urlano silenziosamente la loro fame, spesso lo fanno abbarbicati al finestrino di qualche auto lussuosa.

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Parlaci della difficoltà lingua e di quanto sia facile o difficile integrarsi davvero.

Da quel che vedo, per un emigrato è possibile vivere come se non fosse in India, frequentando solo altri connazionali, consumando per lo più cibi occidentali e spostandosi sempre in taxi o con il proprio personal driver, e questo a Mumbai e’ un modo di vivere indubbiamente impegnativo dal punto di vista economico e non solo!

Io e mio marito, nei limiti del possibile (vi ricordo che sono incinta!) abbiamo cercato ti trovare una sorta di compromesso che ci consentisse di avvicinarci un po’ di più anche allo spirito vero di questa città e a chi la abita.

Frequentiamo, in maniera non regolarissima causa lavoro, i colleghi indiani di mio marito e i rispettivi amici, che hanno avuto un ruolo fondamentale nel nostro singolare tentativo di integrazione, invitandoci per esempio, non solo a condividere uscite serali o cene, ma anche eventi famigliari e religiosi molto importanti, fra tutti un pre-wedding da sogno, una sorta di addio al celibato/nubilato della durata di tre giorni, o la celebrazione notturna prima dei festeggiamenti per il famoso Holy Fest (un’evento molto colorato, che segna tra l’atro la fine dell’inverno, preceduto nella notte da un rituale che consiste nell’accendere un falò per bruciare gli spiriti maligni).

Per il resto, armati di pazienza, ci muoviamo in tuk tuk, anche se spesso i drivers scalzi non hanno idea di dove sia la destinazione indicata e, provenendo dai villaggi, non parlano inglese e neppure hindi, facciamo delle passeggiate per scoprire posti che non si troveranno mai su Trip Advisor o sulla Lonely, anche per godere di quello che accade nelle strade sempre animatissime, percorse dalle donne che, con estrema eleganza, e avvolte nei sari colorati, che si tengono su con un abile lavorío di drappeggio, senza alcuna cucitura, portano sulle teste enormi ceste, o dagli uomini che si tengono per mano chiacchierando allegramente, o mangiano con le mani pietanze acquistate dai vari baracchini (qui lo street food la fa da padrone).

Poi piccola nota personale,  a me la cucina indiana e’ stata assolutamente vietata dalla ginecologa! Troppo spicy!

Certo ormai anche noi togliamo le scarpe prima di entrare in casa, ma credo che integrarsi davvero sia tutta un’altra storia e sia veramente complicato non a causa della lingua, qui parlano quasi tutti inglese, anche se la loro pronuncia è veramente singolare, ma perché come in tutte le metropoli, la gente affronta lunghissimi spostamenti per andare al lavoro, anche perché i quartieri degli uffici e delle agenzie sono anche quelli con gli affitti più costosi, e il tempo necessario a tornare a casa impedisce ai colleghi indiani di fare una grande vita sociale, mentre i vicini di casa rimangono degli sconosciuti, seppur sempre gentili e disponibili. Poi siamo qui da soli 5 mesi e credo che per integrarsi veramente in una città come Mumbai ce ne voglia qualcuno in più! Peraltro non tutti intendono integrarsi con una realtà che pare spietata: l’India è un paese magico, ma difficile, e Mumbai, in particolare, è la città delle contraddizioni, della disuguaglianza sociale, del disordine, della povertà estrema. Un’esperienza qui strappa molti veli culturali e sociali, ma sei costretto a lottare costantemente con te stesso per cercare di adattarti. Insomma la possibilità di perdersi d’animo è dietro l’angolo, ma avere un po’ di polso aiuta ad affrontare anche le situazioni più estreme.

Come sono i rapporti con la gente del posto? Ci sono molti italiani?

Quello di “gente del posto” è un concetto che a Mumbai racchiude una varietà incredibile di persone e quindi anche di relazioni che si possono instaurare.

Di conseguenza da una parte ci si ritrova ad avere costanti rapporti di solidarietà con le famiglie più sfortunate che ci sono nel nostro quartiere e soprattutto, nelle giornate più calde, si dispensa acqua, cibo e qualche bene di prima necessità ed in cambio si ricevono dei sorrisi straordinari ed indelebili.

Poi i rapporti sono buoni, sono di reciproco rispetto, anzi da parte loro anche troppo, con chi esercita le professioni più umili e tende ad avere un atteggiamento quasi di riverenza nei confronti di chi è ritenuto per origine economicamente più forte, cosa che io e mio marito cerchiamo con fatica di mitigare, intrattenendoci per esempio a chiacchierare con il portiere del palazzo e a ringraziarlo costantemente per tutte le attenzioni che ha per noi senza mai dare nulla per scontato, o rapportandoci in maniera egualmente educata con il ragazzino addetto a dispensare chai o con i colleghi.

I rapporti sono infine ottimi con gli indiani che qui a Bombay sono ritenuti i più fortunati perché hanno studiato, magari all’estero, hanno viaggiato ecc.: sono persone estremamente disponibili e interessanti.

Sì, la presenza degli italiani è relativamente alta. La maggior parte di loro sono impegnati nel campo del cinema (registri, produttori, costumisti, art director) o dell’arte in genere (fotografi, galleristi), altri nel campo della ristorazione o della moda.

Di cosa si vive a Mumbai? Quali sono i mestieri più diffusi?

Mumbai è senza dubbio, come dicevo, la sede principale dell’industria cinematografica indiana e asiatica, ed è anche un centro importante per la moda. Qui larga parte della popolazione lavora in questi settori.  O nel campo della pubblicità, della televisione o della stampa. Non dimentichiamo che è qui che c’è Bollywood, l’impero della cinematografìa popolare indiana, la cui produzione è numericamente spaventosa!

A proposito di film, non hollywoodiani però, vi consiglio di vedere “Slum dog – The Millionarie” ? Vincitore di 8 premi Oscar. Bellissimo!

Scrivi per il sito web DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO…come mai hai deciso di vivere anche quest’esperienza?

Mi sembrava una pagina molto interessante, soprattutto perché tutta al femminile. Ho trovato molto divertente leggere le peripezie di altre donne in giro per il mondo alle prese con traslochi, burocrazia, imprevisti di sorta! Credo che sia un progetto che contenga degli spunti molto validi e sono contenta di collaborarvi.

IMG_6111_FotorDomanda di rito…ti manca l’Italia e…torneresti a viverci? Che sentimenti provi nei confronti del nostro Bel Paese?

No, l’Italia non mi manca per diversi motivi: alcuni dei miei affetti più cari non abitano più lì, sono una globetrotter per natura e l’idea che anche mio figlio possa sentirsi un giorno “cittadino del mondo” mi piace molto. Per ora non ho intenzione di tornare a vivere in Italia e lo dico senza alcun rancore: credo che il nostro sia un Paese straordinario, con mille risorse ed un grande potenziale, ma in questo momento le mie esigenze non troverebbero soddisfazione lì e avrei molta paura di investire tempo e denaro in un posto dal futuro così incerto.

Prima di salutarci…c’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti dire?

Vorrei dare un piccolo consiglio a chi per caso intendesse intraprendere un viaggio o una qualsiasi esperienza di vita in India, e a Mumbai in particolare: leggete “Shantaram” di G.D. Roberts, un vero capolavoro!

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