La città delle contraddizioni – Nastasia da #Mumbai

Altro appuntamento nato dalla collaborazione con il sito web “Donne che emigrano all’estero”. Oggi a raccontarsi è Nastasia che ci scrive da Mumbai. Oltre a scrivere per questa pagina, Nastasia si occupa del suo blog, è ancora in fase di “work in progress”, lo potete trovare qui>>> Soulgood Mom. La ringrazio, facendole tanti auguri per la dolce attesa. Roberta

Ciao, inizio, come faccio sempre, chiedendoti…chi è Nastasia?

Sono una giovane donna di 33 anni, avvocato, ora moglie e “mum to be” a tempo pieno, o quasi, che ha deciso di mollare tutto, di lasciare Milano e di trasferirsi a Mumbai con il marito!

Pugliese d’origine, fresca di laurea, tanti anni fa, io e la mia boxerina Gaia10463864_834183236603393_1990650300507841432_n salutammo Lecce, dove adoro tornare, e abbracciammo Milano con cui  ho vissuto un grande amore durato quasi 10 anni.

È lì infatti che vivevo e lavoravo, praticamente senza sosta, come avvocato e dottoressa di studio notarile: i miei ritmi lavorativi erano incredibili,  infatti trascorrevo la pausa pranzo al telefono con i clienti e la notte a studiare i loro casi, week end compresi. Una volta sposata, anche “fissare” una cena con mio marito diventava un’impresa apocalittica. Ma adoravo il mio lavoro e, a dire il vero, ora il Tribunale mi manca un po’!

Come se non bastasse, traslocavo continuamente, e per “colpa” di due delle mie grandi passioni, la musica e l’arte (ho un interesse quasi maniacale per la street art, in particolare) riuscivo a non perdere concerti,  vernissage ed eventi vari, che finivano puntualmente in aperitivi e party. Insomma Milano era la mia città: adoravo passeggiare, fantasticare davanti alle vetrine come Holly a New York con Tiffany, amavo la sua ordinata frenesia, i suoi colori in Autunno, la sua vivacità culturale, ho sempre pensato che l’aria a Milano avesse le bollicine!

Viaggiare, invece, è la mia passione più grande! Per motivi di studio ho vissuto un anno in Portogallo, con delle parentesi della durata di qualche mese in Spagna e in Marocco. Ed eccomi poi in giro per tutta l’Europa, e poi in Thailandia, negli Emirati Arabi, alle Hawaii, in California! Con la mia adorata San Francisco e l’indimenticabile Big Sur… e ora l’India!

Da Milano a Mumbai è stato davvero un cambiamento radicale!

Quando è nata in te la voglia di espatriare e perché?

10387537_728480727271117_3088290546732786199_n Premetto che io mi sento e mi definisco, più che un’ “espatriata”, un’infaticabile “viaggiatrice”, una “nomade” più esattamente ecco: per me essere qui è un altro viaggio, l’ennesimo, un po’ più lungo e faticoso del solito, ma non certo l’ultimo. Un viaggio interiore prima di ogni altra cosa, una sfida pazzesca. La parola “expat”, a dire il vero, non mi piace tanto, trovo che evochi formalismo, burocrazia e difficoltà.

Ad ogni modo, certamente non si può trascorrere tutta la vita a sognare guardando le vetrine per le vie del Quadrilatero della Moda, e ormai il motto di gran parte degli ultra trentenni italiani che hanno voglia di mettere su famiglia, di realizzare un paio di sogni, o di non finire semplicemente in mezzo ad una strada, è “ Va dove ti porta il lavoro!”.

A dicembre 2013 io e mio marito (all’epoca fidanzato), mentre preparavamo l’ennesimo piano d’attacco per affrontare la pressione fiscale alla quale in Italia eravamo sottoposti, io con la mia partita iva, lui free – lance, e quindi, insieme, precari per antonomasia, ci siamo guardati dritti negli occhi e ci siamo chiesti: “Scappiamo?”.

E’ innegabile il fatto che il Bel Paese stia attraversando un momento molto difficile, si respira solo della gran confusione e questo già allora mi impediva di pensare, di progettare, di sognare e di vivere come volevo.

Quindi, con il sorriso sulle labbra e un pizzico di “lucida follia”, abbiamo iniziato seriamente a pensare di lasciare l’Italia, cosa che a breve ci avrebbe portato veramente lontano da tutto e tutti per un bel po’ di tempo.

Cosa ti ha spinta a scegliere questa destinazione e di cosa ti occupi?

Consapevoli che sarebbe stato quasi impossibile trovare subito una città adatta alle esigenze lavorative di entrambi (mio marito Diego è un colorist, in breve si occupa di colorare e migliorare le scene cinematografiche e video), siamo stati noi a cercare l’India, al pari di altre destinazioni.

Mumbai, che è la capitale della produzione e della post-produzione cinematografica, e non, asiatica, era esattamente sulla stessa lista di altre città, di altre mete più blasonate e paradisiache: noi cercavamo luoghi che potessero offrirci delle buone opportunità lavorative e non dei villaggi vacanze a 5 stelle.  Ed eccoci qui!

Dopo mesi estenuanti di mail, “skyppate” e trattative con il capo delle risorse umane, da novembre 2014 mio marito lavora in uno degli studi più importanti dell’Asia per la post-produzione video, dotato di un’attrezzatura che potrebbe far invidia a qualche agenzia californiana!

Purtroppo, come avrete capito, sono stata io a mettere in stand by la professione,11012375_723725937746596_5972460489187774969_n l’India non ha mai aperto le porte alle firme legali straniere, e per il momento mi ritengo assolutamente fortunata perché posso permettermi di seguire i consigli della ginecologa indiana che segue qui la mia complicata gravidanza: niente sforzi e “TAKE YOUR TIME”! Un lusso al quale, in Italia, nostro malgrado, noi, libere professioniste, siamo spesso costrette a rinunciare. Io qui mi occupo principalmente del mio benessere (ora sono al settimo mese di gravidanza), anche se la mia professione mi consente di “lavoraricchiare” a distanza, quindi con il mio fido Mac continuo a fare consulenza per i clienti più affezionati, a collaborare in attività di ricerca con altri colleghi e a seguire costantemente dei corsi di formazione on line.

Mumbai è la città più popolosa dell’India, come riesce la cultura spirituale del posto ad abbracciare quella moderna e più caotica di questa città?

Esattamente. Mumbai è la più grande città  dell’India ed è anche la sua capitale commerciale. Conta più di 13 milioni di abitanti (21 milioni circa con l’hinterland) ed è una delle regioni più popolate del mondo.  So che i dati sono noiosi, ma temo che in casi come questi siano il solo elemento che riesca a dare veramente un’ idea della realtà.

Mumbai, come l’India intera, è etnicamente ricchissima: la religione principale è l’induismo ma è affiancata dal buddhismo, dal gianaismo, dal sikhismo, dall’islam, dal cristianesimo etc.,  e ogni comunità vive con i  propri costumi, valori morali e religiosi, le proprie regole sociali, tradizioni culinarie e stili di vita. E credo che questo sia un fenomeno straordinario. La mia impressione è che tutti riescano a convivere in maniera serena e nel pieno rispetto delle scelte altrui senza che un gruppo cerchi di affermarsi su un altro, fattore che contribuisce a fare di Mumbai una città molto tranquilla, a dispetto della moltitudine di persone, alcune in serissime difficoltà economiche, che la popolano.

Noi per esempio abitiamo a Bandra (West), detta “Queen of suburbs” , appunto il sobborgo cristiano di Mumbai, e devo ammettere che è una zona molto vivibile, un tantino costosa, anche per una donna che intenda muoversi da sola.

A Mumbai, da una parte,  c’è una spiritualità nel senso più ampio del termine, che riveste indubbiamente un ruolo fondamentale nella vita quotidiana di ogni cittadino, spiegando i suoi effetti sul cibo, sul vestiario, sull’istruzione, sui vari luoghi di culto che si frequentano fino ad arrivare alla scelta del quartiere dove abitare, e questo è tangibile e visibile. Nonostante Mumbai non sia una delle sette città sacre dell’India, camminando ci si può imbattere in grandi e magnifici luoghi di culto o piccoli e più umili templi. Dall’altra parte, c’è una crescita economica esponenziale, con una diffusione capillare della tecnologia, e per questo non è raro incontrare per strada l’uomo di fede che, vestito con i tradizionali abiti arancioni, si aggira scalzo per il quartiere maneggiando uno smartphone di ultima generazione.

E’ innegabile che questa crescita, a livello generale, abbia procurato una distribuzione della ricchezza maggiore e un aumento dell’istruzione, ma a mio modesto avviso lo sradicamento completo della povertà, la diminuzione della diseguaglianza sociale (la suddivisione in caste della popolazione è un fenomeno ancora ben radicato) e la soluzione dei problemi ambientali sono battaglie che questa metropoli deve ancora combattere. E credo inoltre che, un po’ come accade in tutta l’Asia, Mumbai, che ricordo è la città più cara dell’India,  stia crescendo velocemente ma non nel verso giusto. Per esempio la speculazione immobiliare è una vera e propria “piaga sociale”, la città intera è un cantiere a cielo aperto, che non si ferma mai neppure di notte e che sforna palazzoni composti spesso da appartamenti che un indiano con uno stipendio medio non potrà mai permettersi, visto che gli affitti sono perfettamente in linea con quelli milanesi. Chi riesce a fuggire dalla povertà estrema dei villaggi posti intorno a Mumbai, cerca di accaparrarsi, anche qui pagando si intende, un tugurio in una slum.

Appena arrivati a Mumbai ricordo ancora perfettamente che, lungo il percorso in auto dall’aeroporto verso l’hotel, ci imbattemmo in una di quelle che chiunque di noi chiamerebbe volgarmente “baraccopoli”: un ammasso di lamiere tenute insieme da canne di bambù che mancano di servizi igienici e acqua pulita. I bambini si muovevano scalzi, e spesso seminudi, tra caprette, corvi, immondizia e latrine. In auto calò il silenzio: io e mio marito non riuscimmo più ad aprire bocca per ore. Ma con il passare del tempo abbiamo cambiato presto idea sulle slum: fatta eccezione per gli agglomerati più piccoli e spontanei che sorgono un po’ ovunque in città, e che vengono smantellati costantemente dalla polizia locale, ma che altrettanto costantemente ricompaiono dopo poche ore, le slum più grandi, una fra tutte Dharavi (che, mio malgrado, non ho ancora visitato dato il mio stato “interessante”), sono riconosciute ed identificate. Qui ci abitano i driver dei rikshiò, i piccoli venditori, le donne delle pulizie, gli elettricisti, gli autisti, gli idraulici, ma anche i professionisti e tutti coloro che hanno uno stipendio medio che si aggiri tra le 1500 e le 3000 rupie (20 – 40 Euro).  Dentro queste strutture tutto è perfettamente organizzato, con botteghe, officine, gente dedita allo stoccaggio della plastica e dell’alluminio, etc. E abitarci e’ una vera fortuna perché vuol dire che si è a Mumbai, lontano dalla povertà ben più dura dei villaggi. I veri poveri, per intenderci, vivono e dormono per strada.

Quindi è questo quello che forse stride in maniera più rumorosa con la parte più moderna della città, con gli hotel super deluxe e con i grattacieli. I quartieri più esclusivi convivono con quelli più  poveri.

I bambini che, battendo tre dita sulla bocca urlano silenziosamente la loro fame, spesso lo fanno abbarbicati al finestrino di qualche auto lussuosa.

10265565_696846243767899_5794518721185042519_o

Parlaci della difficoltà lingua e di quanto sia facile o difficile integrarsi davvero.

Da quel che vedo, per un emigrato è possibile vivere come se non fosse in India, frequentando solo altri connazionali, consumando per lo più cibi occidentali e spostandosi sempre in taxi o con il proprio personal driver, e questo a Mumbai e’ un modo di vivere indubbiamente impegnativo dal punto di vista economico e non solo!

Io e mio marito, nei limiti del possibile (vi ricordo che sono incinta!) abbiamo cercato ti trovare una sorta di compromesso che ci consentisse di avvicinarci un po’ di più anche allo spirito vero di questa città e a chi la abita.

Frequentiamo, in maniera non regolarissima causa lavoro, i colleghi indiani di mio marito e i rispettivi amici, che hanno avuto un ruolo fondamentale nel nostro singolare tentativo di integrazione, invitandoci per esempio, non solo a condividere uscite serali o cene, ma anche eventi famigliari e religiosi molto importanti, fra tutti un pre-wedding da sogno, una sorta di addio al celibato/nubilato della durata di tre giorni, o la celebrazione notturna prima dei festeggiamenti per il famoso Holy Fest (un’evento molto colorato, che segna tra l’atro la fine dell’inverno, preceduto nella notte da un rituale che consiste nell’accendere un falò per bruciare gli spiriti maligni).

Per il resto, armati di pazienza, ci muoviamo in tuk tuk, anche se spesso i drivers scalzi non hanno idea di dove sia la destinazione indicata e, provenendo dai villaggi, non parlano inglese e neppure hindi, facciamo delle passeggiate per scoprire posti che non si troveranno mai su Trip Advisor o sulla Lonely, anche per godere di quello che accade nelle strade sempre animatissime, percorse dalle donne che, con estrema eleganza, e avvolte nei sari colorati, che si tengono su con un abile lavorío di drappeggio, senza alcuna cucitura, portano sulle teste enormi ceste, o dagli uomini che si tengono per mano chiacchierando allegramente, o mangiano con le mani pietanze acquistate dai vari baracchini (qui lo street food la fa da padrone).

Poi piccola nota personale,  a me la cucina indiana e’ stata assolutamente vietata dalla ginecologa! Troppo spicy!

Certo ormai anche noi togliamo le scarpe prima di entrare in casa, ma credo che integrarsi davvero sia tutta un’altra storia e sia veramente complicato non a causa della lingua, qui parlano quasi tutti inglese, anche se la loro pronuncia è veramente singolare, ma perché come in tutte le metropoli, la gente affronta lunghissimi spostamenti per andare al lavoro, anche perché i quartieri degli uffici e delle agenzie sono anche quelli con gli affitti più costosi, e il tempo necessario a tornare a casa impedisce ai colleghi indiani di fare una grande vita sociale, mentre i vicini di casa rimangono degli sconosciuti, seppur sempre gentili e disponibili. Poi siamo qui da soli 5 mesi e credo che per integrarsi veramente in una città come Mumbai ce ne voglia qualcuno in più! Peraltro non tutti intendono integrarsi con una realtà che pare spietata: l’India è un paese magico, ma difficile, e Mumbai, in particolare, è la città delle contraddizioni, della disuguaglianza sociale, del disordine, della povertà estrema. Un’esperienza qui strappa molti veli culturali e sociali, ma sei costretto a lottare costantemente con te stesso per cercare di adattarti. Insomma la possibilità di perdersi d’animo è dietro l’angolo, ma avere un po’ di polso aiuta ad affrontare anche le situazioni più estreme.

Come sono i rapporti con la gente del posto? Ci sono molti italiani?

Quello di “gente del posto” è un concetto che a Mumbai racchiude una varietà incredibile di persone e quindi anche di relazioni che si possono instaurare.

Di conseguenza da una parte ci si ritrova ad avere costanti rapporti di solidarietà con le famiglie più sfortunate che ci sono nel nostro quartiere e soprattutto, nelle giornate più calde, si dispensa acqua, cibo e qualche bene di prima necessità ed in cambio si ricevono dei sorrisi straordinari ed indelebili.

Poi i rapporti sono buoni, sono di reciproco rispetto, anzi da parte loro anche troppo, con chi esercita le professioni più umili e tende ad avere un atteggiamento quasi di riverenza nei confronti di chi è ritenuto per origine economicamente più forte, cosa che io e mio marito cerchiamo con fatica di mitigare, intrattenendoci per esempio a chiacchierare con il portiere del palazzo e a ringraziarlo costantemente per tutte le attenzioni che ha per noi senza mai dare nulla per scontato, o rapportandoci in maniera egualmente educata con il ragazzino addetto a dispensare chai o con i colleghi.

I rapporti sono infine ottimi con gli indiani che qui a Bombay sono ritenuti i più fortunati perché hanno studiato, magari all’estero, hanno viaggiato ecc.: sono persone estremamente disponibili e interessanti.

Sì, la presenza degli italiani è relativamente alta. La maggior parte di loro sono impegnati nel campo del cinema (registri, produttori, costumisti, art director) o dell’arte in genere (fotografi, galleristi), altri nel campo della ristorazione o della moda.

Di cosa si vive a Mumbai? Quali sono i mestieri più diffusi?

Mumbai è senza dubbio, come dicevo, la sede principale dell’industria cinematografica indiana e asiatica, ed è anche un centro importante per la moda. Qui larga parte della popolazione lavora in questi settori.  O nel campo della pubblicità, della televisione o della stampa. Non dimentichiamo che è qui che c’è Bollywood, l’impero della cinematografìa popolare indiana, la cui produzione è numericamente spaventosa!

A proposito di film, non hollywoodiani però, vi consiglio di vedere “Slum dog – The Millionarie” ? Vincitore di 8 premi Oscar. Bellissimo!

Scrivi per il sito web DONNE CHE EMIGRANO ALL’ESTERO…come mai hai deciso di vivere anche quest’esperienza?

Mi sembrava una pagina molto interessante, soprattutto perché tutta al femminile. Ho trovato molto divertente leggere le peripezie di altre donne in giro per il mondo alle prese con traslochi, burocrazia, imprevisti di sorta! Credo che sia un progetto che contenga degli spunti molto validi e sono contenta di collaborarvi.

IMG_6111_FotorDomanda di rito…ti manca l’Italia e…torneresti a viverci? Che sentimenti provi nei confronti del nostro Bel Paese?

No, l’Italia non mi manca per diversi motivi: alcuni dei miei affetti più cari non abitano più lì, sono una globetrotter per natura e l’idea che anche mio figlio possa sentirsi un giorno “cittadino del mondo” mi piace molto. Per ora non ho intenzione di tornare a vivere in Italia e lo dico senza alcun rancore: credo che il nostro sia un Paese straordinario, con mille risorse ed un grande potenziale, ma in questo momento le mie esigenze non troverebbero soddisfazione lì e avrei molta paura di investire tempo e denaro in un posto dal futuro così incerto.

Prima di salutarci…c’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti dire?

Vorrei dare un piccolo consiglio a chi per caso intendesse intraprendere un viaggio o una qualsiasi esperienza di vita in India, e a Mumbai in particolare: leggete “Shantaram” di G.D. Roberts, un vero capolavoro!

Continue Reading