L’Italia è solo un tassello, il mondo è grande! #Ines #Auckland

Salutiamo il 2015 con l’articolo di Ines dalla Nuova Zelanda. La ringrazio molto per la disponibilità, ringrazio anche Katia che mi ha dato la possibilità di collaborare con il sito web “Donne che emigrano all’estero”. Un’esperienza costruttiva e decisamente illuminante! Vi auguro buona lettura, torneremo con le nuove interviste provenienti da ogni parte del mondo nel 2016! Buone Feste a tutti. Roberta

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Ciao Ines e grazie per la tua disponibilità. Raccontaci un po’ chi sei.

Ciao è un piacere scrivere per il mitico Ragionier Ugo! Sono arrivata in NZ due anni fa, partita da Genova, dove avevo lavoro a tempo indeterminato e mutuo da pagare. Prima ancora sono “emigrata internamente “ da Domodossola, città che mi ha visto nascere e crescere, ma poi sono partita alla volta di Zena per studiare. L’esperienza dell’Università è stato un flop, perché dovendo lavorare e mantenermi fuori casa non avevo abbastanza tempo da dedicare allo studio, così ho mollato. Questa storia però non l’ho ancora digerita e prima o poi mi rimetterò sui libri, a costo di farlo a 60 anni! Nel tempo libero cerco di stare il più possibile all’aria aperta (sono amante della spiaggia e qua ce ne sono a bizzeffe), scrivo sul mio blog menteviaggi.blogspot.com e scrivo per il sito “Donne che emigrano all’estero”.

20151215_171150Perché hai deciso di espatriare e cosa ti ha portata in Nuova Zelanda?

Ho lavorato per 10 anni nello stesso posto, in una sala Bingo, e negli ultimi anni mi sono resa conto di non essere contenta, che non mi sarei vista a lavorare lì per tutta la vita. Avevo voglia di cambiare, di viaggiare, di imparare bene l’inglese e di cambiare professione perché il mondo del gioco e i turni di notte non facevano più per me. Credo che mi stessi annoiando e mi serviva un po’ di adrenalina. Così un giorno ho deciso di licenziarmi e di partire. La meta in realtà era l’Australia, la NZ doveva essere solo una parentesi di qualche mese, per fare un po’ di pratica con l’inglese. Avevo il Working Holiday Visa pronto per entrambi i paesi, ma alla fine ho rinunciato all’Australia perché ho avuto l’opportunità di rimanere qua in Nuova Zelanda.

Quali erano i tuoi obiettivi e di cosa ti occupi attualmente?

L’obiettivo principale era imparare bene l’inglese. Ho già fatto tanta strada, ma non posso dire di essere arrivata! Bisognerebbe studiare per imparare una lingua come si deve, non basta parlarla tutti i giorni. Inoltre per via del mio lavoro frequento molti italiani, quindi si può dire che parlo italiano per l’80% della giornata, altro che inglese! A livello lavorativo, già in Italia, appena mi sono licenziata, non avevo idea di quello che avrei voluto fare in futuro. Insomma ho fatto un solo lavoro per tutta la vita, non avevo altra esperienza e a 30 anni il mio curriculum mi sembrava vuoto. Quando arrivi in NZ con un WHV, senza una laurea e senza particolari esperienze, senza un ottimo inglese, non hai molta scelta. O lavori nell’hospitality, o vai a raccogliere la frutta, o vai a fare la babysitter. Se sei un ragazzo hai invece la possibilità di andare a fare il manovale. Anche io sono finita a fare un lavoro da uomo, sono diventata una pizzaiola!

In ordine di difficoltà; quali sono stati i primi tre ostacoli più faticosi da superare?

L’inglese prima di tutto, a volte è un ostacolo anche adesso, perché a volte non hai i mezzi per esprimerti come vorresti e a volte ti trovi davanti delle persone che non fanno il minimo sforzo per venirti incontro. E’ una cosa frustrante. Ti fanno sentire stupida, in realtà se parli almeno due lingue non sei tu lo stupido, sei semplicemente nato in un altro paese e parli fluentemente un’altra lingua. All’inizio era proprio difficile, credo di averci messo 6 mesi a capire abbastanza bene quello che diceva la gente. E dire che ho fatto il liceo linguistico e avevo alle spalle 8 anni di inglese studiato a scuola. Qua hanno una pronuncia particolare e parlano con un sacco di slang, ci vuole un po’ per abituarsi.

Il secondo ostacolo, che non credo ancora di aver superato: integrarsi tra i locali. E’20150824_170625 una cosa che vorrei fare veramente, poter vivere le mie giornate interamente coi kiwi e non sentirmi ancora in Italia perché sono circondata da italiani. Non so se è colpa mia, o se è colpa loro che non mi vogliono, fatto sta che ho ben pochi contatti coi kiwi. Frequento principalmente italiani o altre persone straniere come me, principalmente europee. Auckland è una città al 100% multiculturale.

Il terzo ostacolo credo sia stato l’adattarsi a vivere con un budget limitato. In Nuova Zelanda difficilmente si diventa ricchi lavorando nell’hospitality e la vita è molto cara. Così mi sono ritrovata a dover scendere a compromessi per poter risparmiare qualche soldino. Non ho mai abitato in case veramente belle, ho diviso la casa anche con 5-9 persone, quando vado a fare la spesa difficilmente compro prodotti italiani perché costano troppo. Però nonostante le difficoltà sono contenta, sto bene. Questo paese mi sta dando tanto, se non fosse così non ci rimarrei, in fondo non mi obbliga nessuno.

Che disponibilità economica avevi (e che disponibilità serve) per affrontare i primi periodi?

Biglietto aereo di sola andata, io ho trovato un’offerta a meno di 500 euro, ma normalmente costa sui 700-900 euro. Ho fatto un corso di inglese il primo mese, mi costava circa 200$ a settimana, l’ostello 150$ a settimana. Per mangiare e uscire diciamo che sono altri 150$ a settimana. Ho trovato lavoro dopo due mesi (ma perché cercavo male!), la maggior parte delle persone che conosco invece ha lavorato fin da subito. Diciamo che in un mese servono 800 euro per vivere senza grandi rinunce o grandi pretese, aggiungiamo 500 euro se volete fare un mese di scuola. Comunque per legge, se si parte con un WHV, bisogna poter dimostrare di avere un minimo di 4200$ e i soldi per comprare il biglietto di ritorno nel caso non lo si possieda già.

20151215_171713Sei riuscita a stringere qualche amicizia?

Qualche amicizia, tante conoscenze. La cosa più brutta è che la maggior parte della gente che conosci qua è solo di passaggio. Ci passi un pezzo di vita e poi loro partono o tu parti. Le amicizie vere e durature sono una specie di miraggio. Ma ho capito che questo è abbastanza un problema comune per noi expat. Forse vivendo in un posto più piccolo sarebbe più semplice stringere amicizie, ma ad Auckland coi suoi 1.4 milioni di abitanti, gente che va e gente che viene, è un po’ un problema.

In che misura ti ha cambiata l’espatrio?

Sono una persona semi nuova! Sono cambiata tanto e sto ancora cambiando. Ho un approccio diverso alla vita, più kiwi e meno italiano, più positivo e rilassato. Affronto i problemi “senza fasciarmi la testa prima di rompermela”, continuo a buttare un occhio sul futuro ma mi godo di più il presente, ho scoperto che mi piace stare a contatto con la natura, sono diventata ancora più curiosa, meno viziata, mi adatto più facilmente alle situazioni, non impazzisco più davanti al guardaroba il sabato sera, perché non è importante “cosa mi metto”, quello che metto, metto, va sempre bene! Mi sono anche liberata di quell’orgoglio italiano che, quando andiamo all’estero, ci fa dire che l’Italia è il paese più bello, ha il cibo più buono, la cultura più importante. Ho capito che l’Italia è solo un tassello, che il mondo è grande, che il mondo è stupendo, che la diversità è da apprezzare.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, raccontaci quest’esperienza.

Quest’avventura è iniziata un anno fa sulla pagina Facebook ed è diventato un progetto sempre più grosso. E’ aumentato il numero delle autrici, siamo sempre più sparpagliate per tutto il mondo. E’ nato un sito Web e abbiamo anche pubblicato un EBook, acquistabile online. Far parte del gruppo delle Donne Che Emigrano è molto gratificante perché mi dà l’opportunità di scrivere per un pubblico abbastanza vasto, far sentire la mia storia ad altre persone che vorrebbero partire ma che magari hanno paura. E’ anche confortante quando si parla dei problemi che si affrontano nella vita da expat, le storie delle altre ragazze e i commenti del pubblico, ti fanno capire che non sei la sola a incontrare certe difficoltà, ti danno la forza per andare avanti nei momenti “no”! Inoltre è molto bello leggere storie di vita quotidiana da ogni angolo del mondo, scoprire le abitudini dei diversi paesi.

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Ti manca l’Italia e tornerai a viverci?

Mi mancano a volte delle piccole cose, ma non abbastanza da dire “torno a vivere in Italia”! L’Italia è un paese vecchio, immobile. Il malcontento generale della gente si respira nell’aria. Io voglio respirare positività! Auckland è ai vertici nelle classifiche delle città con la migliore qualità della vita e vi assicuro che non si tratta solo di statistiche. Se non potrò rimanere in Nuova Zelanda, comunque continuerò col mio viaggio. In Italia? Solo in vacanza!

Per concludere, c’è qualcosa che vorresti dire e non ti ho chiesto?

Certo! Concludo dicendo a quelli che vorrebbero partire: fatelo!! Non serve essere coraggiosi. Basta organizzarsi! Se l’ho fatto io, potete farlo anche voi! 🙂

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“Tanto io so fare tutto” non è una referenza #Silvia #Germania

“Rifiutate di accedere a una carriera solo perché vi assicura una pensione. La migliore pensione è il possesso di un cervello in piena attività che vi permetta di continuare a pensare ‘usque ad finem’, ‘fino alla fine’.”

RITA LEVI-MONTALCINI

La collaborazione con il sito web “Donne che emigrano all’estero” ci ha dato la possibilità di intervistare Silvia dalla Germania. E’ una meta ambita da tanti, credo che i suoi consigli siano preziosi! Buona lettura…Roberta

Ciao, intanto grazie per la disponibilità. Inizio quest’intervista chiedendoti chi è Silvia?

Ciao! Allora, chi è Silvia…Sono nata a Bologna e cresciuta a Dozza, un paesino meraviglioso nella campagna romagnola. Ho sempre avuto a che fare con la musica, sia suonando e cantando in chiesa, sia ballando nel gruppo folcloristico locale, sia studiando canto. Ho frequentato la Scuola Interpreti a Forlì (SSLIMIT – Università di Bologna) studiando inglese e russo “perché il tedesco non mi piaceva”. Ho vinto due borse di studio che mi hanno portata in Inghilterra, prima a Londra e poi a Liverpool, a studiare giornalismo e lingue (ovviamente francese e spagnolo…) per due anni. A Liverpool ho incontrato quello che adesso è mio marito da quasi 18 anni.

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Cosa ti ha spinta a lasciare l’Italia e di cosa ti occupi?

Ho lasciato l’Italia per amore. Il marito incontrato a Liverpool è tedesco, ha un ottimo lavoro qui in Germania e quindi dopo il matrimonio mi sono trasferita. Ho imparato il tedesco, ho preso una seconda laurea in storia, faccio la mamma, la guida turistica e l’affittacamere per gli studenti.

Cosa hai trovato in più in Germania rispetto all’Italia e cosa invece non hai trovato e ti manca?

Ho trovato ordine, pulizia e silenzio. Molte, forse troppe regole. Ad esempio…quando nevica bisogna pulire il proprio marciapiede. Va bene. Entro le 7 nei giorni feriali. Va bene. Peccato che non si possa fare rumore prima delle 8…Dire che mi manca il sole è scontato no? Quello che mi manca veramente è la gente italiana, soprattutto quelli del mio paese. E mi manca la spontaneità. In Italia quando si incontra un conoscente per strada è normale fermarsi per un caffè. Qui bisogna sempre prendere appuntamento.

Cosa è necessario per una perfetta integrazione, se esiste una reale integrazione.Silvia1

Per essere perfettamente integrati bisogna essere tedeschi, non solo, ma bisogna essere nati e cresciuti nel posto in cui si vive.

Ho una curiosità da chiederti. Credi che per i tedeschi la scusa della lingua non perfettamente parlata sia un alibi? Un modo per tenere gli “stranieri” sempre un gradino sotto?

Quella della lingua è una scusa. Io parlo tedesco come l’italiano, con pochissimo accento, ma non sono per niente integrata. All’inizio pensavo che la “colpa” fosse della lingua e allora me la sono studiata, ho fatto un corso di sei mesi, poi sono nati i bambini e di tempo per i corsi non ce n’era più e così ho iniziato a fare ogni tipo di corso: 1 ora di ricamo, una di musica, una di “impacchettamento regali”…ogni scusa era buona. Adesso sto per dare l’esame di livello C2 (livello Madrelingua). Amici tedeschi non ne ho. Conosco i vicini di casa perché abitiamo nello stesso posto da 17 anni, ma oltre a buongiorno e buonasera e qualche chiacchiera quando ci si incrocia in giardino non si va. Ho provato a fare degli inviti, cena, colazione…si, vengono, mangiano, ringraziano e vanno. Penso che in 17 anni sia stato ricambiato 1 invito. A questo punto ho smesso, mi faccio la mia vita e basta.

Quanto sono aperti i tedeschi verso le altre culture e quanto invece tendono a sottometterle alla loro?

C’è un detto, i tedeschi amano gli italiani, ma non li rispettano. Gli italiani rispettano i tedeschi, ma non li amano. Ecco. I tedeschi amano quello che è straniero, ma non hanno (tolte le debite eccezioni, ovviamente) alcun rispetto per le altre culture, le vedono come qualcosa di esotico, ma non da prendere sul serio.

Scrivi per il sito web “Donne che emigrano all’estero”, cosa ti ha spinta a vivere anche quest’esperienza?

Mi sono sempre divertita a scrivere, ho in cantiere anche un progetto decisamente ambizioso, quindi mi sono detta, perché no, proviamo anche questa!

Domandina di rito…ti manca l’Italia? Che sentimenti provi nei confronti del nostro Paese e torneresti a viverci?

Si, mi manca l’Italia, soprattutto mi manca la situazione che ho lasciato, il lavoro che facevo, la gente che avevo attorno. Forse se venissi da una situazione differente, non mi mancherebbe. Non so se tornerei a viverci, mi sono abituata ad altre cose che in Italia non ci sono, purtroppo.

Potendo tornare indietro sceglieresti la Germania come meta?

No, col senno di poi non credo che sceglierei la Germania.

C’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti assolutamente dire ai tanti che sono intenzionati a venire a vivere in Germania?

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Da qualche mese aiuto gli italiani che sono appena arrivati e che non sanno la lingua. Li accompagno a fare i documenti, li accompagno dal medico, a scuola…una cosa che mi fa andare veramente su tutte le furie è vedere gente che arriva senza arte né parte, piena di idee sbagliate che gli sono state messe in testa da qualcuno. Arrivano senza sapere niente e cominciano a pretendere i sussidi statali. Perché Tizio mi ha detto…perché Caio ha fatto… e chi arriva qui con la mano tesa senza avere niente da offrire in cambio può anche fare dietro front e tornare a casa. Quando si arriva qui bisognerebbe (oltre ad avere almeno una base di tedesco) avere con se tutti i diplomi, lettere di referenze, prove che in Italia si lavorava, per quanti anni, con che mansione…a questo punto è forse un po’ più facile farsi riconoscere i titoli e trovare un lavoro umano. Arrivare dicendo “tanto io so fare tutto” senza poterlo provare non porta assolutamente a niente. Ho sentito anche turisti arrivare qui e dire “eh, beati voi che un operaio prende 3000€ al mese”. No, un operaio, a fine carriera, può arrivare sui 2000€, ma si parte dai 900-1000…ci sono lavori da 400€ al mese. Ci sono aiuti sociali, questo si, ma non vengono dati a tutti. Ci sono dei controlli severi e bisogna averne veramente diritto. Insomma, non è tutto oro quello che luccica…

“Mi considerano pazzo perché non voglio vendere i miei giorni in cambio di oro. E io li giudico pazzi perché pensano che i miei giorni abbiano un prezzo.”

Khalil Gibran

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