Insegnate ai vostri figli a lottare! #Viviana #Francia

Oggi la collaborazione con il sito “Donne che emigrano all’estero” ci porta a La Rochelle con Viviana. I punti trattati sono vari e possono diventare uno spunto interessante per chi ha intenzione di andare a vivere in Francia. Buona lettura. Roberta

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Ciao Viviana e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei…

Ciao Roberta, grazie a te per l’opportunità che mi dai.

Sono una quarantacinquenne in periodo post adolescenziale. In pratica sono confusa, a tratti euforica e a volte isterica o depressa. Per fortuna ogni tanto, felice.

Sono nata a Torino da genitori commercianti e sono cresciuta con un grande senso del dovere e del sacrificio, purtroppo.

Ho fatto studi che non amavo (ragioneria invece del liceo artistico) sotto la pressione molto forte dei miei genitori che vedevano nell’impiegata la possibilità di un posto sicuro (quindi zero spazio alla passione e ai sogni). Sono sposata con un uomo francese, conosciuto durante la gita scolastica a Parigi di V° superiore. Ho due figlie di 14 e 12 anni e un cane di nome Angel.

Con il mio lavoro “grigio”, che a tratti e per lunghi periodi ho abbandonato per fare altro, ho sempre coltivato alcune passioni, in particolare la pittura e i cani. Entrambe cose che mi erano state in qualche modo “vietate” dai miei. Pitturo qualunque oggetto mi capiti a tiro (questa mattina sono andata a fare razzia di pietre in spiaggia, con il mio trolley) e per 15 anni ho allevato una razza canina pressoché sconosciuta: l’Hovawart.

Negli anni altre passioni si sono aggiunte alle due già esistenti: la scrittura e il taekwondo. Ho scritto per riviste cinofile, pubblicato due libri e vinto qualche concorso letterario. Con il taekwondo, iniziato due anni fa, ho da poco ottenuto la cintura verde superiore, qui in terra francese.

So che sei da poco in Francia a la Rochelle, come mai hai deciso di espatriare e cosa ti ha spinta da quelle parti?

ile 8.11 3La situazione in Italia si delineava sempre più negativa, sia per il nostro avvenire, sia per quello delle nostre figlie. Da cinque anni ho un contratto a progetto con una piccola azienda torinese dove sono pagata poco (ma si sa, in Italia tutto è permesso) senza alcuna garanzia di continuità e che comunque scadrà alla fine di quest’anno. Mio marito, cuoco, nei vent’anni che è stato in Italia, non ha mai trovato un datore di lavoro che non pagasse, in parte o nella totalità, lo stipendio in nero.

La scuola lasciamo perdere, una vergogna, totale affossamento della cultura unito a un generale menefreghismo di professori e genitori.

La scelta dunque è nata piuttosto spontaneamente. Un giorno ho semplicemente detto a mio marito: “andiamo via da qui” e ho scoperto che anche lui non aspettava altro.

Le condizioni fondamentali per l’espatrio erano comunque la presenza del mare, un clima mite, una città a misura d’uomo dove poter vivere in serenità, con meno criminalità possibile.

Dopo aver scartato i paesi di lingua inglese e spagnola (soprattutto per non destabilizzare ulteriormente due adolescenti!!) abbiamo optato per la Francia, dove comunque vive la famiglia di mio marito, anche se a qualche centinaia di chilometri da noi.

Di cosa ti occupi?

Da cinque anni sono una commerciale BtoB (business to business) e mi occupo incolazione particolare di sviluppare i mercati esteri (francofoni principalmente) per aziende italiane nei settori della meccanica, automotive e industria in generale. Un lavoro che non amo molto. Come potete immaginare anche qui zero creatività! Ho l’unico vantaggio di poterlo svolgere da casa, per questo sto continuando a farlo anche qui.

Quali sono stati gli ostacoli più difficili da superare durante i primi periodi?

Beh… in realtà per me questi sono ancora i primi periodi. Sono a La Rochelle da quasi cinque mesi, ma quello che posso dire è che i “Rochelais” sono molto accoglienti. A scuola le ragazze hanno 4 ore a settimana in più con un’insegnante loro dedicata per l’apprendimento del francese (per fortuna loro lo parlavano già, anche se non benissimo, ma hanno ancora problemi con la scrittura) e nel I° trimestre non verranno valutate con voti veri e propri ma solo per le loro capacità e potenzialità.

Sicuramente, per me e per loro, l’assenza degli amici e della mia famiglia (mia madre è sempre stata molto presente, mia zia, che è poi sua sorella, anche. Purtroppo mio padre non c’è più) pesa molto. Mia madre ha imparato a usare whatsApp a 70 anni, lei che al massimo riusciva a telefonare!!!

Servono referenze particolari o è possibile lavorare anche senza?

Per lavorare qui non c’è bisogno di documenti particolari o referenze, ma il mercato è piuttosto contratto e settoriale, oltre che stagionale. La maggiori opportunità si hanno nei settori del turismo, della ristorazione, dell’immobiliare e nel commerciale. Sto pensando infatti di riconvertirmi a un altro tipo di lavoro, passando attraverso alcune formazioni, ma sono ancora in alto mare da questo punto di vista.

Avevo già vissuto a Parigi per un anno e mezzo nei primi anni 90, fresca di diploma e non avevo mai avuto problemi nel trovare lavoro, anzi! Ora sicuramente i tempi sono cambiati, qui non è Parigi e la mia esperienza da contabile ha subito molte interruzioni, per cui non ho un vero “mestiere” in mano, ma tante esperienze in campi diversi.

Il problema casa e affitto è davvero enorme come si dice?

la rochelleQui, come in altre città della Francia, il problema della casa è veramente enorme. La Rochelle è una zona ancora ricca, benestante, e gli affitti sono altissimi, così come anche l’acquisto di un immobile richiede un apporto di capitali ingente. La città è molto giovane e ci sono circa 13.000 studenti su una popolazione di 80.000 persone. Gli studenti arrivano da ogni parte del mondo, c’è un intero quartiere dedicato alle università. Moltissimi appartamenti vengono affittati solo annualmente e solo a studenti, a prezzi esorbitanti.

Per avere una casa in affitto devi avere necessariamente un lavoro e deve essere in CDI (contratto a durata indeterminata) e se si è in coppia, per almeno uno dei due è d’obbligo, altrimenti vengono richiesti uno o più garanti.

E’ necessario avere uno stipendio pari ad almeno tre volte l’importo del canone mensile di affitto e quando si ottiene l’appartamento si paga un mese di anticipo e una commissione all’agenzia (che equivale circa a una mensilità).

Che capitale serve per poter affrontare la vita in Francia durante la ricerca del lavoro?

Noi non facciamo testo, abbiamo svenduto la casa dove abitavamo in Italia per poter chiudere il mutuo e qualche debito legato a un’attività commerciale che avevamo aperto in Italia (e chiuso per disperazione, con tanto di Equitalia da pagare anche da qui) e siamo partiti con i soldi giusti per pagare il trasloco e i primi affitti e ci siamo buttati. Peggio non poteva andare.

Arrivati in Francia avevamo non più di tremila euro, ma mio marito per fortuna aveva già un lavoro in un ristorante e io (avevo e ho) il mio, ormai in scadenza!

La Francia resta comunque un paese assistenzialista. Qualora dovessi rimanere senza lavoro per un po’ di tempo, avrò diritto a un’immunità di disoccupazione e probabilmente un aiuto per pagare l’affitto di casa. Per i ragazzi che vanno a scuola, fino ai 18 anni, le famiglie a settembre ricevono, in base al loro reddito, un assegno per gli acquisti scolastici che può arrivare fino a 380  euro per figlio. I libri alle scuole dell’obbligo sono in prestito d’uso e a partire dai tre figli, ci sono molti sussidi (i Francesi infatti hanno sempre ALMENO tre figli!!).

Scrivi per il sito “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci anche quest’esperienza.

La mia collaborazione con “Donne che emigrano all’estero” è iniziata subito dopo il mio trasferimento in Francia. Anzi… a dir la verità, avevo già preso contatti con Katia, che gestisce la pagina Facebook e il sito, già in Italia.

Ho scoperto la pagina su Fb per puro caso, non so nemmeno più come, ma è stata una vera fortuna!

Aver letto alcune storie di donne che avevano già fatto il “grande passo” mi ha aiutata a gestire un po’ le mie ansie, soprattutto sotto l’aspetto dell’integrazione per le mie ragazze. Leggevo di bambini ma anche di ragazzi più grandi che avevano vissuto questo cambiamento con molta naturalezza e questo mi ha dato ulteriore spinta.

Una volta arrivata e soprattutto ambientata, in Francia, ho ricontattato Katia e le ho spedito il primo articolo in cui mi presentavo e da subito c’è stata una buona intesa, tanto che mi parlò del progetto sito (ormai attivissimo) e della possibilità di diventare autrice per la Francia, da La Rochelle, dove ora vivo.

Ancora oggi non perdo un solo scritto di donne che, come me, hanno abbandonato una vita per ricominciarne un’altra, in altri posti.

Tra l’altro vorrei consigliare l’E-Book scritto da alcune donne di “Donne che emigrano all’estero”, libro che ho letto che mi ha emozionata, commossa e invogliata a… cambiare di nuovo Paese!!!

Proprio così. Non so se è una cosa che sento solo io, ma ho l’impressione che una volta fatto il salto, non ci si possa più fermare. Vedremo cosa mi riserverà il futuro!

Che sentimenti provi nei confronti del Bel Paese?

Chiamarlo Bel Paese è una presa in giro. Forse ai tempi di Fellini e La Dolce Vita, ma09_08_15 3 ora vedo solo tristezza, rassegnazione, delinquenza, in poche parole, no futuro.

Sono molto arrabbiata per come il mio Paese mi ha trattata e ha trattato molti come me. Gente sfruttata, soprusi a non finire soprattutto in campo lavorativo, tasse, tasse e ancora tasse. Diseguaglianze. La politica ormai è una barzelletta, la sanità va a rotoli, l’istruzione è una catastrofe. Negli ultimi anni il degrado ambientale si è amplificato. Avevo paura a uscire la sera, avevo paura per le mie ragazze anche solo quando uscivano di pomeriggio con le amiche ai giardinetti. L’Italia non mi manca, per niente. Non mi mancano nemmeno le persone (a parte ovviamente i miei affetti più vicini). Ormai mi sembravano tutti automi, mai un sorriso per le strade, nei negozi, negli uffici. Per carità, qui non è il Paradiso, ma la gente ha ancora fiducia, ha voglia di conoscerti, parlare. Sorride ed è serena.

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Si, qualcosa c’è. Non lamentatevi, non rimuginate, non rimanete nel vostro angolo, non state immobili! Fate qualcosa per cambiare la vostra vita e quella dei vostri figli. Non c’è un’età per ricominciare, per essere felici o semplicemente per vivere più sereni e circondati da positività. La vita è bella! Vivetevela, insegnate ai vostri figli a lottare, a credere nei sogni, a credere che tutto è possibile se lo si vuole. Mostrate col vostro esempio che cambiare si può. E come diceva il grande Gandhi: “Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo”.

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Un nuovo inizio… Laura #Grenoble

Questa settimana abbiamo il piacere di presentarvi Laura da Grenoble…buona lettura……Roberta

Ciao, inizio  ringraziandoti per la disponibilità e curiosando un po’ sulla tua vita. Chi è Laura?

Dietro la firma “Laura, Grenoble”, c’è una donna di 35 anni che risponde al nome di Laura Caroniti.

Sono la lettrice della porta accanto, una addicted delle caramelle gommose e amo i film di Natale che mi ostino a guardare anche in estate, piangendo ogni volta sul lieto fine come se non lo aspettassi.

Quando è nata in te l’idea di espatriare e perché?

Per risponderti devo fare necessariamente un passo indietro.

Nel 2006 lasciai la Sicilia per il Piemonte, decidendo di andar vivere e a lavorare sul confine italo-francese per dare una chance ad una relazione turbolenta che non riuscivo a mettere da parte, né tanto meno a dimenticare.

Una storia comune come accade a molti, nulla di speciale, se non che quando entriamo personalmente in una bolla simile diventa così necessaria da farci sperare che non scoppi.

Scelsi allora un paesino piccolissimo sulle Alpi, che ospitava l’ultimo liceo italiano prima della frontiera con la Francia, dove viveva quella persona che -ironia della sorte- conoscevo da sempre, ma che da meno di un anno era diventata così importante da farmi rivedere scelte, rivalutare posizioni, e a farmi fare un passo che non avrei mai pensato di poter o voler fare. Per me, insegnante, era la sola carta che pensavo di poter giocare, allora, senza espormi in un modo totale.

Restava comunque un rischio, un salto nel buio: non è mai veramente sano, quando ti metti in gioco per qualcuno che non sei tu. Gli errori si pagano a denti meno stretti se siamo noi e solo noi ad averli commessi. Se sul bordo della falesia scivoliamo perché non siamo riusciti a tenere il passo della persona davanti a noi o se questa non si è voltata in tempo per darci una mano e non farci cadere, non abbiamo alcuna scusante: siamo rimaste vittime di noi stesse.

Il trasferimento ad Oulx, comune italianissimo nonostante il nome, è stato già un espatriare. Succede a molti, ma ho avvertito la stessa percezione in altri isolani italiani: quando lasci l’Isola, sia questa Sicilia o Sardegna, e nomino queste solo per una questione di estensione, sei già un migrante. Non importa che tu ti stia spostando in un territorio dove la lingua è la stessa, hai già perso tutto il mondo che ti identificava in un modo speciale.

Trovarmi al confine, protetta da una bandiera nota e l’italiano a farmi da paracadute, non era comunque essere a casa. Viaggiavo per la Francia ogni fine settimana, scontrandomi con verifiche di documenti alla frontiera e una realtà ancora diversa sul territorio, una lingua che non conoscevo e che mi escludeva da quanto vedessi e provassi. Rientravo in Italia la domenica notte, TGV permettendo quando non erano in panne e temperature a due cifre sotto zero neanche fosse il Nord d’Europa.

Ho imparato la solitudine della montagna e a riconoscere il silenzio della neve, ancora prima che si manifesti. Davanti alla finestra della baita in cui vivevo, le montagne così alte che sembravano dare il tu direttamente a dio.

Ci sono restata anni, anche dopo il matrimonio, perché alla fine quella persona divenuta necessaria l’ho pure sposata, ma la mia vita aveva messo nuove radici lì, amavo il mio lavoro e anche sentire il patois negli uffici non era più così straniante.

Quando, però, la tristezza negli addii scadenzati da partenze e ritorni era diventata collera, i saluti sui treni ormai troppi, le mani strette a non volersi slegare e i baci che facevano male più di una coltellata alla carne, ho deciso di scavalcare il confine per restarci.

Un nuovo inizio. Una pagina bianca. Dei silenzi sconosciuti perché erano i miei, quella della mia voce che doveva imparare a parlare di nuovo, le radici nuove nascoste sotto la coltre di neve divelte.

Mi ero ricongiunta a mio marito, ma azzerata come persona. Ero partita, sì, e non era quella la parte difficile, pur avendo lasciato un lavoro che amavo e un’indipendenza economica.

Dovevo ripartire da me.

E sono a Grenoble dalla fine del 2011.

Ho sentito spesso parlare di Grenoble…come si vive da quelle parti e quali sono le differenze con l’Italia?

La situazione è particolare perché Grenoble è stata meta di emigrazione italiana da sempre, il tessuto sociale è per buona parte italiano d’origine. Tra le due Grandi Guerre rappresentavano i 2/3 degli immigrati presenti. Un intero quartiere sul lungofiume, un lato del Quais de l’Isère, era qui l’equivalente di una Little Italy: due paesi italiani, Corato e Sommatino, si erano trasferiti massicciamente. Adesso è tra le zone più suggestive e, riqualificato, è diventato un angolo di Grenoble con unità abitative prese di mira da artisti e architetti.

Molti giovani francesi, nipoti di italiani, rivendicano le loro radici, pur non essendo mai stati in Italia, o essendoci stati in poche occasioni. Questo dato, e la distanza non proibitiva dall’Italia, fa di Grenoble una città a misura di italiano!

La qualità della vita è buona, i servizi sono funzionali e garantiti, i trasporti comuni coprono tutte le distanze, lo stato sociale presente per aiutare chi è in difficoltà.

I prodotti italiani si trovano in qualsiasi supermercato e ne esistono di squisitamente italiani.

La burocrazia è presente, pur essendo meno farraginosa di quella italiana, ma la risposta dell’amministrazione o degli enti è veloce e assicurata.

Il clima non è differente da quello del Nord Italia, la cucina è prevalentemente savoiarda o lionese, abbondante e gustosa. L’attenzione per lo sport e le attività fisiche inizia fin dall’asilo, strutturando la forma mentis e la crescita del bambino che diventerà un adulto non sedentario: provo sempre un moto di invidia bonaria, quando arranco con il respiro traumatizzato in una passeggiata in montagna e vengo facilmente doppiata da coppie di arzilli vecchietti che hanno pure il fiato eccedente per salutarmi e augurarmi una buona giornata!

Credo che la differenza principale con buona parte di città italiane con densità di popolazione simile sia la vivibilità. Grenoble è priva di barriere architettoniche, la disabilità non è invalidante, gli spazi verdi presenti, curati e vissuti, e l’attenzione alle necessità dei bambini costante.

Quanto è importante conoscere la lingua prima di arrivare?

Fondamentale. Puoi apprendere il francese anche dopo, stando in loco, ma è invalidante. Nonostante il carattere cosmopolita della città, la presenza di numerose università che richiamano studenti da ogni parte del mondo, esercizi commerciali e ristoranti di qualsiasi nazionalità, l’inglese non è utilizzato quasi in alcun posto, fatta eccezione per i lavori settoriali e specialistici.

Il francese è la lingua ufficiale e, contemporaneamente, quella veicolare. Se non lo conosci, l’integrazione è compromessa.

E’ semplice creare legami, che vadano oltre il superficiale, con la gente del posto?

Dipende dal contesto in cui ti muovi o finisci per operare, come in ogni posto credo, ma non è difficile, soprattutto se forte è la motivazione del contatto: come può essere tra mamme che hanno figli alla materna o alle elementari o se si condividono sport ampiamente praticati in questa zona, come sci, scialpinismo, deltaplano o parapendio.

Quali sono le professioni che vanno per la maggiore e cosa consiglieresti a chi vuole trasferirsi in Francia?

Grenoble non è la Francia, Paese con richieste diverse per ogni dipartimento. Posso, però, confermare che Grenoble è una città a forte vocazione scientifica e, quindi, è una meta interessante per chi volesse tentare una carriera di ricerca in questo ambito. È il maggior polo europeo per le nanotecnologie, ed è sede dell’ESRF, l’European synchrotron radiation facility, dell’ILL, l’Institut Laue-Langevin, un laboratorio internazionale di ricerca, e del EMBL, l’European Molecular Biology Laboratory.

Un altro settore con un’altissima domanda è quello informatico. Un laureato magistrale, con una conoscenza media dell’inglese e del francese, non ha molti problemi a strappare un contratto a tempo determinato, un CDD, che può essere convertito a tempo indeterminato, un CDI, dopo alcuni mesi di prova.

Importante, inoltre, è l’École de management per chi volesse perfezionarsi in discipline economiche e aziendali.

Se qualcuno stesse preventivando un trasferimento in Francia, consiglierei di guardare il sito http://www.pole-emploi.fr/accueil/ che quotidianamente viene aggiornato su posizioni lavorative aperte in tutto il Paese.

Perché hai deciso di raccontarci la tua storia?

Ho sempre amato filtrare la realtà attraverso le storie. E amo leggere le realtà di altri, se raccontate come storie.

Una buona storia deve poter valere una vita. E il raccontare prevede del tempo in risposta. Viviamo in un’epoca fast-food, centosessanta caratteri di comunicazione, un tweet, un post di appena due righe ed è tutto. Qualcosa che vada oltre questi standard imposti dal gusto dominante viene detto “lezioso”, “presuntuoso”, “auto-celebrativo”. Io non sono d’accordo, mi piace ascoltare, mi piace raccontare, mi piace spendere il tempo per farlo.

Un tweet non mi arricchisce, la storia che una sconosciuta mi regala incrociandomi per caso durante un viaggio vale da sola il viaggio stesso.

Domanda di rito…ti manca l’Italia e…torneresti a viverci? Che sentimenti provi nei confronti del nostro Bel Paese?

Mi manca e non mi manca. Mi manca nella misura in cui ad un tratto ne sento la necessità e devo rientrare anche solo per respirarne l’aria e non mi manca perché non basta questo per poter vivere bene in un posto. Non vivo una sindrome da castrazione a priori che mi fa rimpiangere il Bel Paese sotto tutti gli aspetti, che spesso diventano mitologici perché ingranditi dalla cifra della nostalgia; sono realista e questo mi permette di dire che un rientro definitivo per ora non è contemplato.

Prima di salutarci…c’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti dire?

Sì, c’è. E per fortuna! Perché altrimenti, avrei dovuto rispondere!

Ciao Roberta! A presto e grazie.

Laura, Grenoble

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