Un nuovo inizio… Laura #Grenoble

Questa settimana abbiamo il piacere di presentarvi Laura da Grenoble…buona lettura……Roberta

Ciao, inizio  ringraziandoti per la disponibilità e curiosando un po’ sulla tua vita. Chi è Laura?

Dietro la firma “Laura, Grenoble”, c’è una donna di 35 anni che risponde al nome di Laura Caroniti.

Sono la lettrice della porta accanto, una addicted delle caramelle gommose e amo i film di Natale che mi ostino a guardare anche in estate, piangendo ogni volta sul lieto fine come se non lo aspettassi.

Quando è nata in te l’idea di espatriare e perché?

Per risponderti devo fare necessariamente un passo indietro.

Nel 2006 lasciai la Sicilia per il Piemonte, decidendo di andar vivere e a lavorare sul confine italo-francese per dare una chance ad una relazione turbolenta che non riuscivo a mettere da parte, né tanto meno a dimenticare.

Una storia comune come accade a molti, nulla di speciale, se non che quando entriamo personalmente in una bolla simile diventa così necessaria da farci sperare che non scoppi.

Scelsi allora un paesino piccolissimo sulle Alpi, che ospitava l’ultimo liceo italiano prima della frontiera con la Francia, dove viveva quella persona che -ironia della sorte- conoscevo da sempre, ma che da meno di un anno era diventata così importante da farmi rivedere scelte, rivalutare posizioni, e a farmi fare un passo che non avrei mai pensato di poter o voler fare. Per me, insegnante, era la sola carta che pensavo di poter giocare, allora, senza espormi in un modo totale.

Restava comunque un rischio, un salto nel buio: non è mai veramente sano, quando ti metti in gioco per qualcuno che non sei tu. Gli errori si pagano a denti meno stretti se siamo noi e solo noi ad averli commessi. Se sul bordo della falesia scivoliamo perché non siamo riusciti a tenere il passo della persona davanti a noi o se questa non si è voltata in tempo per darci una mano e non farci cadere, non abbiamo alcuna scusante: siamo rimaste vittime di noi stesse.

Il trasferimento ad Oulx, comune italianissimo nonostante il nome, è stato già un espatriare. Succede a molti, ma ho avvertito la stessa percezione in altri isolani italiani: quando lasci l’Isola, sia questa Sicilia o Sardegna, e nomino queste solo per una questione di estensione, sei già un migrante. Non importa che tu ti stia spostando in un territorio dove la lingua è la stessa, hai già perso tutto il mondo che ti identificava in un modo speciale.

Trovarmi al confine, protetta da una bandiera nota e l’italiano a farmi da paracadute, non era comunque essere a casa. Viaggiavo per la Francia ogni fine settimana, scontrandomi con verifiche di documenti alla frontiera e una realtà ancora diversa sul territorio, una lingua che non conoscevo e che mi escludeva da quanto vedessi e provassi. Rientravo in Italia la domenica notte, TGV permettendo quando non erano in panne e temperature a due cifre sotto zero neanche fosse il Nord d’Europa.

Ho imparato la solitudine della montagna e a riconoscere il silenzio della neve, ancora prima che si manifesti. Davanti alla finestra della baita in cui vivevo, le montagne così alte che sembravano dare il tu direttamente a dio.

Ci sono restata anni, anche dopo il matrimonio, perché alla fine quella persona divenuta necessaria l’ho pure sposata, ma la mia vita aveva messo nuove radici lì, amavo il mio lavoro e anche sentire il patois negli uffici non era più così straniante.

Quando, però, la tristezza negli addii scadenzati da partenze e ritorni era diventata collera, i saluti sui treni ormai troppi, le mani strette a non volersi slegare e i baci che facevano male più di una coltellata alla carne, ho deciso di scavalcare il confine per restarci.

Un nuovo inizio. Una pagina bianca. Dei silenzi sconosciuti perché erano i miei, quella della mia voce che doveva imparare a parlare di nuovo, le radici nuove nascoste sotto la coltre di neve divelte.

Mi ero ricongiunta a mio marito, ma azzerata come persona. Ero partita, sì, e non era quella la parte difficile, pur avendo lasciato un lavoro che amavo e un’indipendenza economica.

Dovevo ripartire da me.

E sono a Grenoble dalla fine del 2011.

Ho sentito spesso parlare di Grenoble…come si vive da quelle parti e quali sono le differenze con l’Italia?

La situazione è particolare perché Grenoble è stata meta di emigrazione italiana da sempre, il tessuto sociale è per buona parte italiano d’origine. Tra le due Grandi Guerre rappresentavano i 2/3 degli immigrati presenti. Un intero quartiere sul lungofiume, un lato del Quais de l’Isère, era qui l’equivalente di una Little Italy: due paesi italiani, Corato e Sommatino, si erano trasferiti massicciamente. Adesso è tra le zone più suggestive e, riqualificato, è diventato un angolo di Grenoble con unità abitative prese di mira da artisti e architetti.

Molti giovani francesi, nipoti di italiani, rivendicano le loro radici, pur non essendo mai stati in Italia, o essendoci stati in poche occasioni. Questo dato, e la distanza non proibitiva dall’Italia, fa di Grenoble una città a misura di italiano!

La qualità della vita è buona, i servizi sono funzionali e garantiti, i trasporti comuni coprono tutte le distanze, lo stato sociale presente per aiutare chi è in difficoltà.

I prodotti italiani si trovano in qualsiasi supermercato e ne esistono di squisitamente italiani.

La burocrazia è presente, pur essendo meno farraginosa di quella italiana, ma la risposta dell’amministrazione o degli enti è veloce e assicurata.

Il clima non è differente da quello del Nord Italia, la cucina è prevalentemente savoiarda o lionese, abbondante e gustosa. L’attenzione per lo sport e le attività fisiche inizia fin dall’asilo, strutturando la forma mentis e la crescita del bambino che diventerà un adulto non sedentario: provo sempre un moto di invidia bonaria, quando arranco con il respiro traumatizzato in una passeggiata in montagna e vengo facilmente doppiata da coppie di arzilli vecchietti che hanno pure il fiato eccedente per salutarmi e augurarmi una buona giornata!

Credo che la differenza principale con buona parte di città italiane con densità di popolazione simile sia la vivibilità. Grenoble è priva di barriere architettoniche, la disabilità non è invalidante, gli spazi verdi presenti, curati e vissuti, e l’attenzione alle necessità dei bambini costante.

Quanto è importante conoscere la lingua prima di arrivare?

Fondamentale. Puoi apprendere il francese anche dopo, stando in loco, ma è invalidante. Nonostante il carattere cosmopolita della città, la presenza di numerose università che richiamano studenti da ogni parte del mondo, esercizi commerciali e ristoranti di qualsiasi nazionalità, l’inglese non è utilizzato quasi in alcun posto, fatta eccezione per i lavori settoriali e specialistici.

Il francese è la lingua ufficiale e, contemporaneamente, quella veicolare. Se non lo conosci, l’integrazione è compromessa.

E’ semplice creare legami, che vadano oltre il superficiale, con la gente del posto?

Dipende dal contesto in cui ti muovi o finisci per operare, come in ogni posto credo, ma non è difficile, soprattutto se forte è la motivazione del contatto: come può essere tra mamme che hanno figli alla materna o alle elementari o se si condividono sport ampiamente praticati in questa zona, come sci, scialpinismo, deltaplano o parapendio.

Quali sono le professioni che vanno per la maggiore e cosa consiglieresti a chi vuole trasferirsi in Francia?

Grenoble non è la Francia, Paese con richieste diverse per ogni dipartimento. Posso, però, confermare che Grenoble è una città a forte vocazione scientifica e, quindi, è una meta interessante per chi volesse tentare una carriera di ricerca in questo ambito. È il maggior polo europeo per le nanotecnologie, ed è sede dell’ESRF, l’European synchrotron radiation facility, dell’ILL, l’Institut Laue-Langevin, un laboratorio internazionale di ricerca, e del EMBL, l’European Molecular Biology Laboratory.

Un altro settore con un’altissima domanda è quello informatico. Un laureato magistrale, con una conoscenza media dell’inglese e del francese, non ha molti problemi a strappare un contratto a tempo determinato, un CDD, che può essere convertito a tempo indeterminato, un CDI, dopo alcuni mesi di prova.

Importante, inoltre, è l’École de management per chi volesse perfezionarsi in discipline economiche e aziendali.

Se qualcuno stesse preventivando un trasferimento in Francia, consiglierei di guardare il sito http://www.pole-emploi.fr/accueil/ che quotidianamente viene aggiornato su posizioni lavorative aperte in tutto il Paese.

Perché hai deciso di raccontarci la tua storia?

Ho sempre amato filtrare la realtà attraverso le storie. E amo leggere le realtà di altri, se raccontate come storie.

Una buona storia deve poter valere una vita. E il raccontare prevede del tempo in risposta. Viviamo in un’epoca fast-food, centosessanta caratteri di comunicazione, un tweet, un post di appena due righe ed è tutto. Qualcosa che vada oltre questi standard imposti dal gusto dominante viene detto “lezioso”, “presuntuoso”, “auto-celebrativo”. Io non sono d’accordo, mi piace ascoltare, mi piace raccontare, mi piace spendere il tempo per farlo.

Un tweet non mi arricchisce, la storia che una sconosciuta mi regala incrociandomi per caso durante un viaggio vale da sola il viaggio stesso.

Domanda di rito…ti manca l’Italia e…torneresti a viverci? Che sentimenti provi nei confronti del nostro Bel Paese?

Mi manca e non mi manca. Mi manca nella misura in cui ad un tratto ne sento la necessità e devo rientrare anche solo per respirarne l’aria e non mi manca perché non basta questo per poter vivere bene in un posto. Non vivo una sindrome da castrazione a priori che mi fa rimpiangere il Bel Paese sotto tutti gli aspetti, che spesso diventano mitologici perché ingranditi dalla cifra della nostalgia; sono realista e questo mi permette di dire che un rientro definitivo per ora non è contemplato.

Prima di salutarci…c’è qualcosa che non ti ho chiesto e vorresti dire?

Sì, c’è. E per fortuna! Perché altrimenti, avrei dovuto rispondere!

Ciao Roberta! A presto e grazie.

Laura, Grenoble

6 commenti

  1. Ciao Laura, io sono siciliana e mi sono ritrovata molto in quelle parole…grazie per questo commento…a presto! Roberta

  2. Bella intervista. E’ vero, quando si esce dalla propria isola (io sono sarda) si diventa già migranti. Sia che ci si trasferisca in Italia stessa o al’estero. E’ uguale. Mi è piaciuta molto la parte “Una buona storia deve poter valere una vita”. Sono pienamente d’accordo.

    In bocca al lupo Laura 🙂

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